Vang.fest.ambr.marzo 2019 Print
Written by Ileana Mortari   
Saturday, 23 February 2019 08:43

 

3 marzo 2019 Ultima domenica dopo l’Epifania, detta “del perdono”

Rito ambrosiano – Anno C

“Lo accolse pieno di gioia”

(Luca 19, 1 – 10)

di Ileana Mortari

Il vangelo di questa domenica è una pagina molto significativa del vangelo di Luca, di cui mostra in sintesi i temi principali. E’ imperniata su un episodio di conversione clamorosa, cioè di repentino cambiamento del protagonista, che da una condizione totalmente negativa passa a una vita veramente “nuova”.

Zaccheo ci viene presentato da Luca come “capo dei pubblicani” e ricco; il primo epiteto designa quelle persone che si erano messe al servizio dei Romani per riscuotere le tasse, si arricchivano indebitamente ed erano di per sé “impure”: ogni buon ebreo evitava qualsiasi contatto con loro per non contaminarsi. Grazie alla sua professione, poi, il nostro personaggio era anche molto ricco.

Luca è l’evangelista che più insiste sul tema della ricchezza, la cui prerogativa è quella di accecare chi la possiede diventando il suo idolo; non a caso Gesù, dopo il fallito incontro con un giovane ricco, esclama: “Quant’è difficile, per coloro che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! E’ più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio.” (Luca 18,24-25).

Ora questo Zaccheo, personaggio del tutto negativo per professione e avidità, “cercava di vedere quale fosse Gesù” (v.3); Luca non dice altro, ma dal seguito del racconto si capisce che questo desiderio del pubblicano non era solo curiosità verso l’ormai famoso rabbi itinerante di Nazareth, ma molto di più: si coglie una sottile inquietudine, probabilmente un’insoddisfazione, la speranza che l’incontro con il Maestro portasse qualcosa di nuovo nella sua vita. Egli è molto determinato in questa sua ricerca, tanto da sfidare il ridicolo e l’ironia arrampicandosi come un ragazzetto su un albero, visto che non c’era altro modo per vedere Gesù al suo passaggio.

E a questo punto Luca delinea magistralmente quell’incontro che risulta “emblematico”, “tipico”, “modello” di ogni incontro tra Gesù il Salvatore e l’uomo peccatore.

Anzitutto, in modo del tutto inaspettato, Gesù chiama Zaccheo per nome (dunque anche Lui “cercava” Zaccheo!) e gli dice semplicemente che vuole essere suo ospite. Se ricordiamo chi erano i pubblicani e come ogni ebreo “giusto” doveva assolutamente evitarli, non possiamo non stupirci di questa decisione che infatti la gente subito critica, “mormorando” (v.7).

Ma la cosa ancora più inaspettata è che il capo dei pubblicani, senza che Gesù gli faccia alcun rimprovero o lo esorti a cambiar vita, dapprima lo accoglie “pieno di gioia” (v.4) e immediatamente dopo gli dichiara con decisione ferma e risoluta (questo è il significato dell’”alzatosi” al v.8): “do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

Che cosa è successo? E’ qui esemplarmente raffigurata la dinamica tipica di ogni conversione cristiana. Anzitutto c’è un incontro autentico con Gesù, autentico perché sinceramente e fortemente desiderato da Zaccheo, che accoglie pienamente il Salvatore.

In secondo luogo c’è la magnanimità di Gesù, la cui missione è proprio rivelare l’infinita misericordia di Dio: incurante delle mormorazioni, Egli compie un gesto assolutamente scandaloso agli occhi dei “giusti” ebrei: entrare in casa (il che significava allora instaurare un rapporto amicale) di un “pubblico peccatore”, e dunque contrarre l’impurità!

Ma è proprio questo gesto che ha aperto gli occhi e il cuore del capo dei pubblicani; la sua conversione è stata spontanea e “istantanea”!, come si vede dalla decisione concreta subito presa: rimediare al male fatto e di conseguenza cambiare vita senza più commettere le violazioni di prima.

E’ da notare che la riparazione decisa da Zaccheo va molto al di là di quanto comandato dalla Legge. Il libro del Levitico prescriveva che in caso di frode occorreva restituire l’importo sottratto con l’aggiunta di un quinto (Lev.5,20-26), e Zaccheo vuole restituire quattro volte l’entità di quanto ha rubato! E anche la distribuzione ai poveri di metà delle proprie sostanze supera di gran lunga ciò che nella dottrina rabbinica era considerata la misura più alta delle offerte volontarie per i poveri: un quinto degli averi e non più di un quinto del reddito.

