Vang.fest.ambr.ottobre 2018 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 30 October 2018 18:15

 

7 ottobre 2018

VI° domenica dopo martirio S.Giov.– Rito ambrosiano

 

Matteo 20,1-16: vang. merc. 20° settimana Rito romano

“Tu sei invidioso perché io sono buono?”

(Matteo 20, 1 - 16)

di Ileana Mortari

La parabola è una forma caratteristica del discorso di Gesù, con tratti originali suoi propri anche rispetto al genere narrativo omonimo, e che costituisce addirittura un “unicum” nella letteratura di tutti i tempi. Essa serve per esprimere, mediante situazioni comuni, contenuti e realtà spirituali e soprannaturali e in genere ha per oggetto il regno di Dio.

Il testo di oggi, che è proprio di Matteo, inizia infatti con le parole “Il regno dei cieli (che nel primo vangelo equivale a il “regno di Dio”) è simile a un padrone di casa che uscì all’alba (cioè alle 6 di mattina)” ………..

Anche l’ambientazione, come sempre nelle parabole, è quanto mai realistica e veritiera: abbiamo la situazione di un proprietario terriero, la presenza di disoccupati, l’ingaggio e il salario a giornata.

Ma nello stesso tempo ci sono delle inverosimiglianze, anch’esse frequenti nelle parabole: le cinque “uscite” del padrone a diverse ore del giorno, soprattutto quella delle cinque del pomeriggio (l’”undicesima ora” delle 12 in cui consisteva la giornata lavorativa), l’ingaggio nel pomeriggio per poche ore di lavoro, il modo quanto meno insolito e decisamente inaspettato di assegnare la paga…. anzi, diciamo pure sconcertante e “ingiusto” dal punto di vista umano!

Infatti il padrone, che ha fatto lavorare gli operai ingaggiati in misura diversa, al termine della giornata ordina al fattore: “Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”; agli ultimi viene dato un denaro ciascuno, la stessa cifra che il proprietario aveva pattuito con i primi; questi, vedendo ciò, pensano di ricevere di più, in considerazione del maggior lavoro svolto, ma la paga è la stessa e alle loro mormorazioni il padrone risponde con tre argomentazioni: a) non sottrae loro nulla, perché essi ricevono quanto pattuito; b) è lui il padrone e dunque egli è libero di essere generoso quanto vuole c) “Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”(v.15)

Come si vede, da un lato la parabola facilita la comprensione del regno mediante alcune evidenti analogie (qui il padrone è Dio e la vigna il suo regno), ma dall’altro mette in luce criteri di giudizio e di comportamento assolutamente nuovi e insoliti, qui soprattutto il concetto di “giustizia”, che non coincide affatto con quello umano, anzi lo travalica completamente: il padrone non applica il nostro criterio quantitativo di retribuzione corrispondente all’opera svolta (tanto ho lavorato, tanto ricevo), ma va ben oltre nella sua generosità. Il brano si conclude poi con un “paradosso”, cioè una frase in contrasto con il modo comune di pensare, probabilmente aggiunta dall’evangelista: “così gli ultimi saranno primi, e i primi gli ultimi” (v.16)

Tra l’altro la stessa frase viene pronunciata da Gesù al termine dell’episodio precedente (Mt. 19, 30) e dunque fa “inclusione”, cioè delimita intenzionalmente la parabola, richiamando la nostra attenzione sul significato della frase stessa.

Cerchiamo allora di cogliere il messaggio che emerge dalla “punta” della parabola, cioè da quella parte su cui, come accade per un quadro, è soprattutto attirata l’attenzione dell’ascoltatore: la strana “giustizia” di Dio e soprattutto la terza risposta ai lavoratori.

Le parabole vanno sempre interpretate a tre livelli: il piano storico del tempo di Gesù, nel momento in cui egli ha effettivamente narrato l’episodio fittizio; il livello della Chiesa primitiva, quando spesso il testo viene adattato alla situazione della comunità; la perenne attualizzazione che viene fatta dalla Chiesa in ogni tempo in cui il brano evangelico viene riletto, annunciato e vissuto.

