Vang.fest.rom.agosto 2018 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 18 September 2018 12:33

 

5 agosto 2018 XVIII° domenica B – Rito romano

Giov.6, 24-35: 4°dom. d. mart. S. Giov. Prec. A - Rito ambrosiano

“Chi viene a me non avrà fame”

(Giovanni 6, 24-35)

di Ileana Mortari

La pericope liturgica odierna si colloca dopo l’episodio della moltiplicazione dei pani (visto la scorsa domenica) e, dopo due versetti di transizione, presenta l’inizio del lungo discorso eucaristico, che va dal v.26 al v.58, e che viene letto nelle domeniche 18°,19°,20° dell’anno B.

A differenza dei discorsi presenti nei vangeli sinottici, che riflettono più da vicino le parole effettivamente pronunciate dal Gesù storico, quelli del 4° vangelo sono in genere piuttosto lunghi ed elaborati; infatti Giovanni sovrappone al discorso di Gesù la sua meditazione teologica, o, per meglio dire, le riflessioni della Chiesa guidata dallo Spirito Santo: nei discorsi giovannei parla il Cristo risorto, il Cristo vivo e spiritualmente presente nella comunità dei discepoli.

All’inizio del testo odierno Gesù si preoccupa di correggere le motivazioni per cui la gente lo cerca e la invita a non limitarsi al fatto del pane materiale che sazia la fame, ma piuttosto a “leggere” il segno della moltiplicazione: è Lui stesso il pane vero, il cibo che dura per la vita eterna. “Questa è l’opera di Dio – Egli prosegue – che crediate in colui che egli ha mandato”.

Tuttavia, per credere, i Giudei pretendono un segno, tipo la manna che Dio donò ai Padri nel deserto, dimostrando così di non aver saputo riconoscere il “segno” che già Gesù aveva dato con la moltiplicazione dei pani!

Per capire la domanda dei vv.30-31, dobbiamo ricordare che, secondo l’aspettativa giudaica, il Salvatore escatologico (cioè degli ultimi tempi) avrebbe dovuto rinnovare i prodigi di Mosè; dice infatti un commento rabbinico: “Come il primo salvatore fece discendere la manna (cfr. Esodo 16,4) …….così anche l’ultimo salvatore farà discendere la manna”. Un fatto di tal genere si aspettavano dunque i Giudei e, secondo la loro tradizione, la manna si riferisce alla Legge, è metafora del dono vivificante di Dio: la Legge, appunto. Ma allora “mangiare la manna” significa in realtà “assimilare la Legge, vivere di essa”.

Nei versetti successivi Gesù interpreta e corregge l’aspettativa giudaica: “Non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio…….Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo………Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (vv.32-36)

E’ Gesù il vero compimento delle aspettative espresse nella Scrittura. Le sue parole riecheggiano chiaramente due noti passi dell’Antico Testamento. Il primo si trova in Proverbi 9,5, dove la Sapienza personificata dice: “Venite, mangiate il mio pane; bevete il vino che vi ho preparato”.

Il secondo è costituito da Siracide 24,20 “Quanti si nutrono di me (= la Sapienza, che coincide con la Legge, dunque “quanti mi meditano”) avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete………

Gesù si rifà a questi due importanti passi, ma afferma che chi crede in Lui non avrà più fame, né sete, mai!

Egli dimostra dunque chiaramente di compiere e realizzare in Sé la profezia di Isaia 49,10: “Non soffriranno né fame, né sete, perché colui che ha pietà di loro li condurrà alle sorgenti di acqua”.

Dunque con Gesù i tempi sono compiuti, il desiderio è totalmente appagato, come è avvenuto in maniera simbolica dopo la moltiplicazione: i presenti si saziarono e avanzarono pure dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo!

“Nel deserto della storia l’uomo è tentato da tanti cibi apparentemente raffinati e gustosi, ma il cui sapore alla fine è amaro e l’effetto talora velenoso; è tentato anche da tante sorgenti inquinate, da acque contenute in cisterne screpolate (cfr. Geremia 2,13), che in realtà accrescono la sete e lasciano la gola arida.

Cristo offre, invece, all’uomo il “pane di vita” e l’acqua che cancella ogni sete (cfr. Giovanni 4,14).

Contro la tentazione del cibo e della bevanda che simboleggiano certe ideologie appariscenti ma che non saziano le coscienze, contro certe forme religiose consolatorie o esotiche che stordiscono ma non guariscono, contro il godimento che offusca la mente e ottunde il cuore, la liturgia odierna ci propone una forte e decisa esperienza del Cristo, della sua persona e della sua parola.”

(G. Ravasi, Secondo le Scritture - Doppio commento alle letture della domenica - Anno B, Piemme, pag.245)

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6 agosto 2018 Trasfigurazione del Signore anno B rom. e ambr.

“Gesù fu trasfigurato davanti a loro”

(Marco 9, 2-10)

di Ileana Mortari

L’episodio evangelico della Trasfigurazione di Gesù è certamente uno dei più studiati, commentati, approfonditi; ben a ragione, data la sua importanza nella vicenda di Gesù e per la nostra spiritualità.

