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Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 18 September 2018 12:36

 

2 settembre 2018 XXII° domenica B – Rito romano

Dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive

 

(Marco 7, 1-8.14-15.21-23)

 

di Ileana Mortari

 

Nei versetti 1-23 del 7° cap. di Marco troviamo uno dei pochi esempi dell’insegnamento di Gesù riferiti nel secondo vangelo (gli altri si trovano in Mc.4,1-34: le parabole e in 13,1-37: il discorso escatologico); in particolare nella pericope scelta per la liturgia, si tratta di due argomenti: il contrasto tra la Legge di Dio e le tradizioni degli uomini; la questione del puro e impuro.

A) Dice Gesù: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini

Il comandamento di Dio è la famosa Torah, cioè la Legge contenuta nei primi cinque libri del Primo Testamento; essa non era tanto un elenco di aride prescrizioni, ma l’espressione dell’incontro tra la volontà del Dio “vicino” ai suoi figli e l’adesione gioiosa della libera volontà dell’uomo, che poteva trovare Jahvè non nei cieli lontani, ma appunto nella legge donata al popolo. Più specificamente, il comandamento per antonomasia era il passo di Deut.6,5: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze:”

Invece la “tradizione degli uomini”, o meglio “degli anziani”, è la Legge orale, cioè quel complesso di norme trasmesse a voce da maestro a discepolo, che si facevano risalire allo stesso Mosè e che sarebbero confluite nella Mishnà; tale tradizione era nata allo scopo di interpretare, approfondire, difendere e venerare la Torah e di renderla praticabile nelle molteplici circostanze della vita: si voleva mostrare come applicare, caso per caso, la Legge divina.

Ma, cos’era successo? Si era arrivati a porre “la tradizione degli uomini” sullo stesso piano della Legge di Mosè, visto che anch’essa testimoniava la volontà divina; tale tradizione aveva enucleato dalla Torah scritta ben 613 precetti (!), che per la gente comune costituivano un peso gravissimo e praticamente impossibile da osservare. E tuttavia gli ebrei che non vi si attenevano erano designati come “popolo ignorante della Legge” (Gv.7,49) e disprezzati come trasgressori dei divini comandamenti. In pratica solo i Farisei osservanti erano in regola con le tradizioni e pertanto si “sentivano a posto” con Dio, certi dello sua compiacenza e sicuri di aver parte un giorno alla salvezza nel “secolo futuro”. E poi spesso le scuole rabbiniche avevano complicato la Legge con aggiunte o distinzioni indebite.

Qual era il risultato di tutto ciò? Che, come appunto nota Gesù, osservando le tradizioni degli uomini, si era arrivati a trascurare il comandamento di Dio: ne è un esempio l’assurda pratica del “korbàn”, citata dal Maestro nel v.11 (non presente nella pericope). E soprattutto veniva meno quell’amore per Dio ricordato da Deut.6,5, che coinvolgeva totalmente il fedele.

Bene aveva detto Isaia:“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (v.6)

B)La seconda questione riguarda un tema basilare per la mentalità giudaica: la distinzione tra “puro” e “impuro”. La purità, concetto comune alle religioni antiche, è la disposizione richiesta per avvicinarsi alle cose sacre. Nella Bibbia è puro tutto ciò che avvicina a Dio e favorisce il culto; impuro ciò che allontana da Lui e dal culto: questa purità legale era simbolo della purità morale richiesta dal rapporto con Dio (cfr. Lv.11,44).

