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Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 30 October 2018 18:17

 

7 ottobre 2018 XXVII° domenica B – Rito romano

“L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”

(Marco 10, 2-16)

 

di Ileana Mortari

 

Prosegue, con la pericope evangelica odierna, la serie di insegnamenti che Gesù offre alla folla e ai discepoli circa varie questioni e problemi che possono nascere nella vita e nella comunità cristiana, serie iniziata in Luca 9,33.

L’occasione è data, in questo caso, da una domanda-trabocchetto dei farisei, che gli chiedono: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?” (v.2); che il ripudio fosse ammesso dalla legislazione mosaica era cosa pacifica; non si era d’accordo invece sull’interpretazione dell’espressione “se il marito ha trovato in lei qualcosa di vergognoso” (Deut.24,1); che cosa poteva essere definito tale, così che “il marito scriva per lei un libello di ripudio (o atto di divorzio) e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa” (Deut.24,1) ?

 

Sulla questione si contrapponevano soprattutto due famose scuole rabbiniche: quella, assai rigorista, di Rabbì Shammai, che ammetteva la liceità del divorzio solo in caso di adulterio della donna, e quella, più lassista, di Rabbì Hillel, che aggiungeva al primo grave motivo “qualsiasi altra cosa che potesse dispiacere al marito”; ad esempio: “quando l’uomo non trovava più qualcosa di bello e di gradito in lei”; o anche se la moglie non gli faceva da mangiare regolarmente; se sbagliava a cuocere la minestra; se bruciava una vivanda…..; addirittura poteva bastare un qualunque difetto della donna, anche involontario, o la noia di vedere tutti i giorni la stessa faccia! Secondo Rabbi Akkiba poi una ragione sufficiente per il ripudio era perfino il fatto di aver trovato un’altra donna più bella.

 

Ora, poiché pare che a quel tempo la maggior parte della gente seguisse l’orientamento del grande Hillel e della sua scuola, praticamente non c’era moglie che non potesse venire legalmente allontanata con un atto di ripudio!

 

Si è detto che i farisei, come altre volte, pongono questa domanda a Gesù “per metterlo alla prova” (v.2), cioè per vedere da che parte si schiera circa la questione, o forse perché prenda posizione di fronte al re Erode, che aveva ripudiato la prima moglie per sposare Erodiade, cosa già fortemente biasimata da Giovanni Battista (cfr. Marco 6,18); se infatti la Legge consentiva quanto sopra riportato dal libro del Deuteronomio, persisteva in Israele una corrente profetica che condannava vivamente il divorzio, come si vede dal seguente passo di Malachia: “Non fece Dio un essere solo dotato di carne e soffio vitale?…Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice il Signore Dio” (Mal.2,15-16)

 

Ma Gesù, come tutte le altre volte in cui è coinvolto in un dibattito, supera le strettoie del legalismo; non risponde direttamente alla domanda; osserva piuttosto che la prescrizione di Deut.24,1 circa l’atto di ripudio è stata resa necessaria “dalla durezza del cuore” degli Ebrei, espressione classica dell’A.T. per indicare l’insensibilità della coscienza, la fragilità peccatrice, l’ostinata infedeltà a Dio. “Ma all’inizio della creazione, - prosegue il Maestro - Dio li creò maschio e femmina…e i due saranno una carne sola….L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (vv. 6-8).

Ecco la risposta di Gesù: Egli recupera il progetto originario del Creatore, mirabilmente descritto nella prima lettura di oggi, tratta dal libro della Genesi. Per ovviare alla solitudine dell’uomo, il Signore Dio crea un essere del tutto diverso dagli altri, tratto dalla carne stessa di Adamo; quindi c’è un legame

profondo tra i due, che li distingue nettamente sia dal mondo animale che da quello divino e nello stesso tempo li accomuna in modo tutto particolare, tanto che, quando Dio conduce la donna all’uomo, questi manifesta uno stupore gioioso perché riconosce l’altra come parte di sé, della sua stessa natura, ben diversa da quella degli animali; e nell’incontro con lei nasce anche la possibilità della comunicazione: per la prima volta infatti Adamo parla!