Con tre dei suoi discepoli (Pietro, Giacomo e Giovanni), Gesù sale su un alto monte (probabilmente il Tabor, alto 582 mt.), e lì “fu trasfigurato”, letteralmente “fu trasformato”: le sue vesti divennero bianchissime e accanto a Lui apparvero Mosè ed Elia. In quel momento cioè Egli diventa il Signore luminoso e magnifico esaltato dal Salmo 75/76,v.5 : Splendido tu sei, magnifico su montagne di preda) e muta il suo aspetto come Mosè il cui volto fu glorificato mentre parlava con Dio (cfr. Es.34,29) e come sarà per i giusti nel mondo futuro (Apoc. Baruch 51,3-10).

v.3 le sue vesti divennero splendenti, bianchissime……..; il primo termine si può rendere ancor meglio con “sfolgoranti”, perché il verbo greco corrispondente è riferito nell’A.T. allo splendore del sole e delle stelle (cfr. Dan.12,3); quindi è uno splendore accecante; quanto poi al colore bianco, ricordiamo che esso è simbolo dell’appartenenza al mondo celeste.

L’apparizione di Elia e Mosè (cioè i Profeti e la Legge o Pentateuco) accanto al Nazareno ha un’estrema importanza: essi testimoniano che Gesù è il compimento di tutto il Primo Testamento, che promesse e profezie sono pienamente realizzate in Lui, che egli è il Messia tante volte annunziato e tanto atteso.

La glorificazione di Gesù è poi completata dalla voce del Padre che esce da una nube (consueto simbolo biblico della presenza di Dio), e che proclama: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (v.7 b). I discepoli vedono dunque in Gesù, che fino a quel momento aveva condiviso con loro in semplicità la vita quotidiana, nientemeno che lo splendore della gloria di Dio e ne restano estasiati.

Ora, sulla scorta di alcuni fondamentali criteri di lettura e interpretazione della Bibbia, circa la pagina di Marco possiamo notare quanto segue.

L’episodio della Trasfigurazione richiama evidentemente altri due episodi di cristofania (=

manifestazione di Cristo): il Battesimo (cfr. Mc.1,9-11 e paralleli) dove lo Spirito scende su di Lui

e il Padre lo proclama suo Figlio amato, e la Resurrezione, testimoniata dalle apparizioni di Cristo.

Questi tre episodi sono collocati all’inizio, al centro e al termine della missione di Cristo. Tale disposizione, unita al n° 3 (simbolo di totalità) vuole indicare come quella gloriosa e divina sia una dimensione fondamentale e permanente del rabbi di Nazareth.

Sempre ad uno sguardo complessivo della struttura del vangelo marciano, salta agli occhi un altro elemento ripetuto tre volte: i preannunci della passione, che troviamo in Mc.8,31, 9,31 e 10,33-34 (e nei passi paralleli dei sinottici): essi scandiscono l’unità letteraria di Mc.8,27 – 10,52 incentrata sui temi della identità di Gesù e della sua sequela. Dunque abbiamo ancora un elemento ripetuto 3 volte e ancora in punti-chiave del vangelo. Evidentemente si tratta di qualcosa di importanza pari a quella dei 3 episodi di glorificazione. Non solo, ma la loro disposizione diciamo così “interposta” o inframmezzata li mette in collegamento.

Ne deriva che la gloria di Gesù trasfigurato è intimamente legata alla gloria che Gesù otterrà, in forza della sua morte, nella resurrezione. E anche la sua messianicità è strettamente vincolata all’evento della croce e della resurrezione: al di fuori di quell’evento Gesù non può essere né capito né proclamato (di qui il famoso “segreto messianico” del vangelo di Marco).

Morte e resurrezione costituiscono infatti un mistero unitario da non scindere, pena la riduzione del Cristo alla sola umanità sia pure eroica (la morte) o alla sola divinità separata e lontana dall’uomo (la gloria pasquale). La trasfigurazione è quindi un’apparizione pasquale anticipata, destinata come quelle post-pasquali ad illuminare e a svelare alla Chiesa il mistero della morte e resurrezione di Cristo.

Tale significato per i discepoli e per tutti i cristiani è bene espresso dal Prefazio della Festa omonima (6 agosto) nel rito ambrosiano: “Cristo rivelò la sua gloria davanti a testimoni da lui prescelti e nella povertà della nostra comune natura fece risplendere una luce incomparabile. Preparò così i suoi discepoli a sostenere lo scandalo della croce, anticipando nella trasfigurazione il destino mirabile di tutta la Chiesa, sua sposa e suo corpo, chiamata a condividere la sorte del suo Capo e Signore.”

E il grande S. Ambrogio (4° sec. d. Cr.) aggiunge: “Coerede di Cristo è colui che partecipa alla sua gloria; ma partecipa alla sua gloria solo chi, soffrendo per lui, partecipa alle sue pene.”