Tra le norme della tradizione orale si dava particolare importanza a quelle riguardanti le carni (distinguendo tra animali puri, cioè commestibili, e impuri, non commestibili), nonché a quella che prescriveva di lavarsi le mani prima di prendere cibo. In origine, essa riguardava soltanto i sacerdoti nell’ambito del banchetto sacro (cfr. Nm.18, 8-13), prima del servizio liturgico; ma in seguito, soprattutto nei circoli farisaici, fu estesa ai laici e ai pasti profani, con la motivazione che anche il prendere il cibo doveva essere inteso come un atto religioso, e che in tal modo si preparava a Dio un popolo “sacerdotale” perfetto, allo scopo di affrettare – se possibile – l’era del Messia. Anche questa “lavanda delle mani” (non paragonabile al nostro lavarci come misura igienica, ma segno di rispetto per il culto) conteneva un richiamo simbolico alla purezza del cuore e della vita, come dice il Sal.26: lavo nell’innocenza le mie mani”; per l’ebreo osservante era segno della propria disponibilità a conservarsi senza peccato nella fedeltà alla legge di Dio.

Gesù, rivolgendosi alla folla, fuoriesce con un’affermazione davvero rivoluzionaria, che doveva essere sembrata un colpo mancino contro uno dei punti principali della tradizione ebraica: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro” (v.15) e successivamente spiega ai discepoli che i cibi non possono rendere impuro l’uomo perché attengono alla sola sfera materiale del corpo; “così rendeva puri tutti gli alimenti” (v.20), cioè abolisce tutti i tabù e le distinzioni tra bene e male (= puro e impuro) desunte dall’esterno; è invece dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini, che escono i propositi di male, esemplificati in 12 vizi molto gravi: sono essi a rendere impura la persona.

Ricordiamo che all’origine dell’intervento di Gesù c’era l’osservazione dei farisei circa il fatto che i discepoli del Maestro non avevano osservato il precetto della “lavanda delle mani”. Ora, anche questa prescrizione, come le altre numerose prima ricordate, aveva per lo più perso il valore di richiamo simbolico alla purità morale e si era trasformata in un ossessivo legalismo ed obbligo esteriore fine a se stesso.

Gesù intende ricondurre le pratiche religiose al loro vero significato, fare piazza pulita di una pletora di prescrizioni ormai prive di senso (visto che le molte osservanze esteriori possono far dimenticare ciò che più conta: la rettitudine, la giustizia e l’amore), di conseguenza liberare la gente comune dal fardello di centinaia di osservanze impossibili da realizzare, e infine infrangere quella barriera che separava rigidamente il “popolo santo ed eletto” dagli altri. Come opera tutto ciò?

Anzitutto, come Colui che è venuto non ad abolire, ma a dare compimento alla Legge anticotestamentaria, Egli mostra come vanno intesi i testi di Lv.11 e Deut.14 contenenti le norme riguardanti i cibi puri e impuri; pur contrastando con Gen.9,3 (“Ogni essere che si muove e ha vita vi servirà da cibo”), tali norme si erano rese necessarie in Israele (insieme ad altre regole di purità) per difendersi ed esprimere la propria assoluta separatezza dai culti pagani che facevano largo uso di certi animali, ritenuto per questo “impuri”: il Nazareno non ripudia quei testi, ma ne svela il significato più pieno, profondo; e li relativizza, perché ormai era tempo di superare la rigida separazione rispetto ai pagani.

In secondo luogo Egli richiama l’attenzione sul cuore dell’uomo, che nel linguaggio biblico è la sede dei pensieri, della volontà, dei sentimenti; è il luogo delle decisioni fondamentali, dove si distingue tra vero e falso, dove avviene la scelta tra il bene e il male, tra Dio o noi stessi. E’ dal cuore che proviene il bene e il male deciso dalla persona, e quindi è solo dal cuore che provengono tutti quei vizi (elencati in numero di 12 e corrispondenti ad infrazioni dei comandamenti di Dio a livello di intenzioni e di azioni concrete) che davvero contaminano il soggetto e chi entra in contatto con lui. Se l’uomo non evita ciò che - uscendo da lui - lo rende cattivo, è sempre impuro e il segno di astenersi da certi cibi non serve a nulla. Infatti la vera impurità non si contrae attraverso il cibo, ma concependo “pensieri cattivi”. Opportunamente J. Schmid ha osservato che nella drastica affermazione di Gesù circa il cuore “si trova il principio fondamentale di tutta la morale”.

