Vang.fest.ambr.agosto 2018 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 18 September 2018 12:31

 

5 agosto 2018 XI° domenica dopo Pentecoste B – Rito ambrosiano

Matteo 21, 33-43.45: vang. ven. 2° Quares. Rito romano

“Il regno di Dio sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”

(Matteo 21, 33 - 46)

di Ileana Mortari

La liturgia ci propone oggi la seconda delle tre parabole pronunciate da Gesù a Gerusalemme, nelle quali si ha il confronto-scontro decisivo tra il Nazareno e le autorità giudaiche, che non esiteranno a condannarlo alla pena capitale.

La parabola è un’originale forma di strategia comunicativa usata da Gesù, per mettere alle strette i suoi avversari e portarli ad ammettere quello che mai riconoscerebbero se interpellati direttamente.

Il testo odierno si apre con l’immagine della vigna, molto frequente nell’Antico Testamento per indicare, di volta in volta, il regno di Dio, o il suo popolo, o anche la donna amata. Famoso è il “cantico della vigna” di Isaia (cap.5, 1-7), un capolavoro della poesia ebraica, che attraverso un’allegoria descrive mirabilmente tutta la cura e l’attenzione che Dio ha per il suo popolo, dal quale si aspetta frutti che però il popolo non dà.

La parabola riprende volutamente alcune frasi del testo di Isaia e, come sempre avviene in questo genere letterario, riproduce una situazione realistica e frequente ai tempi di Gesù e anche dopo, fino agli anni 70 circa.

La zona collinosa della Galilea era costituita in gran parte di latifondi, acquistati da proprietari stranieri, che li davano in affitto a singoli o anche a gruppi organizzati di fittavoli. Questi ultimi, secondo una diffusa forma di contratto, dovevano consegnare una determinata parte del raccolto al padrone, che, vivendo lontano, normalmente inviava suoi fiduciari per la riscossione. Succedeva anche che, approfittando dell’assenza del proprietario, i contadini si ribellassero, rifiutando di onorare il contratto; non solo, ma si poteva giungere addirittura ad atti di violenza nei confronti degli amministratori inviati da signori molto potenti, ma anche molto lontani.

Nel racconto di Gesù, visti i fallimenti degli inviati precedenti, il padrone arriva a mandare il proprio figlio, suo erede, confidando nella sua autorità; ma i vignaioli agiscono ancora più malvagiamente, uccidendolo. Anche qui c’è uno sfondo veritiero: secondo il diritto del tempo, un podere, alla morte del proprietario senza eredi, passava nelle mani del primo occupante.

La situazione descritta da Gesù è dunque molto realistica e quando egli pone la domanda ai suoi ascoltatori: “Quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaioli?” (v.40), la loro risposta è strettamente conseguente al racconto e quasi scontata: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo” (v.41).

E proprio qui si pone l’efficacia della parabola: Gesù, con un colpo d’ala, riporta la questione sul terreno della disputa con i capi giudaici e, senza mezzi termini, aggiunge: “Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare” (v.43) E’ Gesù stesso che, con questa frase, identifica gli elementi simbolici della parabola e ne svela esplicitamente il significato, già

intuibile nell’immagine della vigna, che – come abbiamo visto - una lunga tradizione biblica identificava con il popolo di Israele, o il regno di Dio.

Qui la vigna è il regno di Dio affidato in un primo tempo ai capi responsabili di Israele, che a loro volta sono rappresentati dai vignaiuoli ribelli.

Il racconto parabolico risulta così una sintesi della storia passata del popolo ebraico e un preannnuncio dell’esito della missione di Gesù. In passato Dio aveva più volte inviato i suoi profeti con il compito di denunciare l’infedeltà di Israele nei suoi confronti e spronarlo a portare frutti di penitenza. Ma quasi tutti i profeti incontrarono l’opposizione dei capi e del popolo e pagarono con la sofferenza e la morte la fedeltà alla loro missione. Gli stessi verbi della parabola richiamano infatti questi tragici eventi: il profeta Amos fu massacrato a colpi di bastone, Michea fu gettato da un precipizio, Geremia fu messo in ceppi, Zaccaria lapidato (come ripeterà ancora Matteo in 23,35).

Da ultimo, mostrando ancora, nonostante tutto, fiducia negli uomini, Dio mandò il suo stesso figlio (“prediletto”- aggiunge Marco nel passo parallelo); ma nemmeno a lui diedero ascolto, anzi “lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero” (v.39). Il particolare “fuori della vigna” è un elemento sottolineato dal redattore per rimarcare l’allusione alla morte di Gesù, che in effetti fu giustiziato fuori dalle mura della città (cfr. Ebrei 13,12).