Ora, a al livello storico di Gesù la parabola trascrive sul piano simbolico una situazione conflittuale creatasi tra lui e i farisei, perché Gesù, in tutto il corso della sua missione, ha chiaramente mostrato la sua preferenza per quelli che non contano sul piano religioso – i peccatori, il popolo ignorante, gli “anawim” – suscitando le aspre critiche di coloro che invece si ritengono “eletti”, superiori agli altri, i ”primi”, perché osservano minuziosamente la Legge.

Non dimentichiamo che un denaro, oltre che rappresentare la paga media di un bracciante, era anche la somma minima necessaria per vivere; dunque il padrone della vigna vuole che ciascun lavoratore abbia il necessario per vivere (il pane quotidiano), indipendentemente dai suoi meriti. Cioè: la preoccupazione del viticoltore-Dio non è la giustizia retributiva, ma la misericordia, l’amore, il desiderio di bene per ognuno; anche perché egli non teme alcuna diminuzione delle sue sostanze: la sovrabbondanza della sua ricchezza-amore è infinita ed è destinata a tutti, è universale. Sono i “primi”, i lavoratori della “prima ora”, le 6 del mattino, che non hanno capito la logica del padrone-Dio; restano schiavi della loro meschineria e non sanno vedere la gratuità che raggiunge tutti, pur non facendo torto a nessuno. Il fatto è che il padrone unisce giustizia e misericordia, perché egli ha visto negli occhi dell’ultimo lavoratore tutta la precarietà di quella famiglia, ha visto la fame dei figli che lo attendono a sera attorno alla tavola vuota di pane e di speranza. La misericordia non si sostituisce, ma si aggiunge alla giustizia.

Al livello delle prime comunità cristiane, soprattutto nel contesto prevalentemente giudeo-cristiano di Matteo, con “ultimi” si intende chiaramente i pagani, cioè gli ultimi, in ordine di tempo, chiamati al regno di Dio, che a un certo punto prendono il posto del “primo” chiamato, Israele, che non ha compreso il Messia. E “ultimi” sono anche coloro che nella comunità sono considerati i più piccoli tra i fratelli, i semplici, i poveri, gli ignoranti.

Infine, attualizzando il testo per il nostro tempo, possiamo ricordare il ragionamento di tanti: “Ecco, io fin da piccolo sono stato osservante e praticante. Quello lì, che ha fatto i suoi comodi per tutta la vita, si pente all’ultimo momento, viene perdonato ed ha la stessa mia ricompensa: il Paradiso. E’ giusto questo?”. Certo, è giusto nella logica di Dio, diversa dalla nostra, ma uguale a quella di un padre o di una madre, che non aspettano altro che il ritorno del figlio traviato; e quando questi si ravvede, gioiscono infinitamente, facendo gran festa e mettendolo a parte dei loro beni tanto quanto gli altri figli che magari vi hanno contribuito con il loro lavoro.

Non può essere che gretto e meschino il ragionamento di cui sopra, perché c’è comunque una bella differenza tra l’essere in dialogo e comunione con Dio fin dall’inizio della propria vita cosciente ed arrivarci all’ultimo momento: si perde molto purtroppo!, e poi si corre il rischio di essere raggiunti dall’esito fatale prima di fare in tempo a convertirsi. E ancora: siamo sicuri che il gaudente in questione fosse veramente felice e appagato? Che ne sappiamo noi di quello che è passato nel suo animo?

Chi ha conosciuto e goduto dell’amore straordinario e pacificante di Dio per tanto tempo non può che rallegrarsi che un suo fratello vi giunga, pur se in extremis, e partecipi egli pure della gioia ineffabile dell’essere figli immensamente amati da Dio Padre.

14 ottobre 2018 VII° domenica dopo il martirio di S.Giovanni il Precursore – Rito ambr. B

La parabola della zizzania del campo

(Matteo 13, 24 - 43)

di Ileana Mortari

La seconda delle sette parabole del Regno contenute nel cap.13° di Matteo è quella del buon grano e della zizzania, che è propria del primo evangelista.