Pertanto, sulla questione del puro e dell’impuro, il Maestro insegna – sulla linea profetica - a posporre l’impurità legale a quella morale, la sola che veramente importi.

Infine, dichiarando puri tutti i cibi, il Nazareno abolisce quei tabù alimentari che nelle prime comunità cristiane avrebbero rappresentato l’ostacolo principale alla comunicazione tra giudei e pagani. E difatti subito dopo Marco ci presenta Gesù che si trasferisce in un territorio abitato da gentili e che entra senza problemi in contatto con loro. La stessa cosa farà Pietro (dopo la visione illuminante di Atti 10,11-16), quando deciderà di accettare l’invito del centurione romano Cornelio.

9 settembre 2018 XXIII° domenica B – Rito romano

“E comandò loro di non dirlo a nessuno”

(Marco 7, 31-37)

 

di Ileana Mortari

 

 

Il vangelo odierno ci presenta uno dei 18 episodi di miracoli raccontati dall’evangelista Marco: per la prima volta qui Gesù fa ricorso a gesti molto comuni tra i guaritori dell’epoca; infatti pone le dita negli orecchi del sordomuto e gli tocca la lingua con la saliva, ritenuta elemento medicamentoso sia dagli ebrei che dai pagani; poi guarda verso il cielo, emette un sospiro e pronuncia una parola aramaica (“effatà!”), che subito l’evangelista traduce in greco (“apriti!”). Come effetto di questi gesti e della parola efficace di Gesù, gli orecchi del sordomuto si aprono, il nodo della lingua si scioglie ed egli comincia a parlare correttamente.

 

A questo punto, come in altri racconti analoghi, Gesù impartisce l’ordine di non dire a nessuno del miracolo da lui compiuto. “Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano:” (vv.36b-37) Questi versetti pongono almeno due interrogativi: perché Gesù vieta di divulgare l’azione miracolosa? E perché, al contrario, la gente ne parla, e assai diffusamente?

 

Cominciamo a rispondere alla seconda domanda. E’ da notare che le parole pronunciate dagli astanti pieni di meraviglia costituiscono, per chi ha familiarità con la Scrittura, l’evidente eco di un passo di Isaia: “Allora…si schiuderanno gli orecchi dei sordi….griderà di gioia la lingua del muto…” (Is.35,5b-6 – 1° lettura di oggi), il quale mostrava in determinati miracoli il “segno” dell’era messianica ormai iniziata. Dunque, con l’esclamazione prima citata la gente dichiara di veder realizzate le antiche profezie e di riconoscere in Gesù l’atteso Messia; e la meraviglia, lo stupore, la gioia di tale constatazione sono tali e tante che non si può obbedire al comando del Nazareno; ma perché quest’ultimo vuole evitare che si sappia del suo gesto straordinario e soprattutto vuole tenere segreta la sua identità?

 

Siamo qui di fronte a un tema caratteristico del secondo vangelo: il cosiddetto “segreto messianico”, espressione coniata da W.Wrede nel 1901, quando per primo pose la questione; su di essa sono poi stati scritti i classici “fiumi di inchiostro”! Ne riprendiamo qui di seguito le principali argomentazioni e le conclusioni attuali.

 

A differenza degli altri sinottici, Marco presenta nel corso della sua narrazione un continuo alternarsi di manifestazioni esplicite dell’identità messianica da parte di Gesù (che compie miracoli ed esorcismi) e di cautele, discorsi fatti a pochi, intimazioni di non divulgare i suoi gesti prodigiosi, come abbiamo appena visto; questo soprattutto nella prima parte del vangelo: si vedano ad esempio i passi di Marco 1,23-28; 2,10-11; 3,11-12; 4,11-12.

 

Con l’episodio di Cesarea di Filippo (cap.8, 27-35), il vangelo della prossima domenica, inizia la seconda parte del racconto marciano, in cui al contrario Gesù progressivamente accetta i riconoscimenti della sua identità e riduce i divieti di manifestarla.

