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Written by Ileana Mortari   
Thursday, 12 July 2018 05:32

 

1 luglio 2018 XIII° domenica B – Rito romano

La fede che salva

(Marco 5, 21-43)

 

di Ileana Mortari

 

Nella pericope evangelica in questione due episodi di miracoli si incastrano l’uno nell’altro; non è raro nel vangelo di Marco, che mostra talvolta la tendenza a fondere due racconti, facendo di uno la cornice dell’altro: così egli suggerisce al lettore che essi si interpretano vicendevolmente.

 

Tenendo presente questa indicazione, esaminiamo i due episodi di guarigione. Gesù, attorniato dalla folla, vede venire verso di sé Giairo, uno dei capi della sinagoga, il quale ha la figlia dodicenne gravemente ammalata; avendo saputo delle guarigioni di Gesù, egli, incurante del suo rango e del suo ruolo autorevole, si getta ai piedi del Nazareno e lo supplica insistentemente di andare a imporre le mani alla sua figlioletta, perché sia salvata e viva. Gesù, accolta la richiesta, si dirige con lui verso la sua casa.

 

Ma ecco che, nella ressa della folla che stringe da ogni parte, avanza una donna, affetta da 12 anni di eccessive perdite emorragiche; la poveretta aveva speso tutti i suoi averi dai medici senza nulla ottenere, anzi peggiorando. Avendo sentito parlare di Gesù, è convinta che anche solo il contatto con la veste del Signore possa guarirla e, standogli alle spalle, tocca il suo mantello: la sua è una fede piccola, iniziale, confusa; è sostanzialmente una credenza nelle capacità guaritrici di Gesù.

Effettivamente, al suo gesto, subito le si fermò il flusso di sangue. Il Maestro, resosi conto di quanto era accaduto, chiede chi gli ha toccato il mantello; domanda assurda, vista la folla che lo preme da ogni parte. La donna, cui era avvenuto il miracolo, sa di aver compiuto un gesto molto grave secondo la Legge: essendo malata di emorragia, ella si trovava in uno stato di impurità (cfr. Lev.15,19.25-26), dunque doveva vivere da segregata, astenendosi da qualsiasi contatto, che avrebbe trasmesso l’impurità ad altri. Sempre secondo la Legge, a causa del contatto col mantello, Gesù avrebbe dunque contratto l’impurità che gravava su quella donna! Ecco perché l’infelice esita di fronte al richiamo del Nazareno: ha paura di essere chiamata in giudizio, colta in fragrante, smascherata davanti a tutti e magari punita! Eppure non può celarsi di fronte a quell’uomo autorevole, tanto diverso dagli altri e così trova il coraggio di farsi avanti e di dire a Gesù tutta la verità.

Ma – sorpresa – non accade niente di quel che prevedeva! Il Signore non la rimprovera (come ella teme), cioè non conferma le barriere innalzate dalle prescrizioni religiose giudaiche. Al contrario le rivolge parole di profonda umanità: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va in pace e sii guarita dal tuo male” (v.34).

Come in tante altre occasioni, Gesù si mostra superiore alla Legge e alle consuetudini religiose del tempo e valorizza al massimo la fede sia pure piccola, semplice e ingenua della donna, che vedeva nel Maestro soprattutto un “guaritore”. Egli, infatti, vuol farle capire due cose: la fede in Lui non l’ha solo “guarita”, ma l’ha “salvata”; cioè l’ha liberata dall’ostracismo in cui viveva da 12 anni, dalla paura di mostrarsi a Gesù e alla folla come la causa delle rimostranze del Nazareno e soprattutto dalla sofferenza e dall’inquietudine del vivere: “Va’ in pace”.

In secondo luogo il Messia, prospettando tutto questo, le fa capire che Lui non è tanto un “guaritore” (ce n’erano molti all’epoca), ma Colui che SALVA dal non senso della vita; Gesù desidera che la fede iniziale della donna faccia un passo avanti: scopra che il Regno di Dio si è fatto vicino nella Sua persona. E così, nell’incontro con Lui, ella passa dalla paura alla fiducia, dalla mentalità magica che cerca la guarigione alla fede che salva.