Dunque, raccontando questa parabola Gesù aveva ben chiaro davanti a sé l’esito quasi certamente fatale del suo scontro con sommi sacerdoti e farisei, i quali – aggiunge Matteo poco dopo – “udite queste parabole, capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo”. Come si vede, se nella nota parabola del profeta Natan e del re Davide, questi alle parole “Tu sei quell’uomo!”, prende atto della propria colpa e se ne pente sinceramente, i capi giudei, pur avendo capito che Gesù parlava di loro, non mostrano il minimo segno di ravvedimento e anzi persistono nel loro intento di togliere di mezzo quel rabbi che dava tanto fastidio.

Ma Gesù aveva fatto un’importante citazione dal salmo 117/8 per motivare il passaggio del regno di Dio ad un altro popolo: “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo”, cioè: quel Gesù che loro volevano eliminare, in realtà sarebbe stato la base, il fondamento di un‘altra costruzione, cioè di un altro popolo: la Chiesa, costituita da tutti coloro (ebrei convertiti e pagani) che avevano e avrebbero accolto Gesù e il suo messaggio, il nuovo “popolo” cui Dio affidava la sua vigna-regno.

Al tempo in cui Matteo redasse questo testo per la sua comunità (circa l’80-90 d.Cr.), era già avvenuta la distruzione di Gerusalemme e del Tempio da parte dei Romani (70 d. Cr.) e i cristiani vedevano in questa soppressione della nazione e delle istituzioni più sacre degli Ebrei il realizzarsi delle parole pronunciate dagli stessi capi giudei: “Farà morire miseramente quei malvagi” (v.41).

Il dono del regno era dunque passato dall’antico al “nuovo Israele”, la Chiesa; ma ora le parole di Gesù assumevano il tono di un altro avvertimento, quello alla Chiesa stessa di allora e di oggi, perchè a sua volta non commetta lo stesso errore di sommi sacerdoti e farisei, considerando un privilegio la scelta di Dio e non impegnandosi a produrre quei frutti che il “Signore della vigna” si attende da essa.

E’ un forte richiamo a quell’operosità della fede, o ortoprassi, che sta tanto a cuore al primo evangelista.

6 agosto 2018 Trasfigurazione del Signore anno B rom. e ambr.

“Gesù fu trasfigurato davanti a loro”

(Marco 9, 2-10)

di Ileana Mortari

L’episodio evangelico della Trasfigurazione di Gesù è certamente uno dei più studiati, commentati, approfonditi; ben a ragione, data la sua importanza nella vicenda di Gesù e per la nostra spiritualità.

Con tre dei suoi discepoli (Pietro, Giacomo e Giovanni), Gesù sale su un alto monte (probabilmente il Tabor, alto 582 mt.), e lì “fu trasfigurato”, letteralmente “fu trasformato”: le sue vesti divennero bianchissime e accanto a Lui apparvero Mosè ed Elia. In quel momento cioè Egli diventa il Signore luminoso e magnifico esaltato dal Salmo 75/76,v.5 : Splendido tu sei, magnifico su montagne di preda) e muta il suo aspetto come Mosè il cui volto fu glorificato mentre parlava con Dio (cfr. Es.34,29) e come sarà per i giusti nel mondo futuro (Apoc. Baruch 51,3-10).

v.3 le sue vesti divennero splendenti, bianchissime……..; il primo termine si può rendere ancor meglio con “sfolgoranti”, perché il verbo greco corrispondente è riferito nell’A.T. allo splendore del sole e delle stelle (cfr. Dan.12,3); quindi è uno splendore accecante; quanto poi al colore bianco, ricordiamo che esso è simbolo dell’appartenenza al mondo celeste.

L’apparizione di Elia e Mosè (cioè i Profeti e la Legge o Pentateuco) accanto al Nazareno ha un’estrema importanza: essi testimoniano che Gesù è il compimento di tutto il Primo Testamento, che promesse e profezie sono pienamente realizzate in Lui, che egli è il Messia tante volte annunziato e tanto atteso.

La glorificazione di Gesù è poi completata dalla voce del Padre che esce da una nube (consueto simbolo biblico della presenza di Dio), e che proclama: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (v.7 b). I discepoli vedono dunque in Gesù, che fino a quel momento aveva condiviso con loro in semplicità la vita quotidiana, nientemeno che lo splendore della gloria di Dio e ne restano estasiati.

