Vang.fest.rom.marzo 2019 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Saturday, 23 February 2019 09:36

 

3 marzo 2019 VII° domenica T.Ord. C

Luca 6,27-38: giovedì 23° settimana per annum

“Amate i vostri nemici, fate del bene e perdonate”

(Luca 6, 27-38)

di Ileana Mortari

La pericope odierna è la parte centrale del cosiddetto “discorso della pianura” di Luca, che ha il suo parallelo nell’assai più lungo “discorso della montagna” di Matteo. Entrambi gli evangelisti intendono presentare Gesù quale nuovo Mosè che dà ai suoi discepoli una sorta di nuovo Decalogo, o Magna Charta.

Sarebbe erroneo però limitarsi a contrapporre la nuova alla vecchia legge, perché Gesù non è venuto ad abolire la legge antica, ma a metterne in luce le esigenze più profonde, il “cuore”, che è l’ ”amore senza misura”. E soprattutto l’ha liberata dall’angustia della casistica e dell’interpretazione sottile, che mirava a regolamentare minuziosamente ogni azione, così che il fedele poteva sapere sempre con precisione se era osservante o se aveva violato qualche precetto.

L’ottica nuova è quella esplicitata nella parte che apre il discorso, le Beatitudini (Vangelo della 6° domenica anno C), che invitano il discepolo a “osare” comportamenti nuovi, in contrasto con la mentalità corrente, esemplati sul modello di vita di Gesù stesso. Solo a persone che abbiano già accettato questa sfida e si siano messe alla sua sequela, Gesù può rivolgere parole tanto esigenti, richieste così radicali da apparire umanamente impossibili: amare i nemici, beneficare chi ci odia, essere generosi fino all’inverosimile e perdonare sempre e a tutti.

Va osservato che tutto questo Gesù non lo dice in forma di consiglio, o di pia esortazione, ma di comando inequivocabile: amate, benedite, prestate, fate del bene e non condannate. Non ci sono vie di mezzo: il discepolo è colui che obbedisce a tali comandi!

La tentazione di dire: “Non è possibile, non ci provo neanche” è indubbiamente forte. Ma lo stesso brano che ci presenta imperativi “impossibili” ci offre pure una strada, una possibilità di risposta. Il termine di confronto, che costituisce il vertice di tutto il “discorso della pianura”, è: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”(v.36).

Qual è la misericordia del Padre? E’ certamente quell’atteggiamento più volte ricordato dai profeti per cui Dio, con un’ostinazione che sorprende ogni volta, non si arrende mai, neppure di fronte ai rifiuti, ai tradimenti, alle colpe peggiori del suo popolo ed è sempre disposto a rinnovare la sua alleanza.

Gesù poi ci ha illustrato questo amore misericordioso con esempi particolarmente eloquenti. Nelle parabole della pecora smarrita e del figliuol prodigo (Luca 15) ci indica la tenerezza sconfinata dell’amore di Dio; in quella del servo spietato (Matteo 18) ci ricorda che ciascuno di noi è già stato fatto oggetto di un amore senza limiti; infine la parabola dei vignaioli omicidi (Luca 20 e paralleli) che chiaramente anticipa la vicenda della passione e morte di Gesù, dimostra a quali estremi è potuto giungere l’amore ostinato di un Padre che non esita ad esporre perfino il proprio Figlio per riallacciare un dialogo pervicacemente interrotto.

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E’ vero che porgere l’altra guancia, non richiedere la restituzione del proprio, perdonare indiscriminatamente è terribilmente difficile; e poi sembra pure andar contro una doverosa e necessaria “giustizia”, nonchè offrire all’avversario la possibilità di approfittare di una mitezza e generosità, scambiate per debolezza!

Ma è anche vero che c’è un solo modo efficace per fermare la violenza: svuotarla dall’interno.

Come? Il Vangelo ci indica una strada assolutamente nuova: sostituire al principio del “dare e avere” comunemente praticato, quello di una solidarietà disinteressata, di un amore fedele, gratuito e creativo, sempre disposto a concedere credito e fiducia e a sperare che l’altro (il “nemico”!) prima o poi si renda conto del suo errore e giunga a convertirsi.

Gesù ci chiede questo perché è solo un comportamento di tal genere che può rendere visibile l’amore di Dio invisibile; e soprattutto ci dona una reale possibilità di amare in questo modo, perché, se siamo in comunione con Lui, partecipiamo della realtà profonda dell’amore stesso di Dio, Padre misericordioso. Questa è dunque la vera, impensabile e sorprendente “novità” del “discorso della pianura”.

