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Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 26 June 2019 16:20

 

30 giugno 2019 III° domenica dopo Pentecoste C – Rito ambrosiano

“Giuseppe prese con sé la sua sposa”

(Matteo 1, 20b-24b)

di Ileana Mortari

 

 

Nei versetti che precedono la pericope odierna leggiamo l’annuncio della nascita di Gesù fatto a Giuseppe, lo sposo di Maria.

v.18: “Maria…si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”. Infatti, come dice il “vangelo dell’infanzia” di Luca, l’angelo Gabriele aveva preannunciato a Maria che avrebbe concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo e lei aveva risposto dicendo: “Avvenga per me secondo la tua parola”. (Lc.1,38)

 

Ora Giuseppe si trova di fronte ad una situazione imprevista ed, essendo giusto, da un lato non vuole coprire con il suo nome un bambino di cui ignora il padre; dall’altro, per amore, rifiuta di consegnare Maria alla procedura rigorosa della Legge, che imponeva la denuncia pubblica e la lapidazione dell’adultera; così pensa di ripudiarla sì, ma in segreto.

 

A questo punto gli appare in sogno un angelo (che nella Bibbia è per eccellenza il segno di una rivelazione divina) che gli dice di non portare ad effetto il suo progetto, perché il bimbo concepito nel grembo di Maria viene dallo Spirito Santo; e tutto ciò era già stato profetizzato nei tempi antichi da Isaia: “la vergine concepirà e darà alla luce un figlio” (Is.7,14)

 

Ora, cerchiamo di metterci un momento nei panni di Giuseppe: è indubbio che un annuncio del genere aveva il classico effetto del fulmine a ciel sereno. A Giuseppe viene richiesto di credere a qualcosa che non si era mai verificato; nel passato, la grazia di Dio aveva già concesso più volte, a coppie sterili, di generare (l’esempio più recente era quello della cugina Elisabetta e Zaccaria, già anziani), ma che una vergine potesse partorire era davvero inaudito!

 

Eppure, dice il testo, Giuseppe non batte ciglio, “fece come gli aveva ordinato l’angelo e prese con sé la sua sposa” (v.24). Come è stato possibile? Risponderemo, lasciandoci guidare dal testo stesso.

 

Giuseppe, figlio di Davide” (v.20 c); il modo in cui l’angelo interpella il giovane risveglia in lui il ricordo e la consapevolezza di appartenere a una famiglia nobile e gloriosa (anche se ora decaduta), le cui origini risalgono a Jesse di Betlemme, padre di quello che sarebbe stato il grande re Davide.

Di conseguenza il promesso sposo di Maria avrà anche ricordato che a Davide Dio aveva fatto una grande promessa: un Messia discendente dal suo stesso casato; e Dio è per eccellenza “il fedele”.

 

Ora, è sullo sfondo di questa grande promessa divina che Giuseppe ode le parole dell’angelo: “il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo……..Tutto questo è avvenuto perché si compisse la parola: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa ”.

 

Giuseppe “era uomo giusto”, il che significa: obbediente alla legge, misericordioso, aperto al piano di Dio e anche abituato a ruminare le Scritture e a pregare i salmi; ed è proprio grazie a quest’ultima prerogativa che egli intuisce come quanto è successo a Maria possa essere in relazione con la promessa fatta a Davide. Tanto più che l’angelo presenta l’evento come realizzazione di una profezia. Dobbiamo ricordare che tutto il vangelo di Matteo è punteggiato dalle cosiddette “citazioni di adempimento”, tratte dai “Testimonia” del giudaismo: florilegi di testi biblici di taglio messianico, raccolti per alimentare nei fedeli la speranza nel Messia.

 

Orbene, il testo in questione di Isaia era un oracolo messianico indirizzato al re di Giuda, Acaz, nel 734 a. Cr. Il testo originale, però, non parlava di una vergine, ma di una “ ’almàh ”, termine ebraico che designa sia una giovane da marito, sia una giovane donna sposata, comunque una donna molto giovane capace di partorire, ma che non è ancora stata madre. Nel contesto storico dell’oracolo, questo si riferisce quasi certamente alla moglie di Acaz, che avrebbe generato Ezechia, uno dei re positivi della storia di Israele, e non immediatamente a Maria di Nazareth. Il profeta aggiunge che tale bambino si sarebbe chiamato “Emmanuele” (termine ebraico che significa “Dio con noi”) e sarebbe stato il “segno” del fatto che, nonostante l’infedeltà di Israele, Dio non avrebbe abbandonato il suo popolo.

 

Però, come si vede nei capitoli successivi di Isaia (in particolare il 9° e l’11°), il bambino profetizzato non indicava solo Ezechia, ma recava in sé i tratti propri di quel re ideale che sarebbe stato l’inviato perfetto e definitivo di Dio: il Messia per eccellenza.

 

Tutta la tradizione cristiana ha riscontrato questi tratti in Gesù di Nazareth e il racconto di Matteo ne esprime la consapevolezza in alcune pagine fondamentali: la genealogia, l’annuncio a Giuseppe, la nascita del Bambino, il riconoscimento in tal senso durante il ministero pubblico del Nazareno, l’ultima pagina del Vangelo, in cui Egli promette di essere “con noi” (“Emmanuele”), “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt.28,20).

 

Se “ ‘almàh “ non significa “vergine” (che in ebraico corrisponde a “betulàh”), come mai troviamo questo termine nell’oracolo citato dall’angelo? La risposta sta nel fatto che Matteo, come tutti gli autori del Nuovo Testamento, utilizza per l’Antico Testamento la celebre versione greca detta dei “Settanta” (del III°-II° sec. a. Cr.) che la Chiesa ha sempre ritenuto un testo ispirato alla pari della Bibbia ebraica.

 

In quella versione la “giovane donna” di Isaia è resa col termine greco “parthénos”(che significa “ragazza da marito”, “vergine”), restringendo il significato rispetto a quello visto di “ ‘almah” . Questo non implica che il giudaismo di quel tempo attendesse un concepimento verginale del Messia, ma solo che “una donna, che ora è vergine, concepirà” un bambino provvidenzialmente straordinario.

 

L’evangelista Matteo vede invece indicata nel vocabolo “parthénos” la realtà di Maria che concepirà senza seme umano e di conseguenza individua un nuovo lineamento del Messia sospirato, quello della sua nascita dallo Spirito di Dio e non dalla carne.

 

Allora il “fulmine a ciel sereno” che ha colpito Giuseppe si rivela in realtà come un faro di luce gettato sull’arco di una storia centenaria, una luce che lo illumina proprio mentre vive la difficoltà della decisione riguardo a Maria. E’ dentro questo conflitto che, ancora grazie alla ruminazione delle Scritture, gli si affaccia alla mente l’ipotesi di essere stato “catapultato” da Dio in un evento assolutamente inedito. Un’interpretazione particolare dell’oracolo di Is.7,14 sul concepimento profetizzato a una “vergine” (così nella versione greca) nei tempi messianici, di cui ha sentito parlare nel suo ambiente religioso, gli apre l’occhio del cuore fino a decidere di dare fiducia simultaneamente a Maria e alla straordinaria potenza di Dio. Maria – pensa Giuseppe – può benissimo essere, a questo punto, quella vergine di cui si parla nell’oracolo di Isaia ed essere, con la sua rettitudine e innocenza, il segno evidente che Dio si è ricordato del suo popolo e ha realizzato la promessa attesa da secoli.

 

Last Updated on Wednesday, 26 June 2019 16:24
 


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