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Written by Ileana Mortari   
Saturday, 01 December 2018 17:48

 

2 dicembre 2018 I° domenica di Avvento Rito romano anno C

VANGELO: LUCA 21,25-28; 34-6

di Enzo Bianchi

Inizia il tempo di Avvento, cioè il tempo della Venuta del Signore Gesù Cristo. Nella nostra professione di fede confessiamo che il Figlio di Dio si è fatto uomo, è stato crocifisso, è morto ed è risorto e “verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”: questa venuta gloriosa di Gesù Cristo è parte integrante del mistero cristiano, perché c’è un “Giorno”, già annunciato dai profeti (cf., per es., Gl 1,15; 2,1.11 ecc.) e poi testimoniato più volte dallo stesso Gesù ai suoi discepoli (cf. Lc 10,12; 17,24 ecc.), in cui il Signore stabilirà pienamente la sua presenza nella storia dell’umanità. In quel giorno avverrà il giudizio dei vivi e dei morti, in modo che siano ristabilite definitivamente la giustizia e la verità, e così si compia il disegno di Dio e sia resa testimonianza a coloro che nel mondo hanno subìto afflizione e hanno atteso con fiducia l’epifania del Signore.

Avvento, dunque, è un tempo di attesa e di speranza gioiosa, un tempo in cui risuona il grido della chiesa, la Sposa che nello Spirito invoca: “Vieni, Signore Gesù! Maranà tha!” (Ap 22,17; 1Cor 16,22), e ascolta la risposta sicura: “Sì, vengo presto!” (Ap 22,20).

La pagina del vangelo secondo Luca – il vangelo che ascolteremo lungo tutto questo anno liturgico che inizia – con cui si apre l’Avvento è quella in cui Gesù proclama la sua venuta imminente quale Figlio dell’uomo. Questa manifestazione del Signore è presentata come un dramma che coinvolgerà le esistenze umane e segnerà la fine della storia: ci saranno nella natura eventi che indicheranno una fine e un nuovo inizio; ci saranno situazioni di grande crisi tra gli uomini, i quali si troveranno di fronte al giudizio, allo svelamento del loro comportamento, delle loro azioni giuste o ingiuste verso i loro fratelli…

Allora “il Figlio dell’uomo verrà su una nube con potenza e gloria grande” (cf. Dn 7,13-14), e questo sarà in realtà un “evento beato” per i discepoli fedeli al loro Signore! Essi infatti saranno invitati a contemplare l’avvento di quel giorno, saranno chiamati ad alzare la testa con fierezza e saldezza, poiché vedranno il compimento della promessa del Signore e la liberazione da tutto il male che hanno subìto nel corso della storia.

Queste parole di Gesù non devono pertanto suscitare una reazione di spavento, ma vanno accolte come un annuncio di ciò che può dare senso alla vita degli uomini feriti e oppressi: la giustizia avrà l’ultima parola e per le vittime della storia vi sarà finalmente la beatitudine…

Di fronte a questo evento che, se anche sembra tardare, tuttavia giungerà con certezza (cf. Eb 10,37; 2Pt 3,8-10), i cristiani sono chiamati a vigilare, a stare attenti, per evitare di essere intontiti, smarriti, in balia di falsi affanni. Essi devono lottare affinché il loro cuore non si appesantisca, non diventi cioè insensibile o preda della vertigine, quello stordimento che impedisce di vivere un’esistenza consapevole.

Nel presentare questi rischi, Gesù ci indica anche le armi con cui possiamo farvi fronte: “Vegliate e pregate in ogni momento!”. Vigilanza e preghiera pongono di fatto il credente già oggi alla presenza del Signore e, di conseguenza, lo abilitano a “comparire davanti al Figlio dell’uomo” per incontrarlo nel giorno del giudizio!

L’Avvento è dunque un tempo forte, vissuto da tutta la chiesa, in cui i cristiani si impegnano nell’attesa del Signore, si esercitano nella contemplazione delle realtà invisibili (cf. Eb 11,27) e si responsabilizzano qui e ora, nella storia e nella compagnia degli uomini, sapendo che ci sarà il giudizio terribile e misericordioso di tutto il loro operare.

Chiediamoci allora onestamente durante queste settimane di Avvento: noi cristiani attendiamo il Signore, sì o no? Desideriamo veramente incontrarlo? Dalla risposta a questi interrogativi nasce un comportamento quotidiano capace di rendere conto della speranza che ci abita.

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8 dicembre 2018 Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Rito romano e ambrosiano

IL DOGMA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

di Ileana Mortari

Da non confondersi, come spesso si fa, con la “concezione verginale” di Gesù, questa definizione significa che Maria è stata concepita senza il peccato originale. E quest’ultimo non è tanto la “macchia” trasmessa biologicamente da Adamo in poi ad ogni essere umano, ma quella inclinazione al male che è insita nella natura dell’uomo.

Il dogma fu proclamato solo nel 1854, ma la convinzione dell’assoluta santità di Maria (che la dichiarazione dogmatica ha definitivamente sancito) era già presente nella Tradizione della Chiesa fin dai primi secoli, come si capisce da vari elementi.

Già nel VI secolo la Chiesa d’Oriente celebrava la festa della Natività di Maria, che nei secoli successivi passò anche all’Occidente; nel 1479 fu dedicata alla Concezione di Maria la celebre Cappella Sistina del Vaticano, affrescata da Michelangelo.

