Vang.fest.rom.novembre 2018 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 30 October 2018 18:32

 

1 novembre 2018 Festa di tutti i santi – Rito romano e ambros.

Matteo 5,1-12: lun. 1° settim. Quares. Ambros.

lun. 10° Rito romano

“Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”

(Matteo 5, 1-12)

di Ileana Mortari

Il brano delle “Beatitudini” introduce il famoso “Discorso della montagna” di Matteo, il primo di cinque grandi discorsi in cui l’evangelista ha raccolto tutti gli insegnamenti di Gesù durante il suo ministero, raggruppandoli per argomenti e intervallandoli con parti narrative sull’attività e gli incontri del Nazareno.

Il luogo, teatro del primo discorso, è “una montagna” su cui Gesù era salito (v.1); viene spontaneo pensare alla zona collinosa, spesso nominata nei sinottici, che sovrasta il lago di Galilea. Ora, poiché Luca, nel passo parallelo, dice che Gesù pronunciò il discorso delle Beatitudini in un luogo pianeggiante, è probabile che Matteo abbia attribuito al termine “montagna” un significato non geografico, ma teologico, volendo richiamare alla mente dei lettori lo scenario in cui fu promulgata l’antica Legge e dunque il monte Sinai. Analogamente, Gesù appare come il nuovo Mosè, che delinea per i suoi seguaci un nuovo “decalogo”, la nuova “legge” di quel “Regno dei cieli” che Egli è venuto ad annunciare e a inaugurare.

Che cos’è il “Regno dei cieli”? L’espressione è propria di Matteo, che la preferisce a “regno di Dio”, in segno di rispetto per il nome divino (che i Giudei evitavano di pronunciare) e anche per sottolinearne la alterità e trascendenza rispetto al mondo degli uomini. “Regno di Dio” è una realtà complessa e misteriosa, che è impossibile definire e di cui infatti Matteo parlerà attraverso le parabole del suo secondo grande discorso (cap.13, 1-52). In prima battuta, possiamo dire che esso è il progetto e l’azione di Dio per salvare gli uomini, preannunciato nel Primo Testamento, e che si rivela e si attua nella storia attraverso la parola e l’opera di Gesù.

Ora le Beatitudini rappresentano le condizioni per accedere a tale Regno (“Beati i poveri…..perché di essi è il Regno dei cieli”,vv. 3 e 10), condizioni imprescindibili per conseguire quella dimensione di “felicità” che lo caratterizza.

Le successive espressioni di Gesù sono a prima vista sconvolgenti o quanto meno difficili da accettare, perché sembrano avallare e “beatificare” situazioni umane di disgrazia, bisogno, sofferenza, persecuzione…….come è possibile che siano felici i miseri e i colpiti da sciagure?

Ma il senso cambia radicalmente se leggiamo il passo nel suo contesto biblico e soprattutto se intendiamo correttamente i “paradossi” pronunciati da Gesù.

“Beato” (makarios in greco e ashrè in ebraico) aveva un preciso significato nel Primo Testamento. Presso il popolo di Israele beato era chi aveva raggiunto la pienezza della vita, che, prima dell’esilio babilonese, veniva identificata nell’abbondanza di beni materiali, nella felicità familiare, nella prosperità. Dopo l’esilio, beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione (tema frequente nei Salmi, particolarmente esaltato nel salmo 118-

119). C’era poi una ricorrente promessa nei libri profetici, specie in Isaia: “Udranno in quel giorno i sordi le parole di un libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno. Gli

umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele” (Is. 29, 18-19)

Ebbene, in Matteo 5 Gesù proclama che le promesse si sono realizzate, che ora i poveri sono felici, beati. Già, ma che cosa si intende per “povero” (“ptochos in greco e “anawim in ebraico)? Secondo la Bibbia egli è il bisognoso, colui che manca dell’essenziale per vivere e che, quindi, dipende da altri per la sua sopravvivenza; è l’oppresso, la vittima indifesa in balia dei potenti. Ma il termine ebraico, oltre a questo, designava i giusti, i miti, gli umili, coloro che confidano solo in Dio e non cercano altre forme e fonti di sicurezza.