Ora, sulla scorta di alcuni fondamentali criteri di lettura e interpretazione della Bibbia, circa la pagina di Marco possiamo notare quanto segue.

L’episodio della Trasfigurazione richiama evidentemente altri due episodi di cristofania (=

manifestazione di Cristo): il Battesimo (cfr. Mc.1,9-11 e paralleli) dove lo Spirito scende su di Lui

e il Padre lo proclama suo Figlio amato, e la Resurrezione, testimoniata dalle apparizioni di Cristo.

Questi tre episodi sono collocati all’inizio, al centro e al termine della missione di Cristo. Tale disposizione, unita al n° 3 (simbolo di totalità) vuole indicare come quella gloriosa e divina sia una dimensione fondamentale e permanente del rabbi di Nazareth.

Sempre ad uno sguardo complessivo della struttura del vangelo marciano, salta agli occhi un altro elemento ripetuto tre volte: i preannunci della passione, che troviamo in Mc.8,31, 9,31 e 10,33-34 (e nei passi paralleli dei sinottici): essi scandiscono l’unità letteraria di Mc.8,27 – 10,52 incentrata sui temi della identità di Gesù e della sua sequela. Dunque abbiamo ancora un elemento ripetuto 3 volte e ancora in punti-chiave del vangelo. Evidentemente si tratta di qualcosa di importanza pari a quella dei 3 episodi di glorificazione. Non solo, ma la loro disposizione diciamo così “interposta” o inframmezzata li mette in collegamento.

Ne deriva che la gloria di Gesù trasfigurato è intimamente legata alla gloria che Gesù otterrà, in forza della sua morte, nella resurrezione. E anche la sua messianicità è strettamente vincolata all’evento della croce e della resurrezione: al di fuori di quell’evento Gesù non può essere né capito né proclamato (di qui il famoso “segreto messianico” del vangelo di Marco).

Morte e resurrezione costituiscono infatti un mistero unitario da non scindere, pena la riduzione del Cristo alla sola umanità sia pure eroica (la morte) o alla sola divinità separata e lontana dall’uomo (la gloria pasquale). La trasfigurazione è quindi un’apparizione pasquale anticipata, destinata come quelle post-pasquali ad illuminare e a svelare alla Chiesa il mistero della morte e resurrezione di Cristo.

Tale significato per i discepoli e per tutti i cristiani è bene espresso dal Prefazio della Festa omonima (6 agosto) nel rito ambrosiano: “Cristo rivelò la sua gloria davanti a testimoni da lui prescelti e nella povertà della nostra comune natura fece risplendere una luce incomparabile. Preparò così i suoi discepoli a sostenere lo scandalo della croce, anticipando nella trasfigurazione il destino mirabile di tutta la Chiesa, sua sposa e suo corpo, chiamata a condividere la sorte del suo Capo e Signore.”

E il grande S. Ambrogio (4° sec. d. Cr.) aggiunge: “Coerede di Cristo è colui che partecipa alla sua gloria; ma partecipa alla sua gloria solo chi, soffrendo per lui, partecipa alle sue pene.”

La lezione che emerge da questa pagina evangelica è davvero fondamentale per ciascuno di noi ed è di grande aiuto per affrontare adeguatamente uno degli scogli più duri e resistenti della nostra esistenza: il dolore, la sofferenza, le difficoltà che purtroppo segnano la vita di ogni uomo.

Ebbene, nella sua straordinaria misericordia, Dio ha voluto donarci una “carta di riserva”, un sostegno, una straordinaria consolazione: il pensiero che il dolore, il negativo, il male, prima o poi finiscono, mentre quella gloria-gioia indefettibile che è simboleggiata dalla luminosità sfolgorante di Gesù nella Trasfigurazione, è la sola che ha davvero l’ultima parola, sullo sfondo di una Vita che – come ha dimostrato il Signore nelle apparizioni – alla fine è sempre vittoriosa sulla morte e sullo sfondo di una gloria che sarà propria di tutti i giusti (Apoc. Baruch 51,3-10).

Non si dice che questo sia facile da vivere. E’ significativo che dopo il 1° annunzio della passione Pietro reagisca in modo tanto deciso: egli non accetta, come non accettiamo noi, che la sofferenza e la persecuzione violenta entrino nella nostra vita. Viceversa è spontaneo il suo voler prolungare indefinitamente la situazione di serenità, pace paradisiaca, intensa gioia della Trasfigurazione. Ma le due cose non si escludono, anzi vanno tenute insieme, perché è proprio questo il grande mistero-paradosso del Cristo: passione-morte e resurrezione; umiliazione totale e trionfo; sofferenza indicibile e gioia che nessuno può togliere; abbassamento e glorificazione.

