Vang.fest.ambr.C 3°Pasqua 5-5-19 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Friday, 03 May 2019 18:48

 

5 maggio 2019 III° domenica di Pasqua C – Rito ambrosiano

“So da dove sono venuto e dove vado”

(Giovanni 8,12-19)

di Ileana Mortari

 

 

La pericope del vangelo odierno si colloca nell’ambito di una delle più dure controversie tra Gesù e i farisei-giudei; un brano successivo lo si legge nella 3° domenica della Quaresima ambrosiana, detta “la domenica di Abramo”

 

v. 12: Io sono la luce del mondo

E’ questa una delle grandi autorivelazioni di Gesù (come “Io sono il pane di vita,… il Buon Pastore,… la via la verità e la vita”, etc.), che scandiscono il percorso del quarto vangelo e che Egli talvolta pronuncia in occasione delle solenni feste giudaiche, per mostrare che la verità preannunziata dai simboli di quelle feste si realizza ora nella sua persona e in ciò che Egli rivela e dona.

 

I capp.7-9 sono ambientati a Gerusalemme durante la festa ebraica dei tabernacoli (o delle capanne); essa era caratterizzata da riti e processioni in cui la luce teneva un posto eminente. Moltissime luminarie venivano accese sia nel tempio di Gerusalemme che nelle varie abitazioni ebraiche. Così veniva celebrato il fatto biblico della nube luminosa che nel deserto aveva indicato ai padri il cammino da percorrere, e si ringraziava il Signore per essere stato “luce” e guida del popolo. La processione vespertina con fiaccole, canti e danze esprimeva poi la profonda attesa del Messia, che, nel «giorno del Signore», avrebbe illuminato, con la sua rivelazione divina, Israele e il mondo intero. (cfr. Is. 60,1; Dn 2,22; Zc 14,6-7)

 

Inoltre si accendevano grandi falò sulle mura e negli spazi urbani maggiori, così che la città era quasi avvolta in un’onda luminosa che squarciava le tenebre. Che cosa succede in quell’occasione? All’improvviso Gesù, prendendo spunto dallo scintillio di luci, in un ambiente carico di simbolismo, dichiara apertamente di essere Lui la luce del mondo, nella quale tutte le nazioni potranno camminare.

“E’ noto che, in tutte le culture religiose, la luce è un simbolo di Dio, perché riesce a esprimere nettamente due qualità specifiche del divino che i teologi chiamano la trascendenza e l’immanenza.

Da un lato, infatti, la luce è esterna a noi, non la possiamo prendere tra le mani e strappare o dominare, ci “trascende”, ossia ci supera, è “altra” e diversa rispetto a noi, rappresentando quindi il mistero e la distanza che intercorre tra noi e Dio. D’altro lato, però, essa ci avvolge, ci rivela, ci riscalda, ci fa vivere ed è perciò “immanente”, cioè rimane con noi e dentro di noi, raffigurando in tal modo la vicinanza della divinità alle sue creature.” (G. Ravasi)

Quella del v.12 è una formula di rivelazione che afferma l’importanza decisiva del Figlio di Dio per il destino del mondo.

“Definendosi la luce del mondo, Gesù spegne una volta per tutte le luci che dovessero per avventura

apparire in futuro” (Strathmann). Infatti in Lui giungono a compimento le immagini di luce del Primo

Testamento (Jahvè è la luce che accompagna il suo popolo (cfr. Es.13,21-22) ; il servo di Jahvè è luce

delle genti (cfr. Is.49,6). Nella sua persona si compie la lunga attesa, in Israele, della luce definitiva,

già preparata dalla luce della Legge (detta ”luce incorruttibile” - Sap.18,3-4), poi da quella della

Sapienza (“riflesso della luce perenne” - Sap.7,26). Non solo, ma il giovane rabbi di Galilea si

presenta come la luce escatologica, il rivelatore ultimo e definitivo (cfr. Gv.3,19 e 12,46).

 

Però le autorivelazioni di Gesù sono sempre seguite da aspre polemiche e discussioni con i Giudei, che lo interrogano pressantemente, non perché sinceramente interessati a conoscere la sua identità, ma per coglierlo in fallo e accusarlo come bestemmiatore.

