Vang.fest.rom.aprile.2019 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Saturday, 06 April 2019 15:21

 

7 aprile 2019 V° domenica di Quaresima C – Rito romano

Giov.8, 1-11: vang. penult. dopo Epifania A - Rito ambrosiano

“Chi è senza peccato, getti per primo la pietra”

(Giovanni 8, 1-11)

di Ileana Mortari

Come afferma G. Ravasi nel suo ciclo “Il bello della Bibbia”, uscito anni fa su “Famiglia cristiana”, la pericope odierna non solo è tra le più belle, ma è certo una pagina indimenticabile del vangelo, perché su di essa si è persino coniato un nuovo modo di dire comune, quello dello “scagliare la prima pietra”.

E’ accertato che, come dimostra un’amplissima documentazione, tale pagina dell’adultera non appartiene a Giovanni: troppo lontana è dal suo stile, lessico, modo di esprimersi; e soprattutto non è presente nei migliori e più antichi manoscritti del 4° vangelo; manca anche in Ambrogio, Agostino, Gerolamo e in genere nei Padri greci del 1° millennio.

Essa si avvicina di più ai sinottici (come si vede dalla menzione degli “scribi”, un “unicum” di Giovanni), in particolare a Luca e al suo vangelo della misericordia e della tenerezza di Cristo nei confronti dei peccatori e degli emarginati. Pertanto non desta meraviglia che un gruppo di codici collochi il brano dopo Luca 21,38.

Nella redazione finale del Nuovo Testamento, però, il testo si trova in Giovanni e lì lo leggiamo e inquadriamo come Parola di Dio, con un suo preciso significato per la fede: anche queste scelte redazionali sono frutto dell’ispirazione dello Spirito Santo!

Scribi e farisei non ricorrono a Gesù con sincerità di cuore, ma per “metterlo alla prova”; conoscendolo come amico di peccatori e pubblicani, e in genere propenso al perdono, vogliono vedere se perdonerà anche alla donna adultera, contravvenendo così alla legge di Mosè, che per tale colpa prescriveva la lapidazione (cfr. Deut. 22,22-24). In tal modo si potrà fare contro il Nazareno una denuncia precisa e procedere di conseguenza. Essi dunque non cercano la verità; hanno già condannato Gesù a priori: cercano solo un appiglio giuridico, una copertura legale.

Per tutta risposta il Maestro si mette a scrivere per terra, cioè non perde la calma, non si lascia agitare da una fretta inconsulta. Addirittura si comporta come se essi, i tentatori, non esistessero.

Anche sul significato di questo “scrivere col dito sulla polvere” si sono versati fiumi di inchiostro (e di fantasia!). Si è portato il gesto a prova della capacità di Gesù di scrivere (sic!). Si è pensato che stesse vergando proprio la frase che poi avrebbe pronunciato. Si è spiegato il fatto con la ripresa di testi biblici, quali:

Non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un’ingiustizia” (Es.23,1)

Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva” (Ger.17,13)

Ma la spiegazione più plausibile è probabilmente quella suggerita dall’uso del verbo greco “katagràpho = “scrivo giù, butto giù qualcosa”, nonché dall’esegesi di uno dei maggiori commentatori di Giovanni, Raymond Brown: “la possibilità di gran lunga più semplice è che Gesù stia solo tracciando linee per terra, per mostrare il suo disinteresse e disgusto per lo zelo di quegli accusatori malfidenti”.

Alla reiterata insistenza degli avversari il rabbi di Galilea dà poi una risposta carica di saggezza salomonica: "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei" (v.7 b). Cioè: solo chi ha la coscienza pulita può scagliare per primo una pietra; e il vergognoso allontanamento degli astanti è di per sé eloquente.