Come sempre, la parabola è ambientata su uno sfondo familiare agli ascoltatori di Gesù: la campagna. Il padrone di un campo semina il grano, ma durante la notte il suo nemico semina nello stesso luogo della zizzania, classificata dai botanici come “lolium temulentum”, una pianta graminacea, anzi un’erbaccia pestifera che inizialmente non si distingue dal frumento, mentre al momento del raccolto è riconoscibile perché più corta, sgraziata e senza spighe; i suoi chicchi, se misti al grano, ne rendono amara e malsana la farina.

Ora i servi chiedono al padrone se possono procedere immediatamente a togliere di mezzo la pianta dannosa; ma il padrone osserva che, al momento, c’è il rischio di sradicare anche il grano con la zizzania e dunque è meglio separarli solo al momento della mietitura (le due piante infatti non si distinguono prima della maturazione e le radici della zizzania sono così solide che non si può strapparla senza compromettere anche gli steli di grano!); solo al momento del raccolto sarà possibile separare agevolmente le due piante, destinandole l’una al granaio, l’altra ad essere bruciata.

Come va interpretata questa parabola? Anzitutto è lo stesso Maestro che la spiega ai suoi discepoli (vv.36-43): il “padrone di casa” è Gesù (cfr. Matteo 10,25) e il nemico è il diavolo; grano e zizzania rappresentano il bene e il male. In secondo luogo, aldilà dei singoli elementi della parabola, che non sempre alludono necessariamente a qualcosa, occorre individuare la cosiddetta “punta della parabola”, cioè il “centro” verso cui converge tutto il discorso e che deve soprattutto attirare l’attenzione dell’ascoltatore e farlo riflettere. In questo caso il punto focale è ”lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura” (v.30), cioè bene e male sono di fatto coesistenti e intrecciati nel corso della storia umana ed è impossibile separarli nettamente.

Che cosa avrà voluto significare Gesù con questa parabola? A quale situazione avrà voluto alludere? Non è difficile rispondere se si pensa al tipo di attesa messianica allora largamente diffusa. La letteratura giudaica intertestamentaria parla di un imminente giudizio divino, che avrebbe nettamente separato gli empi dai giusti (cfr.il Salmo 5, vv.5-7), dato che “il popolo sarà tutto di giusti” (Deut. 60,21). Si aspettava di conseguenza un “giudice” escatologico che subito facesse piazza pulita dei malvagi e instaurasse la comunità dei puri. Al tempo di Gesù erano soprattutto farisei (termine che significa “separati”), esseni e circoli apocalittici che non tolleravano la convivenza con chi non era puro e incontaminato.

Ora è evidente che il messaggio di questa parabola va in tutt’altra direzione: non si deve avere l’impazienza, lo zelo sia pure buono di togliere subito di mezzo tutti gli operatori di iniquità; e questo fondamentalmente per due ragioni: prima di tutto è solo Dio che vede fino in fondo nei cuori

degli uomini e sa chi sono i giusti e gli empi; in secondo luogo la distinzione tra buoni e cattivi passa più nel cuore di ciascuno di noi che nel consorzio degli uomini. L’esperienza del peccato, purtroppo connaturata ad ogni essere umano, ci insegna che è innanzitutto dal nostro cuore che

dobbiamo estirpare il loglio/zizzania. E non solo a parole, ma soprattutto con il suo comportamento Gesù ha ribadito tale verità, tanto da attirarsi l’accusa di connivenza con i malvagi da parte di scribi e farisei.

Dunque l’insegnamento principale della parabola è proprio quello della pazienza, della tolleranza, della fiducia senza mezzi termini in Colui che, solo, scruta i cuori.

Passando all’attualizzazione, è evidente che il racconto della zizzania mostra come, in tutti i tempi, la compresenza di bene e male nella storia degli uomini fa sorgere l’inquietante interrogativo: “Perché Dio permette tutto ciò?” Vengono in mente le famose parole di Epicuro: “Se Dio vuole togliere il male e non può, è debole; se può e non vuole, è ostile nei nostri confronti; se vuole e può, perché non lo elimina?”

