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Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 30 October 2018 18:30

 

1 novembre 2018 Festa di tutti i santi – Rito romano e ambros.

Matteo 5,1-12: lun. 1° settim. Quares. Ambros.

lun. 10° Rito romano

“Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”

(Matteo 5, 1-12)

di Ileana Mortari

Il brano delle “Beatitudini” introduce il famoso “Discorso della montagna” di Matteo, il primo di cinque grandi discorsi in cui l’evangelista ha raccolto tutti gli insegnamenti di Gesù durante il suo ministero, raggruppandoli per argomenti e intervallandoli con parti narrative sull’attività e gli incontri del Nazareno.

Il luogo, teatro del primo discorso, è “una montagna” su cui Gesù era salito (v.1); viene spontaneo pensare alla zona collinosa, spesso nominata nei sinottici, che sovrasta il lago di Galilea. Ora, poiché Luca, nel passo parallelo, dice che Gesù pronunciò il discorso delle Beatitudini in un luogo pianeggiante, è probabile che Matteo abbia attribuito al termine “montagna” un significato non geografico, ma teologico, volendo richiamare alla mente dei lettori lo scenario in cui fu promulgata l’antica Legge e dunque il monte Sinai. Analogamente, Gesù appare come il nuovo Mosè, che delinea per i suoi seguaci un nuovo “decalogo”, la nuova “legge” di quel “Regno dei cieli” che Egli è venuto ad annunciare e a inaugurare.

Che cos’è il “Regno dei cieli”? L’espressione è propria di Matteo, che la preferisce a “regno di Dio”, in segno di rispetto per il nome divino (che i Giudei evitavano di pronunciare) e anche per sottolinearne la alterità e trascendenza rispetto al mondo degli uomini. “Regno di Dio” è una realtà complessa e misteriosa, che è impossibile definire e di cui infatti Matteo parlerà attraverso le parabole del suo secondo grande discorso (cap.13, 1-52). In prima battuta, possiamo dire che esso è il progetto e l’azione di Dio per salvare gli uomini, preannunciato nel Primo Testamento, e che si rivela e si attua nella storia attraverso la parola e l’opera di Gesù.

Ora le Beatitudini rappresentano le condizioni per accedere a tale Regno (“Beati i poveri…..perché di essi è il Regno dei cieli”,vv. 3 e 10), condizioni imprescindibili per conseguire quella dimensione di “felicità” che lo caratterizza.

Le successive espressioni di Gesù sono a prima vista sconvolgenti o quanto meno difficili da accettare, perché sembrano avallare e “beatificare” situazioni umane di disgrazia, bisogno, sofferenza, persecuzione…….come è possibile che siano felici i miseri e i colpiti da sciagure?

Ma il senso cambia radicalmente se leggiamo il passo nel suo contesto biblico e soprattutto se intendiamo correttamente i “paradossi” pronunciati da Gesù.

“Beato” (makarios in greco e ashrè in ebraico) aveva un preciso significato nel Primo Testamento. Presso il popolo di Israele beato era chi aveva raggiunto la pienezza della vita, che, prima dell’esilio babilonese, veniva identificata nell’abbondanza di beni materiali, nella felicità familiare, nella prosperità. Dopo l’esilio, beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione (tema frequente nei Salmi, particolarmente esaltato nel salmo 118-

119). C’era poi una ricorrente promessa nei libri profetici, specie in Isaia: “Udranno in quel giorno i sordi le parole di un libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno. Gli

umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele” (Is. 29, 18-19)

Ebbene, in Matteo 5 Gesù proclama che le promesse si sono realizzate, che ora i poveri sono felici, beati. Già, ma che cosa si intende per “povero” (“ptochos in greco e “anawim in ebraico)? Secondo la Bibbia egli è il bisognoso, colui che manca dell’essenziale per vivere e che, quindi, dipende da altri per la sua sopravvivenza; è l’oppresso, la vittima indifesa in balia dei potenti. Ma il termine ebraico, oltre a questo, designava i giusti, i miti, gli umili, coloro che confidano solo in Dio e non cercano altre forme e fonti di sicurezza.