Così la legge di Mosè non è infranta e l’autorità giudaica non ha nulla da ridire. Nessuno è messo a morte, e l’autorità romana può starsene tranquilla. Eluso il tranello, affiora il vero valore dell’atteggiamento di Gesù, venuto a perdonare e a ridare fiducia: “Va' e d'ora in poi non peccare più” (Giov.8,11)

E qui ritroviamo alcuni capisaldi della novità del messaggio di Gesù.

Anzitutto Egli opera una fondamentale distinzione, che sarebbe stata ripresa e divulgata da S.Agostino: quella tra peccato e peccatore, che invece per l’antica Legge erano un tutt’uno.

In secondo luogo supera un’errata distinzione che ai tempi andava per la maggiore: quella tra “giusti” e “peccatori” per antonomasia. Nel giudaismo dell’epoca questa distinzione segnava la stessa società ebraica; è noto che certe categorie di lavoratori (i famosi “pubblicani”, ad esempio) erano di per sé esclusi dalla misericordia divina.

Gesù invece viene a dirci: purtroppo tutti gli uomini sono capaci di fare il male e di fatto lo compiono, sia pure a diversi livelli e con differenti gradi di gravità. Ma, proprio perché il peccato è generalizzato, Gesù è venuto per salvare tutti, proprio tutti, da questo nefasto influsso del Maligno.

Gesù è venuto a donare il perdono di Dio. Che cosa significa il “perdono di Dio”? non certo che il peccato venga cancellato bellamente, a buon mercato, lasciando intatta la natura “peccatrice” del soggetto. No, perché Gesù vuole chiaramente che ognuno prenda coscienza del “suo” peccato e del suo “essere peccatore”. Lo si vede molto bene dalla pagina che stiamo esaminando: “Quelli, udito ciò [chi di voi è senza peccato……], se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” (v.9)

A questo punto ecco “la buona notizia” (o “evangelo”): “va’ e d’ora in poi non peccare più”.

La grande novità portata dal Nazareno è questa: la possibilità di scrollarsi di dosso il marchio infamante del “peccatore” per antonomasia, una denominazione addirittura “sociale” dei tempi (quanto belli gli episodi evangelici della chiamata del pubblicano Matteo, quello della peccatrice in casa di Simone il fariseo, l’incontro con Zaccheo, etc. !) e poi, in ogni epoca successiva e oggi, la possibilità – infinite volte – di ricominciare da capo, di ricevere questo straordinario dono che è il “perdono” (= dono perfetto), perché sempre Dio si getta dietro le spalle tutti i nostri peccati, grandi o piccoli che siano (cfr. Is.38,17 e Sal.64/5,4).

Forse non ci rendiamo veramente conto di quale sia la grandezza e la potenza del perdono e può aiutarci a recuperarla la bella testimonianza di un coreano convertito dal buddhismo al cristianesimo: “Uno dei motivi più forti che mi hanno spinto a convertirmi al cristianesimo è certamente il fatto che nella Chiesa cattolica il sacerdote perdona i peccati in nome di Dio. Per me questa è stata una scoperta sconvolgente. Nel buddhismo non esiste perdono: si fanno cerimonie purificatorie, si danno offerte e si recitano preghiere, ma nessuno perdona i peccati. Il fedele buddhista che ha un animo sensibile rimane tutta la vita con il peso dei propri peccati, lo ricorda, si tormenta, non è mai sereno. Quando ho saputo che la Chiesa cattolica perdona i peccati in nome di Dio, ho capito che questa fede faceva per me”.

14 aprile 2019 Domenica delle Palme C - Rito romano

La Passione di Gesù secondo Luca

(Luca 22,14 – 23,56)

del Card. Gianfranco Ravasi

In questo commento noi fisseremo sinteticamente la nostra attenzione sul «tesoro della passione del nostro Signore alla cui meditazione tutti sono invitati per alimentarsi e salvarsi», come dice l' “Imitazione di Cristo”, un classico della spiritualità cristiana. D'altra parte la lettura piana ed immediata del racconto della passione è già di per se stessa un atto di fede e una proposta di vita, soprattutto nella prospettiva lucana.