10 marzo 2019 I° domenica di Quaresima C – Rito romano

Gesù, nel deserto, viene tentato dal diavolo

(Luca 4,1-13)

di Ileana Mortari

“La Quaresima di sua natura è simile al deserto che fa fondale al racconto evangelico delle tentazioni di Gesù. Come il deserto riduce l’uomo all’essenziale, spogliandolo delle sovrastrutture, del superfluo e delle vanità e proiettandolo verso alcune poche fondamentali cose (acqua, cibo, strada giusta, riparo dal sole), così la Quaresima ci vuole riportare alla sostanza dell’esistenza cristiana” (G. Ravasi); e in questo percorso possono esserci di grande aiuto le letture della liturgia festiva.

La pericope odierna fa seguito all’episodio del battesimo di Gesù; questo perché, nell’intenzione di Luca, battesimo e tentazione formano un dittico che illustra uno stesso tema: Gesù (che nel Battesimo è stato proclamato “Figlio unico”) si rivela Figlio di Dio.

E’ su questa identità che fanno leva le tre tentazioni di Satana nel deserto: perseguire un’immagine di Figlio di Dio che non è secondo il volere del Padre, ma risponde ad una esclusiva affermazione di sé. Non a caso il nome stesso del diavolo (dal gr. “diabàllein” = separare) indica colui che separa e divide da Dio: il “divisore” si pone in mezzo tra l’uomo e Dio per spezzare la loro alleanza, perché sa bene che con Dio l’uomo può vincerlo.

v.2 “Non mangiò nulla in quei giorni

I critici non possono stabilire con certezza se Gesù compì un digiuno ascetico o se in tale periodo di tempo, essendo Egli vissuto completamente in preghiera e in comunione con Dio, semplicemente non sentì bisogno di cibo (e allora il “digiuno” è simbolo della pienezza di Spirito in Gesù).

La prima tentazione è: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane.” (v.3). Il tentatore suggerisce a Gesù di servirsi della sua qualità di Figlio unico per le sue personali necessità e dunque di usare la potenza di Dio a proprio vantaggio. Ma il Maestro replica alla suggestione diabolica appellandosi (come farà ancora due volte) ad un testo della Scrittura introdotto con la formula solenne e sacra: “Sta scritto” (v.4): la parola del Signore costituisce per il pio israelita la norma alla quale attenersi in ogni circostanza.

v.4: Non di solo pane vivrà l’uomo; cioè c’è qualcosa di molto più importante per l’uomo del cibo materiale, che peraltro la Provvidenza del Padre in qualche modo gli assicura sempre: poiché “nulla è impossibile a Dio”, Egli può anche mantenere in vita un uomo che non tocca cibo per 40 giorni! Piuttosto, quello che più conta è il vivere della Parola; infatti, il pane è buono e dà vita, ma dalla Parola di Dio viene una vita più profonda e autentica. Inoltre più importante del pane materiale è pure l’affidamento al Padre e l’amore verso di Lui e i propri fratelli: solo in questa direzione vanno fatti i miracoli. E infatti Gesù più tardi moltiplicherà i pani (Lc.9,10-17), ma per la folla, non per sé. Egli non ha mai sfruttato la sua condizione di Figlio di Dio a proprio vantaggio.

La seconda tentazione si svolge in una scenografia immaginaria: il diavolo conduce Gesù su un punto talmente alto (inesistente nella geografia), che consente la panoramica di tutti i regni della terra; il loro potere e gloria è nelle mani del “principe di questo mondo”, che li dà a chi vuole.

Il tema del diavolo padrone del mondo è popolare nel giudaismo (cfr. 2°Cor.4,4; Gv.12,41 etc.) e risente dell’influenza apocalittica che oppone dualisticamente il regno di Dio e il regno di Satana, e considera i regnanti attuali strumenti di Satana (cfr. Ap.13,1-8).

Ora il diavolo promette a Gesù di dargli tutti i regni della terra e la loro gloria (cioè il regno messianico ottenuto in modo trionfale, senza passare per la croce e la morte), se si prostrerà ad adorarlo: radicale pervertimento del rapporto filiale di Gesù con Dio! La tentazione consiste infatti nell’indurre Gesù alla disobbedienza al Padre e a spezzare la relazione di figliolanza che l’unisce a Lui.

