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Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 10 July 2019 16:34

 

14 luglio 2019 XV° domenica C – Rito romano

“Chi è il mio prossimo?”

(Luca 10, 25-37)

di Ileana Mortari

E’ noto che nel suo insegnamento Gesù di Nazareth si serve molto spesso di parabole, come quella – celeberrima – del Buon Samaritano, propria di Luca.

Ora, in che cosa consiste il metodo parabolico e perché Gesù lo usa in modo così frequente e originale, al punto che questi suoi interventi costituiscono un “unicum ” nella letteratura di tutti i

tempi?

La parabola è un interessante esempio di strategia comunicativa che il Maestro mette in atto quando si trova di fronte ad interlocutori troppo condizionati dai loro pregiudizi o troppo sicuri di sè per mettersi in discussione. Essa si compone di due momenti: il primo consiste in un racconto fittizio, ma molto verisimile, tratto dalla comune esperienza quotidiana e condotto secondo una logica stringente che coinvolge l’ascoltatore, portandolo ad esprimere un giudizio equilibrato e oggettivo; nella seconda fase il narratore trasferisce il racconto fittizio alla realtà dell’interlocutore in forza di un’analogia di struttura che il soggetto interessato non può più negare, prendendo atto così che il precedente giudizio da lui formulato si applica proprio a se stesso!

Estremamente eloquenti a questo proposito sono nel Primo Testamento l’episodio di Davide e Natan (2 Samuele 12) e nel vangelo quello di Gesù e Simone il fariseo narrato da Luca al cap.7 (vv.36-47). Ma anche nel brano di questa liturgia festiva possiamo constatare l’efficacia del metodo parabolico.

Un dottore della legge, probabilmente infastidito dall’affermazione di Gesù riportata da Luca qualche riga prima (“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” - v.21), gli pone una domanda “per metterlo alla prova”, cioè per vedere come l’oscuro rabbi di Galilea, che non proveniva da nessuna scuola teologica riconosciuta, se la sarebbe cavata nel rispondere ad una questione allora molto dibattuta.

Poiché Gesù lo rinvia alla Scrittura, ma soprattutto lo esorta a mettere in pratica quanto vi è comandato, egli, “per giustificarsi”, cioè per riportare il discorso sul piano teorico, pone un nuovo interrogativo circa un’altra questione assai discussa dai maestri giudei: come va circoscritto e delimitato il “prossimo”? Nell’ebraismo si andava infatti dalle posizioni più rigide, per cui si considerava prossimo solo l’appartenente alla propria setta o gruppo religioso (farisei, esseni, zeloti, etc.) a quelle molto aperte per cui l’amore doveva andare da uno del proprio popolo fino al nemico e persino allo schiavo (così ad esempio Filone Alessandrino).

Con la sua risposta Gesù non si colloca in nessuna delle posizioni attestate; ma, come è sua abitudine, reimposta la questione stessa, operando addirittura un capovolgimento: la domanda cui i

maestri giudei davano risposte diversificate diventa per Lui la domanda sulla capacità di vedere i bisogni dell’altro, provarne “compassione” e rispondervi nella misura della propria carità.

Egli mostra in pratica questo nuovo criterio per definire il “prossimo” utilizzando – come dicevamo – un racconto parabolico, caratterizzato da un realismo molto forte, come si deduce dai particolari,

tutti perfettamente rispondenti al contesto geografico, sociale e religioso della regione palestinese, teatro della drammatica avventura occorsa al giudeo proveniente da Gerusalemme.

E alla domanda finale: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”, il “sapiente” dottore della legge non può più aggirare l’ostacolo e non può far altro che rispondere: “Chi ha avuto compassione di lui”, benchè si trattasse niente meno che di un samaritano!

E’ ben nota l’ostilità allora esistente tra giudei e samaritani, al punto che i primi non pronunciavano mai la parola “samaritano” senza sputare subito per terra, in segno di disprezzo; e a buon conto il dottore della legge non pronuncia l’odiato termine e ricorre ad una perifrasi!

La conclusione dell’episodio rimane aperta, come spesso nel vangelo al termine delle parabole. Se per quanto riguarda Davide, nel già citato episodio di Natan, sappiamo che il racconto parabolico del profeta raggiunse pienamente il suo effetto (il re riconobbe subito la sua colpa e si pentì profondamente), di Simone il fariseo e del dottore della legge Luca non dice nulla; e a ragion veduta, perché poco importa che cosa poi abbiano effettivamente fatto.

Importa piuttosto che ogni lettore, identificandosi con i personaggi biblici, senta personalmente

rivolto a sé l’originale e straordinario metodo dialogico di Gesù e accetti di mettersi in discussione e convertirsi; nella fattispecie di questa pagina, accetti di chiedersi quanto, di fronte alle necessità dei fratelli (di ogni fratello senza discriminazione di sorta), sappia farsi davvero “prossimo”!

 

 

 

Last Updated on Wednesday, 10 July 2019 16:37
 


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