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Written by Ileana Mortari   
Saturday, 23 February 2019 09:40

 

3 febbraio 2019 IV° domenica C – Rito romano

“Non è costui il figlio di Giuseppe?”

(Luca 4, 21-30)

di Ileana Mortari

Il Vangelo di questa domenica è la continuazione di quello della scorsa settimana; riguarda l’episodio di Gesù nella sinagoga di Nazaret, che si conclude in maniera drammatica. Il Signore legge un passo di Isaia e poi lo commenta con queste parole: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc. 4,21). Egli attualizza, applicandolo a sé, l’oracolo profetico e si presenta come colui che porta a compimento l’antica speranza contenuta in quella profezia: grazie a Lui la liberazione degli oppressi e la buona notizia per i poveri, la guarigione dei ciechi e il perdono dei peccatori sono finalmente una realtà!

E’ da notare che “oggi” è un termine caratteristico di Luca, per il quale esso non designa soltanto una determinazione cronologica, ma assume unben più vasto significato: dice che gli ultimi tempi, della salvezza escatologica, sono iniziati e che la storia degli uomini sta attraversando un momento eccezionale di grazia. L’oggi è la novità di Gesù.

vv.22-23: “Tutti……..erano meravigliati delle sue parole………..Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!

La reazione dei conterranei di Gesù è duplice: di ammirazione, ma anche di risentimento. Cerchiamo di immedesimarci nella situazione: Nazareth era un paese piccolissimo, con pochissimi abitanti, mai citato nell’Antico Testamento.

Ora, quanto più un centro abitato è piccolo, tanto più forte è la tentazione della chiusura e del provincialismo. Le notizie circa lo straordinario successo procurato a Gesù da predicazione e miracoli, e la sua grande reputazione di maestro e taumaturgo portavano i Nazaretani all’euforia, visto che proprio un loro compaesano era diventato una figura di spicco in Israele, rendendo famoso anche il borgo di provenienza!

D’altro canto questi sentimenti di soddisfazione erano turbati dal risentimento, e questo è un tipico esempio di contraddizione dell’amor proprio: perché tanti prodigi manifestati a Cafarnao, e non a Nazaret? I compaesani di Gesù non si capacitavano del fatto che il Messia non avesse privilegiato la propria cittadina d’origine, com’era secondo loro doveroso, rendendola più gloriosa delle altre. Ora, proprio questo amor proprio offeso porta i Nazaretani a svalutare e sminuire il nuovo profeta, che pure ha mostrato straordinarie credenziali. “Non è costui il figlio di Giuseppe?” (v.22). Cioè: come può un oscuro carpentiere di umili origini pretendere di interpretare la Scrittura, lui che non ha titoli di studio né patente di rabbino?

E comunque la gente voleva un segno immediato che le sue parole “Oggi si è compiuta questa Scrittura” erano vere. Volevano subito una conferma attraverso un miracolo. Non c’è in loro la fede, ma la pretesa di decidere quando e come mettere alla prova le parole di Gesù, il quale però si rifiuta di compiere uno “show taumaturgico”, ad uso e consumo della curiosità dei Nazaretani e del loro orgoglio locale.

Che cosa avrà provato il Signore davanti a questo mormorio fatto di incredulità e diffidenza?

Sicuramente molta tristezza, amarezza e delusione, tanto che, come sappiamo dal passo parallelo di Mc.6,1-6, questa incomprensione totale dei suoi non Gli permise di operare lì alcun miracolo.

Egli peraltro capisce bene ciò che i suoi concittadini pensano e vede chiaramente il loro atteggiamento possessivo, che non corrisponde per nulla al piano di Dio.

Così aggiunge: “Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in

Israele al tempo di Elia . …... . C’erano molti lebbrosi al tempo del profeta Eliseo . …….” (vv.24-27)

Il figlio di Giuseppe spiega che un profeta non è mandato da Dio per fare miracoli a beneficio dei suoi parenti e concittadini, ma per una missione più grande. E porta l’esempio di due profeti taumaturghi, considerati i più grandi in Israele e “padri” del profetismo biblico: Elia ed Eliseo.