Il fatto è che la totale assenza di peccato in Maria è stata subito percepita dal “senso dei fedeli” come l’unico dato armonizzabile sia con la santità di Cristo che con la persona e la missione di Maria: era particolarmente conveniente che colei che doveva generare il Figlio di Dio fosse del tutto esente dal peccato. Sulla questione ci fu comunque una quantità di vicende e dibattiti (su cui non possiamo soffermarci) che durarono dal Medioevo al 1854, quando Papa Pio IX promulgò l’8/12 la bolla “Ineffabilis Deus”: in essa è definita come rivelata la dottrina per cui

“la beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente e in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, sia stata preservata immune da ogni macchia della colpa originale.”

Ogni dogma si fonda su due radici: la Scrittura e la Tradizione, proprio perché, come abbiamo visto, ogni verità rivelata è contenuta nella Scrittura e nella Tradizione o vi è strettamente collegata. Se l’apporto della Tradizione è stato quello sopra ricordato, quanto alla Scrittura i passi più significativi citati nella Bolla sono due, uno dell’Antico e uno del Nuovo Testamento:

Genesi 3,15

Si situa nel Paradiso terrestre, dopo il peccato originale, quando Dio commina i castighi ai colpevoli. E’ un passo famoso, tradizionalmente indicato come il Protoevangelo, cioè il 1° annuncio di salvezza.

Nella traduzione greca del testo originale l’ultima frase (ti schiaccerà la testa) inizia con un pronome maschile e dunque attribuisce la vittoria non alla discendenza della donna in generale, ma a uno dei figli della donna: il Messia che vincerà il male.

Invece nella Vulgata latina (e nella corrispondente traduzione italiana CEI) c’è “ipsa conteret”, cioè “essa” ti schiaccerà la testa; dunque è la donna, tradizionalmente interpretata come Maria, la madre del Messia, che sconfigge il serpente-demonio; da qui vengono le numerose raffigurazioni artistiche (da Carracci a Guido Reni al Tiepolo) di Maria Immacolata che schiaccia la testa al serpente, immagine che a sua volta si ricollega a quella di Apoc.12,1-17.

Quanto al testo del Nuovo Testamento, è:

Luca 1, 28: “piena di grazia”

Come dice la “Redemptoris Mater” n.8, l’angelo Gabriele chiama così Maria come se questo fosse il suo vero nome; anzi, questo è il “nome nuovo” di Maria, in quanto ne indica la originale, nuovissima e dunque irripetibile pienezza di grazia. L’”immacolata concezione” è infatti l’espressione massima della grazia di Dio, cioè del Suo amore infinito per l’umanità. Maria Immacolata è segno luminoso della GRATUITA’ dell’amore di Dio, che si attua prima ancora della risposta responsabile della creatura.

L’Immacolata Concezione dunque rappresenta l’assoluta iniziativa del Padre che decide dall’eternità di amare gratuitamente ogni uomo e donna, al di là del peccato e del merito, e che, nonostante il peccato e l’ingratitudine degli uomini, si mantiene ugualmente e sempre fedele alla sua alleanza.

La salvezza portata da Cristo si applica a Maria in forma preventiva anziché successiva al peccato. Come dice suggestivamente Duns Scoto, “Maria è la più grande perdonata: ha ricevuto una remissione così piena che l’ha messa al riparo da ogni colpa. L’Immacolata Concezione è il più grande perdono di Dio.” E la pienezza della grazia non resta certo inerte in Maria, ma provoca la sua totale risposta di fede a Dio: è il “sì” dell’Annunciazione, cioè l’adesione perfetta al piano di Dio, che ha reso possibile la nostra salvezza.

(pp.7-8 del corso “MARIA DI NAZARETH, LA MADRE DEL SIGNORE” di Ileana Mortari – l’intera dispensa è presente sul sito www.chiediloallateologa.it )

9 dicembre 2018 II° domenica di Avvento C – Rito romano

Giovanni predicava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati

(Luca 3, 1-6)

di Ileana Mortari

In tutti e tre gli anni liturgici la 2° domenica dell’Avvento è caratterizzata dalla figura di Giovanni Battista, il “preparatore” per eccellenza, il precursore di Gesù, colui che con Maria è uno dei grandi protagonisti dell’Avvento. All’inizio del cap.3 Luca lo introduce in modo molto solenne, elencando accuratamente, con un procedimento comune agli storici antichi, specie ellenistici, tutte le autorità politiche e religiose del momento (siamo nel 28 d. Cr.; ricordiamo che questa è in tutto il Nuovo Testamento l’unica indicazione cronologica precisa che possediamo per datare la vita pubblica di Gesù). I dati forniti sono scrupolosamente esatti, come risulta da diverse iscrizioni e dalla testimonianza degli storici antichi. Il terzo evangelista vuole così evidenziare – come è nel suo stile – la precisa dimensione storica nella quale si attua la venuta del Signore; e anche mostrare l’irruzione del divino all’interno dei giorni e delle strade degli uomini: Gesù non è un’entità vagamente spirituale, o un mito, ma una realtà storica, una persona concreta che ha percorso il nostro orizzonte terreno e vi ha introdotto un seme, attecchito nella terra e nella storia per trasformarle e salvarle. La “Parola” non “parla” all’uomo in generale, ma a uomini e donne ben precisi: è una comunicazione personale.