Dunque la novità di vita che l’incontro con Gesù ha provocato nell’esistenza di Zaccheo è veramente un esempio di quella “sovrabbondanza” dell’amore che va molto al di là della Legge, un tema questo che insieme agli altri tipici del terzo evangelista (gioia, misericordia, ricchezza e povertà, accoglienza, conversione) ci mostra riuniti i motivi principali del vangelo di Luca in questo episodio che chiude il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove la missione del Nazareno giungerà al suo compimento.

10 marzo 2019 I° domenica di Quaresima – ciclo unico – Rito ambrosiano

I° domenica di Quaresima A – Rito romano

“Gesù, il nuovo Israele, vince le tentazioni avverse al piano di Dio”

(Matteo 4,1-11)

di Ileana Mortari

All’inizio della Quaresima la liturgia propone alla nostra meditazione l’episodio in cui Gesù viene tentato nel deserto. Sorgono spontanei alcuni interrogativi. Come mai Gesù è stato tentato? In quanto Figlio di Dio non doveva compiere la sua missione senza esitazioni o dubbi? Qual è la storicità di tale episodio?

Cominciamo dalla terza domanda. Il brano non va letto come un resoconto cronachistico, ma neppure come finzione letteraria. Alla base c’è sicuramente una realtà storica: la permanenza di Gesù nel deserto e il fatto delle tentazioni.

Nella tradizione biblica il deserto rappresentava il luogo della preparazione a una missione divina. Così era stato per Mosè, che vi sperimentò la rivelazione di Jahvè (Esodo 3,1 e ss), così per Elia, che vi ascoltò la parola divina (1° Re 19,18) e così fu per Gesù, che rimase nella solitudine del deserto per quaranta giorni, prima di iniziare il suo ministero pubblico.

Quanto alle tentazioni, possiamo essere certi che Gesù abbia fatto questa esperienza, perché è Lui stesso che dice ai suoi discepoli: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove” (Luca 22,28).

Dunque Gesù è stato effettivamente “messo alla prova”, tentato.

Come? Non nel modo narrato da Matteo, che sintetizza tali esperienze dando loro la forma di un drammatico scontro diretto tra Gesù e Satana, su un fondale paesaggistico (il deserto, la città santa, i regni del mondo) di indubbia efficacia, ma nel corso di tutta la sua esistenza terrena, in varie circostanze.

Nel contesto della Scrittura la “prova” è la situazione di difficoltà in cui si trova il credente, quando i valori che lo guidano vengono sottoposti ad una pressione, sono messi in crisi ed egli deve appunto “dare prova” di sé, operare delle scelte che rivelino la sua fedeltà o meno ai valori minacciati.

La prova può avere un esito positivo, come nel caso di Abramo che proprio “nella tentazione fu trovato fedele” (1° Macc.2,52) e per questo è nostro padre nella fede, o negativo, come fu per Israele che invece nel deserto non resse alla “prova”, mormorò contro Mosè e Aronne lamentandosi per la mancanza di cibo (cfr. Esodo 16), tentò Dio a Massa (=prova) e Meriba (=contestazione) e spesso si lasciò trascinare ad adorare divinità straniere (cfr. Deut. 32,15-18).

Ora anche Gesù, il Figlio di Dio, proprio perchè realmente ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana (cfr. Ebrei 4,15), non si è sottratto a questa esperienza che mette in gioco la libertà e durante il suo ministero si è trovato più volte a dover operare delle scelte, in cui “dar prova” della sua fedeltà o meno al piano di Dio.

Le tre tentazioni che Satana gli pone nel deserto sono in sostanza riconducibili a una: seguire la via di un messianismo terreno, fatto di gesti spettacolari e imperniato sulla conquista del potere e del consenso popolare.

Questo sarebbe stato effettivamente possibile al Figlio di Dio e questo del resto si aspettava il popolo ebraico, sulla scorta di certe interpretazioni delle Scritture: la ripetizione dei miracoli dell’esodo, la comparsa del Messia sul tetto del tempio e un dominio di Israele sui popoli che avrebbe offuscato persino lo splendore del regno di Davide.