Una prima risposta ci viene dalla stessa parabola, successivamente spiegata ai discepoli da Gesù (vv.36-43): “Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti.” (vv.41-42).

Cioè: è solo alla fine del mondo che verrà attuata quella giustizia divina che la nostra impazienza vorrebbe vedere in atto immediatamente.

Ma la risposta più importante ed esaustiva ci viene dalla vita stessa di Gesù, che incarna la pazienza di Dio e la vive in sè; ed è particolarmente nell’ora della passione che tale pazienza si rivela mirabilmente: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Luca, 23, 34). Piuttosto che fare immediatamente piazza pulita di tutti gli operatori di iniquità, Gesù ha preferito subire Lui il male fino alla morte di croce. Attraverso il Figlio Gesù, Dio stesso è passato nel male, nel dolore e nella morte, assumendoli, vivendoli, unendoli a sé. Ed è proprio in questo modo, dall’interno, che li ha sconfitti. La resurrezione di Gesù è la risposta èclatante, da parte di Dio, all’interrogativo di cui sopra circa la presenza del male. In Lui esso è radicalmente sconfitto, anche se gli è concesso, ancora, di imperversare sulla terra per il tempo della storia umana.

21 ottobre 2018 Dedicazione del Duomo di Milano – Anno B – Rito ambrosiano

Giov. 10, 22-30: vang. mart. 4° settimana Tempo pasquale - Rito romano

“Io sono la luce del mondo”

(Giovanni 10, 22-30)

 

di Ileana Mortari

 

Nella Diocesi ambrosiana la 3° domenica di ottobre si celebra la Dedicazione della chiesa cattedrale, una festa che nel rito romano trova una certa qual corrispondenza nella liturgia del 9 novembre, in cui si ricorda la Dedicazione della Basilica Lateranense di Roma.

 

La scelta della data è caduta sulla 3° di ottobre perché proprio in una 3° domenica di ottobre – esattamente il 20/10/1577 – S.Carlo Borromeo consacrò il Duomo della nostra città.

 

Ora il vangelo odierno ci consente di approfondire la fisionomia e il significato cristologico della omonima festa ebraica della Dedicazione. Esso inizia infatti con le parole: “In quel tempo ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione” (v.22)

 

La ricorrenza si celebrava in dicembre a ricordo di un drammatico avvenimento storico: il 25 kislèv (= dicembre) del 168 a. Cr. l’empio re Antioco IV° Epifane, suscitando grande scandalo tra i Giudei, aveva cominciato a celebrare un sacrificio pagano su un altare nientemeno che nel Tempio di Gerusalemme! E la cosa durò per ben tre anni, con grande sofferenza dei giudei fedeli; finalmente nel 165 Giuda Maccabeo riconquistò la città, purificò il santuario e vi celebrò la dedicazione: l’altare fu nuovamente consacrato con canti di ringraziamento e salmi, e venne riaccesa la lampada ad olio che perennemente ardeva davanti ad esso, proprio nello stesso mese e nello stesso giorno in cui era stato profanato: il 25 kislèv, cioè circa il nostro 20 dicembre.

 

Si decise poi di ripetere ogni anno la celebrazione di questa festa con gioiosa partecipazione, proprio come a quella delle Capanne, e cioè anche per i successivi otto giorni, durante i quali ogni famiglia pone all’esterno della propria casa (o alla finestra) un candelabro a nove braccia (anziché a 7, come è la “menorah”) per ricordare la “novena” di preghiere effettuata da Giuda Maccabeo in preparazione alla purificazione del Tempio. Attingendo alla luce del braccio centrale, giorno dopo giorno, all’apparire della prima stella, si accendono in progressione tutte le luci del candelabro. Con questo gesto si testimonia davanti alle Nazioni che l’unica vera luce del mondo è quella di Dio. Essa vince le tenebre dell’inverno, estendendosi con forza sempre maggiore.

 

In ebraico il nome della festa è Hanukkah, dalla radice hnk= dedicare, consacrare; essa rientra tuttora tra le feste più importanti dell’anno liturgico ebraico. Anzi nel 2006, a Milano, l’organizzazione giovanile ebraica Chabad Lubavitch propose a tutti i Milanesi di partecipare al rito pubblico dell’accensione in piazza S.Carlo.