Inoltre è da notare che, se la Giudea di Pilato e la Galilea di Erode costituiscono la terra del popolo di Dio, le tetrarchie di Filippo e di Lisania sono invece regioni pagane. In tal modo l’evangelista sottolinea la dimensione universale della missione di Giovanni e poi di Gesù, ribadita dall’ultima frase della pericope: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

La chiamata di Giovanni è avvenuta “nel deserto” (v.2 c). L’espressione non indica tanto uno spazio geografico, ma – come è sempre nella Bibbia – richiama l’essenzialità, l’austerità di vita, la ricerca dell’intimità con Dio; nel deserto, tipico luogo di ritiro e pentimento, è possibile semplificare la propria vita, spogliandola di inutili orpelli e passandola al vaglio della solitudine, condizione a cui Dio ci conduce perché possiamo accoglierlo. Nella tradizione biblica il deserto è il luogo privilegiato dell’incontro tra Dio e l’uomo, è lo spazio in cui è avvenuta l’educazione del popolo ebreo alla libertà ed è stata sancita l’alleanza. Anche al tempo del Battista Israele aveva bisogno di ritornare nel deserto, per poter di nuovo sentire la voce di Dio ed essere disposto a ricostituire una nuova alleanza (cfr. Lc.1,15-17).

In concreto, come preparare questa via al Signore? Isaia, nei vv.4 e 5 del brano lucano, parla di raddrizzare i sentieri, riempire burroni e spianare monti e colline, immagini presenti anche nella prima lettura, tratta dal profeta Baruc (cfr. il v.7). Dunque occorre tracciare una via rettilinea, protesa senza incertezze verso la meta. Il pensiero degli scrittori biblici andava probabilmente all’antico uso orientale di spianare la via prima che passasse il re trionfatore e ancor più alle strade processionali, o “vie sacre” che nell’Antico Vicino Oriente (A.V.O.) venivano tracciate davanti ai templi per consentire le processioni religiose: esse dovevano essere perfettamente pianeggianti e diritte, segno di perfezione, da percorrere nel canto e nella gioia. Fuor di metafora, il credente deve riuscire ad aprire una strada diritta in mezzo al tortuoso muoversi della sua esistenza e della storia, e dunque eliminare raggiri e inganni; deve demolire pazientemente i monti della presunzione, dell’arroganza, dell’orgoglio e dell’idolatria, dell’egoismo e delle false sicurezze; deve colmare i baratri del non senso e della disperazione, del vuoto interiore, della pigrizia mentale e spirituale, della sfiducia e della rassegnazione; deve superare le profondità del peccato. Ed è solo la fede che può colmare l’abisso, dando la certezza che Dio può fare ciò che è impossibile all’uomo.

Il compito di cui è stato investito Giovanni Battista è “predicare un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.” (v.3 b)

Conversione, parola-chiave dei tempi di Avvento e Quaresima, costituisce nella Bibbia uno dei capisaldi della predicazione dei profeti, che invitano i fedeli a rompere con un passato empio e peccaminoso e a ritornare a Dio. Il corrispondente termine greco “metànoia” indica un cambiamento di mentalità, mentre quello ebraico, “shuv” descrive un’inversione nello stile di vita, che si realizza nella concretezza. Giovanni richiamava gli uomini del suo tempo (ma anche noi) a prendere coscienza dei propri peccati, a pentirsene con una profonda trasformazione dell’animo e a vivere il più possibile nell’ottica evangelica, facendo la volontà di Dio.

Quanto al gesto penitenziale del battesimo, con ogni probabilità Giovanni lo aveva imparato a Qumran, presso gli Esseni, monaci che abitavano le grotte attorno al Mar Morto, in preghiera e penitenza, e che effettuavano lavacri due volte al giorno prima dei pasti.

Il suo battesimo tuttavia si distingue da quello esseno e da altri riti simili esistenti in correnti battiste dell’epoca. E’ un rito ricevuto una sola volta, non per “auto-immersione”, ma compiuto dal profeta Giovanni, al di fuori dei riti ufficiali di espiazione del culto giudaico.

Tale gesto è segno di conversione e pentimento e promette al penitente la remissione dei peccati. Di per sé esso non apporta lo Spirito (che sarà comunicato solo con il battesimo cristiano) e quindi non può dare la remissione dei peccati e la salvezza, prerogative che saranno del Messia Salvatore. Ma con il suo “battesimo con acqua” il Battista prepara adeguatamente il popolo alla venuta del Signore.

E’ evidente quanto il testo evangelico sia attuale e quanto fortemente ci interpelli. Così ogni anno l’Avvento è per noi occasione di: deserto, conversione, penitenza, rinnovato ascolto della Parola.