Ebbene: Dio non ha mandato Elia a una vedova israelitica, ma a una pagana della Fenicia, per preservarla con un miracolo dalla morte per fame. Ed Eliseo non ha guarito un lebbroso israelitico, ma Naaman il siro. Con questi esempi Gesù vuol far capire ai suoi concittadini che l’amore di Dio è universale e, se ha preferenze, le riserva agli ultimi e ai lontani e anche Gesù privilegia i poveri e gli emarginati. Occorre pertanto rinunciare ad un atteggiamento possessivo e aprire il proprio cuore alla dimensione universale del piano di Dio. Anziché lamentarsi, i suoi compaesani dovrebbero sentirsi onorati di avere tra loro un concittadino che mette tutta la sua generosità a profitto di altri paesi.

Ma purtroppo i cittadini di Nazaret non accettano questo insegnamento e si indignano per le parole del Messia, che minano alla base i privilegi di Israele, il quale si ritiene destinatario esclusivo delle promesse messianiche e unico erede della salvezza escatologica, considerando i pagani come una “massa dannata”. Anzi, vedendo smascherate le loro intenzioni segrete, i Nazaretani sono pieni di sdegno verso Gesù (cfr. v.28). La tendenza possessiva, quando viene contrariata, si trasforma in atteggiamento di odio e in aggressività, come possiamo notare purtroppo in tanti casi della vita.

I Nazaretani arrivano addirittura a voler disfarsi di Gesù e fanno di tutto per gettarlo dal precipizio del monte su cui era costruita la città. Tale rigetto del Maestro è il preludio del rifiuto radicale da parte degli ebrei, che avrà come epilogo la cattura, il processo, la condanna e la crocefissione del Cristo. Egli – il più grande di tutti i profeti - non ha voluto sottrarsi al destino che caratterizza la vita di ogni profeta: quello di essere inascoltato, emarginato, squalificato.

Ma quel sabato a Nazaret l’ora di Gesù non era ancora giunta; perciò “egli passando in mezzo a loro si mise in cammino” (v.30): Gesù non fugge, ma si allontana con sovrana libertà. E’ come un simbolo, quasi un anticipo della futura resurrezione, mediante la quale egli sfuggì in modo completo ai suoi nemici. L’opposizione degli abitanti di Nazaret non è riuscita ad arrestare la storia di Gesù, come non riusciranno – più tardi – i suoi crocifissori. I profeti uccisi sono più vivi che mai, e il Messia crocifisso è risorto.

Così commenta Paolo VI: "Gesù incontra resistenza e ostilità. Ora un simile atteggiamento può essere riferito anche a noi oggi. Siamo per Cristo, oppure no? Rimaniamo cristiani o avviene il contrario? La Chiesa chiede a tutti noi: siete pronti a confermare la vostra adesione e fedeltà? Ma noi vorremmo rivolgere singolarmente a ciascuno di voi, per parlare con voce sommessa e dire: 'Tu accetti il Signore? Gli vuoi veramente bene? Pensi alle sue parole e le accetti? …………..Incalzano sopra di te e trovano posto nella tua vita?....Ricordiamoci che la prima forma di negazione è il sistematico rifiuto di credere. C'è anche chi dice, come fecero nel Vangelo i compaesani di Nazareth: 'Signore, facci vedere un miracolo e allora crederò. Voglio vedere un segno come intendo io.' E se tutto questo non avviene, si è pronti a cacciarlo dalla vita... Ma l'intero Vangelo, che è pieno di meraviglie, prove, luci, conferme, non aderisce al desiderio di quanti `tentano Dio'. Egli si dona con discrezione e totalità se ci si affida con fiducia" (21 marzo 1965).

10 febbraio 2019 V° Domenica C – Rito romano

Vangelo: Luca 5,1-11 (Moderatore Vangelo Domenica)

