Vang.fest.ambr.dicembre 2018 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Saturday, 01 December 2018 18:42

800x600 Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-priority:99; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin:0cm; mso-para-margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:10.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";}

2 dicembre 2018 III° domenica di Avvento C – Rito ambrosiano

“Sei tu colui che deve venire?”

(Luca 7, 18 - 28)

di Ileana Mortari

Il brano della liturgia odierna inizia con un ragguaglio su Giovanni Battista, in carcere per aver duramente rimproverato il re Erode.

v.18: “Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutte queste cose.” Quali cose? Anzitutto la notizia del miracolo appena narrato nei vv.11-17 (la resurrezione del figlio della vedova di Nain), ma anche probabilmente la notizia di tutta l’attività di Gesù compiuta da quando il Battista è stato incarcerato (Lc.3,20): i pranzi con i peccatori, le beatitudini a favore dei poveri, etc.

Anche Giovanni il Battezzatore aveva l’idea, tipica dell’attesa giudaica, che il Messia sarebbe stato un giudice severo e punitore, che avrebbe bruciato i peccatori renitenti con il fuoco dell’ira di Dio (cfr. Luca 3,7.9), per far trionfare finalmente la giustizia divina sulla faccia della terra (Lc.7,29). Ma Gesù non si presenta proprio con questi tratti: Egli non esercita il giudizio, ma anzi accoglie i peccatori, i pubblicani e le prostitute, e li esorta alla conversione interiore e alla penitenza; è un grande Maestro, mite e umile di cuore; operatore di prodigi, è pieno di amore, misericordia e compassione. Ora il Battista, non riuscendo a conciliare questi due profili così diversi, manda due dei suoi discepoli dal Nazareno con la domanda precisa: “Sei tu colui che deve venire?”, espressione classica per indicare il Messia.

Proprio in quel momento Gesù compie guarigioni ed esorcismi, notizia propria di Luca; poi risponde invitando i messaggeri giovanniti a riferire al loro maestro ciò che hanno visto e udito, e facendo notare loro che queste sue opere erano state tutte preannunciate nella Scrittura come “segni” del tempo messianico: ciechi e sordi riacquistano le loro facoltà (Is.29,18 e 35,5), gli zoppi camminano (Is.35,6), i morti risorgono (Is.26,19), ai poveri è annunziata la buona novella (Is.61,1).

In sostanza Egli prende chiaramente le distanze dall’immagine di Messia che aveva il Battista; è da notare che di proposito Gesù non cita altre espressioni, pur presenti in quegli antichi oracoli, che annunciavano un intervento castigatore di Dio nei confronti dei malvagi. In questo modo egli offre una chiave ermeneutica per l’interpretazione della Scrittura (per noi oggi l’Antico Testamento): è solamente Gesù stesso, il Verbo di Dio, l’ultima Parola di rivelazione pronunciata dal Padre che costituisce il criterio di interpretazione. Solo a Lui possiamo affidarci. Solo Lui può illuminarci.

Ora, Giovanni Battista faceva ancora parte del modo di vedere Dio secondo la “legge” e i “profeti” che “hanno profetato fino a lui” (cfr. Mt.11,13). Ma Gesù rivela che l’unico e vero Dio è sempre e soltanto amorevole (cfr. Lc.18,19; 1°Gv.4,8.16). “Beneficando e risanando tutti” (At.10,38), il Figlio di Dio mostrò con i fatti di adempiere le promesse di salvezza fatte dal Padre suo nel Primo Testamento e soprattutto rivelò ai sofferenti nell’anima e nel corpo che la vita è promettente, perché Dio li avrebbe liberati, prima o poi, da ogni forma di male fisico, psichico e morale.

Gesù deve portare anzitutto salvezza: in questo propriamente consiste il suo messianismo. Il suo ufficio di giudice egli lo eserciterà nel futuro (cfr. Lc.12, 8-9.46); di conseguenza solo chi accoglie questa nuova rivelazione non si “scandalizza” (nel senso etimologico di “non trova ostacolo”) del comportamento di Gesù per credere in Lui.

Quindi Gesù si rivolge alla folla per parlare di Giovanni , che viene identificato per esclusione. Egli non è “una canna sbattuta dal vento” (v.24), cioè un uomo incerto o pauroso, che in maniera opportunistica cambia posizione; al contrario, si trova in prigione proprio a causa della denuncia contro Erode. Egli non è neppure un ambizioso o un raffinato, ma vive nel deserto in modo ascetico (cfr. Lc.1,80; 3,2), richiamandosi alle antiche figure profetiche. Egli infatti è un profeta, ma anche di più: è colui che prepara la strada al Messia, il suo precursore. Per questo è il più grande tra gli uomini del suo tempo.

Ma “il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui” (v.28 b). Che cosa significa questo confronto tra un appartenente al regno inaugurato da Gesù Cristo e il Battista?

Certamente significa che quello portato dal Messia è il Regno definitivo che rivela in maniera compiuta il vero volto di Dio, come si è visto prima. Ma significa anche che tale regno comporta un cambiamento radicale: chi vi entra riceve una nuova vita, non più al livello umano, perché è la vita dei figli di Dio. Questa è la meraviglia che ci attende; il Figlio di Dio ci fa partecipi della sua figliolanza: è un dono gratuito, che giunge in modo paradossale, contro tutte le capacità umane.

