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Written by Ileana Mortari   
Saturday, 23 February 2019 09:15

 

3 febbraio 2019 IV° domenica dopo l’Epifania C – Rito ambrosiano

Commento sul Vangelo: Marco 6, 45-56

don Michele Cerutti

Dio è ricco di misericordia e lo sperimenta il popolo di Israele che tocca con mano la sua grandezza. Gli israeliti entrano nella Terra Promessa attraverso il Giordano e rivivono come nell'Esodo l'apertura delle acque e camminano su terreno asciutto. Come detto Dio non è nuovo con queste manifestazioni.
Questa domenica il Vangelo ci presenta Gesù che rivela la sua Signoria nella creazione e ciò avviene attraverso il calmare le acque tempestose e permettere alla barca degli apostoli di giungere alla riva.
Siamo nel capitolo 6 di Marco che si apre con l'incredulità dei nazaretani che non si aprono alla novità del Regno limitandosi a considerazioni sulla famiglia di Gesù. Il Signore non si scoraggia e invia i discepoli invitandoli ad annunciare il Regno ed eventualmente a pulirsi i calzari dei sandali laddove trovano delle chiusure.

L'autore Marco presenta l'episodio della decollazione del Battista ad opera di Erode e successivamente l'evangelista ci racconta che Gesù cerca riposo, ma nello stesso tempo le folle lo seguono e lo stesso Signore comprende la necessità che queste hanno di avere un pastore e hanno bisogno di sfamarsi per questo opera la moltiplicazione dei pani e dei pesci.
In questo contesto di chiusure dei nazaretani, di terrore ad opera di Erode, di folle affamate che lo inseguono Gesù invia i suoi discepoli e vuole nello stesso tempo, siamo nei versetti che abbiamo proclamato, garantire che egli rimane con loro e non li abbandona. Gesù invia i discepoli all'altra riva mentre Lui stesso congeda le folle sfamate. Mentre la barca dei discepoli si trova in mezzo a una tempesta è Gesù stesso a farsi vicino ai suoi che, tuttavia, non lo riconoscono. Gesù li rincuora, con l'espressione che nella Bibbia compare 365 volte: Non abbiate paura. Il Maestro sale sulla barca e la tempesta si arresta.

Stiamo vivendo momenti difficili come Chiesa e come i discepoli non ci accorgiamo della presenza del Signore.

Non dobbiamo aver paura perché il Signore è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo è la garanzia che Lui ci ha dato. Possono esserci tempeste e tornado più forti, ma il timone della Chiesa lo ha in mano Lui e attraverso il Papa, successore di Pietro, la barca non subisce fluttuazioni. Dobbiamo confidare in Gesù e unirci attraverso Lui al Santo Padre e abbiamo la certezza di non sbandare. Guardando la nostra vita non dobbiamo avere paura anche quando sembriamo perderci nell'amarezza il Signore è vicino e a noi il compito è di farlo salpare sulla barca della nostra esistenza.

Penso a Jacques Fesch, condannato a morte nella Parigi degli anni 50 conosce un cappellano che non viene subito accolto dal recluso ma vi è piano piano un rapporto che cresce e gli permette di abbracciare la fede e affrontare con coraggio la morte.
Afferma Fesch: “Era una sera, nella mia cella... Nonostante tutte le catastrofi che da alcuni mesi si erano abbattute sulla mia testa, io restavo ateo convinto... Ora, quella sera, ero a letto con gli occhi aperti e soffrivo realmente per la prima volta nella mia vita con una intensità rara, per ciò che mi era stato rivelato riguardo a certe cose di famiglia (si stava sfasciando tutto!) ed è allora che un grido mi scaturì dal petto, un appello al soccorso: ‘Mon Dieu! Mon Dieu!'. E istantaneamente, come un vento violento, che passa senza che si sappia donde viene, lo Spirito del Signore mi prese alla gola”. E, in una lettera all'amico sacerdote Padre Thomas, precisa: “Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. La grazia mi ha visitato e una grande gioia s'è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti. Era una gioia sensibile fortissima...”. Jacques ha ritrovato ordine nella propria vita.