 

Così, se a Cesarea, dopo l’esplicita affermazione di Pietro “Tu sei il Cristo” (Mc.8,29), Egli ancora impone “loro severamente di non parlare di lui a nessuno” (v. 30), dopo la Sua trasfigurazione (Mc.9)

 

ordina “loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti” (Mc.9,9). Dunque il comando del silenzio ora ha un limite nel tempo.

 

E nel seguito della narrazione si vede chiaramente come il “segreto” sul Messia viene man mano attenuandosi e il mistero di Gesù sempre più manifestandosi, fino a che nel corso del processo giudaico Gesù stesso, alla domanda del sommo sacerdote: “Sei tu il Cristo, il figlio di Dio benedetto?”, risponde: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo” (Mc.14, 61-62). Sarà proprio questa esplicita dichiarazione a determinare la sua condanna a morte.

 

E’ ormai accertato che i dati di cui sopra risalgono al Gesù storico e che l’intervento redazionale di Marco sia consistito soprattutto nel conferire loro un ruolo fondamentale nello svolgimento della vicenda, richiamando evidentemente l’attenzione del lettore. Questo perché l’evangelista voleva raggiungere uno scopo ben preciso: avvertire l’interlocutore di allora e di sempre che non era possibile capire veramente chi era Gesù di Nazareth, se non dopo la sua resurrezione dai morti.

 

Il Maestro era sì il Messia tanto atteso, ma la sua dimensione messianica era assolutamente nuova, e dunque radicalmente diversa da quella pensata dal popolo giudaico, che si aspettava un rivoluzionario Liberatore dall’odiata dominazione romana e un Restauratore politico del regno di Davide; e di questo erano convinti gli stessi discepoli e apostoli, come si vede chiaramente da vari episodi: ad esempio in Marco 8,32; 10,35-45; 14,50.

 

Ma Gesù, che era venuto a compiere la volontà del Padre, non era un Messia politico con funzioni limitate al popolo di Israele; era molto di più: un Messia spirituale e universale, quel Messia che peraltro le Scritture avevano preannunciato in due misteriose figure dell’Antico Testamento: il Servo di Jahvè, descritto da quattro cantici del Secondo Isaia (nei capp. 49-53) e il Figlio dell’uomo, che compare in Daniele 7, 9-14 (su cui ci soffermeremo nel commento al vangelo della prossima domenica)

 

Ecco perché il Nazareno, pur operando i gesti prodigiosi che rientravano nel suo compito terreno,

non poteva presentarsi apertamente come Messia, senza provocare un equivoco radicale sulla sua persona, equivoco che tra l’altro avrebbe potuto causare un movimento politico e un susseguente intervento delle autorità romane, che avrebbe ostacolato o addirittura impedito la sua missione.

 

Ecco perché Gesù, fedele al suo incarico di annunciare la Verità, sapeva che, scontrandosi con le autorità giudaiche, quasi certamente sarebbe andato incontro alla morte. Di qui la necessità di preparare almeno i suoi discepoli all’idea di un Messia sofferente, come avviene nei tre preannunci della Passione, presenti nei vangeli sinottici.

 

Ecco perché, dopo la Trasfigurazione, Gesù disse che si sarebbe potuto parlare di essa solo dopo la sua resurrezione dai morti, quando cioè non era più possibile equivocare sul significato del suo messianismo; e soprattutto quando, grazie al dono dello Spirito, che Gesù emise dalla croce, (e solo grazie a tale dono!) si poteva davvero cogliere la messianicità di Gesù, del tutto estranea alla gran parte del giudaismo del tempo: la realtà di un Messia che patisce e muore per i peccati del popolo in sostituzione del popolo stesso.