Ora, mentre Luca, nel passo parallelo, si limita a nominare “i poveri” (Luca 6, 20), Matteo si preoccupa di aggiungere “in spirito”, proprio perché vuole far capire che la vera povertà (che può coincidere o no con quella materiale) è il distacco e la libertà dai beni, il non cercare in essi forme di appoggio o sicurezza, perché al contrario, come già nel Primo Testamento, ci si affida a Dio solo.

Come dice il biblista Don Bruno Maggioni, “il povero di spirito è soprattutto colui che concepisce se stesso (esistenza, competenza, capacità di ogni genere) in termini di gratuità e non di possesso: una gratuità che, essendo dono nella sua origine, continua ad essere dono nel suo uso, e si fa servizio” (“Il racconto di Matteo”, pag.68).

Ecco, per questo Gesù chiama “beati” i poveri, non tanto per il fatto di essere poveri, ma perché sono totalmente affidati a Dio, hanno fatto della Sua la loro logica, hanno voltato le spalle ai criteri del mondo, e allora “di essi è il regno dei cieli” (v.3). Il Maestro poi continua indicando le altre condizioni necessarie per accedere al Regno; e ancora l’essere afflitti, miti, misericordiosi, etc. conta non in sé, ma perché tutte queste situazioni sono oggetto della attenzione, consolazione, misericordia, amore di Dio; e non solo nel futuro, ma inizialmente già in questa vita, visto che “di essi è il regno dei cieli” (vv.3 – 10 – 12).

Certo non è facile imboccare la strada delle Beatitudini, ma il cristiano ha dinanzi a sé l’esempio di Gesù, che per primo le ha vissute in modo totale e che può aiutarlo a intraprendere l’ardua, ma gioiosa via del Regno dei cieli.

Con grande acume, papa Paolo VI osservò un giorno: “Il cristianesimo non è facile, ma felice!”

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4 novembre 2018 II° domenica dopo la Dedicazione del Duomo – Rito ambrosiano B

Vangelo secondo Luca 14,1a.15-24

Commento di Don Raffaello Ciccone

San Luca sta sviluppando alcune catechesi che Gesù ha proposto mentre è in viaggio verso Gerusalemme (13,22). La sezione che comincia al capitolo 14 si potrebbe titolare: Riflessioni "intorno alla tavola".

Dopo aver ricordato che nel Regno bisogna sforzarsi "di entrare per la porta stretta" (13,24), Luca inizia il racconto di alcune osservazioni e suggerimenti che nascono durante un invito a pranzo fatto a Gesù, un giorno di sabato, in casa di uno dei capi dei farisei (14,1). Dopodiché un’esclamazione che un commensale pronuncia a seguito delle parole di Gesù sull'umiltà e sulla gratuità: "Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio", provoca una risposta di Gesù con la parabola che abbiamo letto. Tale beatitudine è riservata ai poveri, agli impediti e agli esclusi. E’ un richiamo a: "Beati coloro che hanno fame, perché saranno saziati” (6,21).

La riflessione è un avvertimento a tutto il mondo giudaico che non accetta di conoscere e di accogliere, subito, l'invito che il Signore fa con la sua venuta: il regno di Dio che viene.

In fondo, la storia di Israele è il racconto di una predilezione: popolo degli amici, degli scelti, dei preferiti.

Ma l'invito non è riconosciuto nel suo valore e lo si accantona, magari per un secondo momento, mentre ciascuno si preoccupa di sviluppare scelte personali a seconda dei propri interessi.

Ne sono ricordati, in pratica, tre e corrispondono al “possesso” di un campo ("devo"), al “lavoro” per

l’acquisto di cinque paia di buoi (non si parla di dovere ma di scelta), al “matrimonio” (il matrimonio ha ovviamente una precedenza).

La colpa degli invitati è stata quella di non aver accolto il senso delle precedenze, di non aver accettato il cammino nel proprio futuro e di essersi fermati a questo mondo, a ciò che ciascuno ha o fa: possesso, lavoro, matrimonio.

In pratica il pranzo è pronto, lo si verifica nella parabola, ma l'ospite non è disposto a fare festa da solo. È troppo bello, è troppo gioioso, è profondamente inimmaginabile il dono di gioia che il padrone di questo banchetto vuole offrire. Non si rassegna a sprecare la bellezza e la felicità per tutti. Si tratta della salvezza, paragonata ad un banchetto in Luca (13,29 e 22,30), alla gioia della fraternità e del senso nuovo della vita.