Infatti il terzo evangelista ha impresso alla trama degli eventi che egli aveva ricevuto già dalla più antica tradizione cristiana un'impronta "esistenziale": è come se egli disegnasse una strada che il discepolo deve seguire dietro i passi del suo Signore. Seguendo Gesù nella passione, il cristiano è
chiamato ad un'adesione personale e vitale, da compiere in Gerusalemme, la città-meta dell'itinerario terreno e spirituale del Cristo e del discepolo.

Così, Simone di Cirene e le donne, di cui Luca ci offre un ritratto molto accurato, non sono spettatori o testimoni neutri, ma sono quasi dei modelli della sequela di Gesù anche nell'istante ultimo e decisivo. Di Simone Luca nota che «gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù» e questa espressione è normalmente usata dall'evangelista per definire l'impegno del discepolo che «porta ogni giorno la sua croce» seguendo il suo Signore anche nella donazione estrema. Le donne «si battono il petto» e questo gesto sarà ripetuto alla fine del racconto dalle folle che «se ne tornavano percuotendosi il petto». Questo atto è simbolicamente la rappresentazione del pentimento e della conversione che nasce dall'appello del Cristo: «Piangete su voi stesse...».

Gesù sulla croce offre al discepolo un altro grande esempio da incarnare nella vita, quello del perdono dei peccatori e delle offese ricevute: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». E’ una lezione che Gesù ha ripetuto durante tutta la sua esistenza terrena e che il primo martire cristiano, Stefano, raccoglierà e metterà in pratica proprio nell'istante della sua morte (At.7,60). In questa linea d'amore, di perdono e di donazione sino all'ultimo si colloca anche l'episodio, riferito solo da Luca, del malfattore pentito a cui Gesù offre il dono della salvezza nel Regno. Con quell'uomo peccatore noi tutti dobbiamo ripetere: «Noi giustamente riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E con queste parole di conversione anche per noi si spalancheranno le braccia dell'amore misericordioso di Dio.

Anche nella sua morte il Cristo, agli occhi di Luca, diventa il segno di un'altra via da seguire, quella del perfetto abbandono nelle mani di Dio. Come è noto, è solo Luca a citare un'altra preghiera finale di Gesù moribondo, oltre a quella desolata del Salmo 22 («Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?»). Infatti, riprendendo le parole del Salmo 31, Gesù esclama: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». È come la sintesi di una lunga lezione che Cristo

spinto». H come la sintesi di una lunga lezione che Cristo aveva distribuito nel Vangelo di Luca su questo tema (si legga, ad esempio, il c. 12 di Luca). In pratica l'ultima parola che affiora sulle labbra di Gesù è, secondo Luca, in quel «Padre!» finale, pronunziato con serenità e fiducia.

Al termine della sua narrazione della passione Luca pone una nota a prima vista marginale: «Tutti i suoi conoscenti e le donne che avevano seguito Gesù fin dalla Galilea osservavano questi avvenimenti». Similmente anche le folle convertite dalla croce di Cristo «ripensavano a quanto era accaduto». Maria, in apertura al Vangelo di Luca, era stata presentata come colei che «serbava tutte quelle cose meditandole nel suo cuore» (2, 19.51). Per comprendere il senso profondo celato sotto l'involucro esteriore dei fatti della passione di Cristo è necessario «osservare, ripensare, meditare».

E’ necessario conoscere la via della contemplazione, della riflessione, del silenzio. E’ necessario nella liturgia creare lo spazio perché la parola di Dio penetri nella nostra esistenza e vi fiorisca.

21 aprile 2019 Domenica di Pasqua C - Rito romano

“Vide e credette”

(Giovanni 20,1-9)

di Ileana Mortari

La pericope odierna è tutta incentrata sul tema della “tomba vuota”. Essa, com’è noto, non è sufficiente a “dimostrare” la resurrezione di Gesù, non è una “prova” di essa; e tuttavia è un importante indizio, un “segno” per chi sa leggerlo correttamente.