 

Per questo – prosegue il testo di Genesi citato da Gesù – l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen.2,24). E’ da notare che i due verbi ebraici usati per indicare l’unione tra uomo e donna non significano solo l’unione sessuale, ma molto di più: dicono l’aderire ad una persona con tutto se stesso, in un rapporto di profonda amicizia e solidarietà; è la reciproca donazione totale, fino ad essere una cosa sola, una sola persona, in un’unità che non si spegnerà neppure con la morte, perché “forte come la morte è l’amore” (Cant.8,6)

 

Nella sua risposta il Nazareno aveva citato anche Gen.1,27: ”Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina lì creò”; cioè: la coppia umana in quanto tale è “immagine di Dio”; nella sua unione essa esprime addirittura quella realtà dell’alleanza che è il dono più grande fatto da Jahvè agli uomini e non a caso la predicazione profetica richiamava spesso questa dimensione: “Ti farò mia sposa per sempre, – dice ad esempio Dio ad Israele in Osea 2, 21-22 – ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

 

La volontà creatrice di Dio cui Gesù si rifà è creare l’uomo a sua immagine come maschio e femmina e quindi fondare l’unità indissolubile del matrimonio: “L’uomo dunque – conclude Gesù – non separi ciò che Dio ha congiunto” (v.9)

 

Questa è la visione del matrimonio che la comunità delle origini aveva dedotto dall’insegnamento del Nazareno e che la differenziava nettamente dal giudaismo; questa è la dottrina che la Chiesa ha poi sempre annunciato e insegnato; ma – viene spontaneo chiedersi - come riproporla oggi, in una società in cui negli ultimi dieci anni separazioni e divorzi sono aumentati in Italia più del doppio? E dove alcuni anni fa solo l’11% degli italiani si è dichiarato d’accordo con il papa Giovanni Paolo II° circa la negatività del divorzio?

 

Una risposta la possiamo trovare nella stessa pagina evangelica; è da notare infatti che l’insegnamento sul matrimonio non è dato da Gesù nella prima predicazione in Galilea al tempo delle parabole (Mc.4), né insieme alle controversie con i farisei (Mc.7), ma solo dopo che Egli è stato riconosciuto come Messia, come Figlio dell’Uomo chiamato al dono di sé fino alla croce (cfr. Marco 8, 30-32, vangelo della 24° domenica B); come dire che tale insegnamento va inserito nella globale proposta della vita cristiana, che comporta anche difficoltà, sofferenze, “croci”. Nel caso specifico dei coniugi, queste consistono nella fatica di trovare sempre accordo, comprensione e disponibilità l’uno verso l’altra; di ricominciare ogni volta che qualcosa si incrina o addirittura si spezza. Ma il Cristo ha più volte ripetuto di essere insieme a noi, con la sua grazia, con il dono del suo Spirito. Scrive il padre Cantalamessa in un suo commento a questo passo: “Gesù fece il suo primo miracolo, a Cana di Galilea, per salvare la felicità di due sposi. Cambiò l’acqua in vino e tutti alla fine si trovarono d’accordo nel dire che il vino servito per ultimo era stato il migliore. Gesù è pronto anche oggi, se lo si invita alle proprie nozze, a operare questo miracolo e a far sì che il vino ultimo – l’amore e l’unità degli anni della maturità e della vecchiaia – sia migliore di quello della prima ora”.

14 ottobre 2018 XXVIII° domenica B – Rito romano

“Vendi quello che hai e dallo ai poveri”

(Marco 10, 17-30)

 

di Ileana Mortari

 

Un tale (che nel passo parallelo di Matteo 19,20 è qualificato come “giovane”) corre incontro a Gesù e, inginocchiandosi davanti a Lui (segno di grande reverenza), gli chiede con molta ansia e preoccupazione che cosa deve fare per avere la “vita eterna”. Il Maestro anzitutto rettifica l’aggettivo con cui è stato chiamato, “buono”, ricordando che solo Dio lo è; infatti secondo la concezione biblica e giudaica Dio solo può essere definito buono, in quanto usa misericordia, soccorre i poveri, difende i deboli. E poi richiama all’uomo i comandamenti che Jahvè, dopo aver mostrato tutto il suo amore per il proprio popolo liberandolo dall’Egitto, ha dato attraverso Mosè, perché si segua la via della vita; per la precisione Gesù ricorda solo i comandamenti della seconda parte del Decalogo, quelli che riguardano i doveri verso il prossimo, come per sottolineare che il modo concreto di amare Dio e di essergli fedeli è amare ed essere fedeli ai fratelli.

