Comm.Vang.14°B rom.8-7-18 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Thursday, 12 July 2018 05:37

 

8 luglio 2018 XIV° domenica B – Rito romano

“Da dove gli vengono queste cose?”

(Marco 6, 1-6a)

 

di Ileana Mortari

 

In tutti e tre i vangeli sinottici, Gesù, dopo un periodo trascorso a Cafarnao, si trasferisce nel suo paese d’origine, Nazareth, e – com’era suo solito - di sabato entra nella sinagoga per la preghiera e la liturgia della Parola. Esercitando un diritto di ogni ebreo adulto, egli apre la Scrittura, legge un testo e lo commenta; dal passo parallelo di Luca (4,16-30) conosciamo anche il contenuto di tale spiegazione: l’attuarsi nella sua persona della profezia di Isaia circa l’avvento del Regno di Dio.

 

Marco osserva: “Molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: <>>(v.2)

L’insegnamento di Gesù era del tutto nuovo, in quanto ben lontano dal moralismo della manualistica rabbinica e dalla dialettica tradizionale e volto piuttosto alla conversione dei cuori. Non solo, ma l’insieme della sua attività in parole ed opere rivendica un’autorità che va oltre i suoi dati anagrafici e l’ambiente di provenienza. Tutto questo, e in particolare gli insegnamenti nuovi e profondi del Maestro, suscitano grande stupore e meraviglia. Ma stupore e meraviglia portano la gente a riconoscere in Gesù il Messia, il Figlio di Dio, oppure no? Esaminiamo gli argomenti nelle due direzioni.

 

A – contro il riconoscimento di Gesù Messia. “Che sapienza è quella che gli è stata data?” Il primo motivo di dubbio circa l’autorità di Maestro e Messia di Gesù è il fatto che egli non risulta aver frequentato alcuna scuola rabbinica; e quindi non possiede nessun “diploma”, nessuna “patente autorizzata” per predicare, nessun titolo accademico.

 

In secondo luogo egli è un umile, semplice, ordinario “tektòn”, termine greco che significa falegname, artigiano, carpentiere, fabbro, manovale, insomma un lavoro chiaramente “manuale”, oggetto di disprezzo nell’antichità; come osserva il Siracide (38,33-4), tali lavoratori “non sono ricercati nel consiglio del popolo….non fanno brillare né l’istruzione né il diritto…..”

In terzo luogo c’era una tradizione giudaica secondo cui del Messia futuro non si sarebbe conosciuta la provenienza (cfr. Gv.7,27); e invece di Gesù si conoscevano bene l’origine e la parentela.

E poi, sempre secondo la suddetta tradizione, il Messia doveva manifestarsi in modo spettacolare; ci si aspettava che Dio si manifestasse attraverso un uomo dotato di poteri straordinari, la cui fanciullezza e gioventù fossero già motivo di meraviglia; e il Nazareno invece era una persona “comune”, ordinaria, semplice, modesta.

 

B - a favore del riconoscimento di Gesù Messia. Anche se il Galileo non ha frequentato la scuola superiore di Gerusalemme (cfr. Gv.7,15), viene chiamato con l’appellativo di “rabbi”, che al suo tempo non è ancora il titolo ufficiale dei diplomati o teologi che hanno frequentato corsi regolari, ma indica comunque qualcuno in grado di prendere la parola sulla Sacra Scrittura in modo competente e autorevole.

 

Inoltre, accanto al disprezzo del mestiere manuale, c’era anche molta considerazione dello stesso, che non era necessariamente incompatibile con la conoscenza della Torah e della tradizione farisaica, tanto che non si opponeva per sé al ruolo di rabbi colto e autorevole. I maestri della Torah apprezzavano molto il mestiere dell’artigiano, e i falegnami venivano considerati particolarmente dotti, tanto che nelle discussioni di questioni difficili si chiedeva spesso: “C’è qui un falegname che possa risolverci la questione?”