Ora, mentre Luca, nel passo parallelo, si limita a nominare “i poveri” (Luca 6, 20), Matteo si preoccupa di aggiungere “in spirito”, proprio perché vuole far capire che la vera povertà (che può coincidere o no con quella materiale) è il distacco e la libertà dai beni, il non cercare in essi forme di appoggio o sicurezza, perché al contrario, come già nel Primo Testamento, ci si affida a Dio solo.

Come dice il biblista Don Bruno Maggioni, “il povero di spirito è soprattutto colui che concepisce se stesso (esistenza, competenza, capacità di ogni genere) in termini di gratuità e non di possesso: una gratuità che, essendo dono nella sua origine, continua ad essere dono nel suo uso, e si fa servizio” (“Il racconto di Matteo”, pag.68).

Ecco, per questo Gesù chiama “beati” i poveri, non tanto per il fatto di essere poveri, ma perché sono totalmente affidati a Dio, hanno fatto della Sua la loro logica, hanno voltato le spalle ai criteri del mondo, e allora “di essi è il regno dei cieli” (v.3). Il Maestro poi continua indicando le altre condizioni necessarie per accedere al Regno; e ancora l’essere afflitti, miti, misericordiosi, etc. conta non in sé, ma perché tutte queste situazioni sono oggetto della attenzione, consolazione, misericordia, amore di Dio; e non solo nel futuro, ma inizialmente già in questa vita, visto che “di essi è il regno dei cieli” (vv.3 – 10 – 12).

Certo non è facile imboccare la strada delle Beatitudini, ma il cristiano ha dinanzi a sé l’esempio di Gesù, che per primo le ha vissute in modo totale e che può aiutarlo a intraprendere l’ardua, ma gioiosa via del Regno dei cieli.

Con grande acume, papa Paolo VI osservò un giorno: “Il cristianesimo non è facile, ma felice!”

******************************************

4 novembre 2018 XXXI° domenica B – Rito romano

L’amore di Dio e del prossimo

(Marco 12, 28-34)

Riflessione comunitaria di un gruppo di lectio divina

 

 

Siamo alla fine della terza giornata di Gesù a Gerusalemme e, dopo gli scontri con le autorità giudaiche, ora leggiamo di incontri con esito positivo. Uno scriba chiede a Gesù qual è il primo dei comandamenti. Non è una domanda facile, se pensiamo che all’interno del giudaismo esistevano 613 precetti, che costituivano la “torah” (=legge) e, pur essendoci una distinzione tra precetti maggiori e minori, gli ebrei erano tenuti ad osservarli tutti!

 

Si rendeva dunque necessario individuare un comandamento che stesse alla base di tutti, che potesse un po’ riassumerli tutti, così che chi lo osservava pienamente poteva adempire tutta la legge. E’ su questo che verte la domanda dello scriba, che ricerca il senso, il cuore della Legge.

 

Gesù risponde citando due testi della Scrittura: Ascolta Israele:….Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.” (cfr. Deuter. 6,4-5: era la preghiera quotidiana del pio israelita) e “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (cfr. Levitico 19,18). Fin qui Gesù non dice nulla di nuovo, perché l’amore verso Dio e il prossimo era già presente nella Scrittura. La novità è che il Nazareno fonde i due comandamenti in uno solo, dal momento che essi costituiscono le due facce di una sola medaglia e l’uno non può stare senza l’altro.

 

Cerchiamo di capire e approfondire il significato di questi due comandamenti così strettamente uniti.

 

E’ possibile amare Dio nel modo detto dal Deuteronomio solo se si ha ben chiara l’affermazione che precede il comandamento: “Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo” (Deut.6,.4) Sappiamo quanto era pregnante per un ebreo l’espressione: “Il Signore è l’unico Signore; non ci sono altri dei”; l’ebreo lo sapeva benissimo, avendo fatto l’esperienza di Dio nella storia: il Signore è un Dio che salva attraverso il miracolo del M.Rosso, che conduce alla terra promessa; è il Dio dei profeti, che ama il suo popolo di un amore unico e appassionato, che è capace di amare e salvare anche quando il popolo lo tradisce, che si manifesta come il Dio vivente, potente e dunque degno di essere lodato, ringraziato, amato.