PECCATORI MA PESCATORI


In questa Domenica Luca ci invita a stare lì con Gesù sulla riva del lago di Genesaret tra quella folla desiderosa di ascoltare la Parola di Dio.
Ecco vediamo … Gesù è in piedi, un po’ schiacciato e non tutti possono ascoltare la Parola di Dio . Però sembra che Gesù si rivolga ad altro, abbia anche altri interessi: si allontana e sale sulla barca di Simone che era lì vuota mentre lui e i suoi compagni sono intenti a fare tutt’altro. Guardate come sono meravigliati: Gesù si immette nella vita di Simone, sale sulla sua barca e gli chiede di allontanarsi un po’ dalla riva “dei suoi interessi, dei suoi affari”. Adesso a Simone non resta altro che aspettare che Gesù finisca di parlare alla folla per poter tornare a riva, terminare di riassettare le reti vuote e tornare a casa senza pesci.
Ma ecco,  adesso che ha finito il discorso la barca non torna indietro, anzi  si allontana ancora di più : prende il largo! Gesù è salito sulla barca della vita di Simone e ora prende il largo, sta con lui : non è Simone che chiede, è Gesù che si propone, che si fa avanti e Simone, da buon pescatore, cerca di spiegare l’inutilità del gesto, cerca di schermirsi con tutte le scuse umane …  ma alla fine si fida e anche lui ascolta la parola di Gesù, si lascia coinvolgere in questo nuovo gettare le reti senza capire bene che cosa sta facendo.
Ma… ecco l’inaspettato, l’evento miracoloso che cambia il cuore a Simone che si converte al Maestro e si getta alle  Sue ginocchia !
Gesù ha fatto vedere a Simone e ai suoi compagni  un gesto eccezionale perché quel gesto sia per i pescatori un segno chiaro, comprensibile e vicino alla loro  vita di tutti i giorni.
Quante altre volte aveva pescato: ma ora  sembrava  la prima volta! Adesso con lui c’era Gesù, era sulla sua barca e tutto cambiava: vedeva in se stesso e si ritrovava peccatore ma pescatore ! Non un pescatore qualsiasi ma un pescatore di uomini: per essere pescatori di uomini bisogna riconoscersi peccatori.
Il pescatore è colui che Gesù chiama  a essere suo discepolo, ma che non perde la sua umanità e la fragilità, anzi acquisisce certezza della sua debolezza  e del suo peccato. Infatti …  solo come peccatori possiamo gettarci in ginocchio da Gesù e chiedere il Suo perdono.
Solo da peccatori possiamo accogliere Gesù sulla barca della nostra vita, ascoltare il Suo invito a prendere il largo, a seguirlo nel mare della vita e a gettare le reti per essere pescatori di uomini.
E solo da peccatori ma pescatori, possiamo tornare verso la riva della vita, verso la vita  di tutti i giorni e  “abbandonare tutto” il nostro io, tutti i nostri pesci, per seguire Gesù.

CB


IL CORAGGIO DI RITENTARE


Non so se ti è mai capitato di andare a pescare, chissà forse non con la barca ma con la canna, magari di quelle comprate d'occasione, un mulinello e un amo da principiante. Chissà quante volte hai tentato e ritentato di gettare l'amo e non hai visto abboccare nemmeno un piccolo pesciolino.

O forse chissà quante volte davanti a uno sbaglio hai detto: "Questa è l'ultima volta", e dopo questa già non conti più le infinite volte in cui hai sbagliato ancora. O forse, hai tentato mille volte di uscire dalla droga, da un vizio, e ancora, come sempre, ti sembra inutile fare sforzi per uscirne, perché tanto pensi di non riuscirci più e come Pietro dici: "Ho faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla... Ho tentato tante
volte, ma è stato tutto inutile."
A volte avremmo bisogno di vedere almeno un piccolo risultato, almeno un pesciolino, dentro questo carniere che è la nostra vita e che spesso rimane vuoto. Anche a te, a me, a ciascuno come a Pietro, Gesù dice: "Prendi il largo e cala le reti per la pesca". E' un invito strano: anzitutto è giorno e qualunque bravo pescatore sa che durante il giorno i pesci non abboccano, non è l'ora ideale per pescare. Se non si riesce al momento
giusto, che senso ha provarci proprio quando tutto sembra sfavorevole, quando manderesti tutto all'aria, quando anche gli amici ti abbandonano, quando senti che proprio non ce la fai a dare quel passo, quando proprio comprendi che non è più possibile ritentare!

E poi quel "Prendi il largo..." Anche Giovanni Paolo II, all'inizio di questo milennio, ha invitato la Chiesa a prendere il largo. Cosa significa? Guarda oltre la tua situazione, guarda più in là di te stesso, della tua momentanea fatica, guarda verso la meta. Cambia la tua visione pessimista, limitata, pragmatica. La traduzione in castigliano dice: "Remar mar adentro". E' un prendere il largo che è anche un andare più addentro alle cose, in profondità, lasciare la superficie per immergersi negli abissi dell'esistenza. Gesù è sceso fino agli "inferi", e lì ha ripescato l'umanità.
"Prendi il largo e cala le reti per la pesca". Signore, se mi dai il coraggio di ritentare, dammi però almeno un pesce; Signore, almeno uno e la mia pesca sarà miracolosa; fallo adesso, Signore, perché tra un minuto potrebbe essere troppo tardi.

