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Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 18 September 2018 12:34

 

2 settembre 2018 I° domenica dopo il martirio di S.Giovanni il Precursore – Rito ambr. B

Vangelo secondo Giovanni. 3, 25-36

di Don Raffaello Ciccone

Nel capitolo terzo del suo vangelo, Giovanni l'apostolo ricorda le testimonianze di due

personaggi, particolarmente significativi, su Gesù con cui sono venuti a contatto.

Il primo è Nicodemo, un capo dei Giudei che riconosce Gesù almeno come maestro venuto da Dio

e capace di fare segni perché Dio è con lui. L’altro è Giovanni Battista, che rende una testimonianza a Gesù che sta iniziando il suo ministero tra la sua gente.

A Nicodemo, nel lungo discorso durante la notte dell'incontro, Gesù manifesta il suo essere il “Figlio che salva" (3,1-21)

Di seguito incontriamo la testimonianza di Giovanni Battista, il quale battezza contemporaneamente a Gesù: Gesù nella regione della Giudea e Giovanni un po' più a nord, non lontano da Sichem. Questa attività, per Gesù, è nuova e fa sorgere sconcerto. Un giudeo pone con chiarezza la domanda, anche se, formalmente, è solo una constatazione. I discepoli di Giovanni accolgono l'affermazione con imbarazzo poiché ricordano, molto bene, che Gesù era stato battezzato da Giovanni: perciò ritengono che non abbia il diritto di ripetere quello che Giovanni già compie e comunque non deve porsi in contrapposizione. E invece "tutti accorrono a lui".

Che ci siano questi contrasti e malumori lo si deduce dalle parole di Giovanni il Battista.

Questi, infatti, interviene ed è molto corretto con i suoi discepoli. Egli richiama il suo ruolo e la sua vocazione. Afferma di essere semplicemente "mandato innanzi a lui" e ricorda loro la propria testimonianza: "Non sono io il Cristo". Essi stessi ne sono stati testimoni.

Ma Giovanni non intende fermarsi al riconoscimento di Gesù, né discutere sulla legittimità del battesimo che il nuovo venuto conferisce. Egli garantisce e si sente totalmente coinvolto in questa vicenda di Gesù. Non solo lo ha preceduto, non solo lo ha additato a tutti, ma ha fatto i preparativi perché ci fosse il matrimonio tra lo sposo e la sposa. Colui che viene è lo sposo dell’Alleanza eterna. Giovanni riconosce di essere solo amico dello sposo. Ha svolto i preparativi per l'incontro, poi si è fermato per godere nel sentire la voce dello sposo che riconosce la sua sposa, il suo popolo.

E’ un linguaggio particolarmente difficile, ma gli interlocutori sapevano riconoscere la chiave interpretativa.

Giovanni ha utilizzato i parametri più ricchi e più profondi dell'Alleanza tra Dio e il suo popolo. Ora Giovanni testimonia che, attraverso Gesù, il Messia, Dio compie la sua promessa eterna. Giovanni vive con fede questo momento, garantisce di aver riconosciuto Gesù come il significato più grande della propria vita, e sente che la sua gioia si è compiuta.

Così garantisce che la sua vocazione era solo quella di presentare Gesù perché crescesse

agli occhi di tutti e lui, avvenuto il riconoscimento, è destinato a diminuire fino a

scomparire.

L'evangelista continua nella riflessione su Gesù, mettendo sulla bocca del Battista il compito di rivelare il valore profetico e salvifico di Gesù:

Egli viene dall'alto, ed è al di sopra di tutti.

Egli profetizza rivelando ciò che ha visto e udito.

Egli è veritiero e, anche se nessuno gli crede, è la prova vivente che Dio è fedele nella storia, anche se la fedeltà di Dio è ricercata su altre strade.

Egli, proferendo la parola di Dio, offre lo Spirito senza misura.