La lezione che emerge da questa pagina evangelica è davvero fondamentale per ciascuno di noi ed è di grande aiuto per affrontare adeguatamente uno degli scogli più duri e resistenti della nostra esistenza: il dolore, la sofferenza, le difficoltà che purtroppo segnano la vita di ogni uomo.

Ebbene, nella sua straordinaria misericordia, Dio ha voluto donarci una “carta di riserva”, un sostegno, una straordinaria consolazione: il pensiero che il dolore, il negativo, il male, prima o poi finiscono, mentre quella gloria-gioia indefettibile che è simboleggiata dalla luminosità sfolgorante di Gesù nella Trasfigurazione, è la sola che ha davvero l’ultima parola, sullo sfondo di una Vita che – come ha dimostrato il Signore nelle apparizioni – alla fine è sempre vittoriosa sulla morte e sullo sfondo di una gloria che sarà propria di tutti i giusti (Apoc. Baruch 51,3-10).

Non si dice che questo sia facile da vivere. E’ significativo che dopo il 1° annunzio della passione Pietro reagisca in modo tanto deciso: egli non accetta, come non accettiamo noi, che la sofferenza e la persecuzione violenta entrino nella nostra vita. Viceversa è spontaneo il suo voler prolungare indefinitamente la situazione di serenità, pace paradisiaca, intensa gioia della Trasfigurazione. Ma le due cose non si escludono, anzi vanno tenute insieme, perché è proprio questo il grande mistero-paradosso del Cristo: passione-morte e resurrezione; umiliazione totale e trionfo; sofferenza indicibile e gioia che nessuno può togliere; abbassamento e glorificazione.

Come ben osservava il grande papa Paolo VI° quasi 50 anni fa:

“Fu un'ora unica e prodigiosa quella che i discepoli fedeli trascorsero quella notte sul Tabor, ma sarà un'ora continuata e consueta per noi se sapremo tenere fisso lo sguardo sul viso del Cristo e della Chiesa per scorgere la faccia nascosta, la faccia vera, la faccia interiore del Signore e del Suo Corpo mistico e la nostra meraviglia, la nostra letizia non avranno più misura né smentita. Scoprire il volto trasfigurato di Cristo per sentire che Egli è ancora e proprio per noi la nostra luce. Quella che rischiara ogni scena umana, ogni dolore e le dà colore e risalto, merito e destino, speranza e felicità” (21. 2. 1964)

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12 agosto 2018 XIX° domenica B – Rito romano

Io sono il pane della vita

di p. Giorgio Bontempi

1 Re 19,4-8

Sal 33

Ef 4,30—5,2

Gv 6,41 -51

Tematica liturgica

La vita può essere vista come un «pellegrinaggio». Per il cristiano la fede accompagna, sostiene e illumina questo percorso verso la vera vita. In Gv 6,41-51 l’evangelista presenta la persona di Gesù, pane vivo disceso dal cielo, donato all’uomo perché compia il misterioso pellegrinaggio verso la vita eterna, che è Gesù stesso (cf. Gv 6,45: «Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me»). Questo percorso è stato già anticipato e profeticamente annunciato nel pellegrinaggio compiuto da Elia verso il monte Oreb (prima lettura: 1Re 19,4-8).

Dimensione letteraria

Il testo di Gv 6,41-51 è strutturabile con una certa facilità. Si può, infatti, notare come in Gv 6,41.48.51 compaia l’espressione, teologicamente rilevante nel Vangelo di Giovanni, «Io sono». Tale espressione è accompagnata da una definizione particolare del pane: al v. 41 troviamo «il pane disceso dal cielo», al v. 48 «il pane di vita» e al v. 51 «il pane vivo». Alla luce di quanto appena visto, il testo di Gv 6,41-51 si può suddividere in tre momenti autorivelativi di Gesù. Egli si svela come pane disceso dal cielo (vv. 41-47), come pane di vita (vv. 48- 50) e come pane vivo (v. 51).

Esegesi biblico - liturgica

a. Gesù si manifesta, con autorità divina («Io sono»), come «pane disceso dal cielo» e come «Figlio dell’uomo». I giudei mormorano perché presumono di conoscerlo come l’uomo di Nazaret, figlio di genitori noti a tutti. La risposta di Gesù è tagliente. Solo chi è capace di ascoltare Dio, sa accogliere Gesù. Chi è figlio del demonio e ascolta il demonio, ovviamente, non può accoglierlo. Ne consegue che solo chi crede (in colui che il Padre ha mandato), ha la vita eterna.