Come ben osservava il grande papa Paolo VI° quasi 50 anni fa:

“Fu un'ora unica e prodigiosa quella che i discepoli fedeli trascorsero quella notte sul Tabor, ma sarà un'ora continuata e consueta per noi se sapremo tenere fisso lo sguardo sul viso del Cristo e della Chiesa per scorgere la faccia nascosta, la faccia vera, la faccia interiore del Signore e del Suo Corpo mistico e la nostra meraviglia, la nostra letizia non avranno più misura né smentita. Scoprire il volto trasfigurato di Cristo per sentire che Egli è ancora e proprio per noi la nostra luce. Quella che rischiara ogni scena umana, ogni dolore e le dà colore e risalto, merito e destino, speranza e felicità” (21. 2. 1964)

12 agosto 2018 XII° domenica dopo Pentecoste B – Rito ambrosiano

“Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele”

(Matteo 10,5b-15)

di Mons. Bruno Maggioni

<< Incontriamo per la prima volta il gruppo dei dodici. Matteo non distingue la chiamata dei
dodici dalla loro missione: la loro principale fisionomia è di essere continuatori della missione del Maestro. E Gesù li invia con l'ordine di limitarsi « alle pecore sperdute della casa di Israele » (10, 5). Questo ordine — il cui significato particolaristico sarà superato dal chiaro significato universalistico dell'invio finale da parte del Risorto (28, 10-20) — rivela la situazione storica in cui fu dato: Gesù inviò i dodici in prova nei villaggi d'Israele. Ma se il
Vangelo ha conservato questo detto — e lo ha collocato in un discorso che vale per la Chiesa
di sempre — è perchè contiene anche un significato teologico perenne: Israele è il popolo eletto e l'elezione comporta una priorità. Del resto Gesù stesso ha limitato la sua missione a

Israele (15, 24). Non si assunse il compito di correre dovunque, ma si limitò a portate a compimento — in definitiva entro un piccolissimo gruppo — le promesse di Dio. L'indicazione non è trascurabile. Ciò che conta non è correre dovunque e arrivare dappertutto, ma far maturare, anche in un luogo solo, dei valori che hanno in sé una carica di universalità;
conta essere un segno chiaro dell'amore di Dio sia pure di fronte a un uomo solo (disposti però, naturalmente, ad esserlo di fronte a tutti). Anziché un vasto grigiore diffuso, meglio
un piccolo gruppo maturo che diventi « segno e attrazione ».

Matteo elenca alcune norme che costituiscono lo stile missionario. La prima di esse è la povertà. Il discepolo di Cristo mette a disposizione tutto se stesso gratuitamente (la sua fede, il suo tempo, la sua amicizia), e lo fa perché è convinto di avere egli, per primo, gratuitamente e abbondantemente ricevuto. È la forma più profonda della povertà di spirito: tutto ciò che è in noi, è dono di Dio e degli altri e, perciò, tutto deve, generosamente e gratuitamente, tornare a Dio e agli altri. E c'è dell'altro: la povertà si esprime nell'accontentarsi di poco, dello stretto necessario (10, 9), e nel coraggio
(che è fede) di affidare anche il problema di quel poco alla provvidenza di Dio.

L'apostolo cerchi un luogo « degno » (10, 11), cioè un luogo che non susciti pettegolezzi o
altro: sembra che già la chiesa primitiva abbia conosciuto esperienze dolorose in questo sen-
so: falsi apostoli girovaghi che, con la scusa del Regno, andavano qua e là in cerca del meglio.

È previsto il rifiuto (10, 14). Scuotere la polvere dai piedi non è una maledizione:
vuol dire che, quando il discepolo ha fatto tutto, non deve fermarsi: non ha tempo da perdere. A prima vista la frase « se qualcuno non vi riceve, scuotete la polvere », sembra indicare il
contrario della missione, che invece deve essere paziente, non deve mai scoraggiarsi e deve rivolgersi a tutti senza giudicare. Nelle parabole del seminatore e del grano e della zizzania Matteo ci ricorderà appunto questo. Ma ora egli vuole mettere in luce l'urgenza dell'annuncio e il giudizio che esso comporta. È la grande occasione da non perdere. Il tempo è talmente poco e l'annuncio talmente importante che non puoi stare in un posto solo, ostinandoti. Del resto, sappi che il compito del missionario non è di forzare a ogni costo il cuore dell'uomo: non lo ha fatto neppure Cristo. Il compito del missionario è di fare la proposta chiara e convincente, e poi di affidarla alla libertà dell'uomo stesso. Il compito del missionario si limita all'annuncio, ed è efficace nella misura in cui l'annuncio è chiaro e provocante.