Basta poco per fare entrare Gesù nella nostra esistenza e permettergli di cambiarcela.
Pensate Gesù è sempre con noi tutti i giorni e lo sperimenta Jacques nel momento dell'esecuzione improvvisamente si rivolge al cappellano e lo supplica: “Il Crocifisso, padre mio, il Crocifisso!” e lo bacia lungamente, bagnandolo con le sue lacrime. Tutti sono commossi: il Condannato del Golgota è l'unico che possa consolare il condannato Jacques Fesch! Appoggia la testa sul patibolo... si sentono le sue ultime parole: “Signore, non abbandonarmi..!”. La ghigliottina affonda veloce la sua lama: cade la testa, ma non è più un assassino che muore, è un martire che muore pieno di amore. Il 27 agosto 1957 aveva scritto nel suo diario: “Verranno gli angeli a felicitarsi con me per essere diventato un eletto. Sarà proprio la prima cosa in cui riuscirò nella vita!” Jacques Fesch, non è la prima cosa in cui sei riuscito nella vita: la tua morte ci ha insegnato a vivere! Grazie! Grazie! Jacques Fesch la tua giovinezza “bruciata” ci ricorda che è tanto facile rovinarci e quindi la lezione drammatica e meravigliosa della tua vita sia monito per tutti noi perché anche nelle situazioni più disperate non perdiamo di vita il Signore. Jacques Fesch prega per noi! Amen!

10 febbraio 2019 V° Domenica dopo l’Epifania C – Rito ambrosiano

Vangelo: Matteo 8, 5-13 (Gesuiti di Villapizzone – Omelia di p. Filippo Clericie e p. Silvano Fausti Trascrizione non rivista dagli autori)

Due cose fanno meraviglia a Dio nei vangeli. Uno è la fede: “Si meravigliò della fede”, e in Marco 6,6 la ”non fede”. L’unica meraviglia di Dio è se noi crediamo o non crediamo perché è qualcosa di inedito anche per lui, perché è il gioco della nostra libertà che Dio prende realmente sul serio e che ci rende simili a lui.

E la libertà proprio si esercita nella fede, non fede. È il gioco della libertà ultima.Il miracolo è un segno materiale, possibilmente significativo,non a caso,che in genere non è neanche importante,qualche volta sì;comunque sensibile e anche se importante è transitorio come ogni segno, cioè il valore non sta nel segno.

Se tu vedi scritto fuori da un locale Trattoria,non è che dici:Ho mangiato,ho visto che c'è scritto trattoria. È il segno che c'è la trattoria, entri a mangiare. Per cui chi si ferma al miracolo in sé, non ha capito nulla del miracolo, perché il miracolo è un segno. È come ci si ferma sull’indicatore stradale. Arriva a Tarvisio vede Budapest, si mette sul cartellone e dice: Sono a Budapest. No, è da un'altra parte. Noi in genere ci fermiamo sui segni, tra l’altro è scomodo starci su. Quel che conta del segno è ilsignificato,e il significato èspirituale ed è quello che conta. Il significato è la vita nuova che Dio ci dà.E si possono dare varie letture dei miracoli. La prima lettura superficiale,ma pure importante, è che il miracolo è un prodigio,qualcosa di insolito,qualcosa di non naturale, cioè è l’irrompere di Dio nella natura,per cui si rimane sorpresi.

Questo è un primo senso del miracolo,più elementare e in genere ci fermiamo lì.C'è un altro livello di comprensione. Il miracolo è segno del mondo nuovo.Gesù guarisce il nostro corpo dalla morte e guarisce il nostro spirito dalla paura della morte. Quindi possiamo diventare uomini nuovi che hanno i piedi che vanno, orecchi che ascoltano la sua Parola,occhi che lo vedono,bocca che lo proclamano,mani che lo toccano.

Quindi veniamo guariti per entrare in comunione con lui.