8 dicembre 2018 Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Rito romano e ambrosiano

IL DOGMA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

di Ileana Mortari

Da non confondersi, come spesso si fa, con la “concezione verginale” di Gesù, questa definizione significa che Maria è stata concepita senza il peccato originale. E quest’ultimo non è tanto la “macchia” trasmessa biologicamente da Adamo in poi ad ogni essere umano, ma quella inclinazione al male che è insita nella natura dell’uomo.

Il dogma fu proclamato solo nel 1854, ma la convinzione dell’assoluta santità di Maria (che la dichiarazione dogmatica ha definitivamente sancito) era già presente nella Tradizione della Chiesa fin dai primi secoli, come si capisce da vari elementi.

Già nel VI secolo la Chiesa d’Oriente celebrava la festa della Natività di Maria, che nei secoli successivi passò anche all’Occidente; nel 1479 fu dedicata alla Concezione di Maria la celebre Cappella Sistina del Vaticano, affrescata da Michelangelo.

Il fatto è che la totale assenza di peccato in Maria è stata subito percepita dal “senso dei fedeli” come l’unico dato armonizzabile sia con la santità di Cristo che con la persona e la missione di Maria: era particolarmente conveniente che colei che doveva generare il Figlio di Dio fosse del tutto esente dal peccato. Sulla questione ci fu comunque una quantità di vicende e dibattiti (su cui non possiamo soffermarci) che durarono dal Medioevo al 1854, quando Papa Pio IX promulgò l’8/12 la bolla “Ineffabilis Deus”: in essa è definita come rivelata la dottrina per cui

“la beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente e in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, sia stata preservata immune da ogni macchia della colpa originale.”

Ogni dogma si fonda su due radici: la Scrittura e la Tradizione, proprio perché, come abbiamo visto, ogni verità rivelata è contenuta nella Scrittura e nella Tradizione o vi è strettamente collegata. Se l’apporto della Tradizione è stato quello sopra ricordato, quanto alla Scrittura i passi più significativi citati nella Bolla sono due, uno dell’Antico e uno del Nuovo Testamento:

Genesi 3,15

Si situa nel Paradiso terrestre, dopo il peccato originale, quando Dio commina i castighi ai colpevoli. E’ un passo famoso, tradizionalmente indicato come il Protoevangelo, cioè il 1° annuncio di salvezza.

Nella traduzione greca del testo originale l’ultima frase (ti schiaccerà la testa) inizia con un pronome maschile e dunque attribuisce la vittoria non alla discendenza della donna in generale, ma a uno dei figli della donna: il Messia che vincerà il male.

Invece nella Vulgata latina (e nella corrispondente traduzione italiana CEI) c’è “ipsa conteret”, cioè “essa” ti schiaccerà la testa; dunque è la donna, tradizionalmente interpretata come Maria, la madre del Messia, che sconfigge il serpente-demonio; da qui vengono le numerose raffigurazioni artistiche (da Carracci a Guido Reni al Tiepolo) di Maria Immacolata che schiaccia la testa al serpente, immagine che a sua volta si ricollega a quella di Apoc.12,1-17.

Quanto al testo del Nuovo Testamento, è:

Luca 1, 28: “piena di grazia”

Come dice la “Redemptoris Mater” n.8, l’angelo Gabriele chiama così Maria come se questo fosse il suo vero nome; anzi, questo è il “nome nuovo” di Maria, in quanto ne indica la originale, nuovissima e dunque irripetibile pienezza di grazia. L’”immacolata concezione” è infatti l’espressione massima della grazia di Dio, cioè del Suo amore infinito per l’umanità. Maria Immacolata è segno luminoso della GRATUITA’ dell’amore di Dio, che si attua prima ancora della risposta responsabile della creatura.

L’Immacolata Concezione dunque rappresenta l’assoluta iniziativa del Padre che decide dall’eternità di amare gratuitamente ogni uomo e donna, al di là del peccato e del merito, e che, nonostante il peccato e l’ingratitudine degli uomini, si mantiene ugualmente e sempre fedele alla sua alleanza.

La salvezza portata da Cristo si applica a Maria in forma preventiva anziché successiva al peccato. Come dice suggestivamente Duns Scoto, “Maria è la più grande perdonata: ha ricevuto una remissione così piena che l’ha messa al riparo da ogni colpa. L’Immacolata Concezione è il più grande perdono di Dio.” E la pienezza della grazia non resta certo inerte in Maria, ma provoca la sua totale risposta di fede a Dio: è il “sì” dell’Annunciazione, cioè l’adesione perfetta al piano di Dio, che ha reso possibile la nostra salvezza.

(pp.7-8 del corso “MARIA DI NAZARETH, LA MADRE DEL SIGNORE” di Ileana Mortari – l’intera dispensa è presente sul sito www.chiediloallateologa.it )

9 dicembre 2018 IV° domenica di Avvento C – Rito ambrosiano

“Benedetto Colui che viene”

(Luca 19, 28-38)

di Ileana Mortari

Nella nuova liturgia ambrosiana la 4° domenica di Avvento reca il titolo “L’ingresso del Messia” e propone come 3° lettura il brano dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, rispettivamente secondo il vangelo di Matteo (anno A), Marco (anno B), Luca (anno C).

Viene spontaneo chiedersi come mai sia stato scelto questo brano, di per sé proprio dell’inizio della Settimana Santa, per l’Avvento! Parrebbe un po’ fuori luogo. Ma non è così, se si tengono presenti le considerazioni riportate a pag.62 della “Piccola guida al nuovo Lezionario ambrosiano” di don Claudio Magnoli: “Con la IV domenica di Avvento entriamo nella parte natalizia dello stesso. L’adempimento messianico, collocato dagli evangelisti in contesto pasquale, è categoria valida anche per comprendere i giorni dell’incarnazione, e il “mistero” attorno a cui ruota la parola di Dio di questa domenica diventa allora l’ingresso del Messia nel mondo, che si compie con il parto verginale di Maria.”