I padri che hanno mangiato la manna non hanno avuto la vita eterna, perché la manna era un cibo storico. Gesù, il pane dal cielo, invece viene dall’alto. Non è un cibo storico, sebbene l’uomo lo accolga e lo assuma nella storia. Gesù, dunque, si propone come cibo per l’uomo affinché costui abbia la vita eterna. Questa proposta di Gesù implica nell’uomo l’accoglienza totale di Gesù, del suo messaggio, delle sue azioni, della sua persona..

b. L’ultimo versetto, il v. 51 («Io sono il pane vivo»), contiene l’ultimo passaggio della riflessione di Gesù: dal «mangiare» Gesù al «mangiare» la sua carne. Con quest’ultimo versetto viene completato il significato del miracolo del pane. Il segno del pane, infatti, fondamentalmente sta ad indicare la volontà e la capacità donativa di Gesù. Dopo aver donato il cibo (pane, pesce), ora Gesù propone in dono (egò dòso — io darò) la propria carne come pane vero, vivo (nel v. 51 il pane non viene detto «di vita», ma «vivente» — zon) e vitale, che dona la vita.

La carne di Gesù viene donata come offerta sacrificale (dòso — darò + upèr) per gli uomini. Da qui il senso dell’incarnazione: Gesù ha assunto la carne per donarla. Questa carne (sarx) è destinata ad essere carne sacrificale e, quindi, carne da consumarsi come cibo. Solo la «carne-mangiata», che è pane disceso dal cielo, pane datore di vita, pane vivente, può diventare efficace portatrice di vita eterna.

«La mia carne per la vita del mondo»

L’espressione — Gesù lo sapeva bene — avrebbe fatto inorridire qualsiasi ebreo. Ad un popolo scrupoloso nell’osservanza delle leggi alimentari, e in particolare di quanto riguardava l’uccisione degli animali e la macelleria, ad un popolo inorridito davanti a certe barbare usanze dei pagani, Gesù si rivolge con un‘immagine destinata a causare una reazione negativa. Egli invita chi lo ascolta a «mangiare la sua carne», donata per la vita del mondo.

Ma perché un tale «scivolone» nei rapporti con i suoi connazionali? Perché un‘espressione così maldestra e irritante? Perché cadere nel gusto della provocazione?

L’abbiamo già detto: Gesù non fa nulla per sfruttare una popolarità a basso costo. Il miracolo della moltiplicazione dei pani non è un mezzo per guadagnarsi il consenso e l’entusiasmo dei poveri, è solo un segno.

E dal segno Gesù vuole che passino subito a ciò che è essenziale. Così non esita ad usare più volte uno stile diretto in cui si espone in prima persona: «Io sono il pane della vita», «Io sono il pane vivo disceso dal cielo». Un altro, più politico e più incline al compromesso, avrebbe forse cercato di ammorbidire le difficoltà, avrebbe utilizzato le immagini più accattivanti, sarebbe andato a trovare frasi suasive. Gesù no.

Chi ha visto il segno ora è invitato a prendere posizione davanti a lui. Ad accettarlo o a rifiutarlo. A credergli o a non credergli. A dargli o non dargli fiducia.

In causa, dunque, è lui: la sua identità, la sua missione, la sua offerta di salvezza, il suo rapporto con il Padre.

Tutto il resto, gesti e parole, era per arrivare a questo momento, a questa decisione, a questa scelta.

Non c’è spazio, allora, per i compromessi, per un linguaggio più accettabile e più comune, meno sorprendente.

Del resto, noi che rileggiamo, a distanza di duemila anni, questo testo evangelico non possiamo fare a meno di constatare quanto le sue parole siano veritiere.

Tutta la vita di Gesù è stata spezzata, donata, offerta. Fino in fondo. Fino ad accettare la condanna, l’abbandono da parte di tutti, la morte sulla croce. Fino all’ultimo respiro, fino all’ultima parola, Gesù ha fatto della sua esistenza un dono di salvezza e di misericordia.

E quel dono è per noi, ancor oggi. Intatto nella sua forza, nella sua carica d’amore, nella sua capacità di cambiare la vita. Quel dono è offerto attraverso la parola e i santi sacramenti e si rende vivo e palpabile, in modo particolare, nell’eucaristia.

Quel pane «che dà la vita» è veramente «la sua carne per la vita del mondo». In quel termine, «carne», sul quale gli ebrei riversavano tutto il loro scandalo e la loro disapprovazione, sta proprio la grandezza di ciò che è avvenuto in Gesù. Sì, perché come ci ricorda Giovanni nel prologo del suo Vangelo, «il Verbo si è fatto carne» e questa associazione di termini impossibile per il mondo greco (Verbo e «carne») è proprio il condensato della bontà di Dio e della storia della salvezza.

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15 agosto 2018 – Assunzione della B.V.Maria

Da “Maria di Nazareth, la Madre del Signore” di Ileana Mortari (dispensa)

IL DOGMA DELL’ASSUNZIONE

Nel quarto e ultimo dogma mariano, proclamato nella Festa di Ognissanti del 1950 dal Papa Pio XII, possiamo dire che siano ripresi gli altri tre dogmi e che la Chiesa cattolica concluda l’esposizione della sua dottrina su Maria. Esso dice:

“Definiamo essere dogma rivelato da Dio che l’Immacolata, Madre di Dio sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.