Ma il Figlio di Dio rifiuta questa suggestione citando il Deuteronomio “Sta scritto: il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Da vero israelita, Egli riafferma il culto al solo Dio, anima del “credo” ebraico: Gesù si inserisce nel solco della tradizione dell’Israele fedele.

La terza tentazione ha come scenario Gerusalemme e più precisamente il pinnacolo del tempio.

Dopo che Gesù si è rifiutato di adorare il diavolo, questi gli si rivolge nuovamente con malizia richiamandosi alla sua pretesa di essere “Figlio” (“Se tu sei Figlio di Dio……” v.9). E poiché Gesù per due volte si è rifatto a direttive di Dio nella Scrittura, ora il diavolo, da ultimo e come si addice anche all’area sacra del tempio, muove la sua tentazione ricorrendo a due frasi bibliche tratte dal Salmo 90, in cui il salmista afferma con assoluta fiducia che Dio lo proteggerà da ogni pericolo, inviando anche i suoi angeli a custodirlo e a sostenerlo con le loro mani.

Con questa suggestione il demonio vuole indurre Gesù a mettere alla prova Dio, verificando la verità di questa promessa fatta al giusto; Gesù non dubita dell’autenticità della promessa divina, ma si rifiuta di mettere alla prova Dio gettandosi giù dal pinnacolo del tempio, poiché ciò equivarrebbe a tentare Dio. Egli replica a Satana citando il testo di Dt.6,16 in cui è detto: “non tenterai il Signore Dio tuo” (v.12), esprimendo così la sua ferma volontà di obbedire al comando del Padre. Anche in questo caso, Gesù si comporta al contrario di quegli israeliti che nel deserto, mancando di fede nelle promesse di Dio, lo hanno tentato esigendo una prova delle verità di esse (cfr. Es.17).

A Gerusalemme Gesù non cede alla tentazione del prodigioso e non si sottrae ai limiti della corporeità. Egli non impone la propria messianicità con l’evidenza di un gesto straordinario che costringa la gente ad aderire a lui, non piega le Scritture all’affermazione di sé.

E’ come se dicesse: “So bene che Dio è presente, ma a modo suo, non a modo mio. Non ho bisogno di costringerlo all’evidenza. Dio è già in me, forza della mia forza.”

Cerchiamo ora di cogliere il significato dell’episodio nella sua globalità.

Anzitutto l’ambientazione nel deserto richiama il deserto attraversato dagli ebrei nell’esodo dall’Egitto. Durante quel periodo il popolo di Israele non resse alla “prova”, mormorò contro Mosè e Aronne lamentandosi per la mancanza di cibo (cfr. Es.16), tentò Dio a Massa e Meriba e spesso si lasciò trascinare ad adorare divinità straniere (cfr. Deut. 32,15-18); in sostanza, non seppe vincere le tentazioni del deserto.

Com’è noto, Gesù è il “nuovo Israele”, che compie in positivo quanto nell’A.T. veniva prefigurato e preannunziato; con il rimando a vari a passi del Deuteronomio, il racconto lucano vuole evidenziare l’obbedienza del “Figlio” in grande contrasto con la disobbedienza di Israele. Il Figlio di Dio, al contrario del “popolo eletto”, si dimostra vincitore rispetto alle tentazioni del deserto (e anche successivamente, nel corso di tutta la sua missione) e mostra come esserlo: con l’arma invincibile della Parola di Dio, quale guida unica e incontrovertibile.

Ma il soggiorno di Gesù nel deserto è paradigmatico anche per tutti i credenti, di tutti i tempi, in tutte le tentazioni della vita. Egli è stato tentato nel deserto in una maniera unica e caratteristica, superiore a tutte le possibilità di tentazione alle quali i credenti possano mai andare incontro. Dunque, nella comunione con Lui e seguendo il suo esempio, sarà possibile anche ad ogni cristiano raggiungere questa vittoria, mediante l’obbedienza alla Parola e nella dedizione all’unico Signore. Sono queste le due virtù che sconfiggono Satana.

17 marzo 2019 II° domenica di Quaresima C – Rito romano

Luca 9,28b-36:vang.Trasfigurazione rom.e ambr.

“Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltàtelo!”

(Luca 9,28b-36)

di Ileana Mortari

Lo straordinario episodio della trasfigurazione di Gesù è presente in tutti e tre i sinottici, ma la versione di Luca presenta caratteristiche proprie che vanno tenute presenti e che segnaleremo nel corso del commento. Anzitutto il redattore presenta il fatto nel corso di un momento di preghiera del Signore, proprio perché per lui (l’ ”evangelista della preghiera” per antonomasia) la preghiera costituisce il momento appropriato e privilegiato per le manifestazioni divine.