Perciò le parole di Satana nel deserto sono così formulate: per dimostrare di essere davvero il Figlio di Dio, Gesù dovrebbe ripetere il miracolo della manna trasformando le pietre in pani, dovrebbe apparire nel tempio come il liberatore finale e aderire al messianismo politico, facendo di Israele un popolo vincitore.

Storicamente Gesù ha incontrato queste tentazioni quando, ad esempio, farisei e sadducei, “per metterlo alla prova”, gli chiedono di mostrare loro un segno dal cielo, quando Pietro tenta di distoglierlo dalla via della croce (Matteo 16), e infine - forma estrema di questa sfida - quando le autorità giudaiche lo scherniscono invitandolo a scendere dalla croce per provare che egli è veramente il “re di Israele” e il “Figlio di Dio” (Matteo 27,43).

Le risposte di Gesù, a Satana nel racconto del deserto e ai suoi interlocutori nella realtà, sono nette e perentorie. Egli respinge come “diabolica” (perchè, nel senso etimologico, “separa da Dio”) ogni proposta dettata dal desiderio di successo, prestigio e potenza, e riafferma la sua scelta di una radicale fedeltà a Dio.

Gesù è Messia secondo la via del servizio e della dedizione incondizionata di sé; è il nuovo Israele, che nel deserto, al contrario del popolo ebreo, riesce vincitore sulle tentazioni; è il nuovo Adamo, perchè nella comunione con Lui ogni uomo, a differenza del vecchio Adamo, può trovare la forza di affrontare e vincere la prova.

17 marzo 2019 II° domenica di Quaresima – ciclo unico – Rito ambrosiano

Giov. 4,5-42: Vang. III° domenica di Quaresima A - Rito romano

“Che sia forse il Messia?”

(Giovanni 4,5-42)

di Ileana Mortari

Nel brano evangelico odierno troviamo una descrizione magistrale di quello che è il modo in cui Gesù entra in dialogo con l’uomo.

Anzitutto è lui a prendere l’iniziativa e, in una situazione di grande concretezza (è mezzogiorno ed è stanco del viaggio), chiede da bere a una donna venuta ad attingere acqua dal pozzo.

Così facendo, egli infrange deliberatamente uno schema assai rigido della religiosità ebraica, se pensiamo che, fuori casa, un rabbino non doveva parlare mai con una donna, neppure se era sua moglie!

Non solo, ma siamo in Samaria e - come nota l’evangelista – “non c’erano buone relazioni tra Giudei e Samaritani”. Ora tutto questo suscita nella donna una reazione che è un misto di supponenza e disprezzo: “Cosa può volere un Giudeo da una donna, e per di più samaritana?”

Ma Gesù riapre di nuovo il fronte del dialogo. Parla in maniera enigmatica di un’acqua viva che lui stesso (assetato e senza mezzi per attingere!) potrebbe darle. Afferma cioè di poter fare qualcosa di più grande dello stesso patriarca Giacobbe, il quale secondo una leggenda rabbinica aveva miracolosamente fatto salire, oltre la vera del pozzo, un’acqua sovrabbondante!

Qui è evidente il duplice significato del termine “acqua” su cui gioca l’evangelista. La Samaritana fraintende il discorso, pensa all’acqua solo in senso materiale e al dono prospettatole da Gesù come a qualcosa di estremamente interessante perchè potrebbe alleviare la sua fatica quotidiana di andare ad attingere al pozzo.

Gesù invece insiste sulla sua lunghezza d’onda e arriva a parlare di una sorgente zampillante di vita eterna. Poi, spostando il discorso alla vita privata di lei, che mostra di conoscere bene prima ancora che ella gliene parli, determina il suo stupore. La donna riconosce in lui un profeta e ne approfitta per avere un chiarimento su una disputa teologica allora vivissima tra Giudei e Samaritani circa il luogo in cui si doveva adorare Dio per conseguire la salvezza.

Gesù risponde con autorità mediante un insolito “credimi” (il cui significato è “abbi fiducia”) che precede una grande rivelazione: il dilemma ricordato dalla donna è ormai superato perché è giunto il momento dell’adorazione vera, autentica, non più legata a un luogo, ma “in spirito e verità(v.24).

