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Written by Ileana Mortari   
Saturday, 06 April 2019 15:18

 

7 aprile 2019 V° domenica di Quaresima – ciclo unico – Rito ambrosiano

Giov.11,1-45: vang. V° domenica Quares. A – Rito romano

“Chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”

(Giovanni 11,1-53)

di Ileana Mortari

Un tratto caratteristico del 4° vangelo è la coesistenza di realismo e simbolismo. E’ solo Giovanni, tra gli autori del Nuovo Testamento, a darci ragguagli esatti circa la durata del ministero pubblico di Gesù (tre anni) o l’ora in cui avvenne la vocazione dei primi due discepoli (vedi Giov.1,39) e nello stesso tempo è nel suo scritto che troviamo la più alta valenza simbolica dei vangeli.

Tutto questo è molto evidente nel brano della resurrezione di Lazzaro, proprio di Giovanni.

Varie fonti attestano la storicità dell’episodio, che il redattore ha collocato in questo preciso punto della storia di Gesù, sottolineandone due dirette e immediate conseguenze: a causa di questo miracolo molti giudei credono in Lui e quindi i sommi sacerdoti e i farisei, riuniti nel sinedrio, condividono la valutazione di Caifa e la preoccupazione che l’esaltazione popolare per il Nazareno potesse provocare un intervento militare dei Romani e così “da quel giorno decisero di uccidere Gesù” (Giov.11,45-53).

Quanto alla valenza simbolica, essa emerge con molta chiarezza dall’intreccio di parole e azioni che caratterizzano l’episodio, l’ultimo dei miracoli narrati da Giovanni, e dunque l’ultimo dei “segni” che nel 4° vangelo hanno precisamente la funzione di rivelare la potenza messianica del rabbi di Galilea, prima del più grande “segno”, quello della Sua resurrezione.

Gesù dichiara esplicitamente di essere la resurrezione e la vita (v.25) e questo trova una immediata e strepitosa conferma ed esemplificazione nel suo gesto miracoloso per cui l’amico e ospite Lazzaro di Betania torna a vivere.

Ora, qual è il significato e l’annuncio contenuto in questa straordinaria pagina evangelica per il lettore di ogni tempo?

Anzitutto siamo posti dinanzi al fatto, tremendo e istintivamente inaccettabile per ogni uomo, della morte, e Giovanni ne sottolinea fortemente la bruta realtà. Al v.17 ricorda che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro; secondo gli ebrei l’anima vaga per tre giorni intorno al cadavere, dopo di che lo abbandona alla corruzione e il soffio vitale viene richiamato da Dio che lo aveva donato alla sua creatura. Attraverso questo particolare dunque l’evangelista ci dice che Gesù interviene solo quando la morte di Lazzaro è “scientificamente” certa e che non è sua intenzione alterare il ciclo normale della vita fisica, liberando l’uomo dalla morte biologica.

Anzi, di fronte a questa ineluttabile necessità lo stesso Maestro ha una reazione molto “umana”: si commuove profondamente, si turba e scoppia in pianto, tanto che proprio in questo i presenti colgono la profondità del suo affetto per l’amico: “Vedi come lo amava!” Questo pianto dirotto rivela anche un moto di ribellione contro la morte, un sentimento umano di cui Gesù stesso non si è vergognato.

La prima reazione del Cristo è dunque quella di una intensa partecipazione al dolore delle sorelle di Lazzaro. Ma nello stesso tempo, proprio dall’abisso della sofferenza, Egli sa far scaturire un

barlume di consolazione. Significativamente Giovanni non usa lo stesso verbo per designare il pianto di Maria e quello del Maestro: il primo (in greco “klàio”) indica il piangere singhiozzando rumorosamente, il secondo (“dakrùo”) dice spargimento di lacrime, ma silenzioso. Come dire: Gesù solidarizza con il dolore, non con la disperazione.

Perchè? Se con la sua partecipazione emotiva Egli testimonia che la paura della morte e la ribellione ad essa sono situazioni umane di per sé insuperabili, nello stesso tempo, con la compassione e l’amicizia che, come per gli ospiti di Betania, egli ha verso tutti gli uomini, ci prende là dove siamo e ci porta come in una terra nuova.

Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (v.40), dice Gesù a Marta e a ciascuno di noi. La gloria è la vita di Dio al massimo grado e questa è una vita che non può più morire; non tanto dunque quella che è stata ridata a Lazzaro, il quale poi sarebbe comunque dovuto morire, ma quella di cui la resuscitazione di Lazzaro è segno, e cioè quella condizione nuova, di totale e perfetta comunione con Dio e con i fratelli, di cui la vita di Gesù dopo la Sua resurrezione, quella sì!, è stata la “primizia”, ed è la garanzia per ogni uomo.

Nel precedente dialogo con Marta il Nazareno aveva affermato: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (v.25-26). Egli rivela se stesso come fonte di vita, come la resurrezione stessa personificata, chiedendo però subito dopo a Marta se credeva in ciò.

Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (v.27): la risposta di Marta è notevole ed esemplare per ogni credente. Ella afferma solennemente di credere non in qualcosa, ma in Qualcuno. Non sa come Lui manterrà quello che ha promesso, ma si affida interamente alla sua Parola di vita.

14 aprile 2019 Domenica delle Palme – Rito ambrosiano

La liturgia ambrosiana della domenica delle Palme prevede due forme celebrative. La prima, che unisce processione delle palme e S. Messa, ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e proclama il vangelo di Giovanni 12,12-16; la seconda ci propone l’unzione di Gesù a Betania, tratta sempre dal vangelo di Giovanni, cap.11,55-12,11. Il commento evangelico si riferisce alla seconda.

“Era vicina la Pasqua dei Giudei”

(Giovanni 11,55-12,11)

di Ileana Mortari

Siamo a Betania, sei giorni prima della Pasqua. Gesù e i suoi discepoli sono ospiti di Lazzaro e durante la cena Maria, sorella di quest’ultimo, compie un gesto insolito: versa una enorme quantità di preziosissimo profumo per ungere i piedi di Gesù, asciugandoli poi con i suoi capelli.

Perché Maria compie questo gesto? Certamente è mossa da grande affetto e gratitudine verso Gesù che è stato il suo Maestro (cfr. Luca 10,39) e ha messo in pericolo la sua stessa vita venendo in Giudea per richiamare dai morti l’amico Lazzaro, suo fratello. La sua riconoscenza è tale che nessuna parola potrebbe adeguatamente esprimerla, e allora la manifesta utilizzando un profumo molto raro e prezioso e in una quantità abnorme.

Questo suscita subito la riprovazione di Giuda, secondo cui sarebbe stato meglio vendere quel profumo e darne il ricavato (il corrispettivo dello stipendio annuo di un agricoltore e di un operaio!) ai poveri.

E’ un’obiezione fondata, se pensiamo che a Pasqua era consuetudine dare ai poveri un’elemosina più consistente, per consentire anche a loro un festoso banchetto pasquale. Ma Gesù la respinge recisamente, prendendo le difese di Maria e con una spiegazione enigmatica per i presenti, ma non per il redattore e i lettori: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura”.

Maria, ignara di quello che sarebbe successo, era stata spinta solo dall’immenso affetto per colui che ella e i suoi familiari avevano già riconosciuto come il Figlio di Dio (cfr. Giov.11,27) e se mai nel suo gesto c’era il desiderio di onorare degnamente un tale Ospite. Ma Gesù svela un senso più profondo di quel gesto. Egli sa bene che ormai i suoi giorni sono contati, perché l’Ora della Sua suprema testimonianza è vicina. Per questo fa un esplicito riferimento alla sua sepoltura.

Il suo destino di Messia non è la gloria, il trionfo potente che gli Ebrei si aspettavano, ma l’amore e la dedizione di sé fino alla morte. “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.” (Marco 10,45), realizzando la misteriosa profezia del Servo di Jahvè contenuta nella 1° lettura della liturgia odierna: ”Disprezzato e reietto dagli uomini………si è caricato delle nostre sofferenze,…..è stato schiacciato per le nostre iniquità….ha consegnato se stesso alla morte”; ma “egli intercedeva per i peccatori……” e “per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.