Tutto il mondo è nelle sue mani, tutto il mondo che Dio ha creato. Perciò, conclude l'evangelista, chi crede nel Figlio riceve la pienezza, la vita eterna, tutta la novità che Dio sa offrire. Chi non ubbidisce al Figlio è lontano dalla vita piena e non coglie nessuna bellezza: "l'ira di Dio incombe su di lui".

9 settembre 2018 II° dopo il martirio di S.Giovanni il Precursore – Rito ambr. B

“Il Padre e le Scritture danno testimonianza di me”

(Giovanni 5, 37-47)

di Ileana Mortari

Il testo costituisce la 2° parte di un ampio monologo di Gesù (Gv.5,19-47), nel quale Egli risponde alle accuse riportate nel v. 18: “Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.”

In verità – dice Gesù – il Figlio da sé non può far nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; cioè: quello che il Figlio fa non è per sua iniziativa, ma perché (v.20) il Padre ama il Figlio e gli manifesta tutto quello che fa. Il Padre come sorgente dell’attività del Figlio: è questo un “leit motiv” della teologia giovannea.

Il Nazareno poi ricorda che già Giovanni Battista aveva testimoniato in suo favore (cfr. Gv.1,32-34 e 3,28-34) presentandolo alla gente come l'inviato di Dio che deve venire in questo mondo; e che le sue stesse opere certificano che il Padre lo ha mandato; infine nel brano odierno Egli – in un contesto forense - si sofferma particolarmente su altre due testimonianze: quella del Padre e quella delle Scritture.

Il Padre è il testimone più competente, che sta alla base anche delle altre tre testimonianze, perchè ha una conoscenza connaturale di Gesù, essendogli uguale; tale testimonianza del Padre è particolarmente forte e incontestabile, perché l'uomo può ingannarsi nei suoi giudizi, ma Dio no.

La testimonianza del Padre è costituita sia dalla teofania sul Sinai, dove Jahvè donò agli uomini la sua Legge, tutta orientata al compimento in Cristo, sia dal fatto che Dio ha reso e continua a rendere testimonianza al Figlio suo nel cuore di ogni uomo (v.38).

Quanto alle Scritture, “esse danno testimonianza di me” (v.39), perché – come specificherà meglio dopo – “Mosè ha scritto di me” (v.46). In che senso?

Per “Scritture” si intende il Primo Testamento nel suo complesso; esso è orientato al suo compimento cristologico (cfr. Gv.1,41.45; Gv 5,46; 12,16.41; 20,9), visto che proprio Gesù adempirà l’intera Legge.

Quanto al fatto che “Mosè ha scritto di me”, non si tratta di cercare qualche passo particolare, ma è il complesso delle Scritture, personificate in Mosè, che in taluni versetti allude o anticipa il Cristo; si vedano ad esempio l'attesa del Salvatore nel libro della Genesi (Gen.3,15), la profezia sul discendente di Giuda (Gen.49,10-12), il preannuncio di Gesù profeta in Deut.18,18, il versetto di Isaia “la vergine partorirà un figlio”(Is.7,14), le pagine del Deuteroisaia relative al Servo di Jahvè, l’affermazione di Gv.12,41: “Questo disse Isaia perché vide la sua gloria [=del Cristo] e parlò di lui”.

E’ significativo che la Chiesa primitiva si preoccupasse subito di raccogliere una nutrita serie di testimonianze (i noti “testimonia”), cioè un insieme di quei passi dell’Antico Testamento che sono stati adempiuti da Gesù, passi che ora ritroviamo distribuiti sia nei Vangeli che negli Atti degli apostoli.

Dunque l’Antico Testamento ha raggiunto la sua pienezza di senso e il suo compimento in Gesù di Nazareth. Ma i Giudei, in particolare i capi e responsabili ebrei, rifiutano di accoglierlo e di credere in Lui; il che avviene sia al tempo di Gesù, sia al tempo della comunità giovannea e della redazione del quarto vangelo (ca. 100 d. Cr.), quando, specie dopo la caduta del Tempio del 70 d. Cr., si erano particolarmente inaspriti lo scontro tra giudei e cristiani e la polemica tra sinagoga e chiesa: è molto probabile che il cap.5° di Giovanni ne sia un diretto riflesso.