La versione lucana dell’episodio, pur rifacendosi a Marco, presenta proprie caratteristiche.

Preliminarmente però occorre chiedersi se il testo sia da considerarsi rigorosamente “storico” o addirittura “cronachistico”! La risposta è positiva nel 1° caso, negativa nel 2°. Cioè: certamente Gesù a un certo punto ha fatto il suo ingresso nella Città santa, ma non precisamente nelle modalità che noi leggiamo.

Infatti un ingresso trionfale, fastoso e acclamato dalla folla come ci presentano i vangeli avrebbe sicuramente provocato l’intervento armato dei Romani, che temevano e impedivano immediatamente ogni manifestazione popolare, specie per acclamare un “re”! e un intervento di tal genere non è menzionato da nessuno.

D’altra parte non mancano elementi storici per dare all’entrata del Nazareno nella Città santa un significato volutamente messianico. Già la guarigione del cieco di Gerico (Lc.18,35-43) con l’invocazione “figlio di Davide” e, in seguito, il gesto simbolico-profetico della cacciata dei venditori dal tempio (Lc.19,45-46) sono da collocare in questa linea. E particolarmente eloquente, in tal senso, è la premessa all’entrata.

Mostrando anche in questo (come in tanti altri casi) una conoscenza superiore a quella comune degli uomini, Gesù manda due suoi discepoli a prelevare un puledro che Egli sa non essere ancora stato montato e di rispondere all’interrogativo dei padroni dell’animale: “Il Signore ne ha bisogno”, frase che risulta chiaramente come una “confessione” (= dichiarazione) che Gesù è il Cristo, il Messia.

Il medesimo Signore poi viene fatto salire sulla cavalcatura. La scena è del tutto inconsueta, visto che mai fino ad allora Gesù era stato presentato dagli evangelisti a cavallo di un animale! Il fatto acquista significato simbolico, perché qui è evidente la realizzazione di un’importante profezia, che Matteo riporta nel passo parallelo, quella di Zaccaria 9,9-10: “Esulta grandemente, figlia di Sion…Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.” Dunque Gesù compare come re della pace, che non vuole fare il suo ingresso nella città di Dio sul cavallo di battaglia dei potenti, bensì sull’animale dei poveri e degli umili.

Non solo, ma lo stesso profeta Zaccaria, descrivendo l’ultimo intervento di Dio, dice al cap.14, v.4: “In quel giorno i piedi del Signore si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme………”.

Ecco così un altro compimento: Gesù procede verso Gerusalemme dal Monte degli Ulivi, seguendo il consueto itinerario dei pellegrini, che, dopo aver superato la città di Gerico, tocca i due villaggi di Betania e Beftage (nominati nel testo lucano), a circa tre chilometri dalla città.

E’ da notare che la scena preparatoria (del puledro) è così dettagliata solo in Luca e potrebbe essere paragonata a quella in cui il Maestro ordina di preparare la Pasqua (Lc.22,7-13), dove pure Egli è presentato nell’atto di disporre particolari e situazioni che poi si avvereranno (v.32). Il confronto con la scena pre-pasquale fa desumere l’importanza che l’ingresso a Gerusalemme ha per la comprensione dell’attività di Gesù e del suo destino nella città.

Abbiamo detto che non manca di storicità l’arrivo a Sion del Nazareno, già assai noto in tutto il paese come rabbi e taumaturgo, e che dunque sarà stato certamente circondato da un folto e animato gruppo di seguaci, per lo più galilei; questo è sicuramente avvenuto.

Quanto ai mantelli posti sulla cavalcatura e per strada, essi assumono – come in altri casi dei vangeli - un significato simbolico: si richiamano a quei passi del Primo Testamento in cui situazioni analoghe sono riferite al grande sovrano Salomone (1° Re 1,33) e al re Jehu (2° Re 9,13).

Tutti questi elementi concorrono a trasmettere il grande messaggio che sta a cuore all’evangelista: Gesù di Nazareth si rivela come il re di pace, il Signore venuto a portare agli uomini la salvezza.

Il quadro viene completato dalle acclamazioni di “tutta la folla dei discepoli”: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore.” (vv.37-38a)

Anche qui troviamo ad un tempo un elemento storico (i discepoli che avevano accompagnato Gesù) e uno redazionale, perché nell’intento di Luca l’espressione del v.37 supera il dato storico e si riferisce alla comunità cristiana, che non a caso lo stesso evangelista chiama “folla dei discepoli” nell’originale greco di Atti 6,2, identificandola con i credenti della Chiesa; è per questo che in Luca (a differenza di Marco e Matteo) solo i discepoli, e non la folla, acclama il Signore.

Il redattore poi prolunga la lode con l’aggiunta delle parole “Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!” (v.38b). E’ evidente qui il rimando all’inno per la nascita di Cristo: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama.” (Lc.2,14)

E’ bello notare che all’inizio e alla fine del cammino di Gesù si collocano le parole della pace e della gloria. Ma, come mai nel cap.19 la pace, prima auspicata per gli uomini, è menzionata solo nella sfera celeste?