 

Segue la risposta dell’interlocutore, che, avendo sempre osservato la Legge, si rivela davvero un pio ebreo. <Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca….”> (v.21) Ci troviamo di fronte a un passaggio fondamentale: quel Dio, il solo “buono”, che aveva stretto un patto di alleanza e di amore con il suo popolo, è ora presente nella persona storica di Gesù, che può manifestare direttamente e in concreto il grande amore del Padre ad ogni creatura che incontra. E questo comporta una radicale novità: d’ora in poi l’osservanza anche perfetta della Legge non basta più per avere la vita eterna, e cioè entrare nel Regno di Dio; occorre una decisione essenziale: seguire quel Rabbi che si rivela il Figlio di Dio, venuto ad esplicitare e a completare l’annuncio del Primo Testamento, a mostrare nel concreto il volto di Dio “buono”; e per seguirLo è indispensabile ciò che Gesù esplicita subito dopo: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (v.21)

 

Questa frase, soprattutto nella versione di Matteo: “Se vuoi essere perfetto, va’…..” (Mt.19,21) è stata a lungo interpretata come rivolta a chi riceve una chiamata speciale, la vocazione alla vita consacrata, che comporta l’impegno di osservare con voti i cosiddetti “consigli evangelici”: povertà, castità, obbedienza; impegni richiesti appunto solo a chi fa una scelta radicale per il Signore. Non a caso la dottrina dei “consigli evangelici” fu elaborata per influsso dei monaci egiziani del sec. IV° e di S. Francesco d’Assisi (1182-1226) proprio sulla base di questo versetto di Matteo e paralleli.

 

Tuttavia, con la grande svolta storico-ecclesiale del Concilio Vaticano II° (1962-65) venne superata la suddetta interpretazione, che appariva troppo restrittiva. Tra l’altro, se si vuole interpretare correttamente il testo sinottico, occorre inquadrare l’episodio nel contesto del cammino verso Gerusalemme (particolarmente sottolineato da Luca), lungo il quale Gesù offre tutta una serie di indicazioni e insegnamenti per chi vuole mettersi alla sua sequela (nella scorsa domenica si è visto quello relativo al matrimonio); di conseguenza potrebbe risultare quanto meno anomalo un precetto destinato solo ad una particolare categoria di persone. Certo, per un religioso il lasciare tutto comporta scelte più radicali di quelle richieste al fedele non consacrato; ma gli insegnamenti di Gesù sulle ricchezze, sul potere e sulla sessualità valgono per tutti. Tant’è vero che subito dopo Gesù esclama: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel Regno di Dio!” (v.23)

Ma perché mai la ricchezza è un tale ostacolo? Che cosa intende Gesù con “vendi quello che hai e dallo ai poveri?” (v.21); queste parole vanno proprio prese alla lettera?

Per rispondere adeguatamente a tali interrogativi, dobbiamo tener presente sia la Scrittura che l’esperienza successiva della comunità cristiana, condotta e illuminata dallo Spirito Santo donatoci da Gesù prima della sua ascensione al cielo.

 

Già dal Primo Testamento risulta che spesso la ricchezza è un male, perché alimenta l’avidità, l’egoismo e l’insensibilità e provoca gravi ingiustizie (da Amos a Ezechiele, da Isaia a Michea, un po’ tutti i profeti lo denunciano fortemente); perché è illusoria e fallace; perché promette la felicità, ma “a nulla giova nel giorno della sventura” (Sir.5,8). Essa è un male soprattutto perché l’attaccamento ai beni si insinua e prende piede nel cuore dell’uomo al punto da divenirne padrone, un idolo che si sostituisce al vero Signore e su cui si fa totale affidamento.

 

Anche dal vangelo emergono frequenti e inequivocabili riflessioni e raccomandazioni riguardo alle ricchezze: “Altri sono quelli che ricevono il seme (=la Parola) tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza……..e soffocano la parola” (Mc.4,18-19); “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca 12,20); “un uomo ricco vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente…..morì e stava nell’inferno tra i tormenti” (Luca 16,19-22); “Non accumulatevi tesori sulla terra….ma nel cielo, dove nè tignola nè ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.” (Matteo 6,19-21).