Con ogni probabilità la donna non ha capito neppure questa risposta e contrappone a Gesù l’autorità più alta che lei conosce: il Messia atteso dai Samaritani, un profeta simile a Mosè, che avrebbe rivelato ogni cosa.

Siamo al punto culminante del brano. Gesù afferma chiaramente che il Messia non è più da aspettare, ma solo da riconoscere, perché già presente: “Sono io, che ti parlo” (v.26). Egli è il profeta definitivo, il rivelatore, il restauratore del vero culto, l’acqua viva che può soddisfare per sempre la sete più profonda e drammatica che c’è in ogni uomo: il bisogno di dare senso e valore all’esistenza propria e del mondo.

Dalla donna è ormai sparita ogni supponenza e diffidenza. Per la prima volta nella sua vita lei, marchiata da un passato infamante che l’aveva costretta a celarsi dietro una corazza difensiva, si è trovata di fronte a qualcuno che ha fatto cadere ad una ad una le sue resistenze, perché l’ha accettata per quello che era, senza giudicarla né condannarla, anzi facendo emergere una ricerca ed un bisogno di autenticità che forse lei stessa ignorava.

E’ anche possibile che nelle sue ultime parole fosse dissimulata una segreta speranza che proprio quell’insolito giudeo, che aveva mostrato di conoscere il suo segreto, fosse l’atteso Messia. Lo dirà lei stessa ai suoi compaesani: “Che sia forse il Messia?” (v.29), una domanda in forma dubitativa, ma che esprime una aspettativa fiduciosa; altrimenti ella non avrebbe di colpo abbandonato la brocca per correre a dare questo annunzio, segno che qualcosa di assolutamente nuovo e bello era entrato nella sua vita.

Possiamo supporre che la donna avrà avuto ancora bisogno di tempo per raggiungere una completa fiducia e adesione al Messia, ma il miracolo, la novità che l’evangelista Giovanni porta alla nostra attenzione (e che Gesù vuole per ciascuno di noi) è già avvenuto: la Samaritana ora non solo conosce, ma ha ricevuto quel dono dell’acqua che è il senso e il valore della sua vita e che durerà per sempre.

24 marzo 2019 III° domenica di Quaresima – ciclo unico - Rito ambrosiano

“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli”

(Giovanni 8,31-59)

di Ileana Mortari

Il brano evangelico odierno ci presenta una delle polemiche più aspre che troviamo nel Nuovo Testamento tra Gesù e i suoi avversari.

Il Nazareno è salito a Gerusalemme, alla Festa delle Capanne, che durava una settimana e ricordava i gesti prodigiosi compiuti da Dio nel deserto a favore del suo popolo; grandi luminarie venivano accese in tutta la città a ricordo della colonna di fuoco (segno della presenza di Dio) che aveva guidato gli Ebrei durante l’esodo dall’Egitto.

Al terzo giorno Gesù, che in precedenza aveva già compiuto alcuni “segni” (miracoli) attestanti la sua divinità, si mette ad insegnare nel recinto sacro del tempio, come erano soliti fare i profeti, e dice esplicitamente di sé: “Io sono la luce del mondo”, cioè il rivelatore ultimo e definitivo inviato da Dio.

Molti credettero in lui (come dice Giovanni al v.30), ma molti altri, ritenendolo bestemmiatore e violatore del sabato, avevano già messo in atto vari tentativi per catturarlo e ucciderlo.

Ora siamo a un punto cruciale. Gesù parla a “Giudei che avevano creduto in lui” (v.31); perché questo verbo al passato? Con ogni probabilità qui si riflette la drammatica situazione in cui vennero a trovarsi i giudeo-cristiani della comunità giovannea dopo il 90, quando iniziò una vera e propria persecuzione da parte dei Giudei verso i seguaci di Gesù, espulsi dalla sinagoga, accusati di eresia e tradimento di Mosè e del monoteismo ebraico e anche fortemente discriminati sul piano giuridico e sociale. Il punto più controverso era proprio il riconoscimento di Gesù come figlio di Dio e molti cristiani erano incerti, se non tentati di abbandonare la comunità e tornare al giudaismo.

Così, nella ricostruzione di questo dialogo tra Gesù e alcuni Giudei, Giovanni offre precise indicazioni per sottoporre a verifica la propria sequela del Signore, valide non solo per i suoi contemporanei, ma per tutti coloro che si sarebbero detti “cristiani”.