“Sia la pace che la gloria sono caratteristiche del mondo di Dio…Se nell’annuncio di nascita Gesù si fa portatore della pace sulla terra,ora con l’ingresso a Gerusalemme la proclamazione della pace riguarda il cielo, meta della sua missione…..Infatti la fine tragica di Gesù non sarà la conclusione del suo mandato, ma il presupposto della sua glorificazione che significa pace e gloria per il cielo. Gesù con la sua missione storica rende possibile la pace sulla terra che si protrae anche nell’esperienza della prima chiesa. Tuttavia con la sua ascensione Egli diventa pace anche per il cielo.” (Santi Grasso, Luca, Borla, pag.502)

16 dicembre 2018 V° domenica di Avvento C – Rito ambrosiano

Egli deve crescere; io, invece, diminuire”.

(Giovanni 3,23-32a)

di Ileana Mortari

Il brano evangelico di oggi suscita alcune perplessità. Anzitutto è strano che battezzino sia Giovanni sia Gesù: Giovanni, perché ha già dato testimonianza in favore del battesimo più efficace di Gesù; Gesù, perché non è pensabile che a questo punto egli amministri già il battesimo cristiano e dunque non si capisce bene quale rito dispensi.

Inoltre: perché Giovanni, che prima (cfr. Gv.1,28) battezzava al Giordano, vicino a Betania, in Giudea, cambia località e va ad Ennon, vicino a Salim, in Samaria? Per raggiungere altre folle? Per sfuggire ai Romani? Per lasciare spazio a Gesù?

E infine: è davvero Gesù che battezza o i suoi discepoli, come si precisa poco più avanti, in Giov.4,2?

Per trovare la risposta a questi interrogativi, occorre – come sempre con i testi biblici – ricercare l’intenzionalità del redattore. E’ evidente che, aldilà dei particolari sopra notati, dalla pericope emerge un voluto confronto tra i due grandi personaggi, tutto a favore di Gesù. Ora, se cerchiamo di far luce sulla “preistoria” - diciamo così - dell’episodio, i nodi a poco a poco si sciolgono.

Consideriamo anzitutto la figura del Battista: in un tempo di decadenza morale e spirituale, quando da secoli non si sentiva più la voce di un profeta (l’ultimo era stato Malachia nel 450 a. Cr.), sorse dal deserto la sua voce potente; con un linguaggio implacabile e duro, Giovanni cominciò ad incitare la gente a cambiare vita e ad abbandonare l’indifferenza religiosa. Tre erano i punti fondamentali del suo insegnamento: la fine della storia sta per giungere; Israele si è traviato per colpa di una vita dissoluta e corre il serio pericolo di venir consumato dal fuoco imminente del giudizio di Dio; è necessario cambiare urgentemente stile di vita e sigillare questo impegno sottoponendosi al cosiddetto “battesimo di conversione”.

La gente che sentiva parlare quell’uomo austero, vestito di peli di cammello, restava magnetizzata dai suoi discorsi e dalla sua levatura morale; molti accorrevano da vari luoghi per ascoltarlo e per chiedergli consiglio.

A poco a poco si formò intorno a lui un piccolo gruppo di discepoli: affascinati dal nuovo “maestro di vita”, essi lo accompagnavano nei suoi percorsi (cfr. Giov.1,28.35-37), lo aiutavano nelle sue predicazioni (Gv.3,23), ricevevano da lui insegnamenti più approfonditi (Gv.3,26-30), condividevano la sua spiritualità ascetica del digiuno (Mc.2,18) e della preghiera (Lc.11,1) e forse, almeno temporaneamente, anche la sua stessa condizione di celibato.

All’inizio dell’anno 27 d. Cr. un giovane galileo chiamato Gesù, in compagnia di altri amici e discepoli, viaggiò da Nazareth alla valle del Giordano per incontrare Giovanni: la fama del Battista era giunta fino al suo paese ed egli voleva conoscere direttamente le proposte di rinnovamento spirituale che suo cugino proponeva e da cui a un certo punto ricevette il battesimo egli stesso.

Inoltre vari indizi del quarto vangelo inducono a supporre un periodo (si pensa qualche mese) in cui Gesù fu discepolo di Giovanni, soggiornando presso di lui con gli altri seguaci. Ma in un determinato momento il Nazareno “scoprì” la “sua” vocazione, sentì cioè che suo Padre lo chiamava personalmente a predicare la Parola di Dio, personalmente e in autonomia.

Fu allora che il figlio di Maria e Giuseppe decise di intraprendere un suo ministero di predicazione pubblica, la quale peraltro risultò assai diversa da quella del Battista: egli infatti non annunciava il castigo imminente, ma la misericordia e l’amore di Dio; stava non più nei deserti, ma in città e

villaggi; né digiunava come il cugino, ma mangiava e beveva, addirittura con i peccatori. La novità della sua predicazione e della sua persona attrasse immediatamente a lui alcuni discepoli del Battista (cfr. Gv.1,37-51).

Dopo il martirio di Giovanni, molti suoi seguaci, rimasti legati a lui, continuarono a battezzare nel suo nome (cfr. At. 19,3) e lo indicavano addirittura come il Messia; il “movimento battista” (di stampo popolare) continuò a lungo; se ne ha traccia fino all’Asia, nella grande metropoli di Efeso (At. 18,25; 19,1-5) e ancora nel 1600 missionari gesuiti che tornavano dalla regione attorno ai fiumi Eufrate e Tigri, nell'odierno Iraq, raccontavano dell'esistenza di una setta dal nome «Cristiani di San Giovanni».