 

Nei nazaretani sono evidentemente prevalse le motivazioni della prima serie, suffragate dalle informazioni che erano giunte loro da Cafarnao: “è fuori di sé” (Mc.3,21) e operava con l’aiuto di Beelzebul (Mc.3,22). Il punto cruciale è proprio questo: Dio non può prendere il volto di un comune carpentiere, che noi conosciamo dalla fanciullezza, che abbiamo visto crescere, imparare un mestiere, venire alla sinagoga. Come può la sapienza, l’attributo più alto di Dio, dimorare in “costui”, che ben conosciamo? E come possono dei prodigi essere operati dalle stanche e callose mani di un lavoratore?

 

Ci troviamo di fronte allo scandalo dell’incarnazione: “E il Verbo si fece carne” (Gv.1,14). Nell’uomo Gesù, in tutto simile a noi,abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (cfr. Col.2,9).

Come noto, etimologicamente “scandalo” significa “pietra d’inciampo”: ebbene, l’umile umanità di Gesù è l’ostacolo che impedisce di credere nella sua divinità.

Per completare il quadro, aggiungiamo che, secondo il senso originario del racconto, gli abitanti di Nazareth, essendo compaesani di Gesù, pensavano di avere un particolare diritto ai suoi miracoli (cfr. Lc.4,23) e addirittura pretendevano di usufruirne a proprio piacimento (cfr. Mt.11,16-24; Gv.6,66)!

 

Quella che abbiamo fatto è la lettura del 1° livello del testo; ma sappiamo che ogni pagina evangelica risente di tre strati di composizione: la prima messa per iscritto subito dopo la morte di Gesù, la ripresa nell’ambito delle comunità cristiane delle origini, la redazione finale dell’evangelista.

 

Ora, il redattore finale Marco (65 d. Cr.) ha collocato l’episodio nella trama generale del suo vangelo, in modo che avesse un ulteriore significato rispetto alla sola reazione dei Nazaretani; esso diventa una sorta di “bilancio” di quella che è stata fino a quel momento la missione di Gesù, una missione che ha sicuramente raccolto attorno al figlio di Giuseppe folle considerevoli (cfr. Mc.3,8; 3,20; 4,1; 5,21.24), ma che a un certo punto ha conosciuto un certo distacco della gente, tanto che il Maestro, (a partire dal cap.8°) si dedica esclusivamente alla formazione dei suoi discepoli.

 

Inoltre l’autore, facendo leva sul proverbio del profeta disprezzato in patria (v.4), ha visto nel comportamento dei nazaretani il simbolo e l’anticipazione di quel rifiuto giudaico nei confronti del Maestro che sarebbe sfociato nella sua condanna a morte, di cui il martirio di Giovanni Battista (Mc.6,17-29) è un segno premonitore.

 

Ancora: Marco vuole mostrarci nell’episodio pure il rifiuto che il mondo giudaico successivo avrebbe opposto al vangelo. Le domande dei vv.2-3 dovettero costituire uno dei punti forti delle dispute tra la sinagoga e il cristianesimo nascente, l’una negatrice e l’altra assertrice della messianità di Gesù.

 

Come ben sappiamo, “la Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio……(Eb.4,12) in ogni epoca storica e la pericope odierna parla evidentemente anche al nostro tempo, quando – specie tra i giovani – si ripropone l’interrogativo: ma Gesù è solo un grande uomo, o è davvero il Figlio di Dio? Perché ancor oggi tanti non riescono a vedere nei tratti del Rabbi di Nazareth il volto di Dio, che rimane nascosto dietro il volto del falegname? E’ il drammatico misterioso enigma dell’incredulità che sempre si riaffaccia, perché in tutti i tempi ci sono quelli che hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non intendono (cfr. Mc.4,12)

 

Last Updated on Thursday, 12 July 2018 05:38
 


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