Chiediamoci: “Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio? E’ vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto non lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa Parola al punto che essa realmente dà un’impronta alla nostra vita e forma il nostro pensiero?....o non sono spesso le opinioni predominanti i criteri secondo cui ci misuriamo?....Ci lasciamo veramente purificare nel nostro intimo dalla Parola di Dio?” (Benedetto 16°)

Abbiamo parlato all’inizio dell’inquadramento storico di questa pagina evangelica, che mostra come la Parola di Dio, che è Gesù, stia proprio al centro della storia. Nota opportunamente il grande biblista don Bruno Maggioni:

“Secondo la Bibbia l’arrivo della Parola di Dio comporta sempre svolte radicali. La prima pagina della Scrittura racconta che la parola del Signore scese sul caos e impresse al disordine un senso e una direzione, e ordinò all’uomo di continuare in questa impresa. Ora la parola del Signore giunge di nuovo, e imprime una svolta all’intera storia umana, tanto che i cristiani hanno sentito il bisogno di dividere la storia in due, iniziando una nuova numerazione: prima di Cristo, dopo Cristo.”

16 dicembre 2018 III° domenica di Avvento C – Rito romano

”Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

(Luca 3, 10-18)

di Ileana Mortari

Il Vangelo di oggi (Lc 3,10-18), ci invita a proseguire nel cammino di preparazione al Natale. Dopo aver visto, domenica scorsa (con Lc.3,1-6), la necessità di far spazio a deserto, conversione, ascolto della Parola di Dio, ora Giovanni Battista rispondendo ai suoi interlocutori ci aiuta ad entrare nel concreto e nel dettaglio del cammino di penitenza e conversione caratteristico dell’Avvento.

Giustamente diverse categorie di persone interrogano Giovanni su cosa devono fare in concreto per convertirsi. Il Battista non suggerisce un devozionismo fatto di preghiere, digiuni ed elemosine come richiedeva la legge dell’ebraismo, né impone separazioni o fughe dal mondo, e tanto meno propone di seguirlo nel deserto; ma offre indicazioni che preludono al Vangelo.

Alla prima domanda, posta dalla folla, Giovanni risponde invitando alla condivisione degli abiti e del cibo, i bisogni fondamentali dell’esistenza umana. La condivisione è espressione di amore per il prossimo, principio-base dell’etica del Battista. E questo è il primo passo della conversione, che consiste nel compiere la volontà di Dio vivendo anzitutto l’amore.

Vengono poi i pubblicani, i quali erano molto odiati e ritenuti pubblici peccatori per il loro rapporto con l’occupante romano, nonché ladri perché normalmente esigevano un surplus di tasse, a proprio esclusivo vantaggio. Il loro mestiere era impuro e disonorevole agli occhi dei Giudei benpensanti. Giovanni non chiede loro di lasciare il lavoro, non affronta il tema dell’impurità, ma raccomanda di non approfittare della propria posizione e soprattutto di esercitare la giustizia, rispettando le tariffe tributarie (“non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato” v.13), e praticando la rettitudine e l’onestà. Dunque un altro passo della conversione è l’onestà, l’integrità, la rettitudine.

Ecco infine alcuni soldati dell’impero romano, che pure chiedono al Battista: “E noi, che cosa dobbiamo fare?” - v.14 b. Anch’essi erano una categoria malvista, perché spesso con prepotenza approfittavano del loro potere per compiere delle ingiustizie e volentieri praticavano il diritto alla razzia e al saccheggio nei territori occupati. Il Precursore chiede ai militari di non abusare del loro potere, di non fare rapine e violenze, di astenersi da maltrattamenti, soprusi ed estorsioni; e di accontentarsi della loro paga. Più in generale, si tratta di frenare ogni atteggiamento di aggressività e in positivo potremmo scorgervi un invito a quell’affabilità (cioè clemenza, tolleranza, accoglienza, tranquillità, serenità, bontà) di cui parla S. Paolo nella 2° lettura: “La vostra affabilità sia nota a tutti” – Fil.4,5. Il terzo passo della conversione è pertanto la mitezza e l’affabilità. Infatti, se il cristiano vive nell’amore, nella giustizia e nell’onestà, è nella pace e nella gioia e la sua serenità può essere conosciuta da tutti gli uomini.

A ben vedere, ogni risposta del Battista è mossa da due principi ispiratori: far prevalere la carità e la giustizia sociale, principi molto concreti e di perenne attualità, da rendere operativi nella situazione di vita particolare di ciascuno.

Quanto Giovanni dice a pubblicani e soldati ci fa anche intendere che è possibile accogliere il messaggio di salvezza da parte di tutti: non vi sono esclusioni aprioristiche, non vi è una professione che di per sé costituisca un ostacolo alla salvezza, non vi è mestiere che meriti condanna.

E’ di immediata evidenza l’attualità del messaggio portato dal Precursore; nella società odierna persistono disuguaglianze abissali, piccole e grandi disonestà divenute così consuete che fanno parte dei costumi, abusi di potere tanto generalizzati da essere ormai la norma……………siamo dunque inseriti in strutture segnate forse irrimediabilmente dal male e dal peccato. Eppure, pur in tali situazioni, ci è chiesto di vivere come indica il Battista.

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Da secoli gli Israeliti aspettavano un inviato di Dio, un messia, capace di portare loro benessere e gloria; un abile condottiero in grado di sconfiggere gli odiati oppressori, che si erano succeduti nel tempo lasciando invariati sfruttamento e …; un discendente del famoso re Davide, capace di portare pace e felicità al mondo intero. Ed ecco che era sorto in Israele quel profeta, di nome Giovanni, che finalmente – rifacendosi al profeta Isaia - si era messo a proclamare una “bella notizia” (cfr. v.18 contr. il termine) e la necessità della conversione per il perdono dei peccati.