Un terzo livello più profondo. I miracoli non interessano più come miracoli,interessa l'origine, cioè sono segno della grazia di Dio, cioè del suo amore. Questo è un livello molto più profondo. Dio ci vuole portare a questo. Ogni miracolo è segno dell'amore di Dio per me.Livello ancora più profondo. Dio per me l'amore ce l'ha sempre. Il miracolo avviene quando c'è la fede, cioè la fede e ciò che mi permette di accogliere questo amore. Quindi la sorgente di tutti i miracoli è la mia fede,la mia fiducia filiale che mi mette in comunione col Padre e mi fa figlio. È quanto vedremo in questo pagano.Tra l'altro questo miracolo è interessante,perché è un miracolo compiuto dalla Parola,a distanza,per un pagano.

Noi non siamo Ebrei,la maggioranza,quindi siamo pagani, quindi è per noi. Compiuto a distanza e noi non siamo vicini non lo conosciamo,lo accostiamo mediante la Parola,quindi rappresenta quel miracolo della fede che avviene per noi che leggiamo il Vangelo.

Può essere utile rilevare che questo secondo miracolo, avviene principalmente per la Parola per la fede. Il primo era attraverso il contatto fisico di Gesù.5Entratoin Cafarnao, gli venne incontro uncenturione pregandolo.Siamo in Cafarnao, dove Gesù svolgeva la sua attività all’inizio e c’è questo centurione che è un ufficiale subalterno pagano.

Questo pagano di cui Gesù elogia la fede corrisponde ad Abramo padre nostro nella fede, che pure èpagano. Uno fa parte del popolo non perché ha il sangue di quel popolo, ma perché crede.Abramo fu padre dei credenti non perché era figlio di credenti, ma perché pagano che credettealla Parola di Dio. Cioè Abramorappresenta l’anti Adamo. Adamo è il figlio che non crede alla Parola e s'allontana;Abramo è il lontano,pagano, che crede alla Parola e diventa figlio. Èquesta la giustizia:credere alla Parola del Padre. Ed è il prototipo di tutti noi.Vediamo come esprime la sua fede.

Anche nel primo miracolo e anche qui c'è un'iniziativa da parte di chi ha bisogno, illebbroso si fa incontroa Gesù e qui il centurione è venneincontro a Gesù.6Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente.Il principio della fede.Innanzitutto, riconoscere in Gesù il Signore. Non è un semplice titolo di cortesia Signore, è proprio il Signore che ha potere sulla Parola. Si rivolge al Signore perché gli presenta un caso limite, dove lui èimpotente.Il primo livello della fedeè la coscienza del nostro limite,della nostra impotenza. Cessa il delirio di onnipotenza e ogni illusione,invece,di abbatterti nella delusione ti rivolgi al Signore nel tuo limite,nel tuo bisogno. Quindi c'è gente che dice: Mi sembra indecente rivolgersi al Signore quando ho bisogno!Sei bisogno di Dio e di vita; l’uomo è bisogno di Dio. Ed è proprio chi riconosce il proprio bisogno,il proprio limite,se ha coscienza del limite,che scopre Dio nel suo limite, oppure scopre la fine di tutto, cioè è disperato. Per cui la fede è nel mio limite,invece di far finta che non ci sia, spaziando in deliridi onnipotenza, o deprimermi perché c'è,il mio limite è il luogo della comunione,del contatto,come con le altre persone,così con Dio. Quindi la fede nasce sempre sul limite. Non bisogna avere pudore dei propri limiti e dei propri bisogni, è importante conoscerli. Chi non ne ha,fa finta, non si conosce,o ha

paura o è talmente depresso che neanche lo conosce come limite, dice: A me va bene così!Tra l’altro è interessante perché c'è sotto qualcosa:conosce il limite,ma non si rassegna al limite. La fede è la protesta contro il limite. Ed è questo il divino dell’uomo,se no direbbe:È il mio limite e basta. No, perché non lo vuoi? Perché non siamo fatti per questo limite; siano fatti per ciò che c’èoltre per la comunione. Questo è il fondamento della fede. Dio non sarà un Dio tappabuchi, ma certamente è un Dio che riempie l’uomo,che è un buco di Dio in fondo; è bisogno assoluto di Dio.Per cui,se avverti la necessità, avverti il senso del limite, fatti avanti davanti al Signore, chiedi aiuto.

 

17 febbraio 2019 VI° domenica dopo l’Epifania Rito ambros.

“Va’, la tua fede ti ha salvato!”