Come si vede, la dottrina dell’Assunta è fondata sulla maternità divina: è in quanto Madre di Dio che Maria ha potuto conoscere un singolare transito dalla vita terrena a quella eterna.

Ci sono poi molte somiglianze e parallelismi tra la storia di questo dogma e quello dell’Immacolata Concezione. Anche nel caso dell’Assunta, infatti, il dogma fu proclamato solo di recente, nel secolo scorso, ma ciò che esso ha definito era già presente nella fede della chiesa (“sensus fidelium”), e in particolare in quella popolare, fin dal 4° secolo d.Cr., quando un Padre della Chiesa, Epifanio di Salamina, cercò di rispondere al quesito circa il destino finale di Maria. Ci si domandava infatti se Maria, essendo totalmente immune dal peccato – e uno degli effetti del peccato originale è la morte – avesse ugualmente dovuto soggiacere a quest’ultima come tutti gli esseri umani.

Così nel 6° secolo il Vescovo di Livias (presso Gerico) disse in un’omelia:

“Era conveniente che quel corpo che aveva portato in sé e custodito il Figlio di Dio, dopo essere stato sulla terra, venisse accolto gloriosamente in cielo insieme con l’anima.”

Intanto nella Chiesa si cominciavano a celebrare le feste mariane. E la prima fu proprio quella che è all’origine dell’attuale festa dell’Assunta: il 15 agosto del 453 a Gerusalemme veniva dedicata alla morte di Maria una chiesa chiamata col suggestivo termine di “Dormizione”, perché Maria al termine del suo cammino terreno non era veramente morta, ma si era come addormentata.

Nella tradizione orientale infatti la morte di Maria è chiamata “dormitio” o anche “transitus”; probabilmente perché la si pensava analoga a quella delle creature senza il peccato originale. I nostri progenitori infatti probabilmente non erano esentati dalla morte, ma questa, in assenza del peccato originale, sarebbe stata come un dolce passaggio, un addormentarsi, non certo l’esperienza traumatica che è la morte per l’uomo segnato dalla fragilità.

Più tardi, nel 7° sec., il vescovo Modesto di Gerusalemme annunciava nelle sue omelie che “Maria è stata presa dal Signore dei Signori della Gloria”, ed esaltava il trapasso glorioso della Madre di Dio, “tratta dal sepolcro e chiamata a Sé dal Figlio in un modo noto solo a Lui”.

A quel tempo erano già diffusi dei testi apocrifi (cioè non riconosciuti dalla Chiesa come ispirati e dunque non accolti nel canone delle S.Scritture) che raccontavano la morte, la sepoltura e l’assunzione al cielo di Maria. Si tratta di testi assolutamente non attendibili come testimonianza sui

fatti, ma importanti come documento di ciò che allora si pensava nel mondo cristiano attorno a Maria: ella era morta come tutti gli esseri umani, ma poi il suo corpo era stato assunto in cielo;

dunque non si tratta di immortalità né di resurrezione, ma di un privilegio eccezionalissimo accordato al suo corpo dopo la naturale conclusione dell’esistenza.

Questi temi furono ampiamente sviluppati dai grandi predicatori d’Oriente, per i quali la divina maternità di Maria, la sua perpetua verginità e l’assenza di peccato costituivano la base teologica del privilegio dell’Assunzione. Come si vede, Immacolata e Assunta procedevano insieme, anche se per il secondo privilegio, specie in Occidente, faceva problema l’assenza di testimonianze scritturistiche. Cionostante nel corso del Medioevo e dei secoli successivi la solennità dell’Assunta si diffondeva sempre più e godeva di un vasto consenso nella Chiesa.

Così queste dimostrazioni di fede vennero via via considerate come dottrina sicura e nacque ben presto la domanda di una definizione dogmatica.

Già durante il Concilio Vaticano I°, nel 1870, si raccolsero firme in tal senso e poi si fece sentire pure la voce popolare attraverso i movimenti “assunzionisti”, associazioni mariane sostenute anche da sacerdoti e vescovi, che promuovevano la raccolta di firme (ne furono raccolte ben sei milioni e mezzo nel 1940!) e l’invio di petizioni a Roma per chiedere la definizione del dogma.

Occorreva far fronte agli storici, che facevano notare che nella Scrittura non vi è alcuna affermazione esplicita al riguardo e gli apocrifi non potevano certo essere considerati fonti attendibili! Un gesuita, Filoramo, raccolse tutti gli argomenti utili a sostenere l’assunzione di Maria in un documento in cui ebbero un ruolo decisivo il senso religioso dei fedeli e il “factum Ecclesiae”, mentre non si riteneva indispensabile una catena ininterrotta di testimonianze tradizionali.