Richiami in tal senso si ritrovano in Isaia con la grande profezia di un banchetto sul monte Sion

(Gerusalemme) dove sono radunati tutti popoli della terra e dove Dio eliminerà la morte per sempre e

asciugherà le lacrime su ogni volto (25,6 ss). Ezechiele (34,17-20) richiama invece, in un contesto

pastorizio, il mangiare e il bere delle pecore che il pastore-Dio offre al popolo che si è scelto, perché lo ama.

Così coloro che sono stati scelti e chiamati alla salvezza, per propria colpa, per non essersi resi disponibili, subito, all'invito ricevuto, non riescono ad incontrarla.

I nuovi invitanti si trovano nelle strade e nei vicoli, declassati dal punto di vista sociale e religioso,

emarginati, insignificanti: “i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi” (il 4 ricorda tutta l'umanità povera). Vi si comprendono anche persone che sono disprezzate dalla legge e che non possono frequentare il tempio perché malati di una malattia che suppone il castigo di Dio. Ma il padrone, con questo invito e questa festa, rompe tutti gli argini culturali e religiosi e accoglie ogni persona come persona.

Nella comunità cristiana la parabola si preoccupa di dire che ci deve essere sempre posto per gli ultimi, per quelli che si nascondono lungo le siepi, per chiunque è timoroso. E chi è già entrato al banchetto deve poter essere gioioso di questi altri che arrivano. Persone, che prima probabilmente disprezzavano, ora vanno onorate per la risposta ad un invito che accomuna.

Gli inviti sono stati tre: il primo è l'invito della Legge, il secondo è l'invito di Gesù, il terzo è l'invito degli apostoli. Il primo accoglie il popolo d'Israele, il secondo è l'incontro di Gesù in Palestina, il terzo è l'impegno della Chiesa nel mondo: la Legge, il Vangelo, gli Atti degli apostoli.

"Costringili ad entrare". E’ stato interpretato, a volte, come violenza. E difatti, nella storia, una certa

intolleranza si è appoggiata a questo testo. Probabilmente fa riferimento all'atteggiamento orientale che si dimostrava restio ad accogliere l'invito per cui bisogna spesso insistere e quindi il verbo usato può arrivare a far pensare ad una costrizione. Ma Dio ci rispetta, poiché si gioca con un amore infinito e, per questo, si ferma alle porte del nostro cuore e nella trepidazione per la nostra libertà.

 

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11 novembre 2018 Solennità di Cristo Re - Anno B - Rito ambrosiano

 

“Oggi con me sarai nel paradiso”

(Luca 23, 36 - 43)

di Ileana Mortari

Oggi, ultima domenica dell’anno liturgico B, celebriamo Gesù Cristo Re dell’universo. Il nome della festa evoca immediatamente immagini di gloria, fasto, potere, sottomissione di sudditi, etc. verso il Re di tutta la terra. Ma, curiosamente, il vangelo proposto al nostro ascolto sembra totalmente lontano da tali immagini: ci presenta Gesù crocifisso, nel massimo della sua sofferenza, in agonia; altro che gloria, fasto e sottomissione!

 

Ebbene, proprio in questa apparente contraddizione sta il senso più profondo della regalità di Gesù, che non a caso nel brano di Luca è più volte nominato come Re e possessore di un Regno.

 

Il fatto è che sempre, nei Vangeli, il tema della regalità è legato a quello della croce; anzi, proprio la regalità di Gesù è l’oggetto del dibattito che sottostà a tutto il racconto della Passione, in modo evidente nel quarto vangelo, ma implicitamente anche nei tre sinottici. E così anche nel terzo vangelo possiamo rintracciare un “percorso” che ci guida alla comprensione della regalità di Gesù.

 

Si comincia con la proclamazione di un “anno di grazia” del Signore, in cui sarà annunziato ai poveri un lieto messaggio, sarà offerta la libertà a prigionieri e oppressi e ridonata la vista ai ciechi (cfr. Luca 4, 14-19).