Infine, Gesù ricorda che la lotta del discepolo contro il male non è ad armi pari: « Vi mando come pecore in mezzo ai lupi ». II discepolo è povero ed esposto, ricco solo di fede nella validità del suo annuncio. La missione esige un ambiente dì debolezza, ma la debolezza è colmata dalla presenza del Signore (28, 20). Sembra che Dio esiga un ambiente di debolezza per costringere il discepolo alla fede e per togliere — al discepolo e agli altri — ogni illusione: è Dio che agisce, non sono gli uomini.

La debolezza però non è faciloneria, sventatezza, superficialità, ingenuità. Semplici e prudenti, ecco le parole del Cristo. La semplicità è lealtà, trasparenza, fiducia nella verità, e quindi rifiuto di ogni sotterfugio e di ogni mezzo di violenza.

La prudenza è la capacità (e l'umiltà) di valutare le situazioni concrete. Ma si tratta sempre
— ben inteso! — della prudenza del Cristo, non della prudenza del mondo che è fatta di
calcolo cinico, di diplomazia e compromessi, sempre alla ricerca di una salvezza per se stessi.
>> (da “Il racconto di Matteo”, Cittadella Editrice, pp.130-133)

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Con la morte e la risurrezione di Gesù è incominciata la seconda tappa: la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo per tutti gli uomini. A tutti ormai è aperto l’annuncio della salvezza, a tutti è offerta la grazia sovrabbondante di Cristo.

Troviamo, in questa gradualità del disegno di Dio, una lezione per la nostra impazienza nel bene: vogliamo tutto subito e non sappiamo ringraziare, perché non li vediamo, per i piccoli passi che il Signore fa compiere sulla strada verso di lui a noi e agli altri.


Gesù, Figlio di Dio, venuto a portare l'annuncio fondamentale per tutta l'umanità, ha aspettato umilmente, ha limitato la sua azione ai confini ristretti della Palestina, Lui che ha detto: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terea, e come vorrei che fosse già acceso!». Non ha avuto altro desiderio se non di compiere la volontà del Padre, ha avuto la pazienza di Dio con tutte le persone che ha avvicinato, a cominciare dai Dodici... E ha salvato il mondo.

L’impazienza con noi e con gli altri, anche nel bene, non solo è inutile rispetto al futuro, ma impedisce il bene presente. Chiediamo al Signore, mite e umile di cuore, che pacifichi le nostre impazienze orgogliose, perché possiamo fare bene la sua volontà giorno per
e aspettare fiduciosi i suoi doni futuri.>>

(Albert Vanhoye, Il pane quotidiano della Parola, Piemme, pp.478-9)

15 agosto 2018 – Assunzione della B.V.Maria

Da “Maria di Nazareth, la Madre del Signore” di Ileana Mortari (dispensa)

IL DOGMA DELL’ASSUNZIONE

Nel quarto e ultimo dogma mariano, proclamato nella Festa di Ognissanti del 1950 dal Papa Pio XII, possiamo dire che siano ripresi gli altri tre dogmi e che la Chiesa cattolica concluda l’esposizione della sua dottrina su Maria. Esso dice:

“Definiamo essere dogma rivelato da Dio che l’Immacolata, Madre di Dio sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.

Come si vede, la dottrina dell’Assunta è fondata sulla maternità divina: è in quanto Madre di Dio che Maria ha potuto conoscere un singolare transito dalla vita terrena a quella eterna.

Ci sono poi molte somiglianze e parallelismi tra la storia di questo dogma e quello dell’Immacolata Concezione. Anche nel caso dell’Assunta, infatti, il dogma fu proclamato solo di recente, nel secolo scorso, ma ciò che esso ha definito era già presente nella fede della chiesa (“sensus fidelium”), e in particolare in quella popolare, fin dal 4° secolo d.Cr., quando un Padre della Chiesa, Epifanio di Salamina, cercò di rispondere al quesito circa il destino finale di Maria. Ci si domandava infatti se Maria, essendo totalmente immune dal peccato – e uno degli effetti del peccato originale è la morte – avesse ugualmente dovuto soggiacere a quest’ultima come tutti gli esseri umani.