Fu infine il papa Pio XII a dire l’ultima parola e a promulgare nel 1950 la bolla “Munificentissimus Deus”: in essa non si è inteso definire nulla circa la morte corporale di Maria, essendo sufficiente all’essenza del mistero il trasferimento di Maria in corpo e anima nella sede dei beati. Pio XII cioè non ha assolutamente voluto alludere ad una “resurrezione” di Maria a somiglianza di quella di Cristo. Come già ricordato, il testo dice: “terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”

Val la pena fermarsi un momento sul termine “assunta” o “presa”; esso non significa un movimento locale verso l’alto, ma solo che Maria è stata “presa”: è un reimpiego del termine ebraico biblico “halak”, usato per significare la fine misteriosa di Enoch (cfr. Gen.5,24) e quella di Elia (2 Re 2, 3-10), che Dio ha “presi” con sé.

L’oggetto della definizione dogmatica è dunque che Maria è pienamente glorificata, oggi, con Cristo; ella è nella stessa condizione del Cristo risorto ed è presente nella comunione dei santi.

Anche questo dogma, questa risoluzione di fede, ha un significato attuale e perenne: l’assunzione della Vergine garantisce la dignità e il destino finale del corpo umano, il compimento delle promesse di Cristo e la fede nella resurrezione, anche dei corpi (che a sua volta è un dogma di fede).

Come dice la “Lumen Gentium” N. 68, Maria Assunta “è segno di sicura speranza che anche noi giungeremo alla gloria trasfigurante della resurrezione di Cristo”: la “donna vestita di sole” di Ap.12 può benissimo essere vista come Maria che già condivide la gloria di Cristo risorto.

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19 agosto 2018 XX° domenica B – Rito romano

Chi mangia questo pane vivrà in eterno

di p. Giorgio Bontempi

Pr 9,1-6

Sal 33

Ef 5,15-20

Gv 6,51 -58

Tematica liturgica

All’epoca di Gesù i rabbini affermavano che essere commensali del Messia significava essere sicuramente commensali del futuro pasto escatologico e partecipi del regno di Dio. L’eucaristia non è solo un mangiare con Gesù, il Messia, ma anche un cibarsi di lui: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54).

La liturgia, accostando al testo evangelico di Gv 6,51-58 il testo sapienziale di Pr 9,1-6 (prima lettura), intende rileggere cristologicamente il testo veterotestamentario in modo da cogliere nella Sapienza l’anticipazione profetica della figura di Gesù e nelle azioni della Sapienza le azioni di Gesù. Gesù, dunque, è la sapienza di Dio e «cibarsi di lui» non significa solo accoglierlo sotto i segni sacramentali dell’eucaristia, ma fare propria la sapienza che egli è.

Dimensione letteraria

Il Vangelo della settimana scorsa terminava con Gv 6,51. Il Vangelo di questa settimana (Gv 6,51-58), ripetendolo, riprende il v. 51. Ciò è dovuto al fatto che i vv. 51.58 formano letterariamente un’inclusione perfetta, dove l’autorivelazione di Gesù («Io sono il pane vivo disceso dal cielo»: v. 51// «Questo è il pane disceso dal cielo»: v. 58) deve essere capita come funzionale al bene globale e definitivo dell’uomo («Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno»: v. 51 // «Chi mangia questo pane vivrà in eterno»: v. 58).

Esegesi biblico - liturgica

a. La lettura liturgica suddivide il testo evangelico in tre parti: il primo elemento di inclusione (v. 51), il dialogo tra i giudei e Gesù (vv. 52-57) e il secondo elemento di inclusione (v. 58).

Il primo elemento di inclusione (v. 51) — secondo alcuni studiosi — potrebbe contenere il ricordo della formula eucaristica aramaica; formula probabilmente usata dalla comunità giovannea. Il versetto si oppone a ogni eccesso di spiritualizzazione dell’umanità di Gesù e del contenuto del discorso del Maestro (cf. lGv 4,2: «Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella sarx - carne, è da Dio»). La sua carne è «per la vita del mondo» («mondo» = primo significato: umanità che ha bisogno di salvezza; secondo significato: ordinamento socio-religioso, ingiusto e nemico di Dio). Gesù, dunque, dona la sua carne perché tutti gli uomini, oppressi dall’ordinamento nemico di Dio, abbiano la vita eterna.

b. Il dialogo tra i giudei e Gesù (vv. 52-57) non è sereno. Mangiare la carne e bere il sangue è qualche cosa di molto forte. Ignazio di Antiochia nella lettera ai cristiani di Smirne (7,1) scrive: «Essi (i doceti?) si astengono dall’eucaristia e dalla preghiera, perché non confessano (omologhein) che l’eucaristia è la carne (sarx) del nostro Salvatore Gesù Cristo, la stessa che patì per i nostri peccati, la stessa che, per sua bontà, il Padre fece risorgere. Così coloro che discutono il dono di Dio, muoiono nelle loro discussioni...». Nonostante lo scandalo, Gesù non attenua le sue affermazioni. E rincara affermando che chi mangia la sua carne e beve il suo sangue dimora in Cristo e questi in lui. Non si tratta di un’esperienza «umana» (come il bimbo nel grembo materno), ma «divina» (come il Figlio e il Padre in perfetta unità).