Il punto di partenza, e un po’ il perno di tutto il discorso, è il riferimento alla Parola: occorre anzitutto accoglierla e ascoltarla, ma poi anche osservarla, custodirla e rimanervi fedeli, così come Gesù stesso osserva la parola del Padre (cfr.v.55).

Allora sarà possibile conoscere la verità, che in senso giovanneo non è quella genericamente intesa come esattezza o obiettività, ma la rivelazione su Gesù il Cristo: la sua origine da Dio e il suo significato di salvezza per tutti gli uomini. E questa verità smaschera il male che c’è nell’uomo e libera il bene che vi è prigioniero, così da restituire l’uomo a se stesso e alla sua dignità di figlio di Dio.

Ma i Giudei, anziché “ascoltare” Gesù, si arroccano sulle loro posizioni, sono sicuri di se stessi, orgogliosi della loro discendenza etnica da Abramo e si ritengono figli di Dio perché, a loro dire, non sono mai stati idolatri né hanno mancato di fedeltà all’alleanza.

Così dicono, appunto “a parole”. Ma di fatto, di fronte all’Inviato da Dio, ai suoi “segni” e alle sue parole di verità, hanno provato solo rabbia e fastidio, tanto che già più volte hanno cercato di toglierlo di mezzo.

E ora, non potendo accusare Gesù di “peccato”, cioè di infedeltà alla sua missione, non trovano di meglio che offenderlo dandogli del samaritano, dell’indemoniato e del presuntuoso (“Chi pretendi di essere? Uno più grande di Abramo?” - cfr. v.53)

Gesù non tace, dice fino in fondo la verità, gioca la sua ultima carta, perché è venuto a “recuperare ciò che era perduto” e tenta ancora una volta di aprire una breccia nel cuore indurito dei suoi interlocutori. Egli non ha cercato la sua gloria (come certi profeti di Samaria che si attribuivano una dignità divina), perché è il Padre suo che lo glorifica; né è mentitore, perché conosce il Padre e osserva la sua Parola; ed è superiore ad Abramo perché – afferma con grande solennità – “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono” (v.58)

Mentre Abramo, nella cui figura è condensata tutta la speranza dei Giudei, entra nell’esistenza e fa parte del processo della storia, Gesù esiste già prima di questo scorrere del tempo e permane come il Figlio che resta sempre nella casa del Padre (cfr. il v.35). L’espressione “Io Sono”, già comparsa altre due volte nel corso del dibattito, riecheggia il nome del Dio fedele svelato a Mosè (Esodo 3,14: “Io sono colui che sono”), quel Dio che ora si rivela in Gesù e in Lui compie le promesse fatte ad Abramo e ai profeti.

Ma la cecità orgogliosa e ostinata dei Giudei impedisce loro di vedere anche l’evidenza e “allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui” (v.59), ritenuto con certezza un bestemmiatore. Gesù però si sottrae loro perché non era ancora venuta la sua Ora.

 

31 marzo 2019 IV° domenica di Quaresima – ciclo unico - Rito ambrosiano

4° Quaresima Rito romano anno A

“Siamo forse ciechi anche noi?”

(Giovanni 9,1-41)

di Ileana Mortari

Nei Vangeli sinottici troviamo quattro episodi di guarigione di ciechi, interpretate come segni dell’arrivo dei tempi messianici, perchè dimostrano il realizzarsi della profezia di Isaia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi.” (Isaia 35,5)

In Giovanni, invece, troviamo un solo episodio di questo tipo e, come gli altri sei miracoli narrati dall’evangelista, esso ha soprattutto valore di “segno”, cioè ha eminentemente la funzione di condurre al riconoscimento di Gesù come Messia e Figlio di Dio.

In particolare poi l’episodio del capitolo 9 è mirabilmente condotto dall’autore in modo da far risaltare plasticamente quello che succede tra gli uomini alla venuta di Gesù, luce del mondo; e cioè quanto afferma Gesù stesso al termine dell’episodio: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi.” E’ questa una frase a prima vista enigmatica, per non dire assurda. Che cosa può voler dire che Gesù viene perché qualcuno che era cieco ora veda e i vedenti non vedano più? Evidentemente le parole non vanno prese alla lettera, o meglio, occorre intendere bene il significato di “vedere” e “diventare ciechi”: non si tratta di un vedere o meno sul piano fisico, ma sul piano della fede.