 

23 settembre 2018 XXV° domenica B – Rito romano

“Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato”

(Marco 9, 30-37)

 

di Ileana Mortari

 

Abbiamo già avuto modo di incontrare (nei vangeli della 12° domen. C, 22° A e 24° B) un tema caratteristico dei sinottici: i cosiddetti “annunci” (o “predizioni”) della Passione, morte e resurrezione di Gesù; sono in tutto cinque: tre in forma abbastanza sviluppata (Mc.8,31-33 e paralleli; Mc.9,30-32 e par.; Mc.10,32-34 e par.) e due più brevi; di questi uno si trova subito dopo il racconto della Trasfigurazione: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.” (Mc.9,9); l’altro è ambientato nell’episodio del Getsemani: “E’ venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori” (Mc.14,41)

 

Viene spontaneo chiedersi: ma Gesù sapeva con esattezza quello che gli sarebbe accaduto? Come faceva a conoscere i particolari della sua Passione, che leggiamo ad esempio in Marco 10,33-34 e nei testi paralleli? E come sarebbe vissuto allora: perennemente angosciato? La risposta a tali interrogativi ci consente di chiarire alcuni aspetti della redazione del Nuovo Testamento.

 

Ricordiamo anzitutto che i vangeli non sono una sorta di “cronistoria” di Gesù, ma un racconto steso parecchi anni dopo la sua morte e resurrezione, da redattori che si proponevano di annunciare la Buona novella e catechizzare le comunità cristiane.

 

Ora, la presenza di certi particolari e l’uso frequente degli stessi termini che si trovano anche nel racconto della Passione ci fanno capire che i brani succitati sono stati scritti post eventum, cioè alla luce di quanto effettivamente successe al termine della vita di Gesù. In particolare, i rispettivi “terzi” annunci, così particolareggiati, sono con ogni probabilità una piccola sintesi del catechismo primitivo, il nucleo più antico del vangelo, che conteneva i punti essenziali del kerigma cristiano: l’annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth.

 

Questo non significa però che gli “annunci” siano stati arbitrariamente redatti e posti in bocca al Maestro da parte degli evangelisti! tipica dei testi evangelici è infatti la compresenza, non sempre facilmente separabile, di uno strato “storico” di eventi effettivamente accaduti così come dicono le parole, e di una “costruzione letteraria” ad opera degli autori in funzione di determinati obiettivi.

Gli esperti hanno stabilito che, con ogni probabilità, alla base delle varie “predizioni” sta un unico detto storico originario, molto sintetico e dai tratti semitici, vicinissimo, se non uguale, a quello di Marco 14,41, sopra riportato, o anche a quello di Luca 9, 44: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato in mano degli uomini”.

Jeremias, Pesch e parecchi altri esegeti considerano anche Marco 9,31 una parola originale di Gesù, per i seguenti motivi:

- il genere letterario: un “mashal”, cioè un detto paradossale o massima enigmatica, modi di parlare familiari di Gesù

- la “paronomasia”, cioè l’accostamento di parole simili o uguali per far risaltare l’opposizione di significati, o gioco di parole, tipico dell’aramaico, in “bar’anasha” = Figlio dell’uomo e “bené ‘anasha” = figli dell’uomo o uomini

- il semitismo “dopo tre giorni” (cfr. Osea 6,2; Gen 1,17; 2,10)

- l’utilizzo del titolo “Figlio dell’uomo”, che nei vangeli è pronunciato solo da Gesù per indicare se stesso; su questa espressione ci siamo a lungo soffermati nel commento relativo a domenica scorsa, 24° dell’anno B; qui aggiungiamo che con ogni probabilità Gesù si identificò con tale figura perché in Daniele 7,13-14 essa è simbolo del resto fedele dei giudei, chiamati “santi dell’Altissimo” (Dan.7,25), che ebbero molto a soffrire durante la persecuzione di Antioco IV Epifane, ma furono sorretti dalla speranza di essere glorificati da Dio e di ricevere il regno.

 

Fin dall’inizio del suo ministero Gesù ebbe a scontrarsi con l’ostilità delle autorità ebraiche; era dunque ben consapevole dei rischi gravi che correva, soprattutto quando decise di recarsi a Gerusalemme, cuore del giudaismo. Da buon ebreo, conosceva certamente le pagine della Scrittura che descrivono la sorte dell’uomo giusto e fedele a Dio, il quale proprio per questo deve subire insidie e persecuzioni da parte dei malvagi (cfr. Salmi 21/22, 27/28, 30/31, 41/42, etc., Sapienza 1,16-2,24 e soprattutto i 4 “canti del Servo” della 2° parte di Isaia).