Giovanni, che ama esprimere attraverso singoli ed emblematici personaggi diverse posizioni, ci presenta nel cap.20 le tre diverse reazioni di fronte alla tomba vuota di Maria Maddalena, di Pietro e dell’ “altro discepolo”, che è poi lo stesso Giovanni, il “Discepolo amato”.

Giunta al sepolcro, Maria vede (“blépei”) la pietra tolta, ribaltata via. Il suo vedere è espresso con “blépo”, un verbo greco che indica il vedere fisico, il semplice scorgere con gli occhi, la percezione materiale. Da questa percezione deriva alla donna una conclusione puramente umana: il cadavere non c’è più, quindi è stato rubato, portato via. Di qui il suo dolore, anzi la sua angoscia, perché le è stata sottratta – forse per sempre – l’unica reliquia che le era rimasta del suo amato Maestro.

Ella avverte di ciò i due maggiori esponenti della comunità cristiana primitiva e anch’essi vanno subito, e di corsa, al sepolcro. Pietro, cui Giovanni ha dato la precedenza, entra nella tomba e “osserva” tele e sudario piegati accuratamente. Questa volta il verbo greco è “theoréin”, che dice più del semplice vedere fisico: significa infatti “scrutare attentamente” ed implica uno sguardo attento, riflessivo, interrogante. Infatti dal passo parallelo di Luca (c.24,v.12 b) veniamo a sapere che Pietro era “pieno di stupore” per l’accaduto.

Infine anche il terzo personaggio emblematico del racconto, “l’altro discepolo”, entra nel sepolcro e di lui l’autore dice che vide e credette”. Questa volta il verbo greco tradotto con “vide” è “éiden”, il perfetto di “horào”, che significa guardare, percepire, prendere conoscenza; nel linguaggio biblico del N.T. il verbo indica anche la visione spirituale. Siamo cioè a un terzo gradino di profondità rispetto agli altri due verbi esaminati.

Che cosa vide e che cosa credette Giovanni?

Gli esegeti hanno dato risposte diverse, anche perché il v.7 costituisce una vera e propria “crux” interpretativa.

Da parte mia ho trovato convincente la proposta di traduzione fatta dal sacerdote biblista Don Antonio Persili (ampiamente citato da V. Messori in “Dicono che è risorto”, capp.12°-13°), il quale

ha dedicato interi decenni (sic!) a studiare Giov.20,3-8,esplorando non solo il testo originale, ma il contesto storico, archeologico, antropologico, gli usi e i costumi funerari del tempo, etc.

Sulla base di una ben documentata analisi filologica, egli propone una traduzione dei vv.6-7 diversa da quella ufficiale e cioè:

NON “[Pietro] osservò i teli posati là, 7e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i

teli, ma avvolto in un luogo a parte.

MA: “[Pietro] contempla le fasce distese e ( 7) il sudario, che era sul capo di lui, non disteso con le

fasce, ma al contrario avvolto in una posizione unica

Che cosa si evince da questa traduzione?

Anzitutto le fasce, cioè le strisce di tela che avvolgevano il lenzuolo funerario (o sindone), se prima erano rialzate (perché all’interno c’era il corpo), ora sono “abbassate”, “distese”; cioè intatte, non manomesse, non disciolte. “Esse –afferma Persili – costituiscono la prima traccia della Resurrezione: era infatti assolutamente impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce, semplicemente rianimato, o che fosse stato asportato, sia da amici che da nemici, senza svolgere quelle fasce o, comunque, senza manometterle in qualche maniera” (da “Sulle tracce del Cristo Risorto”).