 

Anche al tempo di Gesù l’Hanukkah era tra le feste più importanti per le fede ebraica e, come sappiamo dai vangeli, pure Gesù, da buon ebreo, partecipava ai momenti di preghiera e di culto del suo popolo.

 

L’evangelista Giovanni, poi, in modo molto originale, imposta la sua narrazione della storia di Gesù inquadrandola proprio nell’ambito delle feste giudaiche, per mostrare, di volta in volta, come il Nazareno rappresenti il senso profondo e il compimento di ciascuna di esse: lo si capisce

 

 

inequivocabilmente nei momenti in cui Gesù stesso pronuncia con solennità quelle formule di auto- rivelazione che contraddistinguono il quarto vangelo.

 

Così ad esempio la Festa delle Capanne (Giov.7,2) era caratterizzata da due riti: l’acqua della fonte sacra sparsa sull’altare a propiziare la pioggia e l’illuminazione della città con i quattro lampioni ai lati del cortile del tempio. Non a caso dunque Giovanni narra che “nell’ultimo giorno, il più grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Giov.7, 37-38); e poco dopo: Io sono la luce del mondo – afferma Gesù – chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Giov.8,12): è Gesù la vera fonte della vita e la vera luce!

 

Dunque, se in occasione delle precedenti feste giudaiche Gesù si è manifestato come il Messia (nozze di Cana – Giov.2), il vero agnello che toglie il peccato del mondo (3 feste di Pasqua), il Signore del sabato (ricordato in Giov.5,1), l’acqua fonte di vita e la luce del mondo (Festa delle Capanne), ora, nell’ambito della Festa della Dedicazione, rispondendo alla richiesta dei Giudei sulla Sua identità, Egli arriva ad un’affermazione basilare “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Giov.10,30) ed è proprio questa frase che scatena l’ira dei Giudei (come sempre pregiudizialmente ostili a Gesù), i quali vogliono addirittura lapidarlo (cfr. Giov.10,31-33).

 

A questo punto “Gesù abbandona definitivamente il tempio e con lui si allontana dal tempio anche la presenza di Dio mediata cristologicamente, il che prepara la liturgia senza tempio successiva alla distruzione del tempio stesso. Per coloro che credono in lui, Gesù è ora il >luogo< consacrato della presenza salvifica di Dio. Poiché però la maggioranza dei giudei non condivide la nuova connotazione e soprattutto il fatto del compimento delle feste nell’azione di Gesù, esse vengono designate ripetutamente come >feste dei giudei<……Per i discepoli di Gesù destinatari del vangelo di Giovanni, invece, Gesù, quale Messia di Israele, ha adempiuto anche le promesse contenute nelle feste del suo popolo.” (da P.Dschulnigg, Feste ebraiche e feste cristiane, Dehoniane, p.153)

 

Del resto ovunque in Giovanni si parla del tempio, c’è una nota polemica: il tempio vero è la Chiesa; come il tempio antico era il luogo del raduno della comunità per la lode e il ringraziamento, così Gesù è il nuovo punto di raduno della comunità, che si riunisce attorno allo spezzare del pane. E’ questo il senso più profondo della festa della Dedicazione.

 

 

 

28 ottobre 2018 I° domenica dopo la Dedicazione del Duomo B – Rito ambrosiano

“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”

 

(Marco 16, 15 -20)

 

di Ileana Mortari

 

 

Il brano odierno fa parte della cosiddetta “finale canonica” di Marco, costituita dai vv.9-20 del suo ultimo capitolo. Di che si tratta?

 

Vocabolario e stile di questa parte mostrano chiaramente che non fu scritta da Marco; inoltre essa denota la conoscenza di tradizioni presenti in Luca e Giovanni; infine i vv.9-20 non compaiono nei manoscritti dei primi secoli dell’era cristiana, mentre sono presenti in quasi tutti i codici successivi al 5° secolo.