Così nei vv.13-18 i farisei rifiutano la testimonianza del Nazareno, perché secondo la Legge “nessuno può rendere testimonianza a se stesso”, cioè per un vizio di forma. Il Maestro al v.18 chiarisce che Egli non è solo a testimoniare: con Lui c’è il Padre, e la testimonianza di due persone è vera, come dice la Legge (cfr. Dt.17,6; 19,15) . Ricordiamo che in Gv.5,31-39 il rabbi di Galilea aveva elencato una serie di modi in cui il Padre dà testimonianza al Figlio: Giovanni il Battista, le opere di Gesù, la Parola di Dio che abita nei cuori dei suoi ascoltatori, le Scritture.

 

E comunque la testimonianza anche del solo Gesù è vera perché si fonda su un dato certo: ”so da dove sono venuto e dove vado.” (v.14 b). In Giov.7,28.33 il Nazareno aveva già proclamato che viene dal Padre e che ritorna a Lui; qui insiste ulteriormente sulla conoscenza che ha della sua origine e del suo destino (8,14; cfr.13,3). Mentre i comuni mortali sono immersi in un presente che non lascia trapelare qual è il suo inizio e il suo termine, il Cristo non è chiuso nello spazio e nel tempo: Egli li domina, ha perfetta coscienza del suo essere, ed è – come afferma Apoc.3,14 – il “testimone fedele e verace”. Tutto questo avviene proprio perché il Figlio di Dio è dall’alto (cfr.8,23), ed è totalmente unito a Colui che l’ha inviato, il Padre.

 

v.14 c: “Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado”.

I farisei ignorano origine e destino di Gesù, perché giudicano “secondo la carne” (v.15). In Giovanni questa espressione significa che essi vedono le cose secondo le apparenze, superficialmente. E questo perché valutano in base a criteri mondani, del tutto inadeguati a comprendere la logica di Dio. E’ per tale cecità che gli oppositori percepiscono di Gesù soltanto lo spessore esteriore, e non colgono il mistero a cui la sua persona e la sua testimonianza rinviano.

Gesù invece non giudica nessuno “secondo la carne”. Primariamente egli non è neppure venuto a “giudicare”, cioè a “condannare” (questo è infatti il significato giovanneo di “giudicare”), ma a salvare (cfr. Gv.3,17 e 12,47). Il suo “giudizio” semmai consiste nel far sì che sia l’uomo stesso ad approdare ad una decisione; e allora, se il soggetto interpellato rifiuta la fede, è lui stesso che si condanna (cfr. Gv.5,22; 9,39).

Persistendo nella loro logica “secondo la carne”, i farisei vorrebbero la conferma del testimone prima citato da Gesù, udire la sua deposizione e confrontarla con l’altra; così gli chiedono: Dov’è tuo padre?” (v.19 a), intendendo per padre quello terreno, Giuseppe. A ben vedere però con questa domanda i farisei mostrano il loro totale scetticismo rispetto a Gesù. Sanno bene che Egli si è proclamato Figlio di Dio (cfr. Gv.5,17ss) e ora hanno udito che il Padre lo ha inviato. Ma volutamente fraintendono, rifiutano di entrare in una logica “spirituale” e si mantengono in quella “carnale”.

Di conseguenza Gesù non risponde a tono, ma ribadisce il motivo e la conseguenza della ”incomprensione” dei farisei: "Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio" (v.19 b). Cioè: siccome non accogliete me né la mia testimonianza, non ha senso presentarvi l’altro testimone: senza di me, il Padre non si manifesta. Osserva R. Schnackenburg: “Questo è un duro attacco al giudaismo, cui viene negato ciò di cui è più fiero: la conoscenza di Dio; e questo perché ha respinto l’inviato escatologico di Dio, il suo Figlio……. Ogni presunta “conoscenza” di Dio e della salvezza diventa impressionante ignoranza se non si crede in colui che ha la vera conoscenza di Dio e rivela la via alla salvezza.”

 

Last Updated on Friday, 03 May 2019 18:50
 


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