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Written by Ileana Mortari   
Monday, 05 August 2019 07:11

 

11 luglio 2019 IX° Domenica dopo Pentecoste C - Rito ambrosiano

Chi è il Messia?

(Matteo 22, 41 – 46)

di Ileana Mortari

Il brano evangelico proposto dalla liturgia odierna è tratto dal cap.22 di Matteo e si colloca dopo tre controversie tra Gesù e i giudei: sul tributo a Cesare, sulla resurrezione dai morti e su quello che è il maggior comandamento della Legge. Questa volta, però, è il Nazareno a porre la domanda ai farisei: “Che cosa pensate del Cristo?” (v.42).

Cristo – Christòs (greco) corrisponde all’aramaico “meshihà”, traduzione dell’espressione ebraica [ha-mélek] ha-mashìah = [il re] unto; con il termine “unto” (messia) nell’antico Israele si designava colui cui veniva conferita la regalità mediante la cerimonia dell’unzione, cioè versando olio sul capo dell’eletto (cfr.1° Samuele 10,1-9).

“Che cosa pensate del Messia?”, chiede Gesù; il Messia è quel personaggio, tanto atteso dagli ebrei, che avrebbe governato Israele come re saggio e giusto; egli era stato profetizzato da Isaia e Geremia.

La domanda di Gesù prosegue con “Di chi è figlio?” “Di Davide”, rispondono correttamente i farisei, sulla scorta di vari passi delle Scritture, 2 Sam.7,14.

Ma ecco che il Maestro prosegue con un’argomentazione in tipico stile rabbinico, anzi, in particolare, fa uso della haggadah, una “narrazione” didattica che si propone di conciliare due verità apparentemente contrarie e chiede: Come mai nel salmo 109-110 Davide dice: “Ha detto il Signore (cioè Jahvè) al mio Signore ? Se Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?

Le due verità apparentemente contrarie sono date dal fatto che un figlio (chiaramente inferiore a Davide) è tuttavia anche suo Signore (dunque superiore). Come conciliarle?

Gesù lascia intuire la sola conclusione possibile: se il titolo “figlio di Davide” non basta a definire l’identità del Messia, ciò significa che l’Atteso è qualcosa di più di un semplice discendente della dinastia davidica, è qualcosa di più di Davide stesso; ecco perchè è nello stesso tempo anche il “Signore”, cioè il Figlio di Dio. Se si esplicita questa argomentazione, ne deriva di necessità una conseguenza logica ineluttabile, stringente: Gesù – che molti considerano il Messia atteso - non ha origini solo umane, ma anche divine.

Ancora più chiara e significativa appare la novità del messianismo di Gesù, se si approfondisce l’origine dell’espressione “Figlio di Davide”.

Nel Primo Testamento i testi profetici concordemente affermavano che il Messia sarebbe stato un discendente di Davide (cfr. Is. 9,5-6; Ger.23,5; Ez.34,23, etc.). La loro intenzione era mostrare la continuità della storia salvifica. Ma del tutto assente era il titolo “figlio di Davide”, che compare solo nella letteratura rabbinica dell’epoca di transizione dal Primo al Nuovo Testamento, dove fa da supporto ad una peculiare attesa messianica che possiamo definire “politica”. Dal Messia, figlio di Davide, si attende la liberazione dagli oppressori e soprattutto l’instaurazione di un potente regno di dominio sui popoli. In una parola, lo si vuole emulo del grande re, figlio di Iesse.

Un profilo di tale Messia è presente nei Salmi di Salomone (un apocrifo del I° sec. a. Cr. che riflette la speranza di restaurazione nazionale unita ad una riforma spirituale secondo lo spirito dei farisei): “Guarda, o Signore, e fa’ sorgere contro di essi il loro Re, figlio di David, affinchè schiacci i principi ingiusti, purifichi Gerusalemme dai pagani, sconfigga i nemici di Giuda e annienti i popoli senza legge mediante la sua parola potente. Allora Egli raccoglierà il popolo santo, lo giudicherà, reintegrerà la giustizia, spartirà nuovamente il paese fra le tribù ed espellerà gli stranieri. Poi preparerà Gerusalemme al pellegrinaggio escatologico dei popoli. Per realizzare tutto questo, donagli, Signore, sapienza, forza, giustizia e timore di Dio.”

Dunque il titolo “figlio di Davide” intendeva sottolineare non tanto la discendenza davidica del Messia, quanto le sue imprese militari e il suo dominio imperiale.

Al tempo di Gesù non solo i suoi avversari, ma tutto il popolo condivideva tale messianismo politico e trionfalistico. Sulle loro labbra “figlio di Davide” aveva risonanze ben precise, lontane dalla prospettiva dei profeti. Per questo Gesù contraddice l’opinione messianica popolare e farisaica rifacendosi al Salmo 109-110 e alludendo alla divinità del Messia.

Anzi, sarà Egli stesso che, dinanzi al sinedrio, nel corso del processo giudaico, non si limiterà più ad alludere, ma dichiarerà esplicitamente: “d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo” (Mt.26,64), una rappresentazione del Messia, questa, chiaramente divina e trascendente.

Ora, con il suo interrogativo ai farisei, Gesù li pone alle strette; Egli sa che stanno complottando contro di Lui (come significativamente ricorda il verbo greco “sunegmenon” = “mentre erano riuniti insieme”) e la sua è una sorta di “ultima chiamata”, un’esplicita richiesta perché si dichiarino nei confronti di Gesù, che il salmo 109-110 presenta come un Essere divino e trascendente e non figlio di Davide, nel senso politico e trionfalistico prima ricordato. Ma essi tacciono, non danno alcuna risposta, cioè restano fermi nella loro concezione terrena e non riconoscono in Gesù il Figlio di Dio. Da questa cocciuta posizione all’accusa di blasfemia a Gesù dichiaratosi figlio di Dio il passo è breve!

Come sappiamo, quello analizzato è il primo livello dei vangeli: lo stadio storico della vita di Gesù. Ma, accanto a questo, occorre sempre cogliere un secondo livello, quello del tempo della composizione dei vangeli, avvenuta almeno 30-40 dopo la morte del Maestro; e, come noto, i vangeli riflettono anche le acquisizioni delle prime comunità.

Ebbene, se nei vangeli troviamo riferito a Gesù il termine “figlio di Davide” (cfr. Mt. 1,1), è per dire che egli discende da Davide. Ma la fede della Chiesa primitiva era andata ben oltre il significato dell’espressione “figlio di Davide” del giudaismo rabbinico; alla luce della resurrezione aveva scoperto nel Cristo dimensioni assai più profonde, giungendo a riconoscerlo come Signore e Figlio di Dio (cfr. le professioni di fede di Rom.1,4 e 10,9), e dunque portando in piena luce quella coscienza messianica misteriosa che Gesù aveva seguito senza esitazione, scegliendo di essere Messia non nel trionfo (cfr. Mt.4, 8-10: una delle tentazioni del deserto), ma seguendo la via della debolezza e della morte.

 

Last Updated on Monday, 05 August 2019 07:13
 


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