 

Tutto questo si spiega così: il brano era forse originariamente un testo “kerigmatico” (cioè finalizzato all’annuncio essenziale della fede cristiana), scritto probabilmente da cristiani della 1° generazione; era già noto a Ireneo (II° sec. d.Cr.) e, quando nel 385 d.Cr. la Chiesa definì i libri della Scrittura “canonici”, cioè ispirati dallo Spirito Santo, anche questo brano, pur non di Marco, fu lasciato nel suo vangelo, proprio perché ritenuto “ispirato”, dal momento che ha un valore per la nostra fede e fa parte del patrimonio della tradizione cristiana.

 

Gli elementi che emergono da questa “finale canonica” come interessanti e “nuovi” rispetto a tutto il “blocco” dei vangeli sono tre: l’incredulità degli apostoli circa la resurrezione di Cristo, che si prolunga anche dopo che i due discepoli di Emmaus hanno detto del loro incontro con Gesù (vv.12-13); il rimprovero del Risorto per l’incredulità e durezza di cuore dei discepoli (v.14); la forma specifica del mandato missionario, che costituisce la parte più ampia del brano liturgico odierno e su cui soprattutto vorremmo richiamare l’attenzione, affidandoci alle parole del grande esegeta Mons. Gianfranco Ravasi:

 

“Il brano si apre con un solenne messaggio indirizzato agli apostoli: esso ha al centro la loro missione, una missione universale (“a tutto il mondo”, “a ogni creatura”) di annunzio dell’evangelo, cioè della persona e della parola di Cristo. Di fronte al loro ingresso nel mondo e alla loro voce scattano due reazioni e due destini, da un lato la fede battesimale e la salvezza, dall’altro l’incredulità e la condanna. Il pensiero corre alle parole che Gesù aveva detto in quella notte a Nicodemo: “Chi crede non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv.3,18).

 

Nei due campi della fede e del rifiuto si riassume un po’ tutta la storia di ogni coscienza e dell’intera umanità. Tuttavia – continua Gesù nel suo discorso agli Undici – il messaggio che essi annunzieranno sarà affiancato e sostenuto da segni efficaci che manifesteranno la signoria del Cristo su tutta la creazione. Si elencano cinque tipi di miracoli che indicano il coinvolgimento di tutto l’essere nella salvezza: il male è sconfitto (“scacciare i demoni”); lo Spirito Santo è effuso in una continua Pentecoste su tutti i popoli e su tutte le culture (“parlare le lingue”); i serpenti, simbolo della tentazione, saranno neutralizzati; il veleno, segno di tutto ciò che insidia la vita, sarà debellato; i malati saranno confortati e guariti.

La missione della Chiesa ricalca quella del Cristo che annunziò il Regno di Dio e guarì tutti quelli che erano afflitti dal male: è una missione che non passa solo attraverso la parola ma anche attraverso le mani, si apre alla fede in Dio e alla carità fraterna, proclama la contemplazione ed impegna nell’azione.

 

Finito questo “discorso d’addio”, il Signore Gesù chiude il ciclo della sua esistenza terrena. Il pensiero dell’autore del brano certamente corre ad Elia che “fu assunto” in cielo (2 Re 2,11), ma per Cristo egli intravede qualcosa di più grande. Non è solo l’ingresso di un giusto nel mistero di Dio, ma è la gloriosa intronizzazione del Figlio accanto al Padre: “sedette alla destra di Dio”. Ed è così che ora la Chiesa lo adora e lo sente presente in modo nuovo e sorprendente. Davanti ai discepoli, invece, si apre ora il modo in cui compiere quella missione che Cristo ha loro affidato prima di essere assunto in Dio. Sarà proprio attuando la missione della parola e dell’azione che essi scopriranno la nuova vicinanza del Cristo perché egli ha promesso: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt.28,30)” tratto da G.Ravasi, “Secondo le Scritture” (Doppio commento alle letture della

domenica) – Anno B, Piemme, pagg.141-142

 

 

 

 

 

 

 

Last Updated on Tuesday, 30 October 2018 18:30
 


Powered by Joomla!. Designed by: business hosting virtual private server Valid XHTML and CSS.