 

Perciò il Nazareno ha senza dubbio preso in considerazione anche la possibilità di perdere la vita per la causa del Regno e solo nel vangelo di Marco ci sono almeno 16 testi, nei quali Gesù parla in modo più o meno esplicito della sua morte, e in 7 di essi il soggetto è il “Figlio dell’uomo”. Ad esempio Egli dice: “Sta scritto: - Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse-“ (Mc.14,27); “Verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo” (Mc.2,20); “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?” (Mc.10,38); “Il Figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc.10,45).

 

Dunque di fatto, storicamente, il Signore ad un certo punto ha capito con chiarezza quale sarebbe stata la sua sorte - una morte violenta - e ha cercato di conseguenza di coglierne il significato, di inserirla nel suo messaggio sul Regno di Dio, di vederla alla luce del piano di divino. E anche per questo gli venivano in soccorso le parole della Scrittura, nelle quali si attribuisce alla morte del giusto e del martire un’efficacia espiatrice e di riconciliazione: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori….. è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti..….sebbene non avesse commesso violenza, né vi fosse inganno nella sua bocca…..….il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità.” (Isaia 53, 4-11 passim)

 

Che cosa allora lo avrà sorretto, quale conforto o aiuto poteva sperare davanti ad una tale terribile prospettiva? Lo possiamo vedere anche dalla 1° lettura di oggi, tratta dal libro della Sapienza: “Condanniamolo a una morte infame, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà” (Sap. 2,20)

Gli stessi passi della Scrittura che parlano di persecuzioni, sofferenze e morte del giusto e dell’innocente, infatti, dicono anche sempre immancabilmente che egli non è abbandonato da Dio. Così il “Canto del Servo” di Isaia prima citato dice pure: ”Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato…….” (Is. 52,13); “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza…io gli darò in premio le moltitudini……..” (Is. 53,11-12)

 

Certo, dal momento che Gesù era vero uomo (e non un “superman - robot” dotato di matematica preveggenza!), probabilmente non sapeva in che modo preciso sarebbe morto e come esattamente Dio lo avrebbe soccorso, ma ne aveva la certezza dentro di sé e, come sappiamo dai vangeli, fino all’ultimo confidò nel Padre; per questo le frasi che storicamente ha pronunciato sono generiche, mentre le “costruzioni letterarie” degli evangelisti contengono i particolari dedotti post eventum, come si vede chiaramente se si confronta Luca 9,44 e Marco 14,41 con Marco 10,33-34 e i passi paralleli.

30 settembre 2018 XXVI° domenica B – Rito romano

“Chi non è contro di noi, è per noi”

(Marco 9, 38-48)

 

di Ileana Mortari

 

 

Il brano evangelico odierno si colloca nella seconda parte del testo di Marco, scandita dagli “annunci” della Passione e da una sorta di “catechesi” che Gesù sviluppa attraverso dialoghi con i suoi dicepoli ed insegnamenti specifici per la vita della comunità.

 

I vv.38-41, in particolare, si riferiscono ad una situazione vissuta già da Mosè intorno al 1200 a.Cr., e poi, nel 1° sec. d.Cr., da Gesù e i discepoli e successivamente dalla comunità cristiana cui Marco rivolge il suo messaggio: l’accorgersi da parte di un credente che i doni di Dio vengono fatti anche a chi non appartiene al proprio gruppo di appartenenza, ed esserne irritati e gelosi.