E qui abbiamo una notevole manifestazione divina, o “epifania”. “Mentre pregava, il volto di Gesù cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (v.29).

Ai tre discepoli appare il mistero di luce e gloria (segni di divinità) che Gesù di Nazareth nasconde sotto i lineamenti di un uomo all’apparenza comune. E’ come se si sollevasse un velo e dietro i lembi dell’umanità di Gesù sfolgorasse la divinità. Del resto la veste candida e il volto splendente richiamano alla memoria biblica il “Figlio dell’uomo”, glorioso e vincitore, di Daniele e ci rivelano il significato nascosto del cammino di Gesù.

v.30 “Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia…. Perché Mosè? Forse perché, per il fatto che nessuno sa dove sia il suo corpo, egli è, come Gesù, presso il Padre; e anche perché ha visto Dio (Es.33) ed è stato il mediatore tra Jahvè ed Israele. Perché Elia? Certamente perché è stato trasportato presso il Padre su un carro di fuoco. Ma soprattutto Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti, cioè le due tradizioni giudaiche che convergevano verso il Cristo permettendo di identificarlo come Colui in cui giungono a compimento l’alleanza e la legge.

Luca, a differenza di Matteo e Marco, indica l’argomento del colloquio tra Mosè, Elia e Gesù: “parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (v.31).

Mosè ed Elia avevano vissuto il loro esodo verso la libertà definitiva attraverso la sofferenza e la persecuzione. Essi, quali rappresentanti della legge e dei profeti, hanno predetto le sofferenze del Messia (cfr. Lc.24,26-27; At.26,22-23).

L’ “esodo” si riferisce (cfr. anche 2°Pt.1,15) alla morte, resurrezione e ascensione di Gesù a Gerusalemme, città dove si compie la sua missione. C’è dunque un riferimento alla croce, che viene annunciata e anticipata, così come otto giorni prima c’era stato il 1° preannuncio della passione e morte.

Ora, qual è il nesso tra i due momenti della croce e della trasfigurazione? Il dono della visione epifanica viene fatto ai discepoli proprio perché in futuro non si lascino abbattere dalla vista di Gesù umiliato e crocefisso: in Lui abita la divinità eterna, che non può soggiacere alla morte. Infatti il suo volto, oggi fugacemente trasfigurato, verrà crudelmente sfigurato durante la Passione, ma poi sarà trasfigurato, risplendente della gloria del Padre, in maniera totale e definitiva, nel mattino della Resurrezione. Non è un caso che i tratti di questo racconto rimandino a quelli delle apparizioni postpasquali.

v.32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno”: non si parla tanto di un sonno fisico, ma si vuole esprimere la distanza ed estraneità dei discepoli dall’esperienza del Signore, e anche la loro cecità spirituale, visto che non hanno colto appieno il senso del discorso di Gesù con Mosè ed Elia. Infatti la successiva affermazione di Pietro: “Maestro, è bello per noi essere qui” (v.33) indica che essi comprendono solo la gioia del momento per la vista della gloria e non anche il destino di sofferenza che attende il Signore.

Occorre ricordare che la trasfigurazione (o cambiamento d’aspetto) degli esseri, secondo l’apocalittica giudaica era attesa per la fine dei tempi (Dan.12,3). Così la trasformazione avvenuta nel Maestro dovette sembrare a Pietro il segno che la fine dei tempi fosse ormai giunta. Per questo egli propone l’erezione di tre capanne, simbolo di quella dimora celeste in cui supponeva di essere già introdotto.

v.34 “…..venne una nube e li coprì con la sua ombra”. La nube, segno della Presenza divina fin dall’Antico Testamento, introduce il culmine della scena, dato dalla rivelazione della voce divina che proclama l’identità di Gesù: Egli è il Figlio di Dio. E’ questa la risposta alla serie di interrogativi disseminati nei capitoli 5-9 del vangelo di Luca relativi all’identità del Nazareno. Pietro aveva già avanzato una soluzione (cfr. Lc.9,18-21: “Tu sei il Cristo di Dio”), che ora viene confermata dalla voce celeste.

v.35 “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltàtelo!”. Qui troviamo ancora una differenza di Luca rispetto a Marco e Matteo: egli sostituisce l’ ”amato” dei due sinottici con l’ “eletto”, per richiamare la figura del Servo sofferente del Signore (Is.42,1) e la prospettiva della sofferenza futura di Cristo.