Il secondo elemento di inclusione (v. 58) è un versetto riassuntivo dove viene ribadito quanto appena illustrato e quanto già trattato in sintesi precedenti (cf. i vv. 33.50).

«Carne e sangue»

Lo avevamo già detto riguardo al Vangelo di domenica scorsa: Gesù non fa nulla per sfruttare la popolarità del momento, né per ammorbidire le sue affermazioni, in aperto contrasto con l’immaginario di chi lo sta ascoltando. Anzi, sembra quasi avere il gusto della provocazione... «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna.., dimora in me e io in lui».

«Bere il sangue»: non si poteva pensare un’espressione più scandalosa per gli ebrei del suo tempo. Il sangue era sinonimo di vita. E quindi non si poteva bere il sangue per non creare commistione di vita. Ecco perché la macellazione degli animali avveniva in modo da far uscire dal corpo tutto il sangue. Ecco perché i conterranei di Gesù guardavano con orrore alla carne preparata dai pagani, che non aveva subito un trattamento analogo.

Quando Gesù invita tutti a «bere il suo sangue», sa bene che irriterà, scandalizzerà, provocherà rifiuto, contrasto, disapprovazione.

E allora perché lo fa? Non poteva scegliere un ‘immagine meno forte? Non poteva evitare accuratamente di ferire le orecchie dei fedeli del suo tempo? In fondo conosceva bene le loro tradizioni e anche le loro «manie»...

Certo, a noi, preoccupati di una comunicazione che crei consenso, sta a cuore soprattutto che Gesù trovi approvazione da parte del suo pubblico. Ma per Gesù quello che conta veramente è un‘esplicitazione chiara e nitida di ciò che egli offre, perché lo si possa accettare o rifiutare liberamente.

La verità, dunque, anche se dura, anche se ostica, anche se poco gradevole, conta di più di qualsiasi altra cosa.

E noi sappiamo che è una verità di salvezza, una verità consolante, benefica. Il sangue è la vita? Sì, e Gesù non dà proprio la sua vita per noi? «Mangiare la sua carne e bere il suo sangue» non significa dunque entrare in una comunione profonda, come il legame del sangue?

Carne e sangue potranno sembrare termini esagerati, se non si è passati attraverso l’esperienza che Gesù propone. Ma, se si è avvertito il vincolo di amore che egli ha verso di noi, allora non vi è nulla di eccessivo. Se nella vita di ogni giorno ci sentiamo uniti a Dio a doppio filo, in quell’alleanza che egli ha stabilito nel suo sangue, l’esperienza è tale da superare abbondantemente tutte le riserve che si hanno davanti ad un linguaggio duro o inusuale.

Del resto, proprio nello stesso brano, Gesù ci fa intravedere una realtà che è essenziale per il discepolo. Troppe volte si parla di «sequela» in termini di distacco: per seguire il Cristo dobbiamo abbandonare, lasciare tutto... Ma la vita cristiana non è solo questo: è anche «essere abitati» da Cristo e «abitare» in Cristo, uniti a lui in modo intimo e profondo.

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26 agosto 2018 XXI° domenica B – Rito romano

Tu solo hai parole di vita eterna

di p. Giorgio Bontempi

Gs 24,1-2.15-17.18

Sal 33

Ef 5,21 -32

Gv 6,60-69

Tematica liturgica

Il tema fondamentale riguarda l’adesione dell’uomo al progetto salvifico di Dio. Sia il Vangelo (Gv 6,60-69) sia la lettura anticotestamentaria (Gs 24,1-2a.15-17.18b) sono testi permeati dalla tematica che vede l’uomo chiamato a decidersi per Dio, dopo aver vissuto un’esperienza profonda e coinvolgente con lui.

Tra le due letture ci sono delle analogie forti. Da una parte si tratta di accettare o no l’alleanza sinaitica, dall’altra si tratta di accoglie re o meno l’alleanza nuova in Gesù Cristo. In tutti e due i testi, poi, si trovano i due gruppi: quello dei fedeli e quello dei non fedeli. Nel primo si collocano coloro che sono fedeli al Dio dell’esodo, Giosuè e la sua casa, e coloro che sono fedeli a Gesù, i Dodici. Nel secondo si trovano gli abitanti di Sichem e i discepoli di Galilea.

Dimensione letteraria

Il Lezionario ha aggiunto alla pericope evangelica solo l’abituale espressione «In quel tempo», lasciando inalterato il testo. Ha, però, proceduto a un taglio della pericope troppo precoce. Sotto il profilo esegetico, l’unità letteraria sarebbe Gv 6,60-70. Il Lezionario ha preferito Gv 6,60-69 per evidenziare il tema dell’abbandono dei discepoli e dell’adesione fedele dei Dodici al progetto salvifico offerto da Gesù.

Il testo evangelico si divide in due parti. Nella prima, domina il gruppo dei discepoli galilaici che abbandonano Gesù (Gv 6,60-66). Nella seconda parte, invece, domina il gruppo dei Dodici che per bocca di Pietro esprimono la loro scelta in favore del Maestro (Gv 6,67-69).