Alle parole di spiegazione del gesto di Maria Gesù aggiunge poi un confronto tra sé e i poveri (“i poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”) che non implica un’alternativa tra l’attenzione ai primi (un importante elemento della pietà giudaica) e quella dovuta a Lui. Si tratta di due ordini differenti, da osservarsi entrambi in egual misura; solo che in quel preciso momento della storia di Gesù veniva in primo piano la circostanza della sua morte vicina e dunque la Sua persona e la giusta priorità del gesto di Maria.

A ben vedere, poi, non solo non c’è una contrapposizione, ma c’è addirittura un nesso per cui, alla fine, l’onore reso a Gesù finisce per ricadere proprio sui poveri.

Anzitutto c’è un legame inscindibile tra Gesù e la povertà. Egli, che ha detto “Beati i poveri!”, è il primo povero, il primo che ha vissuto, ed esemplarmente nella sua vita, questa beatitudine.

Anche in quel momento, a Betania, e più che mai in quel momento, Egli è “il” povero per eccellenza, è in un certo senso il rappresentante di tutti i poveri della storia, è l’emblema della povertà inerme, che ha dalla sua solo la forza della verità e dell’amore e che di lì a pochi giorni si spoglierà persino della vita fisica per amore verso gli uomini, verso tutti gli uomini.

In secondo luogo l’amore per Gesù precede in un certo senso quello per i poveri, ne è il fondamento e la sorgente. Egli, come dice S. Paolo, “da ricco che era, si è fatto povero per noi….(2° Cor. 8,9) ed ha affermato che l’avremmo incontrato e avremmo potuto soccorrerlo in ogni povero trovato sulla nostra strada: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare….”(Matteo 25,35).

Ne consegue che anche noi, quanto più sapremo riconoscere il volto di Gesù nella preghiera e nel silenzio dell’adorazione - come ha fatto Maria a Betania e come siamo particolarmente invitati a fare nella prossima Settimana Santa - tanto più sapremo riconoscerLo e amarLo nella persona del povero.

Notiamo infine che il brano esaminato è preceduto e seguito da due annotazioni dell’evangelista che sottolinea l’ostilità crescente dei farisei e dei sommi sacerdoti, i quali, irritati perché la situazione sta sfuggendo loro di mano, fanno addirittura propositi criminali (uccidere anche Lazzaro) pur di evitare, o almeno ridurre, in tutti i modi la popolarità di Gesù.

Vediamo così nettamente delineati dall’evangelista i “tipi” che incarnano nelle loro reazioni e nel loro comportamento le diverse possibili prese di posizione di fronte a Gesù.

La folla, venuta a Gerusalemme per la festa di Pasqua, cerca di poter almeno “vedere” quello straordinario rabbi di cui ormai tutti parlano per i gesti prodigiosi che ha compiuto; l’unica molla del suo interesse è la curiosità; soddisfatta questa, in Gesù non cerca niente altro.

Farisei e sommi sacerdoti esemplificano invece l’odio allo stato puro di chi vede messa seriamente in pericolo la propria autorità e il proprio potere politico e religioso.

Poi c’è Giuda, cui Giovanni attribuisce l’osservazione sui poveri, sottolineando la sua totale ipocrisia, ammantata di perbenismo, nonché l’egoismo e l’avidità senza limiti.

Egli è evidentemente l’emblema del falso discepolo che giungerà a tradire il Maestro, cui si contrappone chiaramente Maria, modello di “vera discepola”, che manifesta senza mezzi termini la sua fede, la sua fedeltà e il suo immenso affetto per il Signore.

21 aprile 2019 Domenica di Pasqua – Rito ambrosiano - Anno C

Maria di Magdala annunziò ai discepoli: ”Ho visto il Signore!”

(Giovanni 20,11-18)

di Ileana Mortari

Nell’episodio giovanneo di Maria di Magdala ritroviamo i tre elementi che caratterizzano ogni apparizione di Gesù risorto: l’iniziativa del Signore, il riconoscimento, la missione.

Maria piange sconsolata presso il sepolcro vuoto e non riesce a capacitarsi che la salma del Signore, cui voleva rendere gli onori dovuti, sia scomparsa.

E’ così sopraffatta dal dolore che non capisce neppure il significato della presenza dei due angeli seduti nel sepolcro al posto del corpo di Gesù (essi indicano in forma visualizzata l’assenza, non il trafugamento di quel corpo) e, dopo aver detto loro la ragione del suo pianto, non aspetta un ulteriore intervento, magari esplicativo, delle figure celesti e si volta indietro, sempre alla ricerca del cadavere del Signore.