"Prendi il largo e getta le reti per la pesca..." Signore, solo ora mi accorgo che non c'è una promessa nelle tue parole, non ci prometti una pesca abbondante, non ci dici che avremmo successo, non ci dici che ce la faremo, non ci dici, Signore, che questa volta ci riuscirò, solo ci dici di prendere il largo, di gettare la rete, ci dici di gettare l'amo, sempre, continuamente...

Forse non abboccherà nemmeno un piccolo pesce, e forse non ce n'è bisogno che abbocchi, non importa, non è questo l'importante. Comprendo che il miracolo della pesca miracolosa sta nella forza di continuare a gettare la rete, di ritentare ancora una volta, di non arrenderci. Grazie, Signore, perché non sei un venditore di false promesse, non ci dici che tutto è facile, che tutto andrà bene, che finalmente abbiamo finito di faticare nella notte buia della nostra vita. No, ci chiedi di faticare ancora una volta, sempre ancora una volta e proprio in questo ritentare incontriamo la fecondità della tua Parola. Ci fidiamo di te, Signore, ci fidiamo della tua Parola.
"Prendi il largo e gettate le reti per la pesca..." Signore, comprendo che l'iniziare a fidarmi, che il ritentare è una scelta personale, nessuno può farlo al posto mio, che una volta iniziato non sono più solo a gettare le reti per la pesca; mi ritrovo tra altri fratelli con i quali condivido la stessa
fiducia nella tua Parola. E qui forse, Signore, comprendo il segreto del miracolo: non sono solo, ma assieme ad altri in questa avventura.
Il coraggio di iniziare.

A partire dalla constatazione del dramma dei Senza Casa, nella nostra missione, nel 1995, è timidamente sorta l'ASCA, a sostegno di tante famiglie che vivono il problema dell'abitazione. I suoi leaders e fondatori sono persone che hanno sofferto in prima persona il dramma di non sapere dove posare il capo ed hanno sperimentato, nel momento della necessità, l'aiuto di altri poveri.

Antonia, una giovane donna con alle spalle una triste storia di abbandono e povertà, è, oggi, la responsabile di questo movimento che ha avuto uno sviluppo insperato. Insieme ad altri, ha redatto lo Statuto, improntandolo sui principi della fraternità e della fede cristiana. Le abbiamo chiesto dove trova la forza e il coraggio per portare avanti quest'opera che coinvolge, attualmente, circa 1000 famiglie.
"Siamo partiti da zero, senza casa e senza mezzi e anche con poche speranze di buona riuscita. Avevamo solo tanta buona volontà, la disponibilità a spenderci per questa giusta causa e l'appoggio di tanti amici che, strada facendo, hanno fatto proprio il nostro ideale. Tra questi, la Comunità Missionaria che ha sempre sostenuto e accompagnato da vicino la nostra iniziativa.

Quando, le prime volte, dovevamo presentarci alle autorità e agli organi competenti per le nostre rivendicazioni, sudavo freddo e le gambe sembravano non reggermi, ma non ho mai pensato di tornare indietro. Troppe persone contavano su di me, non potevo deluderle. Pian piano la paura ha ceduto il posto alla fiducia, quando abbiamo cominciato ad ottenere i primi risultati: la concessione di un appezzamento di terreno, i fondi per l'acquisto del materiale edile... Oggi, dopo tante battaglie e tante conquiste, posso dire con orgoglio che l'ASCA è il segno visibile della forza dei poveri uniti per difendere i propri diritti. 'Insieme, questa è la nostra forza!'".

Un'esperienza non comincia se non fidandosi del racconto, della parola, di un altro che l'ha fatta prima di te. Io ho provato: prova anche tu. Fidati!

Comunità Missionaria di Villaregia

 

 

17 febbraio 2019 VI° domenica C – Rito romano

“Beati voi che avete fame, perché sarete saziati”

(Luca 6,17.20-26) di Ileana Mortari

Il testo delle beatitudini è certamente tra i più conosciuti del Nuovo Testamento, ma purtroppo anche tra i più fraintesi. Ne sono state fatte numerosissime letture, sia nelle diverse confessioni cristiane, che da parte di filosofi e sociologi.