Nel momento in cui la voce celeste si fa sentire, Mosè ed Elia scompaiono e rimane solo Gesù. Ciò significa che d’ora in avanti è solo Lui che interpreta la Scrittura e la volontà di Dio. E’ lui la Parola di Dio per i discepoli: “Ascoltatelo!

Tutti e tre i racconti evangelici della trasfigurazione riportano la forma imperativa “Ascoltàtelo”, sottolineando così l’importanza della predicazione di Gesù. Non dimentichiamo che “nella tradizione biblica il verbo ha una densità di contenuto che non si riscontra nella nostra lingua; infatti non si tratta soltanto di a quanto dice il Figlio di Dio, ma soprattutto di <prestare obbedienza> a tutte le sue parole” (B.Prete)

A conclusione dell’episodio, mentre in Matteo e Marco Gesù impone ai discepoli il silenzio, in Luca sono loro stessi che, senza ricevere alcun ordine, non racconteranno a nessuno gli avvenimenti di cui sono stati spettatori sul monte (v.36), tanto è stata per loro misteriosa e sconvolgente l’esperienza vissuta. Ne parleranno solo dopo che avranno ricevuto lo Spirito Santo.

Come ogni pagina evangelica, questa della Trasfigurazione contiene molti elementi di attualizzazione e applicazione alla nostra vita. Ne indico almeno due.

1)“Il volto di Gesù è il volto altro dell’uomo. Noi tutti siamo come un’icona incompiuta, dipinta però su di un fondo d’oro, luminoso e prezioso, che è il nostro essere creati a immagine e somiglianza di Dio. L’intera vita altro non è che la gioia e la fatica di liberare tutta la luce e la bellezza che Dio ha deposto in noi……La preghiera rende più limpido il volto, ti rende più te stesso, perché ti mette in contatto con quella parte di divino che compone la tua identità umana…….” (Ermes Ronchi)

2) Non mancano nella nostra vita i momenti di luce, dono del Signore. Ad essi ci riporta la memoria specialmente quando il buio ci avvolge. I momenti di luce sono come i piloni del ponte che Dio getta tra lui e noi, perché la campata si regga nei tratti a strapiombo, quelli che corrispondono al buio e alla desolazione. Credere a Dio è offrirGli la sponda su cui Egli possa poggiare il ponte che getta verso l’uomo.

24 marzo 2019 III° domenica di Quaresima C – Rito romano

“Vedremo se porterà frutti per l’avvenire”

(Luca 13,1-9)

di Ileana Mortari

Nel rito romano la liturgia quaresimale privilegia, in ogni anno del ciclo triennale, una particolare tematica; l’anno C è imperniato sulla conversione-penitenza, argomento centrale della pericope odierna, che prende spunto da due fatti di cronaca realmente accaduti al tempo di Gesù e di cui si ha notizia solo grazie al 3° vangelo.

Riguardo al primo avvenimento, pare che - secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio – intorno al 35 d. Cr. sotto il dominio romano ci fosse stata un’insurrezione e alcuni si fossero rifugiati nel tempio ritenendosi al sicuro. Invece i Romani entrarono e li uccisero, proprio mentre si stava facendo il sacrificio rituale.

Secondo un’altra ipotesi, Pilato fece massacrare un gruppo di pellegrini galilei (probabili simpatizzanti del movimento zelota), mentre sacrificavano i loro agnelli, forse in occasione della Pasqua, quando anche i laici partecipavano ai sacrifici nel tempio. Tremenda fu l’impressione per questa strage avvenuta in un luogo religioso, anche perché il sangue delle vittime si era mescolato a quello dei sacrifici, profanando nel modo più grave e offensivo uno spazio sacro destinato al culto e durante un rito liturgico.

I connazionali avevano dato alla morte violenta dei galilei la seguente spiegazione: Dio è giusto e, se ha punito quelle persone con la morte, vuol dire che essi erano peccatori; secondo una nota regola ebraica, “non c’è castigo senza colpa”. Era diffusa la credenza popolare secondo cui ogni disgrazia è conseguenza e pena di determinati peccati. E' un modo di pensare che esiste tuttora perchè evidentemente fa comodo e tranquillizza la coscienza: questo male a me non è accaduto; quindi sono a posto.