E’ ancora questa la preoccupazione che ella manifesta anche a colui che vede ritto accanto a sé e che ritiene il custode del giardino, finchè non si sente chiamare per nome e solo allora, ulteriormente voltatasi verso di lui, riconosce il suo Maestro (“Rabbunì! ”, v.16).

In questa scena è rappresentato l’itinerario di fede di ogni discepolo. Maria, pur con tutto il suo affetto, non può arrivare con le sue sole forze a riconoscere Gesù nella nuova condizione di Risorto, perchè questa non è semplicemente un ritorno alla precedente esistenza terrena, ma qualcosa di assolutamente nuovo, inedito e soprattutto molto al di sopra delle possibilità umane di conoscenza.

Nel mondo della resurrezione si può accedere solo per grazia, solo per un dono del Signore, che appunto prende l’iniziativa di “mostrarsi” e “chiama per nome”. Si vede qui in atto la bellissima metafora del pastore: “Egli chiama le sue pecore una per una….le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce” (Giov. 10,3-4). Non c’è forse esempio più lampante per esprimere il rapporto intimo e personale che Gesù desidera instaurare con ciascuno dei suoi discepoli!

La gioia immensa che sopraffà la Maddalena quando capisce che Gesù in persona, vivo, è di fronte a lei, la spinge ad avvicinarsi a Lui abbracciandogli i piedi nel tipico gesto di adorazione del Signore che spesso i vangeli menzionano e che qui è intuibile dalle parole di Gesù: “Non mi trattenere!” (v.17). Cioè: io sono vivo, ma il modo di rapportarsi a me non è più quello di prima.

Maria deve ancora percorrere un tratto del cammino di fede: rendersi conto che il modo di essere in comunione con Gesù è cambiato. Egli non può più essere fisicamente presente in mezzo agli uomini, ma chiede (a lei e a tutti quelli che verranno dopo di lei) di cercarlo in altra maniera: ascoltando, custodendo e mettendo in pratica la sua Parola.

Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.” (v.17)

Dunque Gesù si rivela a Maria Maddalena non solo come “maestro”, ma come il Figlio che ascende al Padre per introdurre i fratelli nella piena comunione con Dio.

E’ la prima volta che Egli chiama i discepoli “fratelli”, perché è solo con il dono totale di Sé, con la potenza del Suo amore, che ha reso gli uomini davvero fratelli suoi e tra di loro, figli dello stesso Padre.

Il contenuto del messaggio poi richiama chiaramente altre parole, pronunciate da Gesù nell’Ultima Cena: “Nella casa del Padre mio ci sono molti posti……quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io.” (Giov. 14,2-3).

Ora, data l’estrema difficoltà incontrata dagli evangelisti nel raccontare delle esperienze indubitabilmente vissute, ma che esulano dalle categorie comuni (la resurrezione e le apparizioni non sono “fatti” soggetti a verifica empirica né “documentabili”), un filo rosso che consente di riconoscere il Risorto come Gesù di Nazareth, pur in una condizione che non è più quella del Gesù terreno, è proprio il realizzarsi della sua Parola, come abbiamo potuto vedere, nonché un comportamento che ha gli stessi tratti del suo ministero pubblico.

Così nell’episodio della Maddalena emerge chiaramente la sua attenzione agli ultimi, a quelli che non contano nella società. Dal momento che presso gli Ebrei la testimonianza di una donna non aveva alcun valore, è significativo che Gesù, contestando un’ingiusta discriminazione, scelga come prima testimone della sua resurrezione proprio una donna, e le affidi pure un importante incarico per i suoi discepoli. Per questo i Padri della Chiesa l’hanno denominata “apostola degli apostoli”!

28 aprile 2019 II° domenica di Pasqua C - Rito romano e ambrosiano

Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”

(Giovanni 20,19-31)

di Ileana Mortari

L’apostolo Tommaso è universalmente noto come emblema dell’incredulità, tanto che proprio a questa sua caratteristica pittori e scultori di ogni tempo hanno dedicato bellissime opere d’arte! E diffusissima poi è l’espressione proverbiale “voler vedere e toccare come Tommaso”.

