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Written by Ileana Mortari   
Thursday, 12 July 2018 05:34

 

1 luglio 2018 VI° domenica dopo Pentecoste B – Rito ambrosiano

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi”

(Matteo 11, 27-30)

di Ileana Mortari

Il v.27 della pericope evangelica odierna è uno dei più densi di contenuto dottrinale non solo del vangelo di Matteo, ma di tutto il Nuovo Testamento. In esso si afferma anzitutto la “donazione” di ogni potere e di ogni essere al Figlio da parte del Padre; poi si dichiara la reciproca esclusiva “conoscenza” dei due: da parte del Padre è elezione privilegiata; da parte del Figlio è comunione piena e adesione indefettibile, consonanza, accoglienza. Tale conoscenza, in senso biblico, significa una relazione personale, di profonda intimità reciproca tra i due.

Infine si sottolinea la necessaria “mediazione” del Figlio, perché ogni uomo possa raggiungere la conoscenza del Padre. E’ un fatto questo di importanza eccezionale, se pensiamo che proprio “l’inconoscibilità” di Dio (“Nessuno può vedere Dio e vivere” – cfr. Es.33,20) era un caposaldo della religione di Israele; effettivamente la conoscenza di Dio non può essere raggiunta dall’intelletto umano, perché solo Lui può abolire quella distanza invalicabile che intercorre tra Sé – infinito – e l’uomo finito. La straordinaria rivelazione di Gesù è che ora la conoscenza del Creatore è possibile, perché può essere ricevuta come dono di Dio ad un animo aperto ad accoglierlo; ed è possibile tramite il Figlio ed esclusivamente attraverso di Lui.

Vv. 28-30: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.”

Per capire il significato di questa pericope, occorre anzitutto ricordare che “il giogo” era una metafora consueta nel mondo giudaico per indicare la Legge, cioè l’insieme di norme, precetti, usi e tradizioni che il singolo e il popolo dovevano osservare per rimanere nell’alleanza conclusa con Dio al Sinai (cfr. Es.19-20). Accettare di “sottoporsi al giogo” significava accettare i precetti della legge biblica e “prendere il giogo” voleva dire mettersi alla scuola di un maestro per apprendere la legge.

Poiché, dopo la distruzione del Tempio e l’esilio (586-538 a. Cr.), l’unico elemento che poteva ridare un’identità nazionale al popolo giudaico era la Legge ebraica, questa aveva assunto un valore assoluto. Ci si preoccupava di osservarla alla perfezione e si temeva di trasgredirla in qualche punto. Essa doveva permeare tutta la vita dell’israelita, in ogni suo momento e in ogni sua espressione. A tale scopo gli scribi, a partire dal 5° sec. a. Cr., si diedero ad interpretare i primitivi testi legislativi (Decalogo, Codice dell’Alleanza, etc.) derivandone una quantità enorme di prescrizioni, così da normare meticolosamente festività, destinazione delle primizie, decime, il puro e l’impuro, etc.

Si arrivò a ben 613 precetti (365 prescrizioni + 248 proibizioni), cifra che è la somma dei giorni dell’anno (365) e di quello che si riteneva essere il numero delle membra del corpo umano, 248. Questo significa tuttora per l’ebreo che non deve passare giorno dell’anno senza che si compiano i precetti, e che ogni parte dell’uomo deve essere coinvolta in questa osservanza.

La vita del pio israelita, infatti, deve essere continuamente scandita dal compimento dei precetti, perché a tale osservanza è legata la presenza di Dio nel mondo. Compiere i precetti, che sono l’esplicitazione della Torah nei singoli casi, è il modo di rendere presente Dio nel quotidiano della vita. Da quando il Tempio (dimora di Dio) non esiste più, lo “spazio” del Signore nel mondo è la creatura umana che, attuando i precetti, dà concretezza e visibilità alla sua Parola.

Ognun vede l’altissima funzione e dignità attribuita all’osservanza dei comandamenti; ma altrettanto palese è il cumulo di difficoltà che essa comporta nel quotidiano.

Ora, al tempo di Gesù la situazione era questa: da un lato le autorità religiose imponevano l’osservanza della legge, caricando sulle spalle del popolo pesi enormi, addirittura insopportabili (cfr. Mt.23,2 ss.; At.15,10); dall’altro le medesime autorità (scribi e farisei) trovavano sempre giustificazioni per evitare di fare esse stesse quanto comandavano! Di qui l’aspra requisitoria di Gesù in Mt.23 e passi paralleli. Egli critica il rigido legalismo, che dimentica l’autentico spirito della legge, e accusa apertamente scribi e farisei di ipocrisia, osservanza solo esteriore della legge, superbia nell’accampare diritti di fronte a Dio e nel sentirsi superiori agli altri uomini..

L’espressione “stanchi e oppressi” con cui Gesù si rivolge ai suoi ascoltatori indica, nel linguaggio semitico, proprio quell’oppressione dell’infinita precettistica che gravava sulla gente. Ebbene, ora il Maestro offre ai giudei qualcosa di assolutamente nuovo e diverso: il ristoro, cioè un’insperata liberazione, una serenità, una gioia, una tranquillità che essi, nella situazione quotidiana sopra descritta, non avevano mai conosciuto.

E da che cosa deriva questo “ristoro”? Dal fatto che Gesù propone un altro “giogo” (permane la metafora già spiegata), il suo: esso consiste nella nuova Legge che Gesù fa conoscere attraverso parole e gesti, “nuova” non nel senso che cancelli l’antica, ma nel senso che ne recupera il cuore, l’essenziale, il quale si era perduto, soffocato com’era dalla “selva” di centinaia e centinaia di prescrizioni e proibizioni.

Ora Gesù, essendo il Figlio per eccellenza (come abbiamo visto al v.27), conosce il Padre e sa quello che Dio voleva quando consegnò la Legge a Mosè per stringere l’alleanza, quali erano le Sue intenzioni profonde. Di fronte alle degenerazioni e ai travisamenti che abbiamo ricordato, Egli reagisce adeguatamente, ricordando a scribi, farisei (e noi) quelle che sono davvero le prescrizioni più importanti della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà (Mt.23,23) e soprattutto quello che è il centro, il cuore della Torah: amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi (cfr. Mt.22,36-40).

Il giogo di Gesù è un giogo di amore, e l’amore rende tutto più facile. Dice sant’Agostino: “Dove c’è l’amore, non c’è la fatica; e se c’è la fatica, essa è amata”, e così diventa leggera. Gesù spiega perché il suo giogo è dolce e il suo carico leggero: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Gesù non è un padrone duro e orgoglioso, che dà ordini e punisce i trasgressori; ma, al contrario, è un Signore pieno di comprensione, di compassione e di mitezza, un Signore molto umile, che si mette al nostro livello, che accoglie tutti, li aiuta e li trasforma con il suo amore.

È bello avere un Maestro così, un Maestro che - come lo presenta un'antica icona proveniente da un monastero copto dell'Egitto e conservata al Louvre - mette il suo braccio sulla spalla del discepolo. Non c'è forse immagine più bella del suo «giogo»: il braccio rassicurante che trasmette calore e incoraggiamento, che infonde speranza e dona pace.

 

Last Updated on Thursday, 12 July 2018 05:36
 


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