Tale valutazione aveva alla base una concezione “teologica”. Infatti, secondo alcune correnti religiose del giudaismo, molto presenti anche al tempo di Gesù (cfr. Gv.9,2 sul cieco nato), la malattia e la morte violenta erano considerate come una punizione che Dio infliggeva per i peccati commessi, che soltanto lui conosceva. Più in generale sventure e dolori erano un castigo legato al peccato. Il rabbino Ammi insegnava: “Non c’è morte senza peccato, né sofferenza senza colpa”. Ancora oggi c’è chi ama vedere nelle disgrazie il “dito di Dio giudice”.

Gesù non condivide affatto simile spiegazione, né condanna il potere oppressivo e tirannico dei Romani capaci di tanta repressione e brutalità (come forse si aspettavano i suoi interlocutori), non guarda al passato per stabilire colpe e colpevoli, ma invita a guardare avanti e coglie l’occasione per dare un insegnamento sul giudizio di Dio: la disgrazia caduta sui galilei è il segno del giudizio che incombe su tutti gli uomini (perché tutti sono peccatori), a meno che non si convertano.

Dunque il male che è nel mondo e nell’uomo deve diventare motivo e occasione di revisione di vita e di conversione. E l’essere scampati alla strage non è sintomo di innocenza, ma piuttosto una “tregua”, una possibilità ulteriore che ci è data per convertirci.

Poi Gesù stesso prende l’iniziativa di commentare un altro fatto. Cause imprecisate fanno crollare la torre di Siloe (un’opera difensiva che si trovava nella cinta muraria a sud-est di Gerusalemme, accanto alla sorgente di Siloe) e ben diciotto persone muoiono schiacciate dalle pietre. Anche in questo caso – osserva il Maestro – le vittime non erano certo più colpevoli degli altri abitanti della città.

No, io vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo” (v.5). Queste minacce di stampo profetico, ripetute una seconda volta, vogliono far capire a chi ascolta che tutti sono peccatori e che tutti indistintamente hanno bisogno di conversione, una conversione urgente, non rimandabile, alla quale il Signore invita in modo solenne e autorevole (“io vi dico” – vv.3 e 5). Non ci sono garanzie sulla storia futura, la nostra vita può cessare da un momento all’altro: per questo è bene non rimandare la conversione.

Parrebbe questo un discorso duro e perentorio, in cui prevale il volto corrucciato di Dio. Ma Luca, l’ “evangelista del perdono e della misericordia”, si affretta ad aggiungere alle parole di minaccia la parabola del fico sterile, che nel terzo vangelo ha collocazione e contenuti diversi rispetto ai sinottici, e che consente di approfondire il tema del giudizio divino. Quest’ultimo si abbatte inesorabilmente su coloro che non si convertono; ma l’intenzione più profonda, l’intenzione originaria di Dio è che ”Egli non vuole la morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva” (Ez.33,11)

Di qui la parabola del fico infruttuoso. Il fico è noto simbolo anticotestamentario del popolo di Israele e il primo significato del testo è: Dio stigmatizza la condotta del popolo ebraico e la sottopone a giudizio, in quanto esso non ha saputo riconoscere e cogliere nella presenza di Gesù il dono che il Padre gli faceva; nei “tre anni di sterilità”, che evidentemente alludono al tempo del ministero del Messia, Israele non ha saputo cogliere il tempo opportuno a lui riservato.

Tuttavia il vignaiolo-Dio (cfr. Gv.15,1: “il Padre mio è l’agricoltore”) vuole concedere ancora del tempo per dare frutto; non solo, ma Egli si preoccupa di zappargli intorno, lavorare il terreno, mettergli il concime; cioè, fuor di metafora: Dio offre ancora una possibilità al suo popolo e, più in generale, si prende cura come nessuno di ciascuno di noi, “perde tempo per noi”, fa di tutto per portarci a fruttificare. Egli è un Dio paziente che lavora la zolla della nostra esistenza e spera sempre di raccogliere qualche frutto.

Ritroviamo in questi versetti l’esperienza dell’attesa, che attraversa tutto il Vangelo di Luca.
Un’attesa che contiene il valore della pazienza, della capacità di guardare sempre oltre i limiti e le apparenti sconfitte della vita, così da riscoprire una possibilità di salvezza per tutti.

CONVERSIONE è dunque la parola d’ordine del testo odierno: nell’originale greco (“metànoia”) indica il “cambiare mentalità”, scelte, giudizio, decisioni.

Convertirsi è passare dal modo di pensare e di agire proprio di chi è condizionato dal mondo, a un modo di pensare, agire, comportarsi guidato da Cristo e dal suo vangelo. Convertirsi è lasciare che il Vangelo entri nella propria vita così che, passo dopo passo, possa occupare tutta la nostra esistenza.