 

Come si vede, Gesù non fa mai un discorso contro la ricchezza in sé, ma contro i ricchi che sono attaccati ad essa; Egli sottolinea la straordinaria forza di seduzione che il denaro esercita sull’uomo e invita da un lato a non desiderarlo in maniera eccessiva, dall’altro a condividere con gli altri quello che si ha; più che un discorso morale, il suo è un discorso teologico; come avrebbe ribadito Paolo, l’invito è a “non riporre la speranza sull’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché ne possiamo godere” (1° Tim.6,17). Infatti – come saggiamente osservavano i Padri della Chiesa - la paternità di Dio provvede a ciascuno secondo la legge della solidarietà: il benessere del singolo non può essere isolato, al di fuori della comunità, ma deve “circolare” in essa.

 

Non è certo un discorso facile da accettare e mettere in pratica. Quel tale, che si era rivolto a Gesù con tanto impegno, “rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (v.22). La reazione è emblematica di una situazione che si sarebbe verificata nella Chiesa delle origini. Sappiamo infatti che nella prima comunità cristiana si era certamente instaurata la pratica della condivisione (come risulta da Atti 2, 44-45 e 4,32), ma questo non aveva eliminato la brama del possesso, documentata dall’episodio di Anania e Saffira (Atti 5,1-10)

 

Gesù, che conosce come nessun altro il cuore dell’uomo, lo dice molto chiaramente in questo brano: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (v.25); l’espressione, volutamente paradossale, dice bene questa impossibilità dell’uomo di liberarsi da solo da quell’istinto di cupidigia che “è la radice di tutti i mali” (1° Tim.6,10), ma ai discepoli sbigottiti il Nazareno assicura anche che “tutto è possibile presso Dio!” (v.27).

 

Non poteva esserci conclusione più consolante: la bontà di Dio giunge al punto di rendere possibile con la sua grazia quel miracolo di solidarietà e di condivisione, di cui troviamo tanti esempi nella storia della Chiesa e nel mondo d’oggi: dalla fraternità delle comunità apostoliche alle innumerevoli iniziative di carità dei secoli passati e dei nostri giorni.

21 ottobre 2018 XXIX° domenica B – Rito romano

“Potete bere il calice che io bevo?”

(Marco 10, 35-45)

 

di Ileana Mortari

 

 

Il brano odierno si colloca subito dopo il terzo annunzio della Passione da parte di Gesù. Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, che al momento della chiamata Gesù aveva soprannominati “Boanèrghes”, cioè “figli del tuono” (cfr.Mc.3,17) per il loro carattere passionale e il forte zelo religioso, mostrano di avere grande familiarità con il Maestro, cui chiedono senza mezzi termini di fare per loro quello che gli domandano: sedere nella Sua gloria, uno a destra e uno a sinistra. Come mai questa domanda e che cosa significava per loro “sedere nella gloria” (v.37)?

 

All’inizio del vangelo Gesù aveva proclamato: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (Marco 1,15a); i due apostoli, vedendo Gesù compiere grandi miracoli e scacciare i demoni, avevano riconosciuto in Lui il Messia annunciato dalle Scritture, ma considerandolo (come gli altri dieci) quale nuovo capo che puntava alla riconquista e ricostruzione del glorioso regno di Gerusalemme, dopo averne cacciato gli occupanti romani; e non tenevano affatto in considerazione quello che peraltro Gesù aveva già preannunziato tre volte: un destino di sofferenza e morte, che evidentemente mal si accordava con la loro visione trionfalistica del Messia. Persistendo nell’errata comprensione, i due fratelli ora ritengono di avere tutte le carte in regola per chiedere a Gesù una sorta di “premio” e tangibili “privilegi” in quel regno terreno, che secondo loro sta ormai per affermarsi nella gloria.

 

Scrive Enzo Bianchi nel suo commento a Marco, ediz. Qiqajon (Bose), pag.180: “Difficile dire su cosa fondassero la loro richiesta: forse sul loro essere cugini o parenti di Gesù, come tramanda una tradizione antica; ma è più facile che facessero valere la loro anzianità di chiamati essendo con Gesù fin dall’inizio, oppure la fedeltà e lo zelo [motivo del loro soprannome, come visto sopra – ndr]. In ogni caso la loro è la solita pretesa che emerge in ogni vita comunitaria circa i primi posti o almeno i secondi nella presidenza, quale privilegio acquistato con qualche atteggiamento buono o valoroso.”