Mentre accade tutto questo, giunge qualcuno dalla casa di Giairo a comunicargli che purtroppo la sua figliola è morta e che quindi non è il caso di disturbare ulteriormente il Maestro. Ma Gesù dice all’archisinagogo: “Non temere, soltanto abbi fede!” e prosegue verso la casa solamente con il padre e tre dei suoi discepoli. Presso la dimora di Giairo si era radunata molta gente in pianto e strepitante, cui Gesù chiede di smetterla, visto che “la bambina non è morta, ma dorme”. “E – nota Marco – lo deridevano”. (vv.39-40)

Ma Egli, alla sola presenza dei genitori e dei suoi tre discepoli, “prese la mano della bambina e le disse….Alzati! E subito la fanciulla si alzò……Essi furono presi da grande stupore.(vv.41-2)

Si è detto all’inizio che l’incastro dei due episodi ha lo scopo di suggerire un’interpretazione vicendevolmente rafforzata. A me sembra che il messaggio che ne risulta sia questo: un itinerario da una fede iniziale, “primitiva”, alla fede piena, che è quella nella vita eterna, e cioè nella salvezza totale.

Sia Giairo che l’emorroissa sono inizialmente mossi da una disperazione che passa davanti a tutto:

il primo, autorevole funzionario del giudaismo, è assolutamente incurante dell’inimicizia e delle accuse mosse a Gesù dalle autorità del Tempio (cfr. i primi capitoli del 2° vangelo); la seconda, spinta appunto dalla disperazione, escogita un sistema ingegnoso per arrivare a Gesù nonostante la folla.

Gesù guarisce la donna e le fa compiere quel passo avanti che abbiamo detto: oltre alla guarigione fisica, Lui le ha donato la salvezza.

Ma che cos’è la SALVEZZA? In prima approssimazione possiamo dire che è il dono che Dio fa all’uomo, attraverso Cristo e i Sacramenti, di essere Suo figlio, di partecipare alla Sua vita divina, di ricevere il perdono dei peccati, di dare un senso all’esistenza, di essere libero da tante schiavitù (vizi, piaceri smodati, odio, male, peccato, angoscia, passioni negative, dolore, morte…). La salvezza ci viene donata dalla morte e resurrezione di Gesù.

A Giairo, che ha già mostrato di aver fatto un passo coraggioso, Gesù – di fronte alla morte della figlia – chiede di continuare ad aver fede. Egli è posto infatti dinanzi al nemico inesorabile dell’uomo, di fronte al quale nessuno può trovare scampo: la morte. E’ il nemico per l’uomo, ma non per l’Uomo-Dio Gesù, che interpreta correttamente la situazione della ragazzetta: non è morta, dorme; cioè: la vita non è cessata in lei; si è solo assopita per un po’. Certo: questa è la cosa più difficile da credere, e infatti qui siamo al culmine dell’itinerario di fede proposto da Marco. A proposito della “bambina che dorme”, “lo deridevano”, abbiamo letto. Ricordiamo che anche Marta, fedele seguace di Gesù , quando quest’ultimo dice di togliere la pietra tombale di Lazzaro, obietta che la salma manda già cattivo odore… (cfr.Giov.11), Pure S.Paolo, ad Atene, quando parla di resurrezione dei morti, si vede deriso (cfr. Atti 17,32). E tuttora questa obiezione, che contro la morte non ci sia proprio niente da fare, è la più frequente opposta da non credenti o agnostici all’annunzio della resurrezione del Signore. E non deve stupire che anche tra i credenti serpeggi talora un certo scetticismo al riguardo!

Eppure i vangeli mostrano inderogabilmente che Gesù è il Figlio di Dio ed è padrone della vita. In essi troviamo tre miracoli di resurrezione, che preannunciano e preludono alla resurrezione stessa di Gesù; quello qui descritto, come gli altri, suscita grande stupore. E dunque, nella concatenazione dei due episodi marciani, anche la realtà della salvezza, oltre a quella della fede, raggiunge il suo culmine. Perché, senza una continuazione di vita nell’aldilà, senza un “per sempre”, nulla avrebbe senso e nulla potrebbe “essere salvato”.

 

Last Updated on Thursday, 12 July 2018 05:34
 


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