Così nel 6° secolo il Vescovo di Livias (presso Gerico) disse in un’omelia:

“Era conveniente che quel corpo che aveva portato in sé e custodito il Figlio di Dio, dopo essere stato sulla terra, venisse accolto gloriosamente in cielo insieme con l’anima.”

Intanto nella Chiesa si cominciavano a celebrare le feste mariane. E la prima fu proprio quella che è all’origine dell’attuale festa dell’Assunta: il 15 agosto del 453 a Gerusalemme veniva dedicata alla morte di Maria una chiesa chiamata col suggestivo termine di “Dormizione”, perché Maria al termine del suo cammino terreno non era veramente morta, ma si era come addormentata.

Nella tradizione orientale infatti la morte di Maria è chiamata “dormitio” o anche “transitus”; probabilmente perché la si pensava analoga a quella delle creature senza il peccato originale. I nostri progenitori infatti probabilmente non erano esentati dalla morte, ma questa, in assenza del peccato originale, sarebbe stata come un dolce passaggio, un addormentarsi, non certo l’esperienza traumatica che è la morte per l’uomo segnato dalla fragilità.

Più tardi, nel 7° sec., il vescovo Modesto di Gerusalemme annunciava nelle sue omelie che “Maria è stata presa dal Signore dei Signori della Gloria”, ed esaltava il trapasso glorioso della Madre di Dio, “tratta dal sepolcro e chiamata a Sé dal Figlio in un modo noto solo a Lui”.

A quel tempo erano già diffusi dei testi apocrifi (cioè non riconosciuti dalla Chiesa come ispirati e dunque non accolti nel canone delle S.Scritture) che raccontavano la morte, la sepoltura e l’assunzione al cielo di Maria. Si tratta di testi assolutamente non attendibili come testimonianza sui

fatti, ma importanti come documento di ciò che allora si pensava nel mondo cristiano attorno a Maria: ella era morta come tutti gli esseri umani, ma poi il suo corpo era stato assunto in cielo;

dunque non si tratta di immortalità né di resurrezione, ma di un privilegio eccezionalissimo accordato al suo corpo dopo la naturale conclusione dell’esistenza.

Questi temi furono ampiamente sviluppati dai grandi predicatori d’Oriente, per i quali la divina maternità di Maria, la sua perpetua verginità e l’assenza di peccato costituivano la base teologica del privilegio dell’Assunzione. Come si vede, Immacolata e Assunta procedevano insieme, anche se per il secondo privilegio, specie in Occidente, faceva problema l’assenza di testimonianze scritturistiche. Cionostante nel corso del Medioevo e dei secoli successivi la solennità dell’Assunta si diffondeva sempre più e godeva di un vasto consenso nella Chiesa.

Così queste dimostrazioni di fede vennero via via considerate come dottrina sicura e nacque ben presto la domanda di una definizione dogmatica.

Già durante il Concilio Vaticano I°, nel 1870, si raccolsero firme in tal senso e poi si fece sentire pure la voce popolare attraverso i movimenti “assunzionisti”, associazioni mariane sostenute anche da sacerdoti e vescovi, che promuovevano la raccolta di firme (ne furono raccolte ben sei milioni e mezzo nel 1940!) e l’invio di petizioni a Roma per chiedere la definizione del dogma.

Occorreva far fronte agli storici, che facevano notare che nella Scrittura non vi è alcuna affermazione esplicita al riguardo e gli apocrifi non potevano certo essere considerati fonti attendibili! Un gesuita, Filoramo, raccolse tutti gli argomenti utili a sostenere l’assunzione di Maria in un documento in cui ebbero un ruolo decisivo il senso religioso dei fedeli e il “factum Ecclesiae”, mentre non si riteneva indispensabile una catena ininterrotta di testimonianze tradizionali.

Fu infine il papa Pio XII a dire l’ultima parola e a promulgare nel 1950 la bolla “Munificentissimus Deus”: in essa non si è inteso definire nulla circa la morte corporale di Maria, essendo sufficiente all’essenza del mistero il trasferimento di Maria in corpo e anima nella sede dei beati. Pio XII cioè non ha assolutamente voluto alludere ad una “resurrezione” di Maria a somiglianza di quella di Cristo. Come già ricordato, il testo dice: “terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”

Val la pena fermarsi un momento sul termine “assunta” o “presa”; esso non significa un movimento locale verso l’alto, ma solo che Maria è stata “presa”: è un reimpiego del termine ebraico biblico “halak”, usato per significare la fine misteriosa di Enoch (cfr. Gen.5,24) e quella di Elia (2 Re 2, 3-10), che Dio ha “presi” con sé.