Ora – osserva Gesù – se voi non credete a colui che Dio ha mandato e vi rifiutate di andare a Lui, di fatto sconfessate quelle Scritture che scrutate con tanto zelo, pensando di avere in esse la vita eterna (v.39). Ma non è così, proprio perché rifiutate Colui che dà senso e compimento alle Scritture stesse. Così – cosa gravissima – “la sua parola non rimane in voi” (v.38). La parola di Dio, vivente e dispensatrice di vita, non giova più ai giudei, se non credono a colui che Dio ha mandato, giacchè questi è colui che ora dice le parole di Dio (cfr.v.34), questi è colui che ora è la porta di accesso e la chiave ermeneutica delle Scritture stesse.

Chi vuole avere la vita deve realmente ascoltare la parola di Dio e credere all’Inviato, le cui parole sono spirito e vita (cfr.Gv.6,63b.68). Perciò la vita divina non può rimanere in quegli uomini che, anche se si aprono alla Scrittura, si chiudono alla parola vivente e personale di Dio.

Inoltre Gesù accusa i giudei di non credere nella sua persona divina perché non cercano la gloria di Dio (= l’amore di Dio), ma la propria (Gv.5,44), cioè l’approvazione degli uomini, la stima e la sicurezza mondana e per questo sono disposti a credere a falsi profeti o sedicenti messia, che assecondano i loro inconsci desideri e la loro superbia, piuttosto che al Figlio dell’Uomo. “La condotta dei giudei è un ammonimento anche per noi perché non ci serviamo della religione per il nostro prestigio o tornaconto umano. Lo zelo religioso può essere talvolta un'occulta sublimazione del nostro orgoglio: ci serviamo di Dio invece di servire Dio!” (Don Lino Pedron)

Alla fine l’apologia si muta in polemica (Giov.5,41-47):

45Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. 46Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. 47Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?"

In pratica, c’è in questa pericope un crescendo di toni accesi, un clima da scontro vero e proprio, che si colloca nella linea del lungo processo intentato da Jahvè contro il popolo eletto, ribelle alla sua parola e alle manifestazioni della sua benevolenza. Con il dono a Israele dell’Inviato escatologico, questo processo tocca il suo punto critico.

Nelle ultime battute del discorso, che era iniziato come difesa di Gesù, accusato dai giudei di farsi uguale a Dio, i ruoli sono rovesciati: Gesù, da accusato, prende il posto di “pubblico ministero” e introduce a loro carico un accusatore eccezionale: Mosè, il mediatore e garante della Legge.

Questo è davvero molto grave per i responsabili del popolo ebraico, che si sentono i veri interpreti della Torah, e sono convinti che Mosè sarà il loro intercessore e difensore presso Dio. Al contrario, Mosè è pronto ad accusarli, perché non accolgono la sua testimonianza a favore di colui che è stato inviato da Dio.

16 settembre 2018 III° dopo il martirio di S.Giovanni il Prec. – Rito ambr. B

“Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio”

(Giovanni 3, 1-13)

di Ileana Mortari

Il testo fa parte della pericope (vv.1-21) in cui avviene un lungo dialogo tra Gesù e Nicodemo. Questi si reca dal Nazareno di notte. Nel vangelo di Giovanni, che ricorre spesso a riferimenti simbolici, “notte”, più che un tempo, indica un clima spirituale: l’insicurezza del capo fariseo, che va da Gesù quando non c’è nessuno che possa vedere e sentire, dal momento che egli non vuole prendere posizione in pubblico e tanto meno compromettersi nei confronti del Messia. Si può notare anche l’inclusione tra la “notte” del v.2a e la “luce” del v.21, che indica il percorso del racconto e insieme la maturazione di un’esperienza di fede, quella del notabile giudeo e di ogni lettore.

