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Written by Ileana Mortari   
Thursday, 19 October 2017 07:40

 

 

22 ottobre 2017 I° domenica dopo la Dedicazione del Duomo di Milano

Rito ambrosiano – Anno A

Il compimento delle Scritture

(Luca 24, 44-49a)

 

di Franco Manzi

 

Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”, aveva detto Gesù agli apostoli nel corso della sua missione terrena.

 

Leggendo l’Antico Testamento come faceva Gesù, i suoi discepoli hanno individuato una sorta di convergenza verso di lui dei vari filoni di pensiero della Bibbia. Hanno individuato, a riguardo di Gesù, una specie di “catalizzazione ermeneutica” [= interpretativa] di varie espressioni, istituzioni socio-culturali e religiose, categorie, titoli, figure, schemi di pensiero dell’Antico Testamento. Tutto questo veniva riletto in riferimento a Gesù, per comprendere meglio le sue parole ed azioni e, in particolare, per capire il suo annuncio – blasfemo agli occhi del rigido monoteismo giudaico – di essere il Figlio di Dio e il mediatore storico definitivo della salvezza di Dio per gli uomini.

 

A riguardo di questa “catalizzazione ermeneutica” delle idee dell’antico Testamento intorno a Gesù, va fatta, però, una precisazione: a farle “catalizzare” così non è stata una dinamica interna di ordine puramente intellettuale, ma sono stati fatti precisi. In particolare, la resurrezione del Figlio di Dio crocifisso non era deducibile dalle idee dell’Antico Testamento, neppure da profezie apparentemente così esplicite come quella di Daniele 7, 13-14: “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo [=Dio] e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno [………]

 

Da profezie come queste non era deducibile la resurrezione di Cristo. Tuttavia, una volta verificatosi, questo fatto ha influenzato una serie di riletture di passi dell’Antico Testamento come la suddetta profezia di Daniele.

Più in genere, la Chiesa delle origini ha intravisto nell’Antico Testamento una specie di “preparazione al vangelo” predisposta da Dio. In questo senso, è la vita di Cristo – e soprattutto la sua morte e la sua resurrezione – “l’evento catalizzatore” di quanto è stato rivelato da Dio nell’Antico Testamento.

 

Per capirlo, si pensi allo sviluppo di una pellicola fotografica. A far apparire le immagini sulla pellicola è il liquido cosiddetto “rivelatore”. Ma quelle immagini erano già presenti in qualche modo sulla pellicola anche prima del bagno in quel liquido, benché l’occhio umano non riuscisse a vederle.

 

Qualcosa del genere è avvenuto nella rivelazione di Cristo, che ha messo in luce nei testi antico testamentari una pienezza di significato, che prima era nascosta in essi. Eppure c’era, visto che già lì Dio aveva iniziato a rivelare se stesso.

 

D’altra parte, i fatti della vita e specialmente della morte e della resurrezione di Gesù, nella loro singolarità umanamente indeducibile, per essere compresi dalla Chiesa primitiva, esigevano di essere contemplati da più parti, con vari modelli di pensiero e con molteplici categorie. Altrimenti, rimanevano umanamente incomprensibili. Per questo motivo, gli autori del Nuovo Testamento, seguendo il modo di interpretare la Sacra Scrittura di Gesù, hanno fatto ricorso a quanto Dio aveva già iniziato a rivelare di Gesù nell’Antico Testamento…………

 

Così, ad esempio, dopo la morte di Cristo in croce, testi come i quattro canti isaiani del servo sofferente del Signore, l”uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is.53,3) hanno fatto venire spontaneamente in mente ai cristiani la passione di Gesù. E questo si è verificato, benché, quando il profeta ha proclamato o ha scritto quei canti, pur essendo ispirato, non “vedesse” affatto la crocefissione futura di Gesù di Nazareth. Ma già lì lo Spirito di Dio era all’opera…………

 

Infatti, a “garantire” l’ampliamento di significato dei testi dell’Antico Testamento reinterpretati nel Nuovo è la continua opera dell’unico Spirito, lungo tutta la storia della salvezza. Si tratta del “principio pneumatologico”, sintetizzato dall’affermazione di fede della 2° Lettera a Timoteo: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (3,16). Precisa la 2° Lettera di Pietro: ”Non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito santo parlarono quegli uomini da parte di Dio”………

 

Concludendo, i primi cristiani hanno potuto rispondere positivamente all’interrogativo: “Gesù di Nazareth è davvero il rivelatore definitivo di Dio?”, attraverso una lettura della Sacra Scrittura illuminata dall’esperienza di vita con Cristo risorto, fatta nella Chiesa grazie allo Spirito santo.

Più che accumulare dati storico-letterari sul I° sec. d. Cr., è importante focalizzare sempre meglio i criteri per il tipo di lettura della Bibbia attuato dalla Chiesa primitiva. In effetti, l’adeguata comprensione del compimento cristiano consente alla Chiesa contemporanea di operare un discernimento spirituale, in grado di distinguere ciò che nella Bibbia è semplice “scoria socio-culturale” da ciò che invece ha valore di rivelazione di Dio ancora per noi oggi.

 

 

(da AsSaggi biblici – Introduzione alla Bibbia anima della teologia, ed. Ancora, pp.211-216, passim)

 

 

 

 

Last Updated on Thursday, 19 October 2017 07:47