 

L’episodio dell’Antico Testamento ci viene presentato dalla 1° lettura di oggi, tratta dal Libro dei Numeri. Per consentire a Mosè di condividere con altri la assai pesante responsabilità di guida del popolo ebraico, il Signore Dio prende lo spirito di Mosè e lo infonde su settanta anziani (una sorta di consiglio, con funzioni di amministrazione della giustizia, di aiuto e garanzia per la gente), i quali cominciano a profetizzare. Ma lo spirito si posa pure su due uomini qualsiasi, che non avevano alcuna investitura ufficiale, e anch’essi profetizzano nell’accampamento. A Giosuè, che vorrebbe impedirlo loro, Mosè risponde: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!” (Num.11,29), auspicio questo che avrebbe trovato la sua realizzazione nel giorno della Pentecoste cristiana, come leggiamo in Atti 2, 16-21.

 

La situazione analoga che troviamo nel vangelo risale all’esperienza storica di Gesù; Giovanni, fratello di Giacomo, denominato “figlio del tuono” (Mc.3,17) per il suo irruente zelo religioso, si mostra degno del soprannome, quando riferisce al Maestro (facendosi portavoce anche degli altri discepoli) che hanno visto un tale che scacciava i demoni nel suo nome, e glielo hanno impedito, perché non appartenente al loro gruppo. La risposta di Gesù richiama quella di Mosè: “Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi” (vv.39-40). Il Signore dunque ritiene che il suo messaggio possa estendersi anche per mezzo di coloro che, pur non appartenendo al gruppo dei suoi discepoli, sono in sintonia con esso.

 

Se Marco, e con lui Luca (cap.9, 49-50) hanno voluto riportare questo episodio, è perché nelle comunità cristiane primitive si poneva proprio questo problema: il richiamarsi a Gesù e al suo nome, pur non appartenendo alla Chiesa di Cristo. E attraverso questa pagina evangelica i credenti vengono assicurati che un fatto di tal genere non solo non è negativo, ma deve costituire per loro un motivo di grande gioia nel vedere la magnanimità del Signore nel dono del suo Spirito.

 

Com’è noto, la Parola di Dio ha qualcosa da dire a tutti i credenti di tutte le epoche e anche la situazione sopra descritta si ripresenta puntualmente in ogni fase della storia della Chiesa; su di essa ha riflettuto la teologia, specie nel sec. XX, che ha visto una proposta del grande teologo Karl Rahner (1904-1984) di notevole interesse: quella del “cristianesimo anonimo”; essa risponde alla necessità di coniugare i passi della Scrittura che affermano possibile la salvezza solo in Cristo e nella Chiesa (come ad esempio “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” -Marco 16,16; e poi Giov.3,5; Atti 4,12; 1° Tim.2,5 ) con quelli che dichiarano l’universalità della

salvezza stessa, quale ad es.: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1° Tim. 2,4); Dio sarà tutto in tutti (1° Cor.15,28), e poi anche Gen.12,3; Is.56,7; 66,18-21; Luca 3,6; Atti 2,39; Tito 2,11.

Cioè: se da un lato le vie ordinarie per la salvezza sono la fede in Cristo, il battesimo e l’appartenenza alla Chiesa, dall’altro la teologia ha sempre ammesso che Dio può salvare, attraverso modi noti a Lui solo, anche al di fuori di tali vie.

 

Secondo Rahner un uomo può essere cristiano, cioè partecipe del regno di Cristo, anche senza saperlo o senza volerlo esplicitamente. La grazia di Cristo infatti può operare la salvezza pure in chi, senza sua colpa, non appartiene sociologicamente alla Chiesa, oppure non ha conosciuto la Rivelazione cristiana e segue un’altra religione o, addirittura, ritiene di doversi dichiarare ateo; essa opera tutte le volte che una persona agisce con onestà intellettuale nel nome del Bene e della Verità.

 

E’ stata la grande svolta del Concilio Vaticano II° che ha consentito di recepire a livello dottrinale tale posizione, come si può vedere dalla “Lumen Gentium”, n.16: “Quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, in vari modi sono ordinati al Popolo di Dio……..Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e che tuttavia cercano sinceramente Dio, e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna.” (cfr. anche “Gaudium et spes”, n.22 e Ad Gentes, n.7); questa è la risposta della Chiesa a quell’inquietante interrogativo circa la “salvezza degli infedeli giusti” che si è posto il grande Dante Alighieri nella sua “Divina Commedia” e con lui molti altri lungo l’intera storia del cristianesimo.