 

Ma la risposta di Gesù riconduce subito il discorso nel suo alveo: “Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?” (v.38)

 

Nel linguaggio biblico il calice da bere è un’immagine con diversi significati; ci sono infatti il “calice della gioia”, “il calice della consolazione” offerto alle persone in lutto dopo i funerali, “il calice dell’ospitalità” (cfr. Salmo 22/23,v.5), il calice del sacrificio nel tempio, il calice= coppa di vino segno della benedizione divina (cfr.Salmo 15/6,5; 115/116,13).

 

Ma c’è anche “il calice dell’ira di Dio”, espressione della prova lacerante, dell’amarezza, della sofferenza, della collera e del giudizio-castigo di Dio (cfr. Salmo 74/5,9 – Is.51,17); e nell’ambiente giudaico la metafora del “bere il calice” veniva spesso utilizzata per indicare l’accettazione del martirio: Gesù dunque allude alla sua morte che è accettazione del martirio, giudizio e salvezza.

 

L’altra immagine, quella del battesimo, va intesa nel significato originario del termine greco, che significa “immersione” e anche “andare a fondo”; essa viene usata, soprattutto nel salterio, per indicare sofferenza, pericolo di morte e distruzione, rappresentate come un affondare nel gorgo delle acque: “sono caduto in acque profonde e l’acqua mi travolge” (Salmo 68/9,v.3); anche Gesù riprende

più volte tale immagine per indicare il suo destino di sofferenza e morte (cfr. Luca 12,50) e nel contesto che stiamo esaminando essa gli serve, insieme a quella del calice, per esplicitare con altri termini quanto ha profetizzato poco prima, nella terza predizione della passione.

 

Alla domanda di Gesù se anche Giacomo e Giovanni sono disposti a tutto questo, essi rispondono affermativamente, ancora una volta senza essere davvero consapevoli di ciò che dicono; e Gesù: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete” (v.39).

 

Effettivamente Giacomo fu il primo dei dodici apostoli a morire martire “di spada”, cioè decapitato, nel 44 d. Cr. (cfr. Atti 12,2); anche Giovanni secondo alcune tradizioni morì martire a Gerusalemme, ucciso con violenza dai Giudei; secondo altri, visse ad Efeso fino ad età avanzata, ma non senza aver molto sofferto in esilio, come sappiamo dalle sue lettere e dall’Apocalisse.

 

Di fatto, dunque, i due fratelli si sarebbero mostrati ben degni discepoli e seguaci del Signore; “Ma – prosegue il Maestro – sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato” (v.40); il verbo finale è il cosiddetto “passivo teologico o divino”, una forma grammaticale passiva priva del complemento d’agente; è questa una tipica modalità biblica per evitare di nominare Dio, e nello stesso tempo far capire che Egli è il soggetto dell’azione al passivo. Gesù, rifiutando di accettare la richiesta dei figli di Zebedeo, e rimettendo ogni decisione al Padre, afferma che la concessione della gloria nel Regno di Dio non può essere concepita come un diritto per l’uomo meritevole o come un dovere per Dio, ma è una libera donazione, che il Padre fa secondo la sua infinita sapienza, giustizia e liberalità, senza venir mai meno alle sue promesse.

 

A questo punto intervengono gli altri apostoli, seccati per l’iniziativa dei due fratelli, e Gesù coglie l’occasione per impartire un fondamentale insegnamento che si aggiunge agli altri formulati durante il viaggio verso Gerusalemme: al contrario di quanto succede generalmente nel mondo, nella comunità cristiana il “potere”, o ”autorità”, non consiste nel dominare e autoaffermarsi orgogliosamente, ma nel “servire”, sull’esempio dello stesso Gesù, che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (=tutti)” (v.45) E’ quest’ultimo uno dei versetti più importanti di tutto il vangelo di Marco, che sintetizza in poche parole il senso della vita e della missione di Gesù.