La QUARESIMA è il tempo più propizio, che la Chiesa, davvero Madre, ci offre ogni anno per fare la revisione della nostra vita, interrogarci alla luce della Parola, riprendere o intensificare il dialogo con il Signore. Magari ci accorgiamo di non aver prodotto molti frutti, di aver perso o sprecato del tempo; ma il Vangelo di oggi ci rincuora non poco. Basta che lo vogliamo, abbiamo sempre al nostro fianco quel Dio-agricoltore che ci aiuta a dissodare il nostro terreno e, se saremo davvero in comunione con Lui, i frutti non mancheranno! E, come il vignaiolo della parabola, quando scopriamo che un fratello assomiglia al fico infruttuoso, sappiamo attivarci in suo favore?

31 marzo 2019 IV° domenica di Quaresima C – Rito romano

“Suo padre gli corse incontro e gli si gettò al collo”

(Luca 15,1-3;11-32)

 

di Ileana Mortari

 

Anche il brano evangelico di oggi, come quello della scorsa domenica, è imperniato sulla conversione-penitenza, tematica che accomuna le celebrazioni liturgiche quaresimali dell’anno C nel rito romano.

 

La pericope odierna si compone di due parti: una introduzione-premessa e una parabola. La prima ci fa sapere che tra i più assidui ascoltatori di Gesù c’erano pubblicani e peccatori (che notoriamente non seguivano le regole della Torah), con i quali il rabbi di Galilea si mostrava accogliente e paziente. Tutto ciò è assai malvisto da una seconda categoria che emerge all’orizzonte evangelico: scribi e farisei che, condizionati dai loro pregiudizi, “mormorano”, cioè criticano con forte accento negativo di protesta il comportamento di Gesù. Quest’ultimo non rimprovera apertamente i notabili ebrei, ma espone una parabola, cioè un racconto fittizio, che presenta stringenti analogie con la situazione vissuta dai soggetti summenzionati.

 

Nel testo si accampano a forti tinte tre personaggi: il padre, il figlio minore - dissoluto, e il primogenito – fedele e laborioso.

Il figlio minore, sentendosi allo stretto in famiglia, chiede al padre la sua parte di eredità (con il genitore in vita, gli spettava un terzo dei beni, il doppio andava al figlio maggiore) e parte per una meta lontana, credendo di raggiungere l’agognata libertà. Ma conduce una vita disordinata, sperpera i soldi e si riduce a fare il guardiano di porci, patendo la fame. Così, toccato “il fondo” come si suol dire, rientra in sé e decide di tornare a casa . E’ convinto di aver perso l’amore del genitore e di doverselo meritare di nuovo. MA IL PADRE NON HA MAI CESSATO DI AMARLO. Quando il figlio gli chiede perdono, non lo lascia neppure parlare: il suo amore precede il pentimento e la conversione; gli offre con gioia veste, anello, calzari, “segni” dell’essere figlio e vuole che si faccia festa per il ritorno del giovane, il quale, travolto da questa misericordia sovrabbondante, finalmente capisce che il padre non solo l’ha sempre atteso, ma l’ha sempre amato, anche quando lui lo aveva dimenticato, o forse odiato. E’ evidente che il figlio minore rappresenta quei pubblicani e peccatori che abbiamo incontrato nel v.1 e la sollecitudine del padre manifesta la sollecitudine di Dio Padre rivelata da Gesù.

 

Nel proseguimento della parabola troviamo il 3° personaggio, il figlio maggiore, un giovane fedele rimasto sempre in casa. “In tal modo il parabolista ha abilmente messo in scena anche i “mormoratori” scribi e farisei (cfr. v.2) rappresentandoli nel figlio maggiore. Anziché godere della gioia del padre, questi ne prova irritazione: esattamente come gli scribi e i farisei che mormoravano contro Gesù. Costoro, i “giusti”, sempre fedeli e sempre a servizio, sono sì dei credenti, ma non conoscono Dio.