 

Dio si rivela ad Israele come il Dio che ama, che conduce per mano, che si prende cura del proprio figlio (cfr.Osea 11,1-9) e che, proprio perché non è uomo, sa amare di un amore profondo, totale e incondizionato. A un Dio che ama così, anche l’uomo deve rispondere con un amore totale e incondizionato, proprio come dice Deuteronomio 6,5 citato da Marco 12, 29-31:

 

“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore…..: il cuore è l’intimo dell’uomo, la sua coscienza, il centro della sua persona, il luogo in cui avvengono le decisioni fondamentali, in cui ciascuno gioca la sua libertà. Allora amare Dio con tutto il cuore vuol dire amarlo con tutta la nostra persona, decidersi per Lui, affidarGli la nostra libertà, la realizzazione di noi stessi, metterGli a disposizione ciò che noi siamo, abbiamo, facciamo. Potremmo dire che amare Dio con tutto il cuore è anche pregare, perché “pregare è pensare a Dio amandolo” (Charles de Foucault).

 

“….con tutta la tua mente……: anche la mente, cioè l’intelligenza, è coinvolta nell’amore, perché Dio vuole essere conosciuto. Dio è talmente grande che la mente non può afferrarlo completamente, ma nello stesso tempo Dio si rivela, si fa conoscere e certamente pure la nostra mente può conoscerlo,

anche perché Dio ha parlato e ha agito nella storia nella persona di Gesù, il Logos incarnato, la Parola, accessibile all’umanità. Amare Dio con tutta la nostra mente significa allora ascoltare, assimilare, nutrirsi della Parola di Dio.

 

…….e con tutta la tua forza: questo significa che occorre amare Dio con tutte le proprie energie. Qunado Gesù al Getsemani chiederà ai suoi discepoli di vegliare un’ora con Lui, Marco annota che i discepoli non riescono a farlo, perché i loro occhi erano appesantiti e non avevano la forza di vegliare. La forza significa dunque quell’energia che bisogna possedere nel momento della prova, della difficoltà, nel momento in cui amare è difficile e si richiede coraggio per mantenere la propria fedeltà-amore al Signore.

 

A questo punto viene spontaneo chiedersi come sia possibile amare Dio di un amore così unico, totale, incondizionato e in ogni circostanza, bella o brutta, della nostra vita. All’uomo con le sue sole forze questo non sarebbe certo possibile; ma Dio, che ci ama proprio in questo modo, con tutto il cuore, tutta la mente e tutte le forze, Lui sì può suscitare in noi un amore altrettanto radicale e forte, aiutandoci a superare i nostri limiti.

 

E poi c’è la seconda faccia della medaglia, il secondo comandamento: Amerai il prossimo tuo come te stesso: come dice Giovanni, “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1° Giov.4,20); c’è infatti un rapporto strettissimo tra l’amore di Dio e quello del prossimo.

Dio non ci “ruba” l’amore per Sé, ma desidera che il rapporto di amore che viviamo con Lui si dilati e si effonda sui fratelli.

 

********************************

 

 

18 novembre 2018 33° DOMENICA RITO ROMANO ANNO B

Letture : Daniele 12, 1-3
Ebrei 10, 11-14.18

Marco 13, 24-32

 

Commento di Mons. Gianfranco Ravasi

Il libro di Daniele prende il nome non dal suo autore, ma dal suo protagonista, che è presentato come vissuto in Babilonia durante il regno degli ultimi re dell’impero neo-babilonese (sec. VI a.C.), anche se in realtà il libro è stato composto durante la rivoluzione dei Maccabei (II sec. A.C.) Egli aveva ricevuto una formazione da saggio “professionista” (Dan 1, 3 ss) e come tale aveva esercitato la sua missione a corte (Dan 2, 48). La prima parte del libro (cc. 1-6) contiene sei storie edificanti su Daniele e i suoi tre compagni alla corte di Babilonia. Questi racconti mettono in scena rappresentanti del popolo di Dio dispersi, ma tranquilli, il che conferma la possibilità di una loro simbiosi col mondo pagano.