L’oggetto della definizione dogmatica è dunque che Maria è pienamente glorificata, oggi, con Cristo; ella è nella stessa condizione del Cristo risorto ed è presente nella comunione dei santi.

Anche questo dogma, questa risoluzione di fede, ha un significato attuale e perenne: l’assunzione della Vergine garantisce la dignità e il destino finale del corpo umano, il compimento delle promesse di Cristo e la fede nella resurrezione, anche dei corpi (che a sua volta è un dogma di fede).

Come dice la “Lumen Gentium” N. 68, Maria Assunta “è segno di sicura speranza che anche noi giungeremo alla gloria trasfigurante della resurrezione di Cristo”: la “donna vestita di sole” di Ap.12 può benissimo essere vista come Maria che già condivide la gloria di Cristo risorto.

19 agosto 2018 XIII° domenica dopo Pentecoste B – Rito ambrosiano

Casa di preghiera S. Biagio FMA

Dalla Parola del giorno

Io non sono degno che entri sotto il mio tetto... ma comanda una parola e il mio servo sarà guarito.

Come vivere questa Parola?

Luca riporta il racconto della guarigione del servo del centurione dopo le beatitudini e il comandamento dell'amore. Non basta conoscere le Scritture, osservare la legge e invocare "Signore, Signore", bisogna praticare le opere con amore e semplicità mente e di cuore. Da qui scaturisce la fede.

Il centurione romano è un 'piccolo del Regno': il suo sguardo sul servo e su Gesù è illuminato dall'amore e dall'umiltà. Anche i giudei che fanno da mediatori tra lui e Gesù ne parlano come di un uomo buono: "Egli merita che tu gli faccia questa grazia, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruire la sinagoga." Egli è degno perché ama a fatti!

A questo elogio fa riscontro l'umiltà e la fede del centurione che mentre prega il Signore Gesù attraverso gli amici giudei per il suo servo, intona una delle più belle professioni di fede nella efficacia della Sua Parola: "Io non sono degno... ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito." La potenza della Parola di Gesù opera anche in Sua assenza! Il centurione sa che quando si ha in cuore l'amore, le opere che ne derivano sono cariche di amore. Ecco la sua fede operosa.

E Gesù ne resta ammirato: "Neanche in Israele ho trovato una fede così grande!"

La fede germoglia e fiorisce in una terra abitata dall'amore.

Oggi nel mio rientro al cuore ripeterò con semplice umiltà e con decisa certezza:

"Signore non sono degno... ma credo che la tua Parola d'Amore mi guarisce e mi salva."

La voce di un Padre del deserto

O Signore, che scruti il cuore e i sentimenti, perdonami ogni sconveniente impeto del cuore.

Tu sai, o Signore di tutte le cose, che essi sono contro la mia volontà. Sono indegno di accostarmi a te, ma tu perdonami, perché ti ho sempre desiderato e ancora ti desidero...

Tu, che solo sei buono e misericordioso, vieni in mio aiuto e salvami...
Macario l'Egiziano

26 agosto 2018 Domenica che precede il martirio di S.Giovanni il Precursore – Rito ambr. B

“Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo,

ma non hanno potere di uccidere l’anima”

(Matteo 10, 28 - 42)

di Ileana Mortari

Il testo del Vangelo di oggi fa parte del secondo discorso del vangelo di Matteo (cap.10): il discorso “missionario”, in cui l’evangelista ha riunito varie sentenze e raccomandazioni di Gesù circa la missione dei suoi discepoli; anche se espressamente rivolto ai Dodici, visto che questi ultimi in Matteo sono in germe tutta la chiesa, il discorso è in realtà indirizzato ad ogni cristiano.

Esso è grosso modo diviso in tre parti: nella prima Gesù invita a dare la precedenza nell’annuncio agli Israeliti e impartisce istruzioni di vario genere; la seconda è tutta incentrata sul tema della persecuzione del discepolo “a causa del nome di Gesù” (v.22), cioè per il fatto che è cristiano; nella terza si promette una ricompensa a chi accoglie i missionari. In parte la seconda e tutta la terza parte coincidono con la pericope della liturgia odierna.

Quando pronuncia questo discorso, Gesù sa bene a quali gravi difficoltà sarebbero andati incontro i suoi discepoli e i vv.16-25 riflettono quello che effettivamente accadde alla comunità matteana nel periodo intercorso tra la morte di Gesù e gli anni (80 d.Cr. circa) in cui venne redatto il vangelo: gravi persecuzioni dei cristiani da parte delle autorità sia politiche (i Romani) che religiose (i Giudei).