Nicodemo esordisce con “sappiamo - al plurale - che Gesù è un maestro venuto da Dio, perché da Lui accreditato con , come Mosè e i profeti”; il verbo “sappiamo” indica certezza assoluta e indiscutibile, certezza che viene al notabile dal fatto di appartenere al ceto degli esperti, i farisei, (di qui il plurale) e dall’aver visto i “segni” del Rabbi.

Apparentemente il capo dei Giudei non pone alcuna domanda, ma Gesù, che “conosceva quello che c’è nell’uomo” (Gv.2,25), ne coglie una sottintesa. Infatti c’era un interrogativo che agitava la mente di ogni pio israelita: che devo fare per aver parte al mondo che verrà, o, in altri termini, per vedere il regno di Dio, cioè appartenere alla comunità escatologica dei salvati? Tale tipo di domanda è fatta esplicitamente al Cristo da un membro del sinedrio in Luca 18,18.

Gesù risponde che, per vedere il regno di Dio, occorre nascere dall’alto e di nuovo, cioè lasciare radicalmente quella posizione vecchia, umana, antico-testimentaria che era propria di Nicodemo e gli impediva di cogliere la novità del Messia. Il fariseo non capisce tale risposta, situazione che perdura nell’intero dialogo: Gesù si rivela e l’uomo non comprende. ”Si tratta di un modo per dire che, di fronte a Dio, l’uomo è impotente, del tutto incapace di capire. E’, questo, un aspetto fondamentale dell’antropologia giovannea: lasciato a se stesso, l’uomo non comprende, non importa se si tratta di un giudeo colto e osservante, come è appunto il caso di Nicodemo.” (B. Maggioni, La brocca dimenticata, p.32)

Il v.6 (“quello che è nato dalla carne è carne, quello che è nato dallo Spirito è spirito”)

non va inteso come contrapposizione tra materiale e spirituale, tra corpo e anima (elementi dell’antropologia greca, non semitica), ma tra uomo vecchio e uomo nuovo, l’uomo che ragiona con la sua vecchia logica come Nicodemo e l’uomo che invece accoglie la nuova logica del Cristo; l’uomo soggetto alla debolezza, alla malvagità e all’alienazione da Dio e l’uomo che partecipa all’ordine dello Spirito, che significa vittoria sul peccato, appartenenza a Dio, priorità dell’amore; è la contrapposizione tra l’uomo lasciato a se stesso e l’uomo animato dallo Spirito di Dio.

Questo contrasto è un motivo molto presente nel vangelo di Giovanni, secondo cui la rivelazione di Gesù si attua all’interno della storia dell’uomo, così che tutto è passibile di due letture: una di superficie, che l’evangelista chiama “carnale”, e una profonda, che va davvero in profondità, al di là della realtà visibile e sensibile, ed è la “lettura spirituale”, nello Spirito. Ecco perchè spesso il redattore utilizza termini ambivalenti, dal doppio significato; in questa pericope ne abbiamo tre: “ghennào”, che vuol dire “generare fisicamente, nascere”, significato colto dall’”uomo vecchio”, ma anche “rinascere”, “nascere spiritualmente”; “anothen”, che Nicodemo intende in senso letterale (= di nuovo, cioè nuova nascita fisica), ma che significa anche “dall’alto” (senso spirituale); “pneuma”= “vento” per l’uomo carnale, “spirito”, per l’uomo spirituale.

Perché questo modo di procedere, proprio del 4° evangelista? Egli evidenzia da una parte l’impotenza dell’uomo lasciato a se stesso, dall’altra la gratuità del dono che gli viene offerto; e poi sottolinea il fatto che Dio rispetta fino in fondo la libertà dell’uomo, non vuole schiacciarlo con la sua evidenza, ma sollecitarlo ad una scelta libera e consapevole.

Ora, per entrare nel regno di Dio, cioè per avere la salvezza/vita eterna, occorre nascere da “acqua e spirito” (v.5); è evidente il riferimento al sacramento del Battesimo, la cui efficacia perdura lungo tutta la vita del cristiano. Insieme alla fede, il Battesimo è condizione necessaria per la salvezza.