Ma soprattutto risulta interessante il particolare del sudario (cui Giovanni dedica un intero versetto, il 7), che, secondo la traduzione proposta, si trova non separato dalle bende, bensì sopra le bende, nel punto in cui stava la testa del cadavere, “avvolto in una posizione unica”; infatti “unica”, cioè singolare, eccezionale, irripetibile, appare la posizione di tale sudario agli occhi di Pietro e Giovanni, perché è una sfida alla forza di gravità! Come poteva un telo rimanere “rialzato” ed “avvolto” senza nulla dentro? L’unica spiegazione plausibile è che il sudario fosse rimasto per così dire “inamidato” per l’essiccarsi (immediato) dei profumi liquidi abbondantemente versati su di esso al momento della sepoltura: era un involucro “imbalsamato”, che conservava ancora la forma di ciò che aveva contenuto fino a qualche ora prima, come se il corpo l’avesse misteriosamente attraversato senza scomporlo. Del resto Gesù risorto non sarebbe apparso all’improvviso nel cenacolo, a porte chiuse?

Ora, Pietro e Giovanni videro le medesime cose, ma solo di Giovanni si dice che “vide e credette”, perché? E che cosa “vide” Giovanni, che cosa “credette”?

Anzitutto Giovanni, a differenza di Pietro, era rimasto con Gesù fino alla fine, aveva assistito alla sua sepoltura e ora, chinatosi sul sepolcro, vede che bende e sudario sono esattamente nella posizione in cui si trovava il cadavere e collocate in modo che, come visto sopra, escludeva qualsiasi manomissione.

Ricordiamo che per l’evangelista Giovanni “vedere” (“horào”) è anche un prendere coscienza di un evento della rivelazione. Il discepolo dunque “vide”, in modo più profondo degli altri, che Gesù non era uscito dalle tele, perché, all’interno di esse, era entrato direttamente nella dimensione dell’eternità, con un passaggio misterioso da uno stato all’altro, dal tempo all’eterno. In questo “vedere” gli fu di aiuto – come detto - la sua precedente esperienza al sepolcro.

Ma soprattutto era l'amore per Gesù di cui il “discepolo amato” era penetrato che lasciò passare in lui la luce: le fasce, afflosciate su se stesse ma ancora avvolte, e il sudario in quella strana posizione, erano il SEGNO che Gesù era uscito vivo dal sepolcro, sottraendosi in maniera misteriosa ai panni che Lo avvolgevano. Giovanni coglie dunque nella disposizione delle bende e del sudario un rinvio. Non vede il Risorto, ma la sua traccia.

Di conseguenza egli crede, prima ancora di incontrarLo come avverrà per gli altri (che solo allora crederanno alla resurrezione), che Gesù è davvero resuscitato dai morti.

“Vide e credette”; “questa espressione sintetica, lapidaria – osserva Messori - segna un momento solenne: è in quell’istante, in effetti, che nasce la fede, che nasce il cristianesimo stesso.” (op. cit. p.120)

Molto suggestivo e significativo è anche quanto afferma Karl Barth nella sua “Dogmatica”: “Costituiscono uno stesso SEGNO un seno vergine trovato pieno e una tomba piena trovata vuota”. L’ingresso come l’uscita del Figlio di Dio dalla vita e dal mondo restano avvolte nel mistero.

 

 

28 aprile 2019 II° domenica di Pasqua C - Rito romano e ambrosiano

Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”

(Giovanni 20,19-31)

di Ileana Mortari

L’apostolo Tommaso è universalmente noto come emblema dell’incredulità, tanto che proprio a questa sua caratteristica pittori e scultori di ogni tempo hanno dedicato bellissime opere d’arte! E diffusissima poi è l’espressione proverbiale “voler vedere e toccare come Tommaso”.

Ora, è certamente vero che – come dice S. Gregorio Magno – “a noi giovò di più l’incredulità di Tommaso che la fede degli apostoli”; ma su di essa si è forse insistito un po’ troppo, tanto da far passare in secondo piano altri interessanti aspetti dell’episodio; anzi, sono proprio quelli che meglio ci aiutano a rispondere all’interrogativo di fondo sottostante a questa pagina: come, in ogni tempo, è possibile arrivare a credere in Gesù Cristo, morto e risorto, Messia e Figlio di Dio?

