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Written by Ileana Mortari   
Friday, 05 July 2019 20:32

 

7 luglio 2019 IV° Domenica dopo Pentecoste - Rito ambrosiano – Anno C

“Ma io vi dico……..”

(Matteo 5, 21-24)

 

di Ileana Mortari

Il brano fa parte del noto “Discorso della Montagna” di Matteo, che occupa interamente i capp.5-6-7 del 1° vangelo. E’ evidente che non si tratta di un discorso realmente pronunciato da Gesù così come noi l’abbiamo, perché – data la lunghezza e la ricchezza e pregnanza dei contenuti – il Nazareno non avrebbe realisticamente potuto pronunciarlo davanti a tanta folla!

Si tratta invece di una composizione letteraria dell’evangelista, che ha voluto raccogliere in esso tutti i punti salienti della predicazione di Gesù, presentato seduto sul monte (nel tipico atteggiamento di chi insegna) come il nuovo Mosè, che dà al popolo una nuova legge.

Il discorso della Montagna è dunque un insieme di frasi, detti, sentenze e paragoni pronunciati da Gesù in circostanze diversificate e più o meno staccati gli uni dagli altri.

Il tema fondamentale di tale discorso è il regno di Dio e la sua giustizia, “nuova” rispetto a quella della Legge mosaica, ma in continuità con essa. Infatti, se Gesù ripete più volte: “Avete inteso che fu detto agli antichi…. Ma io vi dico…..” (Matteo 5, 21-22; 27-28; 33-34; 38-39; 43-44), Egli poco prima aveva anche detto:”Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti,……. ma a dare pieno compimento” (Matteo 5, 17)

Nel brano liturgico odierno abbiamo un chiaro esempio di tale dinamica.

Avete inteso che fu detto agli antichi: ” (v.21)

Avete inteso: il modo usuale in cui l’uomo comune, per lo più ignaro di lettere, apprendeva le divine disposizioni era l’ascolto delle Sacre Scritture e dell’interpretazione fatta di esse da parte degli scribi nelle sinagoghe

fu detto: si tratta del famoso “passivo teologico” o “divino”, una forma grammaticale passiva priva del complemento d’agente, che il linguaggio biblico utilizza per evitare di pronunciare il sacro nome di Dio, e nello stesso tempo far capire che Egli è il soggetto dell’azione al passivo. Qui il verbo sta dunque per: “fu comandato da Dio stesso”

agli antichi: cioè agli antenati del tempo dell’esodo e delle peregrinazioni nel deserto; val la pena ricordare la “catena di trasmissione” descritta nei “Pirquè Aboth” (= Detti dei Padri): “Mosè ricevette la torah dal Sinai e la trasmise a Giosuè, e Giosuè agli anziani, e gli anziani ai profeti, e i profeti la trasmisero alla grande sinagoga”.

Non ucciderai”: questo comando fa parte della serie delle dieci parole (o decalogo), riferite in Esodo 20,13 e Deuteronomio 5,17

Chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio” (v.21): quando vi sono le prove del delitto, il giudizio è quello dei tribunali umani; in mancanza di esse, è il giudizio divino degli ultimi tempi.

Ma io vi dico” (v.22); è qui riecheggiata una formula rabbinica che dice: “io ho potuto sentire….ma io devo dire”, ma con enorme differenza: infatti ogni argomentazione dei rabbini faceva capo a uno dei grandi maestri e interpreti della Scrittura oppure ad un altro testo scritturale. Gesù invece non si appoggia a nulla e nessuno, offre un’interpretazione autorevole che è solo sua ed è di per sé indice della sua divinità.

Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio” (v.22) Ecco la grande novità del messaggio evangelico: non occorre arrivare ai gesti più gravi per incorrere nel giudizio di Dio; è tutta la nostra vita in ogni momento della giornata che deve tener presente la Legge. Si risponde così alla facile e ancor oggi diffusa obiezione di chi dice: “Non ho rubato, non ho ammazzato nessuno, non ho tradito mia moglie; che peccati devo confessare?”

Non c’è più un livello minimo su cui confrontarsi (basta non aver ammazzato e si è “giusti”), ma occorre giungere alla radice di ogni rapporto interpersonale, quello del rispetto e soprattutto della comunione; così l’adirarsi è già in radice giudicare e sopraffare, è in un certo senso l’inizio dell’omicidio. Infatti si può “uccidere” in tanti modi: si può strumentalizzare la persona secondo i propri interessi, si può rendere falsa testimonianza, si può calunniare, si può emarginare, si può essere indifferenti di fronte alle situazioni difficili, si possono tradire le amicizie, etc. etc.

Allora “chiunque si adira sarà sottoposto al giudizio”, cioè il semplice moto d’ira viene messo sullo stesso piano dell’omicidio, perché effettivamente “l’ira conduce all’omicidio” (Didachè 3,2)

Chi poi dice al fratello dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice sarà destinato al fuoco della Geenna” (v.22)

Continua l’esemplificazione secondo la nuova scala di valori; è sufficiente insultare il fratello per incorrere in forme di giudizio sempre più gravi: il Sinedrio è il supremo tribunale della nazione, che ha sede a Gerusalemme, e il fuoco della Geenna indica il più grave castigo di Dio.

A questo punto risulta chiaro il significato del “compimento” che Cristo è venuto a dare (cfr. Matteo 5,17 citato all’inizio): la religione si trasforma da osservanza di un codice di norme circoscritte ad adesione totale della coscienza alla legge divina. I rabbini erano giunti ad enumerare ben 613 precetti della Legge (come ricordarli tutti?!); Gesù ci ricorda che il comandamento in fondo è uno solo, quello dell’amore, con due specificazioni: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente……….Amerai il tuo prossimo come stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Matteo 22, 37-40).

Il comandamento è uno solo: porre nell’amore la radice e la misura di ogni relazione con Dio e con i fratelli; un solo comandamento, non centinaia! Ma la novità è che quell’unico comandamento abbraccia ogni atto e ogni istante della vita e alla fine di essa noi saremo giudicati proprio sull’amore (cfr. Matteo 25, 31-46: giudizio universale).

E chi mai potrà dire di aver amato abbastanza?

 

Last Updated on Friday, 05 July 2019 20:34
 


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