Ma l’invito di Gesù è a non temere, a non avere paura, espressioni più volte ripetute nel brano, una sorta di “leit motiv” (ricorrente in tutta la Scrittura) che deve sempre accompagnare il missionario, infondendogli fiducia, anche di fronte ai rischi più gravi.

Il cristiano non deve temere di dire “nella luce” e “dalle terrazze”, cioè pubblicamente, quello che Gesù ha detto e spiegato “nelle tenebre” e “all’orecchio”, cioè a pochi (v.27, precedente la pericope liturgica): sono le istruzioni e spiegazioni che spesso nel vangelo Gesù offre ai suoi, in disparte dalla folla, che ancora non è in grado di capire. Il cristiano non può tacere la verità che ha ricevuto e che dà significato alla sua vita, e deve farlo senza aver timore degli uomini.

Un altro è piuttosto il timore da avere, quello di Dio. Ma che cosa significa “timore di Dio”?

Non è certo, o non è solo, un sentimento di terrore senza scampo quale si può provare dinanzi ad un dominatore assoluto. E’ invece anzitutto un dono, un dono dello Spirito Santo (cfr. Isaia 11,2), che comporta il riconoscimento della grandezza di Dio, la Sua trascendenza, ma insieme la sua assoluta vicinanza a noi e di conseguenza il desiderio di non dispiacerGli, è un sentimento che nasce dall’amore: il timore di far qualcosa che possa affliggere la persona amata. Ecco perchè, paradossalmente, subito dopo aver detto “abbiate paura di colui che ha il poter di far perire….”, Gesù dice: ”non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!” Già, perché Colui che può far perire l’uomo nella Geenna con una giusta punizione è anche Colui che ha cura di ciascuno di noi fin nei minimi particolari (“perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati!” v.30)

Il messaggio che emerge dalla pagina di evangelo è allora questo: quanto più abbiamo “timore di Dio”, tanto meno avremo paura degli uomini, e di tutto quello che possono farci, a causa di una nostra schietta e inequivocabile presa di posizione per Gesù e i valori che ci ha insegnato. Oggi come oggi, almeno nella nostra società occidentale, non c’è il rischio di vere e proprie “persecuzioni”; il credente che agisce e parla coerentemente con la sua fede può se mai andare incontro a derisione, sguardi di compatimento e sufficienza, perché appare anacronistico e non “al passo con i tempi”, può “rimetterci” in termini economici e di carriera, se persegue sempre l’onestà e la verità, ma non corre rischio di vita. Questo nel contesto democratico e liberale dell’Occidente.

Ben diversa è la situazione in molte altre parti del mondo, dove le parole di Gesù “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo” sono terribilmente attuali!

Basta guardare i rapporti annuali dell’ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre) e dell’ACAT (Azione dei Cristiani per l’Abolizione della Tortura) per rendersene conto; essi documentano ogni volta ondate di astio, violenze, intolleranza, azioni minacciose fino all’omicidio, che colpiscono cattolici e protestanti in varie località, specie in Asia e in alcuni paesi islamici.

In Pakistan sono stati commessi nel 2007 ben 24 omicidi di “blasfemi”. In Corea del Nord dal 1953 sono scomparsi 300.000 cristiani e 100.00 sono tuttora detenuti in campi di lavoro; si calcola che nel Paese si trovino almeno 30.000 cristiani “occulti” che, se scoperti, rischiano la vita. Cinque milioni sono i cristiani fatti bersaglio del fanatismo islamico in Sudan, dove il regime ha deciso la eliminazione “scientifica” degli abitanti del sud, colpevoli di “essere cristiani”; in Iraq c’è addirittura un genocidio strisciante….; per non parlare degli atti di ferocia e criminalità perpetrati sulla minoranza cristiana di Timor Est, oltretutto nel quasi totale silenzio dei mass media!

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a terribili “pogrom” anticristiani in Orissa (India) dove i cristiani sono odiati perché difendono i diritti dei fuori-casta, e in Pakistan, dove vengono accusati di profanare il Corano. In Brasile (come in genere nei paesi sudamericani) si allunga sempre più la lista di sacerdoti minacciati di morte perchè prendono le difese dei più poveri, preda di latifondisti e imprenditori di legname senza scrupoli. Mentre si calcola che in 15 anni la presenza dei cristiani nell’intero Medio Oriente potrebbe dimezzarsi.

E sono almeno 20 ogni anno i martiri missionari per i quali preghiamo nella giornata annuale loro dedicata.

 

Last Updated on Tuesday, 18 September 2018 12:37
 


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