I loro riti si imperniavano sul battesimo, non solo come cerimonia per accogliere un nuovo membro nella congregazione, ma come momento significativo in tutti i riti.
Oggi questa comunità è presente nel Sud dell'Iraq e nel Sud-Ovest dell'Iran, ed è identificata con il nome di Mandei. Nel 1978 ammontavano a poco meno di 15.000 persone, ma in seguito alla feroce persecuzione ordinata da Saddam Hussein dopo la Guerra del Golfo possono essersi quasi estinti; la situazione politica in Iraq rende impossibile una stima attendibile.

Come si è visto, fin dal tempo di Gesù la comunità battista non lo riconosceva come Messia e dunque coesisteva, anzi “rivaleggiava” con il cristianesimo primitivo. Anche Paolo incontrò discepoli di Giovanni Battista (cfr. At.19,1-3) ad Efeso, dove la setta giunse a competere con i cristiani tanto da divenire una vera e propria minaccia per la vita delle comunità primitive!

Quando Giovanni compose il quarto e ultimo vangelo proprio ad Efeso, dove i gruppi giovannei erano più forti, ebbe tra i suoi scopi anche quello di fronteggiare e fare chiarezza sulle due comunità.

Così si spiega come è nato questo brano del vangelo in cui si constata la contemporanea attività battezzatrice di Gesù e di Giovanni e soprattutto si trova da parte di quest’ultimo un assai chiaro e inequivocabile riconoscimento della superiorità del Cristo. Se uniamo gli elementi che emergono dal 1° e dal 3° capitolo del 4° vangelo, emerge luminosa l’autocoscienza del Battista e la sua superiore conoscenza circa Gesù: Cap.1 -26"Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo".

29 "Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me".

34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio".

Cap.3 <28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: "Non sono io il Cristo", ma: "Sono stato mandato avanti a lui". 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. 30Lui deve crescere; io, invece, diminuire".>

Non si possono trovare espressioni più esplicite per “chiudere la bocca” ai giovanniti!

Quanto all’ultimo interrogativo ricordato all’inizio, occorre dire che non era facile per i cristiani del 4° vangelo conservare i ricordi di un Gesù “battezzatore”: lo si nota dal fatto che, al termine della redazione, una mano anonima aggiunse la frase: “sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli” (Gv.4,2). Se il redattore aveva voluto mostrare – ribadendolo più volte - un Gesù battezzatore decisamente indipendente dall’influenza di Giovanni, che si sposta a nord per lasciargli spazio, la considerazione sui discepoli chiaramente contraddice quanto il vangelo afferma in precedenza. Ecco perché questo 2° versetto del 4° capitolo è senza dubbio un’aggiunta postuma alla redazione originale.

23 dicembre 2018 VI° domenica di Avvento C – Rito ambrosiano

Divina Maternità della Beata Vergine Maria

“Rallègrati, piena di grazia”

(Luca 1, 26-38a)

di Ileana Mortari

Il brano evangelico dell’odierna liturgia è di fondamentale importanza per la nostra fede, perché contiene una sorta di sintesi di cristologia e mariologia, che rischia di passare inosservata, se ci lasciamo troppo affascinare dalla bellezza letteraria e accattivante del racconto, non a caso uno dei più commentati dell’intera Bibbia!

Anzitutto è da notare che la nuova traduzione della CEI è stata più fedele all’originale, nel rendere “Chàire” con “Rallegrati”, al posto del precedente - e riduttivo - “Ti saluto”.“Chàire” infatti non indica tanto un saluto, quanto un invito alla gioia, quella stessa gioia che nel Primo Testamento contraddistingue in maniera inconfondibile la venuta del Messia (basti rileggere Sof.3,14 o Zacc.9,9)

Rallègrati, piena di grazia” (v.28); l’originale greco kekharitomène” è una forma participiale passiva dal significato “reso favorito”; è noto che, nel modo di esprimersi della Bibbia, se manca il complemento d’agente, si sottintende che il soggetto dell’azione è Dio (“passivo teologico” o “divino”, un modo ebraico di indicare Jahvè senza nominarlo, per rispetto); dunque è Dio che ha reso Maria “piena di grazia”. Inoltre il participio si trova al perfetto, un tempo verbale greco che dice la continuità e la permanenza, perchè indica un’azione compiuta di cui continuano gli effetti nel presente. Cioè: “Maria è stata da sempre e resta per sempre l’oggetto del favore eccezionale che il carisma della maternità messianica suppone” (M. Cambe).

Si può rendere il participio anche con “amata gratuitamente e stabilmente”, anzi si può dire che questo è un “nome nuovo” attribuito dall’angelo a Maria, un nome che esprime la sua identità e la sua vocazione, come sempre nei racconti biblici di chiamata.

Grazia” è la traduzione di “kharis”, che nel linguaggio del Nuovo Testamento richiama specificatamente la benevolenza, la compiacenza, la gratuità di Dio. Cioè: Maria è stata posta gratuitamente (= solo per grazia, per amore) in una condizione in cui si manifestano appieno la benevolenza e la compiacenza divine, la grazia di Dio.

Dopo la reazione di sconcerto e piena di interrogativi che un avvio così solenne ha suscitato in Maria, l’angelo riprende la parola e le dice che concepirà un Figlio assolutamente unico.

E’ qui che si concentrano i tratti della “cristologia” lucana, perché in poche parole (in questa e nella successiva battuta) Gabriele esprime il mistero di Gesù uomo e Dio.