 

Il termine “riscatto” richiama alla nostra attenzione una famosa prassi giuridica presente nel Primo Testamento: quando un uomo cadeva in schiavitù (per debiti non onorati o come prigioniero di guerra) e non era in grado di pagare il riscatto per riavere la libertà, toccava al suo parente più vicino sentirsi coinvolto e pagare al posto del consanguineo. E’ proprio questo che ha fatto Jahvè nei confronti del suo popolo schiavo in Egitto, quando l’ha liberato: l’analogia, però, non punta tanto sul “prezzo” da pagare, quanto sull’atteggiamento di solidarietà. Lo stesso vale per la vicenda di Gesù: la sua passione e morte non sono state tanto un “prezzo” da pagare al demonio perché abbandoni il suo dominio sull’umanità, o tantomeno al Padre perché plachi la sua collera (come per molto tempo si è detto in passato), ma la manifestazione più alta della sua solidarietà con gli uomini, che Lo ha portato a condividere in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana; e, come il chicco di grano che morendo porta molto frutto (cfr. Giov.12,24), così Egli ha donato la sua vita perché gli uomini abbiano la vita (= la salvezza), e l’abbiano in abbondanza (cfr. Giov.10,10).

 

28 ottobre 2018 XXX° domenica B – Rito romano

Marco 10,46-52: vang. giov.8° settim. T.O. – Rito romano

“Va’, la tua fede ti ha salvato”

(Marco 10, 46-52)

 

di Ileana Mortari

 

 

L’episodio evangelico di questa domenica si colloca in un punto assai significativo della struttura del testo di Marco, che si può così sinteticamente ricordare:

 

Introduzione Marco 1,1-13

I° parte 1,14 – 8,26 Gesù rivela la sua identità nella sua attività

Centro: 8,27-30 Pietro riconosce Gesù come il Cristo= il Messia

II° parte: 8,31 – 16,8 Gesù rivela la sua identità nella passione-morte-resurrezione

15,39 il centurione romano confessa Gesù come Figlio di Dio

Epilogo 16,9-20 è un aggiunta che non risale a Marco: apparizioni del Risorto

 

La guarigione di Bartimeo conclude la parte dei capp.8,31-10,45, caratterizzata dai tre successivi preannunzi della Passione (cfr. commento a Marco 9,30-7 24° domen.B) e dalla ostinata incomprensione dei discepoli; poi, col cap.11, c’è l’ingresso glorioso di Gesù in Gerusalemme e la sua attività e predicazione di tre giorni nella città santa, prima del tradimento di Giuda e dell’inizio della Passione.

 

Abbiamo già sottolineato più volte che il vangelo di Marco si propone di rispondere a due fondamentali domande: chi è Gesù e chi è il discepolo; ora, è nella risposta a quest’ultimo interrogativo che possiamo cogliere il significato dell’episodio in esame.

 

Il secondo evangelista ha cura di presentare sempre i discepoli accanto a Gesù: il discepolo è anzitutto colui che incontra Cristo e lo segue (cfr. cap.1,17.20;2,14), per stare con Lui, apprendere il suo insegnamento (cfr.cap.4) ed essere quindi inviato in missione, a predicare e scacciare i demoni (cfr. cap.6); ma purtroppo gli apostoli spesso e volentieri non capiscono le parole del Maestro ed è proprio Marco l’evangelista che più di tutti lo sottolinea, impostando in un certo modo la trama narrativa del suo vangelo.

 

Già nella prima parte troviamo vari indizi di ciò; dopo aver sedato la tempesta sul lago, Gesù dice ai discepoli ancora terrorizzati: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” (Mc.4,40); in seguito alla prima moltiplicazione dei pani, quando il Nazareno va loro incontro camminando sulle acque, “erano enormemente stupiti in se stessi, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito” (Mc.6,51-52).

 

Ma ancora più numerosi e duri sono i “rimproveri” nella successiva parte del vangelo; dopo la seconda moltiplicazione dei pani: “Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?………..non capite ancora?” (Mc.8,17-21); in seguito al secondo annunzio della Passione, i discepoli discutono su chi è il più grande tra di loro; poi vogliono allontanare i bambini da Gesù, suscitando l’indignazione del Maestro; e ancora non capiscono le sue parole né sul divorzio né sulle ricchezze; e pure dopo il terzo annunzio della Passione, troviamo Giacomo e Giovanni che si preoccupano di avere i primi posti nel regno (cfr. vangelo della scorsa domenica).