Esegesi biblico - liturgica

a. I discepoli galilaici si ribellano alla parola di Gesù perché è skleròs, dura, difficile, insopportabile, inaccettabile per la fede ebraica. La risposta di Gesù è impegnativa. Gesù intende rifarsi a ciò che accadrà: la sua morte e la sua risurrezione. Il mistero di sofferenza e di gloria, che Gesù vivrà, può essere capito con quello stesso Spirito che ha sostenuto il medesimo mistero, portandolo a compimento con il ritorno del Figlio al Padre. Alla luce dell’azione dello Spirito si possono comprendere le parole di Gesù circa la sua carne e il suo sangue come cibo e bevanda. Diversamente diventano un enigma di cattivo gusto.

b. La confessione, che Pietro fa a nome dei Dodici e che si ritrova anche nella tradizione sinottica, è in netta antitesi con l’atteggia mento di perplessità e di scandalo dei discepoli galilaici. La domanda («Signore, da chi andremo?») intende sottolineare che per i Dodici non esiste nessun altro Maestro che abbia le caratteristiche di Gesù. La definizione («Tu solo hai parole di vita eterna»), che riprende la logica della domanda, esplicita il motivo della scelta indiscussa dei Dodici: solo Gesù ha parole che comunicano la vita eterna. La professione di fede («Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio») esplicita un’adesione totale alla persona di Gesù e alla sua missione. Il titolo «santo di Dio», infatti, indica una persona totalmente consacrata a Dio. Nel NT Gesù verrà riconosciuto come «santo di Dio» dagli ossessi (Mc 1,24; Lc 4,34). Gesù stesso dirà in relazione alla sua morte: «Per loro io consacro (santifico) me stesso» (Gv 17,19). Dietro al titolo cristologico «santo di Dio» si può vedere la confessione di fede dei Dodici sull’identità e sulla missione di Gesù.

Parole diverse

Non sembra che Gesù abbia fatto qualcosa per addolcire quel linguaggio che molti dei suoi discepoli dichiaravano troppo duro. il fatto che molti si tirino indietro e non vadano più con lui non lo preoccupa più di tanto. E comunque non tenta di trattenerli, non cerca un compromesso, non ammette una sorta di eccesso da parte sua, non rivede le sue posizioni, non aggiusta il tiro.

Anzi, rincara addirittura la dose: i suoi discepoli saranno messi di fronte a «scandali» ben superiori a questo...

La situazione che si presenta è del tutto delicata. L’entusiasmo del la folla viene meno, la fede granitica di molti seguaci si incrina e il maestro, fin qui osannato da chi voleva addirittura farlo re, si trova solo, abbandonato, incompreso. Ci si aspetterebbe un Gesù che ha a cuore almeno il consenso dei suoi, della cerchia ristretta di coloro che lo hanno seguito fin dai primi tempi. E invece lascia anche a loro una perfetta libertà: «Volete andarvene anche voi?». Ma allora non gliene importa proprio niente del successo, del consenso, di avere un seguito, di poter contare su un gran numero di discepoli che realizzino il suo progetto? Sembrerebbe proprio di no!

In una situazione del genere la risposta di Pietro ci spiazza del tutto: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbia mo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Proprio nel momento in cui Gesù tocca la soglia minima di popolarità, c’è chi riconosce in lui l’Inviato di Dio e nelle sue parole uno strumento di vita, di cambiamento, di salvezza. Proprio quando la massa se ne va, la fede di alcuni si fa più solida e sicura ed esprime le ragioni di una scelta.

Che differenza tra la serena fermezza di Gesù e le paure di tanti operatori pastorali, malati di consenso, alla perenne ricerca di una tecnica di comunicazione in grado di sedurre, di convincere, di trascina re. Che differenza tra questa libertà, lasciata fino in fondo anche agli apostoli, e l’ansia che afferra certi educatori di fronte alle prime scelte compiute da giovani che escono dal periodo di formazione. Che differenza tra questo modo di porre di fronte a scelte onerose, ma portatrici di vita, e i tanti mezzucci con cui si cerca di evitare alle persone ogni più piccola difficoltà e sacrificio.

In fondo questo Gesù è un Maestro esigente, che non esita a chiedere, e molto, a chi vuole seguirlo. Non è un consolatore di persone fragili, né un educatore che tiene al caldo il suo gruppo. Ci precede e ci domanda di seguirlo per una strada non facile. Domanda, ma nello stesso tempo offre, quello che nessuno può dare. Fa scegliere dimostrando fiducia nella nostra capacità di decidere bene, nella nostra libertà, nel nostro coraggio. Non si attornia di persone devote, ma di gente coraggiosa. Non ha bisogno di approvazione, ma fa appello senza finzioni e senza trucchi a chi è disposto a seguirlo per strade poco battute.

Un Maestro del genere vale proprio la pena di seguirlo!

 

Last Updated on Tuesday, 18 September 2018 12:38
 


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