Poiché l’offerta di salvezza viene rivolta da Dio ad uomini liberi, la venuta del Figlio nel mondo li sollecita, anzi li “costringe” a svelare completamente quello che hanno nei cuori e a prendere una posizione pro o contro Gesù. Questo Giovanni lo dice ripetutamente nel suo vangelo: di fronte a Lui non è più possibile stare in una posizione neutrale, occorre per forza prendere posizione, dichiararsi, e ovviamente portarne le conseguenze.

Così nella vicenda del cap.9 possiamo chiaramente vedere le diverse reazioni di fronte al miracolo della guarigione: incertezza e perplessità tra la folla (v.9: alcuni dicevano “E’ lui”, altri “No, ma gli assomiglia”); dissenso tra i farisei (v.16); prudente distanza dei genitori (v.21: “come ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi”).

Ma soprattutto le due possibili e antitetiche posizioni contrapposte circa il giudizio su Gesù sono rappresentate dall’uomo guarito e dai farisei. Per tre volte questi dicono: “Noi sappiamo” e per tre volte invece l’altro afferma di non sapere. Eppure proprio dallo svolgersi dei dialoghi e dall’incrocio delle argomentazioni risulta esattamente il contrario!

Il povero mendicante, rassegnato alla sua disgrazia (forse collegata a una dimensione morale – cfr. i vv.2-3), quando un uomo chiamato Gesù, dopo avergli impiastricciato gli occhi con del fango, gli ordina di andare a lavarsi, obbedisce senza obiettare. Esegue quanto gli viene detto e si ritrova di colpo guarito da un male assolutamente incurabile. Poi, sollecitato dai vari interrogativi che gli vengono posti, si ritrova in pratica a ripercorrere nel giro di poche ore l’esperienza di cammino spirituale e di incontro con Jahvè fatta dal popolo ebreo nel corso della sua storia, quando ha saputo nutrire fiducia in Dio ed è quindi diventato esemplare per ogni credente.

Anche quell’uomo è aperto ad accogliere la verità e ragiona correttamente a partire dalla realtà del fatto accaduto; è insomma un bell’esempio di quella che chiamiamo “onestà intellettuale”.

E così succede che proprio lui, comunemente ritenuto ignorante, disgraziato e “nato tutto nei peccati” (v.34), mostra di aver raggiunto una assai più profonda comprensione dell’insegnamento di Mosè rispetto ai farisei, al punto che può impartire loro una vera e propria lezione di teologia! Egli infatti si fa portavoce della linea ortodossa dei rabbini: “Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, Egli lo ascolta.” (v.31) Gesù è appunto uno che fa la volontà del Padre e quindi il Padre lo ascolta (come possiamo vedere da vari passi di Giovanni: 8,26; 8,42; 11,41-42).

Tutto il contrario succede ai farisei che tanto credono di sapere!

Anzitutto si contraddicono (come è evidente se si confronta Giov.9,29 con 7,27); in secondo luogo hanno talmente idolatrato la Legge, da arrivare a negare l’evidenza dei fatti (la indubitabile guarigione di uno cieco dalla nascita), pur di non recedere di fronte al fatto che Gesù “deve” essere un peccatore, dal momento che ha violato il sabato! (viene proprio da pensare che la loro sia non tanto una “osservanza”, ma una “ossessione” della Legge!) Infine, come sempre succede in questi casi, quando non hanno più argomenti validi da opporre, passano all’insulto e cacciano ignominiosamente l’uomo dalla sinagoga.

Ecco dunque come la presenza di Gesù-luce ha manifestato ciò che era celato nei cuori e nelle coscienze! Nei due “tipi” rappresentati dal cieco guarito e dai farisei abbiamo la palmare contrapposizione tra la semplicità del vedere e riconoscere ciò che è avvenuto e la cieca ottusità dell’arrogante che pretende di sapere senza lasciarsi minimamente sfiorare dal dubbio.

Come ben sappiamo, la validità di ogni pagina evangelica è perenne e, dopo aver ascoltato la Parola di oggi, tutti noi, onestamente, non possiamo non porci la domanda: “Sono forse cieco anch’io?”. Gli elementi per dare una risposta corretta non ci mancano davvero!

 

 

Last Updated on Saturday, 23 February 2019 09:11