(Luca 17, 11 – 19)

di Ileana Mortari

Il brano di questa domenica ci presenta la guarigione di dieci lebbrosi operata da Gesù. Per renderci conto della portata dell’episodio dobbiamo anzitutto sapere qual era la condizione di tali infermi nell’ambiente ebraico.

Essere lebbroso non significava solo essere malato, ma trovarsi in una condizione di esclusione dalla società che in pratica equivaleva a non esistere, al punto che molti lebbrosi avrebbero preferito la morte a quella malattia! Costretti a stare fuori della comunità, essi conducevano una vita randagia, dormendo negli anfratti dei monti e nelle campagne; avvicinandosi alle abitazioni dovevano gridare “Immondo, immondo!”

Questo d’altronde era prescritto dalla Legge: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando “Immondo! Immondo!” Sarà immondo finchè avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”. (Levitico 13, 45-46).

Ma la ragione di maggior sofferenza era ancora un’altra: considerata a torto la malattia in assoluto più infettiva, la lebbra veniva interpretata come un durissimo castigo divino per chi aveva commesso delitti gravi e innominabili; il lebbroso era un maledetto da Dio!

Ora nel brano di Luca ritroviamo tutti questi elementi: i dieci lebbrosi stanno fuori del villaggio, non osano avvicinarsi a Gesù e da lontano gli gridano di aver pietà di loro. Gesù non compie subito il miracolo, ma dice loro di andare a mostrarsi ai sacerdoti; la guarigione, avvenuta poi lungo il percorso, doveva secondo la Legge essere certificata dalle autorità religiose, il che spiega il comando di Gesù.

Ed ecco che uno dei dieci, nel momento in cui si vede guarito, interrompe il cammino e torna indietro “lodando Dio a gran voce”(v.15) e “ringraziando Gesù” (v.16). Che cosa dovremmo pensare? Che ha disobbedito al Nazareno? Non pare proprio, visto che è Gesù stesso ad elogiarlo: “Non sono stati guariti tutti e dieci?…Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?” (vv.17-18)

Certamente nel samaritano ha avuto più presa la forza del cuore che quella della Legge; egli, vedendosi guarito, ha provato una tale gioia per essere tornato alla vita non solo fisica, ma civile, morale e religiosa, che non ha potuto fare a meno di obbedire all’impulso interiore ed è tornato indietro da Gesù, riconoscendo in Lui qualcuno di molto di più di un guaritore; infatti si getta ai suoi piedi compiendo quell’atto di adorazione che si deve solo a Dio.

Eppure, molto più di lui, samaritano e straniero, gli altri nove, chiaramente giudei, avrebbero dovuto riconoscere in Gesù il Messia. Secondo la mentalità giudaica, infatti, solo Dio poteva liberare dalla lebbra, per cui la guarigione da tale malattia indicava senza dubbio l’avvento dei tempi messianici. Invece i nove guariti si sono preoccupati solo di recarsi dai sacerdoti, per essere riammessi al consorzio civile.

Qual è il significato dell’episodio? Nell’ottica dell’evangelista Luca è questo uno dei numerosi casi in cui i Giudei, il “popolo eletto”, non riconosce i “segni” peraltro chiaramente indicati dalle Scritture, che devono portare a riconoscere in Gesù il Messia, il Salvatore; mentre ciò avviene da parte di gente “lontana”, che non aveva il soccorso dei testi sacri. Quante volte Gesù esclama di aver trovato più fede in uno straniero (o straniera) che in tutto Israele! E che nel caso del nostro samaritano si tratti di autentica fede, si vede chiaramente dalle parole stesse di Gesù: “Alzati e va’: la tua fede ti ha salvato!

Dunque, i nove giudei sono stati “guariti”, lui è stato “salvato”; la differenza è abissale. Nel primo caso di tratta di un recupero della salute a livello solo fisico, nel secondo di un rinnovamento totale, non solo della pelle purulenta, ma di tutta la persona, esteriore ed interiore.