 

Si prosegue con il “programma” del Regno: le Beatitudini proclamate da Gesù dopo la scelta dei dodici apostoli e il famoso “discorso della pianura” in Luca (o “discorso della montagna” in Matteo), una sorta di “magna charta” in cui vengono esaltati valori e comportamenti che sono l’esatto opposto della logica dominante nel mondo.

I membri del nuovo “regno” sono i poveri, gli affamati, i perseguitati, coloro che sanno amare i propri nemici, non giudicano, non condannano; ma perdonano, producono buoni frutti e mettono in pratica gli insegnamenti del Nazareno.

 

Com’è noto, è Gesù stesso che in prima persona vive il “programma” del Regno e tutta la sua esistenza terrena è contrassegnata da attenzione agli ultimi, ricerca degli esclusi e dei peccatori, perdono, gesti di guarigione esteriore e interiore, servizio (“Io sto in mezzo a voi come colui che serve” Luca 22,27).

 

E come è vissuto, così Gesù è morto: ha cercato per tutta la vita emarginati e peccatori ed ora muore tra due ladroni; ha predicato l’amore ai nemici e ora perdona ai suoi crocefissori; ma soprattutto è venuto a “servire”, cioè a preoccuparsi sempre prima e più degli altri che di se stesso. E questo è molto evidente in un frase più volte ripetuta nel brano di Luca: “Ha salvato gli altri, ora salvi se stesso, se costui è il Messia!” Lo dicono i capi del popolo (v.35 che manca nella pericope), lo ripetono i soldati romani, lo chiede il malfattore crocefisso accanto a Lui. Ma Gesù non risponde nulla e non fa nulla.

 

Se avesse salvato se stesso, liberandosi dalla croce, avrebbe strabiliato tutti, “costringendoli” a riconoscere la sua regalità. Ma quella di Gesù non è la regalità dei forti e dei potenti, è la regalità

 

del Salvatore ed Egli non avrebbe potuto salvare gli uomini, se non avesse condiviso fino in fondo, fino alla morte, la loro condizione!

 

Per gli uomini peccatori Gesù ha dato la sua vita fino all’ultimo istante e ha mostrato come affrontare la morte: con dolore, certo, ma anche con una smisurata fiducia nel Padre. La maggior parte di coloro che erano ai piedi della croce non capirono nulla di tutto questo, ma uno sì: l’altro malfattore crocifisso accanto a Lui, il “buon ladrone” di cui parla solo Luca; il brigante che, di fronte all’Innocente crocifisso ingiustamente, riconosce la sua colpa (“noi riceviamo il giusto per le nostre azioni” v.41) e soprattutto intuisce la regalità di Gesù: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.

 

Solo allora Gesù risponde, mostrando che la sua “salvezza” è ben diversa da quella auspicata dai capi del popolo e dai soldati: “In verità ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. Questa è la salvezza vera, portata da Gesù, emblema del suo “regno universale ed eterno: regno di santità e grazia, di giustizia, amore e pace” (prefazio): il perdono e l’accoglienza del peccatore, chiamato ad essere in comunione con Lui per sempre.

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18 novembre 2018 I° domenica di Avvento C – Rito ambrosiano

“Nemmeno un capello del vostro capo perirà”

(Luca 21, 5 - 28)

di Ileana Mortari

Siamo in prossimità della Pasqua e Gesù, come ogni pio giudeo, si reca a Gerusalemme e al Tempio per il pellegrinaggio pasquale. Alcuni parlano con ammirazione della straordinaria bellezza del tempio (quello ricostruito dopo l’esilio babilonese nel 515 circa a.Cr. e ampliato negli anni 20-64 a.Cr. da Erode il Grande), il quale fin dal tempo di Geremia era ritenuto indistruttibile, in quanto segno della fedeltà di Dio verso il suo popolo. Ma Gesù osserva che, come tutte le cose umane, anch’esso cadrà, anzi “non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta” (v.6) ed ecco allora subito la domanda: “Quando accadranno queste cose?” Chiaramente il venir meno del tempio indica inevitabilmente per gli ebrei e l’evangelista Luca la fine del mondo e l’avvento del Regno di Dio in grande potenza e gloria: proprio all’epoca di Gesù c’era un gran discutere, specie in certe correnti apocalittiche, circa il tempo in cui sarebbe accaduto tutto ciò.