C’erano tutte le premesse per vedere in lui proprio il messia tanto atteso; e infatti Luca osserva che “tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo.

Ma il Battezzatore chiarisce subito l’equivoco: i suoi tratti “messianici” sono solo anticipazioni, prefigurazioni del vero Messia, che è “più forte” di lui e gli è tanto superiore quanto un padrone rispetto allo schiavo di infima condizione. Egli avrà un compito giudiziale: in linea con le descrizioni bibliche della mietitura, metafora-annuncio del giudizio divino, Egli dividerà il frumento da riporre nel granaio (cioè i “giusti”), dalla pula (= gli empi) da bruciare nel fuoco.

Inoltre il Battista sottolinea la differenza tra il suo battesimo, “d’acqua”, segno esteriore del desiderio di conversione, ma incapace di realizzarla efficacemente, e quello del Messia, che sarà “in Spirito Santo e fuoco” (v.16), espressione enigmatica perché, se l’”immersione” nell’acqua (tale è il significato originario del termine greco “battesimo”) era nella linea dei riti di purificazione di tutti i popoli, quella nel fuoco sembra invece essere un po’ assurda visto che porterebbe alla consunzione del soggetto stesso! La frase assume un significato, se il pensiero del Battista era andato alle parole del profeta Malachia circa l’irrompere dell’angelo precursore della nuova alleanza: “Egli è come il fuoco del fonditore…..Siederà per fondere e purificare…..affinerà come oro e argento” (3,2-3).

A ben vedere, il fuoco è assai più potente dell’acqua nel far cadere le scorie e nel far brillare il metallo prezioso. Non solo, ma - come suggerisce Gianfranco Ravasi – attraverso il “battesimo di fuoco” si vuole indicare, oltre alla funzione giudiziale, la novità assoluta che il Cristo introduce. Infatti Egli libera totalmente l’uomo dal suo male, attaccandone fin nelle radici la forza distruttiva. Egli fa brillare la nuova creazione in tutto il suo splendore.

E poi, nel contesto dell’opera lucana, “Spirito santo e fuoco” ha un evidente rimando alla Pentecoste, quando sui discepoli che ricevono lo Spirito si posano “lingue come di fuoco” (At.2,1-13).

Così, se l’acqua è solo “segno” di conversione, il cambiamento radicale del cuore è piuttosto il frutto dello Spirito Santo, donatoci nel Battesimo di Gesù, fuoco che brucia il nostro peccato e che ci rende davvero capaci di onestà, rettitudine, amore.

23 dicembre 2018 IV° domenica di Avvento C – Rito romano

”Benedetta tu fra le donne!”

(Luca 1, 39-45)

di Ileana Mortari

Alle soglie del Natale, la liturgia ci propone uno degli episodi più delicati e suggestivi del vangelo dell’infanzia di Luca: l’incontro tra Maria e la cugina Elisabetta, madri in attesa. La giovane di Nazareth si reca in fretta presso l’anziana parente, non tanto per verificare le parole dell’angelo (“Elisabetta…nella sua vecchiaia….ha concepito un figlio e questo è il sesto mese…” Lc.1,36), quanto per contemplare assieme a lei l’azione potente e salvifica di Dio. La “fretta”, termine caro a Luca, indica un forte slancio religioso, una grande passione che si impossessa dell’uomo, come nel caso dei pastori che pure andranno “in fretta” a Betlemme, spinti dall’annuncio dell’angelo.

Al saluto di Maria il nascituro Giovanni sussulta nel grembo della madre e questo è uno dei centri focali del racconto, perché non è solo descritto dal narratore (v.41), ma pure ricordato nuovamente nelle parole di Elisabetta, che lo definisce “un sussulto di gioia” (v.44). Giovanni, che già prima di nascere è dotato di spirito profetico (cfr. Lc.1,15), riconosce in Maria colei che porta in sé il Redentore. E’ un saluto di riconoscimento da parte dei due bambini non ancora nati: si incontrano e si riconoscono. E’ un racconto eccezionale, di una straordinaria originalità, che presenta la dinamica dello Spirito capace di invadere la persona fin dal seno materno.

Giovanni rende testimonianza a Gesù prima ancora di nascere, conformemente alla concezione giudaica secondo cui la vita si contraddistingue già dal comportamento del nascituro nel grembo materno (cfr. Gen.25,22 ss.); e sobbalza di gioia, perché, quando Gesù entra nella vita di una persona, sempre genera e alimenta quell’esultanza incontenibile che è dovuta all’effusione dello Spirito, il dono messianico per eccellenza.

v.41 b Elisabetta fu colmata di Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il grande protagonista della storia della salvezza e in particolare del Vangelo dell’infanzia di Luca, perché connesso al mistero dell’Incarnazione. Ora questo Spirito viene dato abbondantemente a Elisabetta (ne “fu colmata”) che, grazie alla sua presenza, può interpretare la verità testimoniatale dal bimbo e sapere quello che umanamente ignorava, visto che non era presente all’annunciazione fatta a Maria, né alcuno gliene aveva parlato. Di conseguenza Elisabetta non parla per forza propria, ma ispirata, come i profeti, dallo Spirito; non a caso il testo dice “a gran voce” (= greco anafonèo), tipica espressione che introduce la parola profetica, la quale sa svelare ciò che ancora è celato. Così le sue parole non sono una personale intuizione, ma un’interpretazione autentica dell’evento che accade in Maria, una confessione di fede e di lode ispirata da Dio.