 

La seconda parte (cc. 7-12) è composta invece da quattro visioni oniriche in cui Daniele vede, attraverso immagini simboliche, la successione dei quattro “regni” stranieri sotto cui Israele visse. La pericope che la liturgia ci presenta oggi si inserisce nel quadro più vasto dell’ultima apocalisse di Daniere (10,1-12,13) che è anche la più lunga ed elaborata. Dopo una vasta introduzione, un angelo offre a Daniele il resoconto della storia dell’impero persiano e di Alessandro Magno, e un altro profilo della dinastia seleucide, la dinastia che in quel rempo (II sec. a.C.) perseguitava e opprimeva Israele. Il quadro si chiude con il nostro brano che riguarda il futuro escatologico. Gli eletti di Dio, il cui nome “si trova scritto nel libro della vita” (Es 32, 32-33), nonostante le sofferenze che accompagneranno la crisi escatologica, saranno salvati. Il mondo divino (Michele) fa irruzione nella storia per eseguire il suo piano. Siamo inseriti nel contesto di lotta che di continuo è ingaggiata tra le forze che ostacolano il piano di Dio e il Signore che strappa il suo popolo dalle minacce. Il v.2 introduce il tema della risurrezione dei morti: si tratta del più antico annunzio della risurrezione nell’AT, escluso forse Isaia 26,19. Coloro che ottengono la vita sono innanzitutto i martiri che hanno preferito la morte alla perdita del regno di Dio.

 

Anche gli avversari risorgeranno, ma per essere condannati, mentre coloro che avranno dato la vita per il regno risplenderanno “come lo splendore del firmamento”. Anche in altri testi della Bibbia si parla di un mondo nuovo che Dio darà al suo popolo, mondo meraviglioso, illuminato da Dio stesso ( Is 60,1-20): solo in questo senso i corpi salvati risplenderanno “come la realtà celesti” (Sap 3,7). La profezia di Daniele è formulata nel contesto dell’apocalittica giudaica e ne riflette i limiti e gli errori di prospettiva e il N.T., nel “compiere” la profezia, segnerà anche il superamento di questi limiti.

 

Il brano di Marco (Vangelo), che viene chiamato “discorso sulla parusia” o “ apocalisse sinottica”, figura tra i passi neotestamentari più complessi; ma nonostante la sua oscurità, l’intenzione fondamentale che sembra trasparire dal brano è quella di tranquillizzare una comunità turbata e spaventata.

 

Il motivo dello sgomento era dato dal levarsi di alcuni profeti che, in seguito agli avvenimenti accaduti in Giudea negli anni 70 (oppressione romana e, in seguito, distruzione del Tempio e persecuzione della comunità cristiana), richiamandosi alle parole di Gesù, annunciavano l’imminente fine del mondo.

 

“Dicci quando accadrà questo, quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” (Mc 13,4). Questa domanda dei discepoli è la chiave per comprendere tutto il discorso, perché ne riassume tutta la problematica. Il tema fondamentale non è quindi la fine del mondo, ma la venuta del

Figlio dell’Uomo. Tuttavia Gesù non vuole collegare la distruzione del tempio, la persecuzione, le tribolazioni con il tema della venuta del Figlio dell’Uomo. Infatti la parusia avverrà non in quei giorni, ma dopo quei giorni.

 

Le metafore non simbolizzano avvenimenti storico-cosmici, ma l’evento storico-teologico del giudizio di Dio: in questa ottica va vista la venuta del Figlio dell’Uomo che si presenta per giudicare gli uomini. Dal piano apocalittico siamo trasferiti al piano teologico: il giudizio del Figlio dell’Uomo significa per tutti quelli che hanno scelto lui e il suo Regno la salvezza e l’instaurazione di un nuovo ordine di rapporti. E’ chiaro che fra questi eletti è compresa la comunità cristiana. Ma fino alla seconda venuta del Cristo cosa devono fare i cristiani? Restare in attesa e vigilare. La parabola del fico è l’invito appunto a vegliare e a leggere i segni dei tempi.

 

Il paragone è molto felice: quando il fico mette le foglie non si può dire che l’estate è cominciata, ma che è solo vicina. Ed è proprio questo termine vicina che è la chiave di volta per capire la parabola. Contro i falsi profeti che vorrebbero subito la fine del mondo, Gesù afferma che questi segni preannunciano soltanto la vicinanza della fine, che però è sempre vicina a questa generazione, cioè alla generazione del lettore di ogni tempo e di ogni regione. Il compito primario è quello di vegliare e la veglia è un tema che percorre tutto il N.T. (cfr. ad es. Mt.25). Attendere Gesù come Dio e Messia glorioso, attenderlo come Servo sofferente è il continuo appello di Gesù. Non c’è testo escatologico che non si concluda in parole operative ed imperitive per i credenti : vegliate !