Ma Gesù, come è nel suo metodo, non risponde a questa domanda, segno che non sta a Lui dare una risposta di tal genere; infatti nei passi paralleli di Matteo 24 e Marco 13 leggiamo: ”Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, nè gli angeli nel cielo nè il Figlio, eccetto il Padre”.

Di che cosa si preoccupa piuttosto Gesù? di dare indicazioni chiare su come comportarsi e come discernere i veri dai falsi profeti.

Anzitutto esorta a non lasciarsi ingannare da falsi messia e questa Parola è forte e inequivocabile a proposito di tutte le date annunciate come quelle della fine, a partire dal millenarismo medievale su su fino agli ultimi due secoli, quando gli Avventisti del 7° giorno prima e i Testimoni di Geova poi invano annunciarono almeno quattro date (ogni volta regolarmente smentite!) della catastrofe finale.

In ogni tempo poi sorgono sedicenti messia o profeti o persone che a loro dire avrebbero il privilegio di conoscere cose normalmente ignote. “Non andate dietro a loro!” dice Gesù (v.8). Luca intende ricordare che la fede tradizionale deve sempre avere la precedenza sulle cosiddette “rivelazioni private”.

In secondo luogo il Maestro dice: “Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate” (v.9). Assodato che non è assolutamente possibile, oggi come allora, sapere quando sarà il tempo della fine, è evidente che tutto il discorso di Gesù verte sul tempo della storia in quanto tale, quella immediatamente seguita alla sua Ascensione e quella successiva fino a noi; e il tempo storico è purtroppo sempre, in ogni epoca, percorso da conflitti e rivolte di vario genere e a questo proposito l’indicazione di Gesù è ancora molto chiara: “Non vi terrorizzate!”, cioè non cadete nel panico, nell’ansia, nella precipitazione che è sempre cattiva consigliera.

Seguono da parte di Gesù altre predizioni, sia di fatti che storicamente sarebbero accaduti subito dopo il suo ritorno al Padre (come le persecuzioni degli apostoli), sia di sventure e flagelli di ogni tipo (terremoti, carestie e pestilenze), sia di “fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo” (v.11): il linguaggio di quest’ultimo versetto è chiaramente apocalittico ed allude alle prove del “cattivo

ultimo tempo” (Volz), nonché a quei fenomeni celesti quali oscurità, tempeste, comete, etc che già nei libri apocrifi intertestamentari erano stati indicati come premonitori della fine.

Qual è allora l’atteggiamento giusto da tenere? Purtroppo non mancheranno persecuzioni dei cristiani in ogni tempo: “sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (v.17); ma ogni fatto anche negativo sarà “un’occasione di dare testimonianza” (v.13). E in tutto questo non mancherà mai la presenza, l’assistenza e l’aiuto del Signore Gesù: “Io vi darò parola e sapienza, cosicchè tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere” (v.15) e soprattutto “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto” (v.18). Qui sta la fede del discepolo, la ragione della sua vittoria sulla paura e sull’ansia: l’assoluta certezza che l’amore e la protezione di Dio sono più forti di qualsiasi male.

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25 novembre 2018 II° domenica di Avvento C – Rito ambrosiano

“Giovanni predicava un battesimo di conversione”

(Marco 1, 1-8)

 

di Ileana Mortari

 

La terza lettura propostaci dalla liturgia di questa domenica è l’inizio del vangelo di Marco: esso è il primo in senso cronologico dei tre vangeli “sinottici” (secondo Matteo, Marco e Luca), detti così perché hanno una struttura molto simile e, trascrivendoli su tre colonne parallele, si possono scorrere contemporaneamente con un sol “colpo d’occhio”, “sun-opsis” in greco.

 

Per circa 30-40 anni dopo la morte di Gesù, tutto quello che riguardava la sua vita e il suo insegnamento venne tramandato per lo più oralmente nelle prime comunità cristiane; di scritto c’erano solo raccolte di miracoli, di parabole, gruppi di episodi o insegnamenti simili, oltre al lungo racconto della passione-morte-resurrezione di Gesù: sono le cosiddette “raccolte presinottiche” scritte sia in aramaico che in greco-ellenistico, visto che la Chiesa di Gerusalemme era bilingue.