 

Credo che tutti noi, chi più chi meno, abbiamo incontrato nella nostra vita persone che corrispondono a quanto detto sopra: uomini e donne, giovani e meno giovani dediti ad attività di solidarietà, di lotta per la giustizia, di difesa dei diritti umani, di attenzione agli ultimi e ai sofferenti, di condivisione con i meno fortunati; e tutto questo magari con passione e impegno ben maggiori di quelli di tanti credenti! Basti pensare al grande Mahatma Gandhi, al medico americano Thomas Dooley, al sindacalista Chico Mendes, al piccolo pakistano Iqbal Masih…….

 

Certo, deve trattarsi di persone che effettivamente vivono quanto indicato da Atti 10,35 (“Chi teme Dio e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto”); e poi, ricordando il “chi non è contro di noi” (v.40), deve trattarsi di persone che non combattano positivamente la fede e i suoi valori, che non si mettano cioè volontariamente contro Dio. Ma, riscontrate queste due condizioni, i praticanti e quanti sono impegnati nella comunità cristiana sono chiamati a riconoscere e ad apprezzare tutto il positivo realizzato da coloro che Rahner ha definito “cristiani anonimi”, e ad essere ben consapevoli di non avere “l’esclusiva” della sequela di Cristo.

 

Il che non significa certo mettere in secondo piano o addirittura vanificare l’impegno dell’annuncio e della chiamata a convertirsi al Vangelo, come qualcuno potrebbe temere, poiché:

 

- la testimonianza e l’annuncio sono parte integrante dell’autentica fede cristiana, che non può tacere l’immensa gioia di aver incontrato il Signore; e, se io non nascondo il fatto di essere cristiano convinto e praticante, ogni gesto di amicizia, di aiuto, di scambio che compio è annuncio, così come ogni parola e gesto di Gesù lo era, prima ancora che Egli dichiarasse: “Io sono il Figlio di Dio” o “Dio è Uno e Trino”;

 

- dalla Scrittura emerge chiaramente il “dovere” dell’annuncio: “Andate in tutto il mondo e

predicate il vangelo ad ogni creatura” (Marco 16,15); “Non è per me un vanto predicare il

vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!” (1° Cor. 9,16); “Siate

sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi…con

dolcezza e rispetto e con una retta coscienza” (1 Pt.3,15-16)

- il primo appello di Gesù è alla “conversione del cuore”, che è possibile e doveroso per tutti, anche se questo non giunge a comportare un cambiamento della propria religione, per passare al cristianesimo; Dio solo legge nei cuori e vede la sincerità o meno della fede. Come ha scritto tempo fa Padre Franco Cagnasso del Pime, “se saprò convertire anche e prima di tutto il mio cuore, allora il musulmano che vive accanto a me capirà che Gesù non è un’incomprensibile e inaccettabile formula teologica nella mia mente, ma la vita di Dio nel mio cuore. E anche se non cambierà la sua religione, cambierà il suo cuore, diventando più aperto, tollerante, libero.”

 

A questo proposito risulta particolarmente emblematica quella grande pagina di Matteo, cap.25, dove si dice che nel giorno del giudizio universale molti si chiederanno la ragione di una ricompensa nel nome di Cristo, che essi in vita non hanno mai conosciuto; la risposta è: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!” (Mt.25,v.40); mentre viceversa la cosa contraria verrà detta a quelli che si riterranno a posto, in quanto ufficialmente appartenenti alla Chiesa di Cristo, ma che nei fatti non hanno messo in pratica il Suo messaggio: “Via, lontano da me, maledetti…perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare…..ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt.25, vv.41-45 passim). Perciò S.Agostino poteva dire: “Molti di quelli che sembrano essere fuori della Chiesa sono dentro, molti di quelli che sembrano essere dentro sono fuori.”

 

 

 

 

 

 

 

 

Last Updated on Tuesday, 18 September 2018 12:39
 


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