Uno dei fraintendimenti più grossolani è quello di chi vede in queste parole di Gesù una sorta di santificazione della sofferenza e della miseria per se stesse, quasi che sia raccomandabile, per garantirsi il premio nell’aldilà, soffrire il più possibile finchè si è “di qua”! In effetti questo sembra dire il testo, se preso alla lettera. Ma le beatitudini non sono a se stanti, non costituiscono un discorso compiuto, non dicono nulla se non vengono raccordate a tutto il contesto evangelico e scritturistico nel suo insieme.

Anzitutto si avverte in esse l’eco di Isaia 61: “Lo Spirito del Signore è sopra di me;…mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio…..”; Gesù l’aveva letto nella sinagoga di Nazareth (cfr. Luca 4, 16-21), affermando che in quel giorno si era compiuta quella Scrittura.

E ora, dicendo: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”, Egli proclama appunto il compimento del regno messianico, quello che i profeti avevano più volte preannunciato: verrà un tempo in cui finalmente gli oppressi, gli emarginati e quanti mancano di ogni forma di sicurezza vedranno la fine delle loro afflizioni, perché Dio è dalla loro parte.

Il regno di Dio è iniziato, si è fatto presente nella persona di Gesù di Nazareth, il Messia. Egli ha effettivamente compiuto quanto aveva predetto Isaia: ha ridato la vita al figlio della vedova di Nain, la vista al cieco di Gerico, la guarigione ai dieci lebbrosi.

Ma non ha cancellato ogni sofferenza e miseria dalla faccia della terra. Anzi ha proclamato beati, cioè felici, proprio i poveri e quelli che hanno fame e che piangono. Come è possibile? Che tipo di beatitudine è quella che annuncia? Non sono in contrasto le sue affermazioni con quanto ci si aspettava?

Effettivamente le beatitudini sono dei paradossi, delle affermazioni che contrastano violentemente con il modo comune di pensare, ma non alla maniera che si ricordava all’inizio, quasi venisse richiesta al cristiano una forma di masochismo.

Esse invitano il discepolo a intraprendere un’esistenza assolutamente nuova, perchè completamente affidata a Dio, calcolata sulle possibilità di Dio e non sulle proprie. Lo leggiamo anche nella prima lettura e nel salmo responsoriale: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia.”(Geremia 17,7); “Beato l’uomo che si compiace della legge del Signore”.(Salmo 1,2)

Gesù stesso ce ne ha dato l’esempio nella sua esistenza terrena. Prima ancora che esortazione morale o ideale etico, le beatitudini sono infatti la descrizione di quello che è stato Gesù: povero, mite, perseguitato, sofferente e soprattutto completamente affidato al Padre. In questo sta –

paradossalmente sul piano umano - la gioia, quella vera: nella comunione con Dio; e non solo nel futuro, ma nel presente: “…vostro è il regno di Dio”.

Come le beatitudini, anche i “guai” (propri di Luca) vanno letti nel contesto evangelico.

Non sono propriamente minacce terribili o gesti vendicativi da parte di Dio, bensì prese di coscienza, constatazioni, che trovano ampia esemplificazione nel vangelo. Solo avendo presenti gli episodi del ricco epulone contrapposto al povero Lazzaro (Luca, cap.16) o la vicenda dell’uomo che costruisce enormi granai e poi deve lasciare tutto perché sopraggiunge la morte (Luca, cap. 12), si coglie la profonda verità delle parole di Gesù: “Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete”. E si avverte l’eco di altre inquietanti parole del Messia: “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli” (Luca 12,33)

L’esempio e le parole di Gesù si collocano in un preciso contesto storico, ma mantengono intatta la loro attualità in ogni epoca. E Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno noi oggi, quando, a distanza di duemila anni, il divario tra poveri e ricchi e le forme di egoismo, prepotenza e sfruttamento hanno raggiunto proporzioni allora neppure immaginabili!

Non si può restare neutrali di fronte al “discorso della pianura” (o “della montagna” nel parallelo di Matteo), che ben a ragione è stato detto la Magna Charta del cristianesimo. Sta a noi scegliere se trovarci dalla parte dei “beati” o dei destinatari dei “guai”. Dio rispetta la nostra libertà. Ma un giorno non potremo obiettare che “non sapevamo”!