Tre sono i riconoscimenti che Elisabetta esprime alla giovane di Nazareth: ella è benedetta tra tutte le donne; è la Madre del Signore; è beata perché ha creduto.

1) v.42: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! Riecheggiando espressioni dell’Antico Testamento, Elisabetta celebra la maternità divina di Maria come il segno più alto della “benedizione” di Dio, cioè della sua presenza operante in mezzo a noi e all’interno della nostra storia. Per la Bibbia la benedizione si rivela soprattutto nella fecondità e nella vita; in Maria appare la Vita per eccellenza che cancella la morte.

L’espressione ebraizzante “benedetta fra le donne” è un superlativo che esprime il massimo di dignità. Nessuna tra le donne ha ricevuto tanta grazia, quanta Maria. Il saluto di Elisabetta contiene un primo inizio di venerazione cristiana.

2) Dicendo “la madre del mio Signore” Elisabetta riconosce al tempo stesso l’identità di Maria (la madre) e di Gesù (il mio Signore), cioè del Messia, detto “Signore” nel salmo 109/110,v.1. E’ la prima volta che Gesù viene chiamato “Signore” (Kurios) nel vangelo di Luca, titolo che ritroveremo poi nell’annuncio ai pastori (Lc.2,11) e in tutto il Nuovo Testamento, mirabilmente sintetizzato nel “Gesù è il Signore” di S. Paolo (Rom.10,9). Per la precisione “Signore” è il titolo divino di Gesù risorto e glorioso, nella pienezza della sua sovranità; esso appartiene alla fede della comunità postpasquale (cfr. At.2,36; Fil.2,11), ma Luca lo attribuisce al Messia già nella vita terrena più spesso di Matteo e Marco.

“Madre del mio Signore”, appellativo che ricorre solo qui in tutto il Nuovo Testamento, è senz’altro il titolo mariano più alto, più vero, più significativo che si legge nel N.T.; esso assurgerà a valore di dogma nel concilio di Efeso del 431. Il redattore lo pone sulle labbra di Elisabetta, che così diviene la prefigurazione della stessa comunità credente.

3) v.45: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.”

Maria è mostrata anche come il modello della beatitudine del discepolo. La sua felicità (“beata”) non è attribuita al fatto di essere madre del Messia, ma al suo atteggiamento di fede: è beata perché si è fidata della Parola, l’ha accolta con totale fiducia, ha creduto nel suo compimento. Infatti la maternità di Maria aveva profonde premesse nella sua vita personale, era inserita nella sua disponibilità e nella sua fede.

C’è un pensiero molto caro ai Padri della Chiesa: Maria ha concepito Gesù non solo nel suo corpo, ma anche nella sua mente e nel suo cuore; sotto il profilo fisico la sua maternità è inimitabile, ma sotto quello spirituale ella è diventata esempio e modello per tutti (cfr. Lc.11,27 ss.). Osserva infatti S. Ambrogio: “Se c’è una sola madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti, perché….ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio e riconosce le sue opere”

Nella Lettera apostolica “Redemptoris Mater” così Giovanni Paolo II° commenta il v.45: “Le parole di Elisabetta si possono affiancare all’appellativo “piena di grazia” del saluto dell’angelo…..la pienezza di grazia, annunciata dall’angelo, significa il dono di Dio stesso; la fede di Maria, proclamata da Elisabetta nella visitazione, indica come la vergine di Nazareth abbia risposto a questo dono: con tutto il suo , in perfetta cooperazione con la grazia di Dio……e con perfetta disponibilità all’azione dello Spirito Santo.” (RM,12 e 13). Dunque Maria è la perfetta credente. E’ significativo che il vangelo sia incorniciato proprio da due beatitudini connesse con la fede (Lc.1,45 e Gv.20,29).

«Concedi, o Padre, alla tua chiesa di andare verso gli uomini nella carità e di destare ovunque la gioia per la presenza in lei di Gesù Cristo»: queste parole di un’antica preghiera liturgica riassumono bene il senso dell’episodio della Visitazione. La presenza di Cristo che dimora in ciascuno di noi (cf. Gal.2,20) dovrebbe infatti trasfigurare le nostre vite, facendone un’occasione di gioia e di salvezza per ogni uomo che incontriamo, specie in questi giorni in cui il Natale è ormai vicino.

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25 dicembre 2018 Natale del Signore – Messa del giorno - Rito romano

“Il Verbo si fece carne”

(Giovanni 1, 9-14)

di Ileana Mortari

La Messa natalizia “del giorno” nel rito romano e quella “della notte” in rito ambrosiano hanno come lettura evangelica un brano tratto dallo stupendo prologo di Giovanni, certamente quanto mai indicato per meditare il mistero dell’Incarnazione.

Come si vede, fin dall’inizio Giovanni si stacca nettamente dagli altri evangelisti: il suo interesse non si limita alla vita pubblica di Gesù (cfr. Marco), né vuole indagare circa la sua infanzia (cfr. Matteo e Luca), ma, con una grandiosa “ouverture”, Giovanni ci porta nel mistero stesso di Dio.