Il figlio maggiore non riesce a vedere la questione con gli occhi del padre………La gioiosa accoglienza riservata al fratello minore (che egli non riconosce come “fratello”) suscita in lui l’amara sensazione che la sua fatica sia del tutto sprecata……..si risente nei confronti del padre e non vuole entrare in casa; il padre non si adira neppure con lui, ma esce, gli va incontro, lo prega e lo chiama “figlio mio”. IL PADRE AMA ENTRAMBI I FIGLI. Ascolta le ragioni del figlio maggiore e le confuta: è un dialogo su cui il parabolista indugia, forse per ricordarci che talvolta la conversione del giusto è più difficile di quella del peccatore.” (B. Maggioni, Le parabole evangeliche, p.225)

 

La parabola odierna viene chiamata normalmente “del figliuol prodigo”, ma a ben vedere è piuttosto la “parabola del padre misericordioso”, anzi “la parabola di un padre prodigo d’amore” ed è forse la pagina più nota del vangelo di Luca, certamente una delle più celebri; è una pagina addirittura commovente, una grande pagina evangelica, che non a caso i Padri della Chiesa definivano “il Vangelo nel Vangelo”. Infatti, se il vangelo è Buona Notizia, questa parabola è davvero l’apice della Rivelazione cristiana: l’amore di Dio non ha confini; egli ci ama non solo se siamo buoni, ma anche e soprattutto quando siamo cattivi: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi!(Rom.5,8) Il testo è dunque una sorta di catechesi sul sacramento del perdono, è una pagina di rara bellezza letteraria e di ancor più rara densità teologica. Quella in esame è anche la parabola forse più articolata e ricca di tratti descrittivi, ciascuno con un preciso significato.

 

Il centro della pericope è costituito certamente dalla straordinaria figura del Padre, un esempio e modello di amore paterno difficilmente eguagliabile.

Ogni parabola ha poi la cosiddetta “punta”, cioè da quella parte su cui, come accade per un quadro, è soprattutto attirata l’attenzione dell’ascoltatore; nel caso presente la “punta” sta nel modo in cui il padre si pone di fronte ai due figli e quindi nell’invito a non opporsi alla sua straordinaria misericordia, perchè Gesù non è “venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. (Mc.2,17).

 

Io credo che il messaggio principale che emerge dal testo lucano sia proprio questo: fugare nel modo più assoluto qualsiasi forma di paura o addirittura terrore di fronte a Dio, visto come Giudice inesorabile che, alla fine della vita, ci farà pagare tutti i nostri conti; e prendere atto che, in quel momento, noi ci troveremo al contrario di fronte ad un Padre dolcissimo, pieno di comprensione e di misericordia, felice – Lui ! – del nostro pentimento e del nostro ritorno, anche nel caso che i nostri peccati siano stati i più ignobili, vergognosi e incalliti del mondo. A questo proposito mi vengono in mente la parole di S. Teresina del Bambin Gesù (in “Storia di un’anima”): “Sento che, se anche avessi commesso tutti i crimini possibili, la moltitudine di offese diverrebbe come una goccia d'acqua gettata in un braciere ardente!”

Attualizzando il testo di Luca per il nostro tempo, possiamo ricordare il ragionamento di tanti: “Ecco, io fin da piccolo sono stato osservante e praticante. Quello lì, che ha fatto i suoi comodi per tutta la vita, si pente all’ultimo momento, viene perdonato ed ha la stessa mia ricompensa: il Paradiso. E’ giusto questo?”. Certo, è giusto nella logica di Dio, diversa dalla nostra, ma uguale a quella di un padre o di una madre, che non aspettano altro che il ritorno del figlio traviato; e quando questi si ravvede, gioiscono infinitamente, facendo gran festa e mettendolo a parte dei loro beni tanto quanto gli altri figli che magari vi hanno contribuito con il loro lavoro.

 

Non può essere che gretto e meschino il ragionamento di cui sopra, perché c’è comunque una bella differenza tra l’essere in dialogo e comunione con Dio fin dall’inizio della propria vita cosciente ed arrivarci all’ultimo momento: si perde molto purtroppo!, e poi si corre il rischio di essere raggiunti dall’esito fatale prima di fare in tempo a convertirsi. E ancora: siamo sicuri che il gaudente in questione fosse veramente felice e appagato? Che ne sappiamo noi di quello che è passato nel suo animo? Chissà quanti “figliuoli prodighi” hanno “assaporato” e tuttora “ruminano” i frutti amari della loro presunta libertà!

 

Chi ha conosciuto e goduto dell’amore straordinario e pacificante di Dio per tanto tempo nella sua vita, non può che rallegrarsi che un suo fratello vi giunga, pur se in extremis, e partecipi egli pure della gioia ineffabile che ci viene dall’essere immensamente amati da Dio Padre.

 

 

Last Updated on Saturday, 23 February 2019 09:37
 


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