Maria dovrà chiamare il nascituro Gesù, nome che, come attestano concordemente i Vangeli, è stato indicato da Dio stesso per mezzo dell’angelo. Nel mondo semitico il nome designa sempre l’identità di una persona; “Gesù” viene dall’ebraico Jehoshu’a” e significa “Dio salva”.

Sarà grande” (v.32 a); l’aggettivo è in forma assoluta, uso che nel linguaggio biblico viene riferito soltanto a Dio (cfr.Sal.86,10; Dan.2,47). La grandezza del Figlio di Maria sarà dunque quella dello stesso Dio.

Colui che nascerà sarà santo” (v.35 c); “santo” esprime la trascendenza, cioè la superiorità assoluta del Cristo, appartenente alla sfera della divinità e del mistero.

Figlio dell’Altissimo” (v.32 b); “Altissimo” è per eccellenza un termine divino, particolarmente caro a Luca.

Sarà chiamato Figlio di Dio” (v.35 d); gli studi esegetici hanno appurato che, a differenza dell’italiano, nella lingua ebraico-aramaica soggiacente a quella greca dei Vangeli il verbo “sarà chiamato” riveste la valenza enfatica di “sarà veramente”, che rende molto di più la portata assolutamente impensabile da mente umana della realtà di un essere umano a tutti gli effetti, ma che nello stesso tempo è il Creatore e il Signore della storia, il Salvatore e il Signore di tutti.

Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre” (v.32 c); ad un orecchio ebraico questa frase era familiare e significativa: secondo una tradizione largamente testimoniata nel Primo Testamento (2°Sam.7,12; Mic.4,7; Dan.7,14), il Messia sarebbe venuto dal casato di Davide e da lui avrebbe ereditato il regno, non più un regno solo temporale, ma il regno spirituale sul nuovo Israele.

E regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (v.33); “casa di Giacobbe” indica il popolo ebraico, le cui 12 tribù derivano dai 12 figli di Giacobbe e le ultime parole del versetto sono l’evidente realizzazione di una profezia ricorrente nel Primo Testamento, come si vede da questo testo del Salmo 71/72 v.5: “Ti faccia durare quanto il sole, come la luna, di generazione in generazione”.

Dunque Colui che nascerà è il Messia-Re, realizzazione e adempimento della promessa che Dio aveva fatto a Davide di una discendenza regale perenne (cfr.2 Sam.7,12-16).

Ed ecco di nuovo, da parte di Maria, una reazione e una domanda, razionalmente motivata dal fatto che ella, solo “promessa sposa” di Giuseppe, non “conosce” uomo (cioè, nel linguaggio semitico, non ha rapporti coniugali).

La risposta dell’angelo introduce nel grande mistero. “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra.” Lo Spirito che scende sulla Vergine assomiglia allo “Spirito di Dio che aleggiava sulle acque”, quando “la terra era informe e deserta” (Gen.1,2) e Dio stava per dare inizio alla creazione. Dunque l’angelo annuncia chiaramente che lo Spirito svolgerà in Maria il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel suo seno, senza alcun bisogno di concorso umano: ne deriva, ancora una volta, l’affermazione della dignità divina di Colui che sarà concepito e partorito dalla Vergine.

Luca esprime in questa stupenda pericope dell’Annunciazione la fede sua e della Chiesa: per i primi cristiani colui che è nato da Maria non è semplicemente un uomo straordinario, un santo, un Messia, ma è esattamente il Figlio di Dio.

Allora Maria disse: ” (v.38); siamo alla conclusione dell’episodio; Maria risponde alle parole dell’angelo con pieno assenso, accogliendo la parola di Dio con una disponibilità totale e definitiva. “ è il nome che dice la missione di Maria, il suo modo di stare davanti a Dio e agli uomini. Grazia (Maria è ) e servizio sono due termini corrispondenti, due facce della stessa gratuità. L’amore gratuitamente ricevuto deve essere gratuitamente donato. Alla luce di questa osservazione la figura di Maria si dilata, divenendo la figura della Chiesa e di ogni uomo, la figura più luminosa del che è – appunto – la lieta notizia della gratuità.” (B. Maggioni, Il racconto di Luca, p.30)

25 dicembre 2018 Natale del Signore – Messa del giorno -Rito ambrosiano C

“Oggi vi è nato un salvatore, che è il Cristo Signore”

(Luca 2, 1-14)

di Ileana Mortari

La liturgia odierna ci propone, per la festa del Natale, la bellissima pagina di Luca sulla natività di Gesù.

Forse qualcuno si sarà chiesto: “Ma com’è possibile tanta gloria, risonanza e splendore per la nascita del Redentore, se poi, all’inizio della sua vita pubblica, nello stesso vangelo di Luca, troviamo subito due episodi dai quali pare che la gente ignori completamente le straordinarie circostanze di quella nascita? Infatti in Luca 4,28-30 troviamo che a Nazareth tutti si indignano contro Gesù, definito solamente come “il figlio di Giuseppe” (v.22), lo cacciano dalla città e vorrebbero addirittura gettarlo da un precipizio! E in Luca 7, 18-23 vediamo un Giovanni Battista molto dubbioso nei suoi confronti, tanto che manda due suoi discepoli a informarsi se è lui quello che deve venire o un altro!

La “contraddizione” si supera se si guarda con la dovuta attenzione ai primi due capitoli di Luca, definiti – come i paralleli di Matteo - i “vangeli dell’infanzia”, pagine che mancano completamente negli altri due vangeli, quello di Marco, il più antico, e quello di Giovanni, che fa capo ad altre tradizioni.