In mancanza di questo dono, la conoscenza dell’uomo resta limitata, “carnale”; Nicodemo

crede di sapere chi è Gesù (v.2: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro….”), ma non è così, perché la sua visione è limitata ai confini dell’Antico Testamento ed egli è ben lontano dall’afferrare il significato interiore, il mistero della persona di Gesù. Il Maestro non è venuto da Dio nel senso che sia un uomo “accreditato” da Lui mediante segni e miracoli, ma nel senso unico di essere disceso dalla presenza di Dio per sollevare gli uomini a Lui. Credere in Gesù è dono e opera dello Spirito Santo: solo in forza di tale dono si arriva a vedere nella carne del Nazareno, nella sua persona storica, la Parola di Dio, il Logos, il Figlio inviato nel mondo; e a riconoscere il suo ruolo unico di mediatore di vita e salvezza per tutti gli esseri umani.

La straordinaria autorità di Gesù è messa in luce anche dalla triplice ripetizione di “Amen, amen”, cioè “In verità, in verità”, che introduce ognuna delle tre risposte di Gesù.

L’ebraico “Amen” = è così, dichiara che la parola dell’altro vale per chi l’ascolta, che la riconosce vera. Ma l’uso che il Cristo fa nei vangeli de “in verità vi dico” è assolutamente nuovo, originale, non ha alcun riscontro nella letteratura del tempo; l’espressione serve a dare particolare solennità alle parole di Gesù, che dunque la usa non per ratificare e riconoscere vere parole di altri, ma per caratterizzare le proprie parole come verità assoluta e vincolante la coscienza dell’uomo.

Allo stesso modo, non è possibile conoscere le cose celesti, se non le rivela Colui che, solo, “è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo” (v.13); solo Gesù ha visto Dio (cfr. Giov.1,18; 5,37; 6,46; 14,7-9); solo Lui dunque ci può rivelare e comunicare il piano del Padre e soprattutto il Suo amore.

E’ da notare che al v.11 c’è un singolare passaggio dal singolare al plurale: ”noi – dice il Messia – parliamo di ciò che sappiamo….ma voi non accogliete la nostra testimonianza”. Questo perché, come accade abitualmente in Giovanni, i personaggi non valgono solo per se stessi, ma sono rappresentativi di tutto un gruppo; nella fattispecie, dietro a Gesù è presente la comunità cristiana e dietro a Nicodemo (che dal v.10 “scompare” dalla scena) ci sono i giudei incapaci di comprendere la novità di Gesù, c’è la sinagoga con la sua opposizione a Cristo, e più in generale c’è il mondo non credente. Nicodemo stesso è simbolo di chi è in ricerca e non si sa se mai approderà a una meta.

E’ evidente quindi la portata universale di tutto il discorso svolto in Giov.3, 1-21, che in pratica si può riassumere così: la condizione per entrare nel regno di Dio (= avere la vita eterna) è credere nel Figlio Unigenito che è venuto come luce nel mondo. Secondo l’insegnamento giovanneo, Vedere il regno di Dio” (v.3) significa in concreto fare ora l’esperienza della persona-Gesù, aderendo con fede alla sua rivelazione, e non attendere l’era escatologica alla fine dei tempi, come si legge nei vangeli sinottici.

23-9- 2018 IV° dopo il mart. di S.Giovanni il Precurs. – Rito ambr. B

“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”

(Giovanni 6, 41-51)

di Ileana Mortari

Il brano liturgico odierno fa parte del lungo e importante discorso presente in Giov.6, 26-58.

Ricordiamo che il 4° evangelista non riporta l’istituzione dell’Eucarestia, già nota grazie ai vangeli sinottici; ma nel 6° capitolo, dopo la moltiplicazione dei pani, Giovanni ci offre uno dei suoi tipici “discorsi di rivelazione” che si configura come una sorta di “trattato teologico” sull’Eucarestia. Nella fattispecie la pericope in oggetto sviluppa due temi fondamentali: la fede in Gesù “disceso dal cielo” e il fatto che Egli stesso sia il pane che dona la vita eterna.