E qui è possibile vedere molto bene il nesso tra liberazione e salvezza nella prospettiva ebraico-cristiana. Il Dio di Israele è anzitutto Colui che libera da ogni forma di schiavitù e di prigionia sul piano concreto, storico: si pensi all’esodo del popolo ebraico dall’Egitto e al ritorno da Babilonia; e analogamente nell’episodio di Luca Gesù dimostra la sua potenza divina anzitutto liberando i dieci malati da quella condanna fisica e civile che era la lebbra.

Ma il Dio del’Esodo è anche Colui che chiede al suo popolo (che ha liberato da Egiziani e Babilonesi) di riconoscerLo come suo unico Signore, di seguirLo osservando i suoi comandamenti, di avere fiducia in Lui, Signore della vita e Salvatore, che trionferà su ogni forma di male e di sofferenza individuale e collettiva. Il popolo ebreo però è stato nella sua storia per lo più sordo e ingrato nei confronti di Jahvè.

Analogamente, Gesù si rammarica che, di dieci guariti, solo uno l’abbia davvero riconosciuto e ringraziato, mostrando fede in lui e (possiamo presumere) cambiando vita dal profondo, cioè “convertendosi”. Uno su dieci, e per di più straniero. La cosa dovrebbe farci molto riflettere, sia per domandarci con quale delle due posizioni ciascuno di noi si identifica, sia per non stupirci più di tanto di quella frase un po’ strana che Gesù avrebbe pronunciato poco dopo: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Luca 18, 8).

24 febbraio 2019 Penultima domenica dopo l’Epifania,

detta “della divina clemenza”- Rito ambrosiano – Anno C

Marco 2, 13-17: sabato 1° settim. per annum-Rito romano

“Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”

(Marco 2, 13-17)

 

di Ileana Mortari

 

Il brano odierno ci presenta due episodi strettamente collegati: la chiamata di Matteo- Levi, il pubblicano, e il banchetto che il medesimo offre in onore di Gesù, con la partecipazione dei “colleghi” esattori del fisco e di altra gente malvista dai benpensanti.

In entrambi i casi viene sottolineato il comportamento assolutamente “anomalo” di Gesù, che chiama al suo seguito – esattamente come aveva fatto con semplici e onesti pescatori - un pubblico peccatore, senza nemmeno chiedergli prima un iter di “purificazione”, e poi siede a mensa con gente di malaffare. Non dimentichiamo il profondo significato che aveva presso gli antichi il banchetto, che non era solo un pasto in comune, ma rivestiva un carattere sacro-religioso, e così da un lato era oggetto di attenzioni rituali (cfr. Mc.7,3) e dall’altro denotava una situazione di profonda comunione, pace, confidenza e fratellanza fra i commensali. Di conseguenza un “giusto” che pranzasse con dei peccatori, ne era contagiato negativamente, si contaminava!

Si tratta dunque di due situazioni-limite, attraverso le quali però Dio dimostra la sua prima prerogativa: la misericordia; questa è infatti, nel nuovo rito ambrosiano, la domenica della divina clemenza. Ora, se si vuole comprendere a fondo la straordinaria novità dell’annuncio evangelico, occorre ripercorrere le modalità che caratterizzavano il mondo ebraico negli ambiti sopra ricordati.

Anzitutto c’era la netta contrapposizione tra “puro” e “impuro”.

La purità, concetto comune alle religioni antiche, è la disposizione richiesta per avvicinarsi alle cose sacre; nell’ebraismo essa assicura l’attitudine legale a partecipare al culto e alla stessa vita ordinaria della comunità santa.

Nella Bibbia è puro tutto ciò che avvicina a Dio e favorisce il culto; impuro è ciò che allontana da Dio e impedisce il culto a Lui dovuto: questa purità legale era simbolo della purità morale richiesta dal rapporto con Dio (cfr. Lev.11,44). Infatti, secondo la fede biblica, che ritiene buona tutta la creazione, la nozione di purità tende a diventare soprattutto interiore e morale.

Secondo la mentalità del tempo, rendevano impuri - e quindi impossibilitati a partecipare al culto - alcune malattie come la lebbra, e poi tutta la sfera legata alla nascita (parto, sperma, sangue mestruale), alla corruzione e alla morte (escrementi, il contatto di un morto).