 

Ora Marco fu il primo che decise di raccontare con ordine tutto quello che riguardava Gesù, seguendo il filo di una “storia” nel suo svolgersi: la “storia di Gesù”, dalla predicazione del precursore Giovanni Battista fino alla conclusione della sua vicenda terrena.

 

Con ogni probabilità egli scrisse il suo vangelo a Roma, in lingua greca, sulla base della predicazione di Pietro, capo degli apostoli, tra il 60 e il 70 d.Cr.

 

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (v.1) Questa frase è programmatica, contiene in nuce tutto lo scritto di Marco, non dice solo che inizia il testo materiale del vangelo, ma intende con “evanghelion” proprio la “Buona novella” che ha per oggetto la vita e l’insegnamento di Gesù, che è il Cristo e il Figlio di Dio.

 

Il testo marciano è costruito in modo da rispondere a due grandi domande: “Chi è Gesù?” e “Chi è il discepolo?” e ha una struttura molto semplice e lineare; dopo un’introduzione (cap.1,1-13), presenta due grandi parti, ciascuna delle quali termina con un’affermazione che è proprio la risposta, la doppia risposta, al primo interrogativo.

 

La prima parte si conclude infatti con la confessione di Pietro a Cesarea di Filippi, che, a nome anche degli altri apostoli, dice: “Tu sei il Cristo” (Mc.8,29) e la seconda parte termina con l’affermazione del centurione romano sotto la croce di Gesù: ”Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc. 15,39).

 

E poi c’è l’epilogo della Resurrezione (16,1-8) e un’aggiunta – non di Marco – relativa alle apparizioni del Risorto ai discepoli (16,9-20).

 

Dopo il “titolo” del vangelo abbiamo la presentazione di Giovanni il Battista, precursore di Gesù. La sua figura è introdotta da una doppia citazione dell’Antico Testamento, per mettere subito in evidenza che quanto sta per iniziare è il compimento delle promesse e dei preannunzi del Primo Testamento. Le

parole del profeta “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero..…preparate la via del Signore… (vv.2-3) erano originariamente riferite a Jahvè che doveva ricondurre in Israele il suo

popolo dall’esilio di Babilonia; nel vangelo di Marco designano invece il Messia atteso, di cui Giovanni dice: “Viene dopo di me viene colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi

per slegare i lacci dei suoi sandali” (v.7) Il gesto di slacciare i sandali era talmente umile che non poteva essere imposto neppure allo schiavo; in questo modo Giovanni ci fa capire la distanza abissale che lo separa dal Preannunciato; il Battista esiste solo in funzione di Lui, è come un araldo col dito puntato sull’Atteso, al quale orienta tutti quelli che accorrono nel deserto ad ascoltare la sua voce.

 

Ed è molto significativo che Giovanni “proclami un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (v.4), perché, in contrasto con la mentalità allora corrente, che si aspettava un Messia politico, Giovanni fa capire che il vero ostacolo alla liberazione finale di Israele non era la dominazione romana, ma il peccato che separava il popolo dal suo Dio.

 

Così egli battezza, cioè fa compiere al fedele un “bagno lustrale”, purificatore, che è il segno esteriore di un forte impegno di “conversione”: questa consiste in un cambiamento di mentalità (“metànoia” in greco), un ritorno interiore al Dio dell’alleanza mediante l’obbedienza alla sua volontà (cfr. Ger. 3,6-13); il battesimo di Giovanni è solo una preparazione al vero e proprio battesimo, quello di Gesù, che “vi battezzerà in Spirito Santo” (v.8)

 

Circa il dono dello Spirito, già i profeti ne avevano parlato come di una delle caratteristiche dei tempi messianici, presentandolo quale principio purificante e santificante (cfr. ad esempio Is.44,3; Gioele 3,1; Ezech.36,25-29). E in effetti con Cristo avviene una svolta radicale: non c’è più solo l’impegno dell’uomo alla conversione e al ritorno a Dio; ma il battezzato è inserito in pienezza in Dio, partecipa della Pasqua del Signore, che con il Suo sacrificio lo libera dal male e dal peccato, e riceve in sé il principio della stessa vita divina, tanto da potersi ormai chiamare “figlio adottivo” del Padre celeste.

 

 

 

 

 

 

Last Updated on Tuesday, 30 October 2018 18:32
 


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