24 febbraio 2019 VII° domenica T.Ord. C

Luca 6,27-38: giovedì 23° settimana per annum

“Amate i vostri nemici, fate del bene e perdonate”

(Luca 6, 27-38)

di Ileana Mortari

La pericope odierna è la parte centrale del cosiddetto “discorso della pianura” di Luca, che ha il suo parallelo nell’assai più lungo “discorso della montagna” di Matteo. Entrambi gli evangelisti intendono presentare Gesù quale nuovo Mosè che dà ai suoi discepoli una sorta di nuovo Decalogo, o Magna Charta.

Sarebbe erroneo però limitarsi a contrapporre la nuova alla vecchia legge, perché Gesù non è venuto ad abolire la legge antica, ma a metterne in luce le esigenze più profonde, il “cuore”, che è l’ ”amore senza misura”. E soprattutto l’ha liberata dall’angustia della casistica e dell’interpretazione sottile, che mirava a regolamentare minuziosamente ogni azione, così che il fedele poteva sapere sempre con precisione se era osservante o se aveva violato qualche precetto.

L’ottica nuova è quella esplicitata nella parte che apre il discorso, le Beatitudini (Vangelo della 6° domenica anno C), che invitano il discepolo a “osare” comportamenti nuovi, in contrasto con la mentalità corrente, esemplati sul modello di vita di Gesù stesso. Solo a persone che abbiano già accettato questa sfida e si siano messe alla sua sequela, Gesù può rivolgere parole tanto esigenti, richieste così radicali da apparire umanamente impossibili: amare i nemici, beneficare chi ci odia, essere generosi fino all’inverosimile e perdonare sempre e a tutti.

Va osservato che tutto questo Gesù non lo dice in forma di consiglio, o di pia esortazione, ma di comando inequivocabile: amate, benedite, prestate, fate del bene e non condannate. Non ci sono vie di mezzo: il discepolo è colui che obbedisce a tali comandi!

La tentazione di dire: “Non è possibile, non ci provo neanche” è indubbiamente forte. Ma lo stesso brano che ci presenta imperativi “impossibili” ci offre pure una strada, una possibilità di risposta. Il termine di confronto, che costituisce il vertice di tutto il “discorso della pianura”, è: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”(v.36).

Qual è la misericordia del Padre? E’ certamente quell’atteggiamento più volte ricordato dai profeti per cui Dio, con un’ostinazione che sorprende ogni volta, non si arrende mai, neppure di fronte ai rifiuti, ai tradimenti, alle colpe peggiori del suo popolo ed è sempre disposto a rinnovare la sua alleanza.

Gesù poi ci ha illustrato questo amore misericordioso con esempi particolarmente eloquenti. Nelle parabole della pecora smarrita e del figliuol prodigo (Luca 15) ci indica la tenerezza sconfinata dell’amore di Dio; in quella del servo spietato (Matteo 18) ci ricorda che ciascuno di noi è già stato fatto oggetto di un amore senza limiti; infine la parabola dei vignaioli omicidi (Luca 20 e paralleli) che chiaramente anticipa la vicenda della passione e morte di Gesù, dimostra a quali estremi è potuto giungere l’amore ostinato di un Padre che non esita ad esporre perfino il proprio Figlio per riallacciare un dialogo pervicacemente interrotto.

E’ vero che porgere l’altra guancia, non richiedere la restituzione del proprio, perdonare indiscriminatamente è terribilmente difficile; e poi sembra pure andar contro una doverosa e necessaria “giustizia”, nonchè offrire all’avversario la possibilità di approfittare di una mitezza e generosità, scambiate per debolezza!

Ma è anche vero che c’è un solo modo efficace per fermare la violenza: svuotarla dall’interno.

Come? Il Vangelo ci indica una strada assolutamente nuova: sostituire al principio del “dare e avere” comunemente praticato, quello di una solidarietà disinteressata, di un amore fedele, gratuito e creativo, sempre disposto a concedere credito e fiducia e a sperare che l’altro (il “nemico”!) prima o poi si renda conto del suo errore e giunga a convertirsi.

Gesù ci chiede questo perché è solo un comportamento di tal genere che può rendere visibile l’amore di Dio invisibile; e soprattutto ci dona una reale possibilità di amare in questo modo, perché, se siamo in comunione con Lui, partecipiamo della realtà profonda dell’amore stesso di Dio, Padre misericordioso. Questa è dunque la vera, impensabile e sorprendente “novità” del “discorso della pianura”.

 

 

Last Updated on Saturday, 23 February 2019 09:43