Si pensi che, fin dai tempi più antichi della Chiesa, il Prologo giovanneo fu considerato la più sacra delle sacre parole, e quindi fu circondato da una particolare venerazione, come se fosse un “sacramento”, una reliquia. Veniva usato come formula, ossia come Parola efficace, nel rito di benedizione ai malati e ai bambini e, fino alla riforma liturgica del Concilio, veniva recitato al termine della Messa con l’intenzione di accompagnare i fedeli nella vita quotidiana.

Va notato che i concetti teologici esposti nel Prologo vengono ripresi e sviluppati nel corso del vangelo, così che il Prologo è la “chiave di lettura”, il criterio interpretativo dell’intera narrazione.

Infatti ad esempio il Prologo afferma che il Logos è la luce che brilla nelle tenebre, che divenne carne, che fu rifiutato, che manifestò la sua gloria; mentre il vangelo ci dice come e dove il Verbo si manifestò come luce, fu rifiutato, rivelò la sua gloria. Quindi il Prologo è una sorta di 4° vangelo “in nuce”.

v.1 a “In principio….”: chiaramente questa espressione fa venire subito in mente Gen.1,1: “In principio Dio creò il cielo e la terra…….”; e certamente il rimando a Genesi è voluto, ma non si tratta dello stesso inizio. “En archè” di Giovanni va aldilà del momento della creazione, e d’altronde non vuole neppure indicare il punto iniziale del tempo (visto che, com’è noto, anche il tempo è una realtà creata!).

Esso ci fa piuttosto uscire dal tempo e ci introduce nella sfera divina, là dove non c’è né inizio né mutamento.

v.1 a “…era il Verbo”: il termine è la traduzione italiana di “Verbum” latino, che a sua volta rende il greco “Logos”, il cui significato è “parola”.

v.1 b“e il Verbo era presso Dio”: purtroppo anche la nuova traduzione CEI è lontana dall’originale “Logos èn pròs ton theòn”= il Verbo era rivolto a Dio, in atteggiamento contemplativo. Si è detto che il Prologo è il vangelo “in nuce”; e infatti nel corso del 4° vangelo si vede come l’atteggiamento contemplativo del Logos si traduce nella vita di Gesù di Nazaret: anche quando si trova tra gli uomini, Egli guarda costantemente al Padre; il Padre, con cui il Nazareno sta in contatto permanente, è per Lui il paradigma irrinunciabile su cui modella il suo agire. Egli non saprebbe prendere un ‘iniziativa, non saprebbe assumere un atteggiamento senza “vederlo” prima nel Padre; cfr. Giov.5,19: "In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo.

v.1 c “e il Verbo era Dio”: il verbo “era”, all’imperfetto, suggerisce una permanenza fuori dal tempo; c’è identità tra Logos e Dio.

vv.4-5 “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.”

Assistiamo al passaggio dalla prospettiva cosmica della creazione a quella antropologica della salvezza. Vediamo intrecciarsi i concetti di “vita” e di “luce”, intimamente uniti nella teologia giovannea. La luce, che qualifica il regno di Dio come il regno del bene, della giustizia, della verità e dell’amore, trova un grande ostacolo nelle tenebre, che qualificano il regno di Satana come regno del male e dell’iniquità; la nuova traduzione “le tenebre non l’hanno vinta” è certamente più vicina al senso dell’originale, rispetto alla precedente “non l’hanno accolta”.

v.9 “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”

È da notare l’elemento universalistico, già presente nel v.3 “tutto fu fatto….” e ora ribadito nei riguardi dell’umanità. Il che significa che ogni uomo, anche se di religione primitiva – come l’Africano che adora il fiume o il Pellerossa con il suo totem – è illuminato dal Logos e si trova in cammino verso di Lui, per vie note a Dio solo. E noi non possiamo fare altro che ringraziare il Signore per aver ricevuto la pienezza della Rivelazione in Cristo Gesù.

“E il Verbo si fece carne…” (v.14a) L’inno raggiunge qui il suo vertice; questa affermazione è infatti il cuore del kerigma, cioè dell’annuncio, perché riferisce l’evento culminante della storia della salvezza: il Logos diventa uomo. Quanto a “carne” (“sarx” in greco e “basar”in ebraico), nel linguaggio biblico il termine non si riferisce al corpo o alla parte materiale dell’uomo, ma designa l’uomo in quanto creatura, nel suo aspetto terrestre e mortale.

“e venne ad abitare in mezzo a noi” (v.14b); “venne ad abitare” in greco è “eskènosen”, cioè “piantò la sua tenda”. Per il beduino, uomo del deserto, la tenda è la sua casa e quindi piantare la tenda diventa sinonimo di abitare. L’abitazione di Dio in mezzo al suo popolo attraversa tutta la tradizione biblica (l’arca, il tempio, Sion) e approda qui al suo punto massimo.

“e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.” (v.14bc)

Qui si indica la lettura della vicenda di Gesù che la fede ha saputo fare; il “noi” che compare all’improvviso è il “noi apostolico”, di coloro che hanno concretamente visto la Sua gloria.

Ma che significa “vedere?” e a quali condizioni è possibile?

Anzitutto “vedere” è possibile all’interno di un “noi”, come dice la formula al plurale: è un vedere comunitario. Giovanni sa molto bene che la storia di Gesù è stata compresa (e continua ad esserlo) solo in una comunità credente.