 

Tra i cristiani e il mondo la differenza non è di qualità morali ed etiche o in opere di maggiore perfezione, ma sta nel fatto che noi attendiamo il Signore. Il cristiano è un uomo che aspetta e questa vicinanza del Signore esige un corrispondente atteggiamento da parte dei credenti. Già in Mc 1,15 il messaggio dell’imminente regno di Dio è collegato con l’esortazione a convertirsi e a credere.

 

Certo, lo strano linguaggio del vangelo e della prima lettura potrebbero lasciarci perplessi, ma la nostra fede non può fermarsi a simili descrizioni culturalmente datate, essa è illuminata da un’affermazione di fondo: la parola definitiva e decisiva sulla storia sarà detta da Dio. Il nuovo mondo non è costruito sulle ceneri di questo, ma attraverso un’azione divina che porta questo nostro mondo al suo compimento.

 

Senza rapporti espliciti con la prima e la terza lettura, la seconda lettura si colloca nella lectio continua della lettera agli Ebrei, iniziata la domenica XXVII.

 

Come si è visto, la parte centrale di questa lettera (cc. 5-10) tratta, caso unico in tutto il N.T., il tema di Gesù sommo sacerdote. L’autore pone a confronto il sacerdozio giudaico, che si esercitava nel tempio di Gerusalemme, con quello di Cristo, che ormai si esercita in cielo, mettendo in rilievo le grandi differenze. In questi pochi versetti riecheggiano alcune tematiche importanti e significative della teologia neotestamentaria. Anzitutto il tema del superamento dell’antica struttura sacrificale da parte del sacrificio di Cristo che qui viene reso plasticamente nel contrasto tra impotenza e forza, peccato e perdono, pena e salvezza. Infatti, l’idea della promessa e del compimento costituisce la parte centrale della lettera della nostra pericope. Cristo è il centro della storia della salvezza, è l’apice della storia millenaria di Dio con gli uomini.

Alla tensione delle due letture precedenti si sostituisce ora la certezza che “il futuro è già cominciato”. La speranza di un nuovo mondo e di una nuova umanità è già presente in germe : “Cristo ha offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre” (Ebr 10,12; vedi al riguardo le due

significative opere di O. Cullmann, “Cristo e il tempo” e “Cristologia del N.T”, entrambe edite dal Mulino di Bologna).

 

 

 

SPUNTI PASTORALI

 

  1. Il clima dell’evangelo e della predicazione profetica è spesso pervaso da tensione. Non è certo la tensione apocalittica di certe sette anche contemporanee, ma è l’appello ad una decisione vitale urgente. Spesso Gesù ripete : “Perché non comprendete quest’ora?”. Il primo appello dell’odierna liturgia è quello dell’attenzione, della vigilanza e della decisione. Inerzia ed indifferenza sono incompatibili col Cristianesimo che è messaggio della “venuta” del Cristo. “Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me” (Apoc 3, 20).

 

 

  1. Nonostante la tensione il messaggio dell’evangelo non è quello frenetico ed esagitato degli apocalittici per i quali tutta la storia è sotto il segno del maligno e tutto l’impegno per il presente è inutile, anzi dannoso. Il Cristianesimo non è una religione-oppio, un’evasione verso un futuro da sogno cercando di bruciare in una grande conflagrazione tutte le realtà umane. Gesù dice esplicitamente che a lui non interessa conoscere “il giorno e l’ora” di questa “fine” della realtà creata. Il presente è invece il seme da cui deve nascere l’albero mirabile del Regno. Impegnarsi per l’oggi significa costruire il futuro.

 

 

  1. E il futuro non è una drammatica corsa verso il baratro del nulla, ma è l’orizzonte della luce e della speranza: “risplenderanno come lo splendore del firmamento, come le stelle per sempre”. ( I° lettura ). E’ comunione con Dio che è luce. Tenendo davanti agli occhi questa meta, il cammino dell’uomo nella storia acquista senso e speranza.

 

(tratto da “Celebrare e vivere la Parola – anno B – ed. Ancora pagg.250 e sgg.)