Il testo inizia con una mormorazione (termine biblico per indicare dubbio, sfiducia, incredulità, protesta) da parte dei Giudei, perché Gesù aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”; le sue origini - essi obiettano – non possono essere celesti, perché noi sappiamo bene chi è: il figlio di Giuseppe il falegname!

La loro incredulità riguarda l’incarnazione del Cristo, lo scandalo di una origine terrena e umile a tutti nota (cfr. Mc.6,3) che contraddice e rende assurda l’affermazione di essere “il pane disceso dal cielo”. Essi non accettano una presenza divina che assume i tratti non dello splendore e della potenza (come erano le teofanie nel Primo Testamento), ma quelli della storia comune.

Gesù, per tutta risposta, non dà la spiegazione che i Giudei si aspettavano, ma li invita a non mormorare (cioè ad avere fede) e soprattutto ad aprirsi all’attrazione del Padre e al suo ammaestramento: solo se la coscienza ascolta la voce intima di Dio, solo se ci si lascia raggiungere dalla grazia, è possibile superare lo scandalo e raggiungere la fede e la fiducia nel Figlio di Dio.

E poiché, come si legge subito dopo, “solo colui che viene da Dio ha visto il Padre” (v.46 b che riecheggia il Prologo, v.18), non si può essere “ammaestrati da Dio” se non ascoltando e credendo alla parola di Gesù, che appunto è venuto dal Padre per manifestarLo agli uomini. In altri termini, all’”attrazione interiore” di Dio corrisponde un “insegnamento” esteriore ad opera del suo Inviato.

Dunque, in buona sostanza: se i Giudei desisteranno dalla loro mormorazione, che è un rifiuto di credere, e si apriranno alla mozione di Dio, Egli li attirerà a Gesù.

Io sono il pane della vita….”(v.48).

L’affermazione era già stata fatta al v.41 e sarà ripetuta ai vv.51 e 58, secondo lo stile giovanneo di tornare a riprese successive sullo stesso concetto approfondendolo ogni volta. E’ interessante notare che la drastica affermazione di Gesù risulta il compimento definitivo di tutta una serie di promesse presenti nel 1° Testamento: l’albero della vita di Gen.3,24 e Prov.3,18; la manna che rimanda alla Parola di Dio di Deut.8,3; la sapienza che coincide con la Legge di Sir.24,22; fame non di pane, ma di ascoltare la Parola di Dio di Amos 8,11; la Legge scritta nei cuori di Ger.31,33. Le promesse di salvezza, implicite nel dono della manna, della legge e della sapienza, giungono ora a compimento nella missione storica di Gesù, il vero pane disceso dal cielo e pane della vita piena. Proprio Lui, il figlio del falegname, riassume in sé tutta l’attesa del Primo Testamento e la porta a compimento. Egli è il “mediatore” che unisce nella sua persona la divinità e l’umanità; è l’insegnamento pieno del Padre, è il vertice della Rivelazione.

In particolare risulta assai significativo il confronto di Gv.6,48 con Gen.3,22. “perché l’uomo non ne mangi e viva sempre”: quell’albero della vita, di cui Adamo con il suo orgoglioso peccato ci aveva sbarrato l’accesso, ora in Cristo ci viene di nuovo donato. Già Gregorio di Nissa (sec.IV°) presentava il pane eucaristico come un antidoto al frutto proibito.

Il brano prosegue: “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti” (v.49); cioè: il nutrimento della manna-Legge si è dimostrato inefficace per comunicare la vita che non muore.

v.50: “Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”; cioè: il pane del cielo che è Gesù abolisce per sempre la morte per colui che ne mangia; già in Giov.5,24 Gesù aveva detto: “Chi ascolta la mia parola……ha la vita eterna…..ed è passato dalla morte alla vita”.

Questo pane che scende senza sosta dal cielo, allude all'incessante comunicazione di vita da parte dello Spirito.

Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (v.51 b)

“Nel vangelo di Giovanni “vita eterna” non indica tanto la sopravvivenza oltre la morte…….., ma è sinonimo di “vita divina”: attraverso il pane di vita offerto dal Cristo il credente entra nella stessa vita di Dio, partecipa del suo essere, Dio si comunica a lui, lo invade, lo pervade, lo trasforma……….è l’irruzione della pace che l’Eucarestia genera nella vita del fedele, è l’anticipazione della perfetta intimità e della gioia piena che avremo quando, varcata la soglia della vita terrena, “saremo sempre col Signore” (1° Ts.4,17)” (G. Ravasi)

…e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (v.51 c). Qui troviamo il nesso fondamentale tra il dono della propria vita fisica sulla croce da parte del Salvatore e l’Eucarestia, il pane-corpo di Gesù dato in cibo al fedele. Il Pane eucaristico è il corpo di Cristo donato fino alla morte, è il suo sangue versato, la sua vita spezzata (come il pane che si spezza con le mani, non si taglia) per noi fino alla morte.

Fino all’ultimo respiro, il Messia ha fatto della sua esistenza un dono di salvezza e di misericordia, comunicando la sua forza vitale a quel pane che dona la vita eterna a chi se ne ciba con fede. Con la morte dell’uomo Gesù la vita del Figlio non resta più solamente in Lui, ma diventa comunicabile ai suoi.

E’ evidente che un “miracolo” così straordinario (il dono di Sé all’uomo da parte di un Dio per elevare l’uomo stesso alla Sua dimensione) non è assolutamente pensabile da mente umana, ma, come abbiamo visto, è frutto della duplice rivelazione (interiore ed esteriore) del Padre e del Figlio.

Com’è noto, ogni brano evangelico va considerato a tre livelli: quello contemporaneo a Gesù, quello della comunità cristiana in cui si formò la tradizione evangelica, quello del redattore finale.

Così l’obiezione dei Giudei che mormorano è certamente relativa al tempo di Gesù, ma è anche una forte obiezione dei Giudei contemporanei dell’evangelista a quanto veniva annunciato circa l’origine e la persona del Cristo. Uno dei primi Padri della Chiesa, S.Ignazio di Antiochia (70-130 d. Cr.), che operava nelle stesse comunità di Giovanni (in Asia Minore: Smirne, Efeso, etc.) ci testimonia che in quegli anni due grossi ostacoli si opponevano alla fede in Cristo (ne parla anche la 1° lettera di Giovanni al cap.4°) sia da parte dei Giudei che all’interno della comunità:

- si negava l’incarnazione del Figlio

- si negava che l’Eucarestia fosse la carne del Figlio.

Ora, nel ribadire chiaramente la verità, Giovanni preferisce usare il termine “sarx”=carne (v.51 c), invece del più tenue “soma”=corpo (che troviamo in Paolo e Luca nella formula dell’istituzione dell’Eucarestia), e, come fa nel Prologo (Giov.1,14: “il Verbo si fece carne”), insiste sulla realtà dell’incarnazione, come antidoto anche alle eresie allora serpeggianti nella comunità.

30 settembre 2018 V° domenica dopo il martirio di S.Giovanni il Precursore

Rito ambrosiano B

“Chi è il mio prossimo?”

(Luca 10, 25-37)

di Ileana Mortari

E’ noto che nel suo insegnamento Gesù di Nazareth si serve molto spesso di parabole, come quella – celeberrima – del Buon Samaritano, propria di Luca.

Ora, in che cosa consiste il metodo parabolico e perché Gesù lo usa in modo così frequente e originale, al punto che questi suoi interventi costituiscono un “unicum ” nella letteratura di tutti i

tempi?