Quanto alla “gloria”, notiamo che nel Nuovo Testamento la “gloria di Gesù” è la gloria stessa di Dio; essa compare nei grandi “segni” che il Messia compie, nella Trasfigurazione e soprattutto nella Resurrezione. Agli occhi dell’evangelista Giovanni la gloria divina che traspare nel Figlio non è solo manifestazione di potenza, ma di amore inarrivabile verso il Padre e verso gli uomini: un amore di pura offerta, che non arretra davanti al proprio annientamento, al dono della sua stessa vita.

30 dicembre 2018 Festa della Santa Famiglia – Rito romano – Anno C

Luca 2,41-52: vang.Santa Famiglia – Rito ambrosiano – Anno B

“Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio”

(Luca 2,41-52)

di Ileana Mortari

L’episodio del Vangelo, proprio di Luca, è a prima vista sconcertante. Gesù, che alla fine è descritto come perfettamente obbediente ai suoi genitori (v.51), appare, nella vicenda ricordata, poco rispettoso nei loro confronti: si ferma di sua iniziativa a Gerusalemme, senza neppure avvertirli; anziché capire la loro angoscia, risponde in maniera quasi seccata e conclude con un discorso incomprensibile circa certi suoi “affari” di cui deve assolutamente occuparsi! Questo, se si resta alla superficie del testo; ma, andando un po’ in profondità, si può cogliere la natura tutta particolare di tale sconcerto.

Come spesso sottolinea il Nuovo Testamento, Gesù è ad un tempo membro del popolo ebraico e assoluta novità. Così in questo episodio, da un lato Luca ci ricorda che Gesù, all’età di 12 anni, è diventato “bar mizwah” (=figlio del precetto), cioè ha raggiunto la piena maturità e responsabilità religiosa, per cui da quel momento può proclamare e commentare la Torah; ma dall’altro sottolinea l’assoluta originalità di questo figlio di Israele.

Nel Tempio di Gerusalemme, dove riceve la tipica istruzione rabbinica (che comportava il sapersi districare, mediante opportune domande e risposte, in un’ampia casistica), Gesù è presentato “seduto” in mezzo ai dottori, cioè nella posizione tipica del maestro in cattedra, e soprattutto dotato di una straordinaria “intelligenza”. Il termine originale “synesis” dice molto più di una conoscenza intellettuale: è la capacità di penetrare nel segreto delle cose e nel mistero di Dio; e se già un dono analogo aveva stupito in Salomone, a maggior ragione ora tutti quelli che udivano Gesù erano pieni di stupore per le risposte di un semplice “ragazzino”; infatti in lui si manifestava al massimo grado la sapienza di Dio! anzi, Paolo afferma senza mezzi termini: “Cristo è sapienza di Dio” (1° Cor.1,30).

Si capiscono meglio allora le parole di Gesù; la domanda retorica ai suoi genitori non implica un tono di stizza, ma una constatazione: se – come vi era stato detto – io sono il “Figlio dell’Altissimo” (cfr. Lc. 1,32), è del tutto logico che io debba anzitutto occuparmi delle cose del Padre mio; e il verbo “dovere”, nel Nuovo Testamento in genere e soprattutto in Luca, dice la necessità imprescindibile che si compia il piano di Dio: è esattamente questo che avviene in ogni momento della vita di Gesù e soprattutto nella sua passione e morte.

Già nel Tempio di Gerusalemme, dunque, Gesù dodicenne rivendica un’autonomia che non è autosufficienza o disprezzo di una comune condizione umana (quella familiare), ma profonda consapevolezza del primato di Dio nella sua esistenza.

Dal seguito dell’episodio sappiamo che Gesù partì con Maria e Giuseppe per Nazareth e che “stava loro sottomesso” (v.51). Poichè in questo versetto Luca condensa i due decenni che hanno preceduto il ministero pubblico, possiamo ben arguire che Gesù sia vissuto da figlio esemplare. Dunque il valore della famiglia ne esce rafforzato e quanto mai nobilitato dal ruolo di figlio assunto da Gesù.

Ma nello stesso tempo gli orizzonti si allargano e nell’esperienza del Nazareno ci viene indicata una dimensione più ampia: “Mia madre e i miei fratelli – egli dirà – sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Luca 8,21).

Molto evidente appare allora il messaggio che ci viene da questo brano del Vangelo: in tanto Gesù è figlio esemplare di Maria e Giuseppe, in quanto è anzitutto Figlio del suo Padre Celeste. Queste due dimensioni in lui collimavano perfettamente; per noi invece sono un traguardo verso cui tendere sempre, perché le vie di Dio sono misteriose e spesso suscitano sconcerto e incomprensione. E’ stato così anche per i genitori terreni di Gesù (v.50). Ma da Maria, la prima credente e il modello di ogni credente, ci viene l’indicazione dell’atteggiamento da assumere: ella “custodiva tutte queste cose nel suo cuore” (v.51), “meditandole” (v.19), cioè: custodiva nella sua interiorità tutti gli avvenimenti riguardanti suo Figlio e li confrontava e collegava tra loro finchè se ne schiudesse il senso. La vita cristiana è questo straordinario trovarsi ad ogni passo a tu per tu con il Mistero, e allargare il proprio cuore per fargli spazio.

 

Last Updated on Saturday, 01 December 2018 17:49
 


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