 

*******************************

 

 

 

FESTA DI CRISTO RE B 25-11-18 COMMENTO DI WILMA CHASSEUR

 

Siamo giunti ancora una volta alla fine dell'anno liturgico e lo concludiamo con la solenne e bellissima festa di Cristo Re, Signore dell'Universo e della storia.

• 1/ Un Regno dell'altro mondo...

Quel titolo di Re, gli era stato attribuito da Pilato, procuratore romano pagano, che gli aveva detto: "Dunque Tu sei re?" E Gesù aveva risposto: "Tu lo dici, Io lo sono". Un re dunque. E un re che è in procinto di salire sul trono e di essere incoronato! Ma il suo trono è una Croce; la sua corona, una corona di spine e il suo regno non è di questo mondo. Non si era mai visto un re che avesse rovesciato in modo così radicale, ogni concetto di sovranità! Ma è così, sconvolgendo ogni schema di regalità e potenza umana, che ha vinto la più grande battaglia, e ha sconfitto il più grande e temibile nemico del genere umano: la morte eterna. E solo dopo - contrariamente ad ogni logica umana- avverrà la solenne ed eterna intronizzazione, quando, all'Ascensione, Gesù salirà per sempre alla destra del Padre. La logica umana infatti, prima fa i re e poi fa le battaglie, mentre qui, Gesù, ha dovuto prima sconfiggere, con la morte di Croce, il tremendo e mortale nemico, e poi essere intronizzato.

Ma ora è veramente il Sovrano assoluto, lo splendore della gloria del Padre, "esaltato al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù, ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra, ed ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre".

• 2/ Quando sarà la fine?

E poi sarà la fine "quando - dopo aver ridotto al nulla ogni principato, potestà e potenza- egli consegnerà il regno a Dio Padre. Bisogna infatti che egli regni, finché non abbia posto tutti i suoi nemici, sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte" (seconda lettura).

Allora, in quel misteriosissimo ultimo giorno che Lui solo conosce, non solo l'uomo, ma tutta la creazione sarà di Cristo. Egli farà l'ingresso nella nuova Gerusalemme, regnerà sui nuovi cieli e la nuova terra, e "consegnerà il mondo a Dio Padre, affinché Egli sia tutto in tutti".

Sarà l'inaugurazione del Regno di Dio in tutto il suo splendore, con tutti i beati, miriadi di angeli e arcangeli, gli eletti con a capo Maria Santissima e avremo i cieli nuovi e la terra nuova definitivamente liberati dal nemico mortale che sarà precipitato in fondo agli abissi e sarà un Regno dove non ci sarà più traccia di male, pena o colpa.

• 3/ Cieli chiusi o cieli aperti?

Da quando Gesù è salito alla destra del Padre, siamo già entrati in un regime nuovo: quello dei cieli aperti e della destinazione alla gloria. Prima della morte di Croce, tutta l'umanità era nel regime dei cieli chiusi. Anche i giusti dell'Antico Testamento, dovettero aspettare il sabato santo, per poter salire in cielo. Solo dopo la morte di Gesù in Croce - unico trono che ha avuto sulla terra - le porte del paradiso si riaprirono e l'uomo riacquistò il suo destino di gloria, perso col peccato. Il primo a sperimentare questa realtà dei cieli aperti, fu il buon ladrone. Alla sua domanda: "Signore ricordati di me, quando sarai nel tuo regno" si sentì rispondere. "Oggi sarai con me in Paradiso".

Ma il Regno dei Cieli, non è solo una realtà che ci aspetta dopo la morte, è anche quel regno che è dentro di noi, quella capacità di diventare sempre migliori di ciò che siamo e sempre più somiglianti all'immagine divina scolpita in noi .

Il Regno di Dio dunque, non è solo un regno che viene, ma è anche un regno che c'è già, perché è indivisibile dalla persona di Gesù: è la comunione con Lui e "Nessuno dirà eccolo qui, eccolo là, perché è già tra di voi" (Lc 17).

Se Gesù sarà veramente il Re del nostro cuore, sperimenteremo fin da quaggiù, questo regno di verità e di grazia, di luce, di amore e di pace.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Last Updated on Tuesday, 30 October 2018 18:34
 


Powered by Joomla!. Designed by: business hosting virtual private server Valid XHTML and CSS.