Arriviamo così all’episodio in questione, presente in tutti e tre i sinottici, ma con significative differenze: in Matteo (cap.20,29-34) i ciechi sono due e Gesù, per risanarli, tocca i loro occhi; in Luca (cap.18,35-43) il Signore ordina che gli conducano l’uomo e lo guarisce dicendogli “Abbi di nuovo la vista!”. In Marco vari particolari della narrazione ci svelano l’intenzione dell’evangelista di far risaltare nel protagonista dell’episodio quell’atteggiamento di fede nel Messia Gesù, di totale fiducia in Lui e di autentica disponibilità a seguirLo che Bartimeo mostra proprio dopo che Gesù, senza alcun gesto né alcuna parola, gli ha ridato la vista, fiducia e disponibilità che invece i discepoli facevano tanta fatica ad acquisire.

 

Ma vediamo altri dettagli. Il poveretto che stava seduto sulla via a mendicare, udito che c’era Gesù Nazareno, subito lo interpella gridando e chiamandolo “Figlio di Davide”: è questo un titolo messianico (che Marco riporta solo qui e in 12,35-37), proprio dell’ambiente ebraico che riconosceva nel Nazareno il compimento della promessa di Dio fatta a Davide di abitare nella sua stirpe (cfr.2 Sam.7,14); tale appellativo implicava una concezione di regalità politica del Messia; e Gesù, che una regalità di questo tipo aveva decisamente rifiutato nel deserto, quando era stato tentato da Satana, ora accetta il titolo da parte di un povero del popolo: sia perché intuisce il valore più spirituale che terreno che il cieco vi annette, sia perché, ormai alla vigilia della Passione, il “segreto messianico” (cfr. commento al vangelo della 23° domenica B) non ha più ragion d’essere e anzi l’appellativo sta per trovare la sua piena verità in Lui che si mostrerà un re per nulla mondano, ma sulla croce!

 

Per ben due volte si sottolinea che il cieco “grida” verso Gesù; e questo evoca nel lettore della Bibbia altri momenti della storia di Israele, momenti di cosciente bisogno di aiuto rivolto al Signore con una forza e una serietà che conferiscono a quel grido la dignità di una preghiera. “Allora Gesù si fermò e disse:” (v.49); Marco, invece di dire (come Luca) che altri conducono l’uomo a Gesù, sottolinea intenzionalmente che Gesù lo chiama; un gesto che non può non ricordare la chiamata dei primi discepoli (cfr. Mc.1,16-20).

 

E qual è la reazione di Bartimeo ? “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù” (v.50); mentre la gente “lo sgridava per farlo tacere” (v.48), egli, udita la voce del Maestro, grazie alla finezza sensoriale propria dei ciechi, abbandonando tutto, si precipita verso l’unico che si è preoccupato di lui, e alla domanda del Nazareno risponde: “Rabbunì, che io riabbia la vista!”. Gesù, a sua volta, “Va’, la tua fede ti ha salvato” (vv.51-52).

 

Il greco ha un solo termine per significare sia “guarire” che “salvare” e qui si vede bene che sono avvenute entrambe le cose: “e subito riacquistò la vista” (v.52b) e “prese a seguirlo per la strada” (v.52c); il mendicante ora ci vede, ma soprattutto ha trovato il senso della sua vita nella sequela di Gesù. Non a caso il verbo usato è quell’”akolouthein”, che nei vangeli è il verbo tecnico della “sequela” e che, ancora, nella lingua originale indica l’azione del seguire sia in senso fisico che spirituale.

 

Se poi ricordiamo che in un altro punto significativo della sua trama narrativa Marco aveva collocato un episodio analogo, la guarigione di un sordomuto (cap.7,31-37), ci rendiamo conto del nesso tra questi due episodi e la frase sopra riportata “Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?” rivolta da Gesù ai suoi discepoli: solo la piena consapevolezza della propria piccolezza e povertà e l’invocazione accorata al Salvatore può ottenere la grazia di una guarigione interiore, quella che, sola, consente al discepolo, al credente, a ciascuno di noi, di seguire con amore Gesù, anche sulla via della croce.

 

 

Last Updated on Tuesday, 30 October 2018 18:27
 


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