Questo significa che solo in secondo tempo, nella comunità cristiana, è nato il desiderio di saperne di più sulle origini e i primi anni di Gesù di Nazareth; il materiale di cui si sono serviti Matteo e Luca è derivato probabilmente dai diretti protagonisti delle vicende, cioè, oltre che da Gesù, da Maria e da Giuseppe, ma in modo indipendente; infatti Matteo narra episodi in cui è particolarmente sottolineata la figura del padre putativo; Luca ne racconta altri, diversi, dove prevale il punto di vista di Maria.

Entrambi dunque utilizzano elementi storici, ma non espongono “una cronaca dei fatti”, bensì li reinterpretano e rielaborano alla luce di tutta la vita di Gesù e soprattutto della sua morte e resurrezione, che Lo ha manifestato come il Messia atteso.

“La stella, l’uccisione dei bambini di Betlemme, la fuga in Egitto…, la visita di Maria a Elisabetta, la presentazione al tempio, lo smarrimento di Gesù….sono fatti accaduti; i Magi, i pastori, Simeone e Anna…sono personaggi reali. Fatti e personaggi nella trama evangelica prendono tuttavia contorni più ampi e significato più profondo, perché vengono connessi con tutta la storia di Gesù e con quella dell’Antico Testamento” (M. Orsatti)

Matteo e Luca vogliono soprattutto mostrare l’identità del Nazareno, Messia e Figlio di Dio, e dimostrare che in Lui si sono compiute le Scritture. Nel brano della liturgia odierna questo si vede bene nella comparsa di un angelo che avvolge di luce i pastori, ai quali annunzia: “Oggi è nato il Cristo Signore”, e anche di “una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (v.14)

Queste immagini non vanno prese alla lettera, perché rientrano nel genere letterario della “teofania”, cioè della manifestazione di Dio; è l’occhio attento del teologo Luca che vede nella realtà un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia di una stalla (perché Maria e Giuseppe non avevano trovato posto neppure nel caravanserraglio - l”albergo”! - disponibile per i forestieri in ogni grosso villaggio); ma più in profondità lo stesso Luca coglie e descrive adeguatamente il significato teologico di questo bambino: egli, come dice l’angelo del Signore, è il Salvatore, il Cristo Signore.

Si tratta di tre titoli solenni, densi di significato. Il “Salvatore”, sulla scorta della letteratura e della fede veterotestamentaria, è colui che porta una salvezza e una liberazione, non politiche (come si aspettavano i Giudei), ma di ordine spirituale: la salvezza e la liberazione dal male e dal peccato.

“Cristo” è la traduzione greca (Kristòs) dell’ebraico “mashiah” = Messia, che significa propriamente “unto”; nell’Antico Testamento l’unzione con olio si effettuava su persone destinate a svolgere un servizio importante, ad esempio di re, sacerdote, profeta; l’”unto di Dio” per eccellenza era il re del popolo ebraico. Dopo la caduta di Israele il termine “Messia” viene usato per indicare il futuro, misterioso e possente re che avrebbe liberato gli Ebrei dai nemici, attuando il regno di Dio in questo mondo. Con il Nuovo Testamento il titolo “Cristo” è passato quasi come un nome proprio a Gesù di Nazareth, vero liberatore di tutta l’umanità e fondatore autentico del regno di Dio.

Signore” è un appellativo per noi abituale e forse un po’ logorato dall’uso, ma per la lingua biblica è il titolo solenne che indica esclusivamente Dio; nel greco della Settanta traduce il nome proprio di Dio, che in ebraico è impronunciabile, essendo il famoso tetragramma JHWH (= Jahvè = Io sono colui che è sempre a favore degli uomini); il titolo “Signore” (Kyrios in greco) viene dato a Gesù solo dopo la sua resurrezione, quando la comunità ha compreso in pieno la natura del Cristo risorto e Luca lo utilizza nel suo vangelo tutte le volte che vuole sottolineare che Gesù è uguale a Dio.

Non si poteva rendere in modo più solenne e significativo questa irruzione del divino nell’umano che è la nascita in terra del Verbo (la 2° persona della SS. Trinità) incarnatosi in Gesù. Irruzione del divino che trova adeguata espressione sia nell’angelo annunziatore che nell’esercito celeste che canta le lodi di Dio e annunzia agli uomini che è giunta nel mondo la vera Pace.

30 dicembre 2018 Domenica nell’Ottava del Natale C - Rito ambrosiano

“Il Verbo si fece carne”

(Giovanni 1, 1-14)

di Ileana Mortari

Il vangelo odierno è costituito dalla maggior parte del celebre Prologo giovanneo.

Come si vede, fin dall’inizio Giovanni si stacca nettamente dagli altri evangelisti: il suo interesse non si limita alla vita pubblica di Gesù (cfr. Marco), né vuole indagare circa la sua infanzia (cfr. Matteo e Luca); ma, con una grandiosa “ouverture”, Giovanni ci porta nel mistero stesso di Dio.

Si pensi che, fin dai tempi più antichi della Chiesa, il Prologo giovanneo fu considerato la più sacra delle sacre parole, e quindi fu circondato da una particolare venerazione, come se fosse un “sacramento”, una reliquia. Veniva usato come formula, ossia come Parola efficace, nel rito di benedizione ai malati e ai bambini e, fino alla riforma liturgica del Concilio, veniva recitato al termine della Messa con l’intenzione di accompagnare i fedeli nella vita quotidiana.

