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Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 15 November 2017 08:55

 

19 novembre 2017 XXXIII° domenica A – Rito romano

Matteo 25, 14-30: vang. sab. 21° settimana per annum – Rito romano

La parabola dei talenti

(Matteo 25, 14 - 30)

 

di Ileana Mortari

 

 

Con questa domenica si conclude la trilogia delle parabole “escatologiche” (cioè relative agli ultimi tempi) in cui Matteo ribadisce alla sua comunità l’esortazione ad un impegno operoso e costante nell’attesa della venuta del regno.

 

Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni…a ciascuno secondo la sua capacità, e partì…..Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro.” (vv.14-15.19) Fuor di metafora, l’uomo è Cristo che, sul punto di chiudere la sua vicenda terrena, lascia alla chiesa (apostoli e fedeli) i suoi beni, per poi, al momento del ritorno, riprendere, insieme al “suo”, i “frutti” prodotti dalla operosità di ciascuno.

 

Veramente il “ritorno” del Signore va inteso in due modi: anzitutto è la parusia finale che avverrà “dopo molto tempo”, cioè il lunghissimo tempo, tuttora in atto, che intercorre dall’ascensione di Gesù al cielo fino alla sua comparsa di nuovo sulla terra; ma, poiché la vicenda terrena si conclude per il singolo nel momento della morte, questo incontro con il Signore va inteso anche come quello che avviene per ciascuno quando varca la soglia dell’aldilà e il Cristo giudice gli chiede di rendere conto della sua vita e di quanto ha avuto in dono.

 

Il padrone della parabola, probabilmente un grosso commerciante, lascia a ciascun servo una certa quantità di “talenti”; di solito, quando si legge questa pagina, il pensiero va subito ai talenti intesi come inclinazioni, disposizioni d’animo, capacità, doti individuali, ed effettivamente questo significato deriva proprio dal termine della parabola, che per primo Erasmo da Rotterdam nel 16° sec. trasformò, sulla scorta della parabola stessa, in “capacità, dono di intelligenza, ingegno, genio, etc.”

 

Ancora: la precisazione “a ciascuno secondo la sua capacità” (v.15) rivela l’intenzione del padrone di stimolare le capacità di ciascuno; fuor di metafora il “bene” affidato è la grazia divina che stimola e impegna le capacità del singolo ed è da questo particolare che è derivato il significato di cui sopra.

 

Ma occorre tornare al senso originario del termine “talento” per interpretare correttamente il brano: il talento era un’unità di misura di peso molto usata nel mondo antico, e poi una moneta di altissimo valore, d’oro o d’argento: basti pensare che il talento d’oro corrisponde oggi al valore di 80 milioni delle vecchie lire.

 

Cerchiamo allora di vedere che cosa può indicare l’altissima cifra (400 milioni al primo servo, 160 al secondo e 80 al terzo!) che il padrone lascia da amministrare: evidentemente si tratta di qualcosa di prezioso, di molto prezioso che, stando alla spiegazione già data della metafora, va inteso come “i misteri” del Regno, la Parola di Dio, il dono della Rivelazione e della salvezza, il dono della grazia, cioè della stessa vita divina che Gesù ci ha portato. Sono doni di incommensurabile valore, che comportano compiti e responsabilità nella Chiesa.

Di fronte ad essi ogni credente è chiamato ad impegnarsi per farli crescere e fruttificare e diffonderli tra i fratelli: è questo, fuor di metafora, il “guadagno”, il frutto che i primi due servi della parabola presentano al Signore al suo ritorno.

 

Essi ricevono perciò le stesse parole di elogio e la stessa ricompensa: “prendi parte alla gioia del tuo padrone” (v. 21 e v. 23), cioè: entra nella pienezza della comunione con Dio nella vita eterna, partecipa pienamente al regno di Dio.

 

Quanto al terzo servo, notiamo anzitutto che proprio su di lui viene particolarmente richiamata la nostra attenzione, dal momento che Matteo gli dedica maggior spazio. Al contrario degli altri due, egli tenta una debole giustificazione del fatto che non ha aumentato il deposito affidatogli, dicendo: “per paura di te andai a nascondere il tuo talento sottoterra; ecco qui il tuo” (v.25). Teniamo presente che, secondo il diritto giudaico dell’epoca, mettere sotto terra un deposito costituiva una forma di sicurezza che liberava il depositario dalle proprie responsabilità.

 

E proprio qui sta la debolezza e l’incoerenza della giustificazione dell’ultimo servo. “Servo malvagio e infingardo – gli risponde il padrone – proprio perché sapevi che mieto dove non ho seminato…,

avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse” (vv.26-27). Non si capisce davvero perché il servo non l’abbia fatto; forse la paura l’aveva talmente paralizzato che non è stato capace di prendere alcuna iniziativa, anche senza rischi e responsabilità personali….

 

Matteo sottolinea molto quella “paura” del servo, perché è esattamente il contrario di quello che al servo è mancato e che avrebbe dovuto avere: la fede e dunque la fiducia; egli non ha assolutamente capito che con il suo gesto il padrone in partenza compiva un atto di grande fiducia nei confronti dei suoi servi, affidando loro “i suoi beni”, cioè quanto aveva di più prezioso, e concedendo loro anche completa libertà nella gestione di essi; in un certo senso egli stesso “si è tagliato fuori” da sé dal dialogo e dalla compartecipazione alla responsabilità del padrone. E la punizione ne è una logica conseguenza: chi ha rifiutato di prendersi responsabilità è a sua volta rifiutato da chi gliel’aveva affidata!

 

Torna ancora una volta, come nelle due precedenti parabole escatologiche, lo spettro dell’esclusione in eterno dal regno di Dio, indicata qui con un “gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridor di denti” (v.30); queste immagini derivano dalla tradizione popolare e apocalittica e rappresentano gli inferi, il luogo della condanna del malvagio: ci sono le tenebre, segno del nulla, della paura e del caos; c’è il pianto, cioè il lamento, il grido disperato; c’è lo “stridor di denti”, cioè il pentimento senza speranza, la disperazione totale che squassa l’essere del dannato e lo fa esplodere in lamenti.

 

Matteo usa più volte nel suo vangelo l’espressione del v.30 e si deve riconoscere che essa non manca di efficacia deterrente! Ma credo che l’esortazione a non giocarsi la felicità eterna vada vista su un versante più positivo: richiamando cioè quella illimitata fiducia che il “padrone-Signore” pone nei suoi “servi-fedeli”: una fiducia che è espressione del suo amore per loro e di fronte all’amore la paura scompare!

 

 

 

 

 

 

Last Updated on Wednesday, 15 November 2017 08:57