Ancora, tutto ciò che era legato al paganesimo era impuro; le case e i beni conquistati dal popolo di Israele alle popolazioni pagane sono impuri e vanno perciò distrutti (cfr. Giosuè 6-7); le carni offerte agli idoli e poi vendute sui mercati sono impure (1° Macc.1,62-63; Atti 15,28-29), etc. Pertanto il semplice contatto con i pagani rendeva impuri.

Non solo, ma, secondo la mentalità giudaica del tempo di Gesù, anche alcuni mestieri rientravano nella sfera dell’impuro e contaminavano chi veniva a contatto con essi: erano le professioni di per sé peccaminose, in quanto inducevano all’immoralità (così la prostituzione) e all’ingiustizia; a questa seconda categoria appartenevano, tra gli altri, i giocatori di dadi, gli usurai e i pubblicani.

Com’è noto, i pubblicani erano esattori in subappalto, che dovevano riscuotere le imposte per il transito delle merci attraverso la dogana o per il loro ingresso in città, e tenevano per sé, quale compenso, una percentuale della somma lasciata alla loro discrezionalità, e normalmente ben superiore al dovuto. Per questo erano comunemente ritenuti ladri e truffatori, dunque impuri in senso morale; inoltre, poiché avevano a che fare con l’autorità romana occupante, e dunque con i pagani, contraevano per ciò stesso l’impurità anche legale.

Il disprezzo per peccatori di questo genere era così profondo che perfino i loro diritti civili venivano limitati. In un elenco di uomini che non possono far parte di un tribunale, né fornire testimonianza, il trattato Sanhedrin della Mishnà enumera «gli usurai, i pastori,………. i pubblicani…» (bSanh. 25b). Secondo un altro passo della Mishnà, il pubblicano rende impuro tutto ciò che vi è dentro una casa semplicemente entrandovi, così come un pagano (Baba Q. 10,2).

Non c’era dunque alcuna possibilità di redenzione per i pubblici peccatori? Sì, almeno formalmente.

In teoria, la prostituta poteva essere purificata attraverso un elaborato procedimento che comprendeva il pentimento, la purificazione e l’espiazione; ma ci sarebbe voluto molto denaro, e quello impuro da lei guadagnato non poteva servire allo scopo, perché disonesto! Quanto ai pubblicani, si pretendeva che l’esattore rinunziasse alla sua professione e restituisse alle persone ingiustamente tassate ogni cosa, con l’aggiunta di un quinto.

Ora, la strabiliante novità di Gesù è che Egli fa saltare questa mentalità che identificava il peccato con il peccatore, per il quale in pratica non c’era via di scampo; infatti, se nel precedente episodio della guarigione del paralitico (Mc.2,1-12) Gesù si presenta come colui che ha il potere di riconciliare il peccatore con Dio, qui rende presente la salvezza di Dio per coloro che ne sono del tutto esclusi: i pubblici peccatori.

Proprio qui sta la novità: Gesù non aspetta che il peccatore abbia compiuto il lungo (e talora impossibile) rito di purificazione, per accostarsi a lui e con lui intessere un dialogo. Soprattutto Egli fa capire che, prima del peccato, vede in ognuno la persona, il figlio/a di Dio, da amare e perdonare.

Ecco perché non esita a chiamare tra i suoi discepoli un pubblicano; ecco perché siede a mensa con pubblici peccatori, instaurando con loro un rapporto di schietta amicizia; ecco perché non respinge la peccatrice in casa di Simone il Fariseo ed entra nella dimora di Zaccheo, il capo dei pubblicani di Gerico.

Altra grande novità è il fatto che, di fronte alla bontà assoluta e all’amore di Gesù, il peccatore scopre di colpo tutta la sua negatività e spontaneamente decide di cambiare vita (eloquente l’esempio di Zaccheo – cfr. Luca 19,1-10).

Si capisce allora la particolare insistenza con cui, non solo in questo passo, ma più volte nel vangelo, Gesù dice espressamente: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (v.17).

E si capisce anche qual è la nuova discriminante: non più tra giusti e peccatori, ma tra credenti e non credenti alla “parola” che Gesù annunzia (cfr. Marco 2,2).

 

Last Updated on Saturday, 23 February 2019 09:16