La parabola è un interessante esempio di strategia comunicativa che il Maestro mette in atto quando si trova di fronte ad interlocutori troppo condizionati dai loro pregiudizi o troppo sicuri di sè per mettersi in discussione. Essa si compone di due momenti: il primo consiste in un racconto fittizio, ma molto verisimile, tratto dalla comune esperienza quotidiana e condotto secondo una logica stringente che coinvolge l’ascoltatore, portandolo ad esprimere un giudizio equilibrato e oggettivo;

nella seconda fase il narratore trasferisce il racconto fittizio alla realtà dell’interlocutore in forza di un’analogia di struttura che il soggetto interessato non può più negare, prendendo atto così che il precedente giudizio da lui formulato si applica proprio a se stesso!

Estremamente eloquenti a questo proposito sono nell’Antico Testamento l’episodio di Davide e Natan (2 Samuele 12) e nel vangelo quello di Gesù e Simone il fariseo narrato da Luca al cap.7 (vv.36-47). Ma anche nel brano di questa liturgia festiva possiamo constatare l’efficacia del metodo parabolico.

Un dottore della legge, probabilmente infastidito dall’affermazione di Gesù riportata da Luca qualche riga prima (“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” - v.21), gli pone una domanda “per metterlo alla prova”, cioè per vedere come l’oscuro rabbi di Galilea, che non proveniva da nessuna scuola teologica riconosciuta, se la sarebbe cavata nel rispondere ad una questione allora molto dibattuta.

Poiché Gesù lo rinvia alla Scrittura, ma soprattutto lo esorta a mettere in pratica quanto vi è comandato, egli, “per giustificarsi”, cioè per riportare il discorso sul piano teorico, pone un nuovo interrogativo circa un’altra questione assai discussa dai maestri giudei: come va circoscritto e delimitato il “prossimo”? Nell’ebraismo si andava infatti dalle posizioni più rigide, per cui si considerava prossimo solo l’appartenente alla propria setta o gruppo religioso (farisei, esseni, zeloti, etc.) a quelle molto aperte per cui l’amore doveva andare da uno del proprio popolo fino al nemico e persino allo schiavo (così ad esempio Filone alessandrino).

Con la sua risposta Gesù non si colloca in nessuna delle posizioni attestate, ma, come è sua abitudine, reimposta la questione stessa, operando addirittura un capovolgimento: la domanda cui i

maestri giudei davano risposte diversificate diventa per Lui la domanda sulla capacità di vedere i bisogni dell’altro, provarne “compassione” e rispondervi nella misura della propria carità.

Egli mostra in pratica questo nuovo criterio per definire il “prossimo” utilizzando – come dicevamo – un racconto parabolico, caratterizzato da un realismo molto forte, come si deduce dai particolari,

tutti perfettamente rispondenti al contesto geografico, sociale e religioso della regione palestinese, teatro della drammatica avventura occorsa al giudeo proveniente da Gerusalemme.

E alla domanda finale: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”, il “sapiente” dottore della legge non può più aggirare l’ostacolo e non può far altro che rispondere: “Chi ha avuto compassione di lui”, benchè si trattasse niente meno che di un samaritano!

E’ ben nota l’ostilità allora esistente tra giudei e samaritani, al punto che i primi non pronunciavano mai la parola “samaritano” senza sputare subito per terra, in segno di disprezzo (e a buon conto il dottore della legge non nomina l’odiato termine e ricorre ad una perifrasi!)

La conclusione dell’episodio rimane aperta, come spesso nel vangelo al termine delle parabole. Se per quanto riguarda Davide, nel già citato episodio di Natan, sappiamo che il racconto parabolico del profeta raggiunse pienamente il suo effetto (il re riconobbe subito la sua colpa e si pentì profondamente), di Simone il fariseo e del dottore della legge Luca non dice nulla; e a ragion veduta, perché poco importa che cosa poi abbiano effettivamente fatto.

Importa piuttosto che ogni lettore, identificandosi con i personaggi biblici, senta personalmente

rivolto a sé l’originale e straordinario metodo dialogico di Gesù e accetti di mettersi in discussione e convertirsi; nella fattispecie di questa pagina, accetti di chiedersi quanto, di fronte alle necessità dei fratelli (di ogni fratello senza discriminazione di sorta), sappia farsi davvero “prossimo”!

 

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