Tommaso, solo menzionato come uno dei Dodici dagli autori del Nuovo Testamento, compare invece più volte come personaggio di un certo rilievo nel quarto vangelo: prima della resurrezione di Lazzaro (Giov.11,14-16), durante i discorsi dell’Ultima Cena (Giov.14,1-7) e nell’episodio del cap.20.

Dal temperamento schietto e spontaneo, egli esprime apertamente interrogativi e inquietudini che serpeggiano anche negli altri discepoli e soprattutto nel cap.20 è scelto da Giovanni per esemplificare quella situazione di dubbio e incertezza che, come sappiamo da altri passi, ha colto tutti gli apostoli dopo la Resurrezione, tanto che Gesù stesso li rimprovera e li convince con prove sensibili che Egli non è un fantasma! (così in Luca 24,38-43).

Essendo stato assente alla prima apparizione di Gesù avvenuta nel giorno stesso di Pasqua, Tommaso dichiara che non bastano l’esperienza e le assicurazioni dei compagni per fargli accettare una cosa assolutamente impossibile: che un uomo, crocefisso, possa ritornare vivo!

Per questo pone le condizioni: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi………..non crederò” (v.25). Fin qui la sua posizione è quanto mai ragionevole e consequenziale; in fin dei conti egli, apostolo, rivendicava anche per sé quel “privilegio” di cui i suoi compagni avevano goduto.

Così la seconda apparizione di Gesù, sempre nel giorno della domenica (della settimana successiva) e con le stesse modalità, pare proprio venire incontro alla richiesta di Tommaso; è Gesù stesso che riecheggia le parole e le condizioni poste, per credere, dal discepolo scettico. In questo ritroviamo un tratto tipico del Nazareno: saper entrare in dialogo profondo con ogni persona, saperla capire e accogliere per quella che è, andandole incontro fin là dove è possibile il dialogo vero.

Ora, è proprio questo che ha fatto scattare la molla nel discepolo “incredulo”: di fronte alla sconfinata condiscendenza e comprensione di Gesù, egli capisce che non aveva senso pretendere di porre delle condizioni e addirittura stabilire le modalità del riconoscimento; probabilmente avrà anche provato vergogna per la sua meschinità di fronte alla incredibile magnanimità di Gesù!

E così, di colpo, senza più aver bisogno di “constatare” personalmente e sensibilmente alcunchè, arriva a pronunciare la più alta, profonda e solenne professione di fede del vangelo, connotata oltretutto da una sfumatura di intimità personale: “Mio Signore e mio Dio!” (v.28).

Ancora una volta, come sempre negli episodi di apparizione, è solo ed esclusivamente l’iniziativa di Gesù che rende possibile, al di là di tutti i nostri calcoli e tentativi, l’incontro con Lui; non solo per i suoi contemporanei, ma in ogni tempo, come ci assicura Egli stesso: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!” (v.29)

Ma allora Tommaso non può più essere considerato l’emblema dell’incredulità; semmai è il rappresentante di tutti coloro che, mossi da ostinata ricerca della Verità, pur conoscendo le inquietudini dell’esitazione e del dubbio, giungono a quella straordinaria esperienza che è l’incontro con il Vivente.

Per questo il quarto evangelista ha strettamente collegato l’episodio delle due apparizioni ai discepoli con la considerazione dei vv.30-31, che si riferisce a tutti quei “segni” compiuti da Gesù utili a credere che Egli è il Cristo.

L’esperienza storica, straordinaria ma non più ripetibile, di chi ha visto Gesù risorto, è consegnata alla Scrittura e questa ci è stata tramandata perché crediamo e, credendo, abbiamo la vita!

 

 

Last Updated on Saturday, 06 April 2019 15:23
 


Powered by Joomla!. Designed by: business hosting virtual private server Valid XHTML and CSS.