Ora, è certamente vero che – come dice S. Gregorio Magno – “a noi giovò di più l’incredulità di Tommaso che la fede degli apostoli”; ma su di essa si è forse insistito un po’ troppo, tanto da far passare in secondo piano altri interessanti aspetti dell’episodio; anzi, sono proprio quelli che meglio ci aiutano a rispondere all’interrogativo di fondo sottostante a questa pagina: come, in ogni tempo, è possibile arrivare a credere in Gesù Cristo, morto e risorto, Messia e Figlio di Dio?

Tommaso, solo menzionato come uno dei Dodici dagli autori del Nuovo Testamento, compare invece più volte come personaggio di un certo rilievo nel quarto vangelo: prima della resurrezione di Lazzaro (Giov.11,14-16), durante i discorsi dell’Ultima Cena (Giov.14,1-7) e nell’episodio del cap.20.

Dal temperamento schietto e spontaneo, egli esprime apertamente interrogativi e inquietudini che serpeggiano anche negli altri discepoli e soprattutto nel cap.20 è scelto da Giovanni per esemplificare quella situazione di dubbio e incertezza che, come sappiamo da altri passi, ha colto tutti gli apostoli dopo la Resurrezione, tanto che Gesù stesso li rimprovera e li convince con prove sensibili che Egli non è un fantasma! (così in Luca 24,38-43).

Essendo stato assente alla prima apparizione di Gesù avvenuta nel giorno stesso di Pasqua, Tommaso dichiara che non bastano l’esperienza e le assicurazioni dei compagni per fargli accettare una cosa assolutamente impossibile: che un uomo, crocefisso, possa ritornare vivo!

Per questo pone le condizioni: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi………..non crederò” (v.25). Fin qui la sua posizione è quanto mai ragionevole e consequenziale; in fin dei conti egli, apostolo, rivendicava anche per sé quel “privilegio” di cui i suoi compagni avevano goduto.

Così la seconda apparizione di Gesù, sempre nel giorno della domenica (della settimana successiva) e con le stesse modalità, pare proprio venire incontro alla richiesta di Tommaso; è Gesù stesso che riecheggia le parole e le condizioni poste, per credere, dal discepolo scettico. In questo ritroviamo un tratto tipico del Nazareno: saper entrare in dialogo profondo con ogni persona, saperla capire e accogliere per quella che è, andandole incontro fin là dove è possibile il dialogo vero.

Ora, è proprio questo che ha fatto scattare la molla nel discepolo “incredulo”: di fronte alla sconfinata condiscendenza e comprensione di Gesù, egli capisce che non aveva senso pretendere di porre delle condizioni e addirittura stabilire le modalità del riconoscimento; probabilmente avrà anche provato vergogna per la sua meschinità di fronte alla incredibile magnanimità di Gesù!

E così, di colpo, senza più aver bisogno di “constatare” personalmente e sensibilmente alcunchè, arriva a pronunciare la più alta, profonda e solenne professione di fede del vangelo, connotata oltretutto da una sfumatura di intimità personale: “Mio Signore e mio Dio!” (v.28).

Ancora una volta, come sempre negli episodi di apparizione, è solo ed esclusivamente l’iniziativa di Gesù che rende possibile, al di là di tutti i nostri calcoli e tentativi, l’incontro con Lui; non solo per i suoi contemporanei, ma in ogni tempo, come ci assicura Egli stesso: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!” (v.29)

Ma allora Tommaso non può più essere considerato l’emblema dell’incredulità; semmai è il rappresentante di tutti coloro che, mossi da ostinata ricerca della Verità, pur conoscendo le inquietudini dell’esitazione e del dubbio, giungono a quella straordinaria esperienza che è l’incontro con il Vivente.

Per questo il quarto evangelista ha strettamente collegato l’episodio delle due apparizioni ai discepoli con la considerazione dei vv.30-31, che si riferisce a tutti quei “segni” compiuti da Gesù utili a credere che Egli è il Cristo.

L’esperienza storica, straordinaria ma non più ripetibile, di chi ha visto Gesù risorto, è consegnata alla Scrittura e questa ci è stata tramandata perché crediamo e, credendo, abbiamo la vita!

 

 

Last Updated on Saturday, 06 April 2019 15:21
 


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