Va notato che i concetti teologici esposti nel Prologo vengono ripresi e sviluppati nel corso del vangelo, così che il Prologo è la “chiave di lettura”, il criterio interpretativo dell’intera narrazione.

Infatti ad esempio il Prologo afferma che il Logos è la luce che brilla nelle tenebre, che divenne carne, che fu rifiutato, che manifestò la sua gloria; mentre il vangelo ci dice come e dove il Verbo si manifestò come luce, fu rifiutato, rivelò la sua gloria. Quindi il Prologo è una sorta di 4° vangelo “in nuce”.

v.1 a “In principio….”: chiaramente questa espressione fa venire subito in mente Gen.1,1: “In principio Dio creò il cielo e la terra…….”; e certamente il rimando a Genesi è voluto, ma non si tratta dello stesso inizio. “En archè” di Giovanni va al di là del momento della creazione, e d’altronde non vuole neppure indicare il punto iniziale del tempo (visto che, com’è noto, anche il tempo è una realtà creata!).

Esso ci fa piuttosto uscire dal tempo e ci introduce nella sfera divina, là dove non c’è né inizio né mutamento.

v.1 a “…era il Verbo”: il termine è la traduzione italiana di “Verbum” latino, che a sua volta rende il greco “Logos”, il cui significato è “parola”.

v.1 b “e il Verbo era presso Dio”: purtroppo anche la nuova traduzione CEI è lontana dall’originale “Logos èn pròs ton theòn”= il Verbo era rivolto a Dio, in atteggiamento contemplativo. Si è detto che il Prologo è il vangelo “in nuce”; e infatti nel corso del 4° vangelo si vede come l’atteggiamento contemplativo del Logos si traduce nella vita di Gesù di Nazaret: anche quando si trova tra gli uomini, Egli guarda costantemente al Padre; il Padre, con cui il Nazareno sta in contatto permanente, è per Lui il paradigma irrinunciabile su cui modella il suo agire. Egli non saprebbe prendere un‘iniziativa, non saprebbe assumere un atteggiamento senza “vederlo” prima nel Padre; cfr. Giov.5,19: "In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo.

v.1 c “e il Verbo era Dio”: il verbo “era”, all’imperfetto, suggerisce una permanenza fuori dal tempo; c’è identità tra Logos e Dio.

vv.4-5 “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.”

Assistiamo al passaggio dalla prospettiva cosmica della creazione a quella antropologica della salvezza. Vediamo intrecciarsi i concetti di “vita” e di “luce”, intimamente uniti nella teologia giovannea. La luce, che qualifica il regno di Dio come il regno del bene, della giustizia, della verità e dell’amore, trova un grande ostacolo nelle tenebre, che qualificano il regno di Satana come regno del male e dell’iniquità; la nuova traduzione “le tenebre non l’hanno vinta” è certamente più vicina al senso dell’originale, rispetto alla precedente “non l’hanno accolta”.

v.9 “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”

È da notare l’elemento universalistico, già presente nel v.3 “tutto fu fatto….” e ora ribadito nei riguardi dell’umanità. Il che significa che ogni uomo, anche se di religione primitiva – come l’Africano che adora il fiume o il Pellerossa con il suo totem – è illuminato dal Logos e si trova in cammino verso di Lui, per vie note a Dio solo. E noi non possiamo fare altro che ringraziare il Signore per aver ricevuto la pienezza della Rivelazione in Cristo Gesù.

“E il Verbo si fece carne…” (v.14a) L’inno raggiunge qui il suo vertice; questa affermazione è infatti il cuore del kerigma, cioè dell’annuncio, perché riferisce l’evento culminante della storia della salvezza: il Logos diventa uomo. Quanto a “carne” (“sarx” in greco e “basar”in ebraico), nel linguaggio biblico il termine non si riferisce al corpo o alla parte materiale dell’uomo, ma designa l’uomo in quanto creatura, nel suo aspetto terrestre e mortale.

“e venne ad abitare in mezzo a noi” (v.14b); “venne ad abitare” in greco è “eskènosen”, cioè “piantò la sua tenda”. Per il beduino, uomo del deserto, la tenda è la sua casa e quindi piantare la tenda diventa sinonimo di abitare. L’abitazione di Dio in mezzo al suo popolo attraversa tutta la tradizione biblica (l’arca, il tempio, Sion) e approda qui al suo punto massimo.

“e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.” (v.14bc)

Qui si indica la lettura della vicenda di Gesù che la fede ha saputo fare; il “noi” che compare all’improvviso è il “noi apostolico”, di coloro che hanno concretamente visto la Sua gloria.

Ma che significa “vedere?” e a quali condizioni è possibile?

Anzitutto “vedere” è possibile all’interno di un “noi”, come dice la formula al plurale: è un vedere comunitario. Giovanni sa molto bene che la storia di Gesù è stata compresa (e continua ad esserlo) solo in una comunità credente.

Quanto alla “gloria”, notiamo che nel Nuovo Testamento la “gloria di Gesù” è la gloria stessa di Dio; essa compare nei grandi “segni” che il Messia compie, nella Trasfigurazione e soprattutto nella Resurrezione. Agli occhi dell’evangelista Giovanni la gloria divina che traspare nel Figlio non è solo manifestazione di potenza, ma di amore inarrivabile verso il Padre e verso gli uomini: un amore di pura offerta, che non arretra davanti al proprio annientamento, al dono della sua stessa vita.

 


Powered by Joomla!. Designed by: business hosting virtual private server Valid XHTML and CSS.