Comm.Vang.Trinità.B ambr.27-5-18 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 30 May 2018 19:27

 

27 maggio 2018 SS. Trinità – Rito ambrosiano - anno B

“Anche voi mi date testimonianza”

 

(Giovanni 15, 24-27)

 

di Ileana Mortari

 

 

Oggi, festa della SS. Trinità, la terza lettura è costituita da una breve pericope di Giovanni, che ci presenta il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nei rispettivi ruoli: il Padre è all’origine di tutto, il Figlio compie le opere del Padre, che da molti non vengono riconosciute, lo Spirito Santo Paraclito, che procede dal Padre, testimonia a favore del Figlio e rende possibile anche la testimonianza dei discepoli.

 

Potremmo intitolare questo brano “La Trinità e il mondo”, visto che è incentrato su questi due motivi: il rifiuto da parte del “mondo” e la testimonianza della verità, nonostante tutto.

 

E’ noto il particolare senso che l’evangelista Giovanni attribuisce al termine “mondo.

Qui in particolare il riferimento storico è alla situazione creatasi in Israele e nella diaspora dopo il 70 d. Cr., quando prevale la denominazione di “giudei” anziché “ebrei” e Giovanni la utilizza come categoria teologica identificandovi tutti coloro che si sono opposti e si oppongono al Cristo, “sordi” di fronte alle sue parole (cfr. Giov.15,22), “ciechi” di fronte alle sue opere (cfr. il v.24): il “mondo” appunto.

 

Dobbiamo ricordare che la distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera di Tito nel 70 d. Cr. rappresentò per gli ebrei- giudei una sciagura non solo materiale, ma soprattutto spirituale: veniva meno il luogo in cui si svolgeva la preghiera rituale, si offrivano i sacrifici, si riceveva il perdono dei peccati. Bisognava ripensare la religione della Legge e del Tempio ormai senza più il luogo sacro con le sue feste e la sua funzione di simbolo dell’unità della fede.

 

Venuta meno anche la figura del sommo sacerdote, fino allora capo religioso del popolo, Rabbi Jochanan ben Zakkai, con notevole coraggio, si preoccupò di rivitalizzare la fede ebraica e anche di creare a Jamnia (presso Giaffa, a sud dell’attuale Tel Aviv) un centro ufficiale che prendesse il posto del Sinedrio e garantisse ai credenti una guida sicura. Il giudaismo serrava le fila e, come sempre accade di fronte al pericolo di estinzione, si irrigidì sempre più nell’ortodossia, diventando intollerante verso quei giudeo-cristiani che avevano riconosciuto in Gesù il Messia ed erano divisi tra la nuova fede e un naturale desiderio di mantenere i rapporti con la preghiera giudaica (anche di Pietro e degli apostoli si dice in Atti che salivano al Tempio per la preghiera).

 

Una volta venuti meno il Tempio e i sacrifici, la devozione alla Legge era ormai il fattore principale che teneva insieme il giudaismo; ora, sia l’atteggiamento di Paolo verso la Legge che soprattutto la libertà di comportamento di Gesù nei suoi confronti erano ben noti; e quindi, nella pericolosa situazione cui il giudaismo si trovava esposto dopo il 70, i giudei che credevano in Gesù erano considerati come un possibile fattore di sovvertimento per quanto riguardava la questione sommamente importante della Legge.

Così, lungo tutti gli anni 80 ci fu un tentativo organizzato di spingere gli ebrei cristiani fuori dalla sinagoghe. Il culmine si raggiunse nell’85, quando l’autoritario Gamaliele II, nuovo presidente del Gran Consiglio (successivo al sinedrio) convinse l’assemblea di Jamnia a inserire nelle Semoneh Esreh (= 18 benedizioni) una maledizione contro i Nazareni e i Minim (=eretici) che suonava così:

 

“Siano distrutti i Nazareni (=cristiani) e i Minim (=eretici) in un istante e siano cancellati dal libro della vita e non siano scritti insieme con i giusti.”

 

Gamaliele diramò il testo a tutte le sinagoghe sparse nell’Impero romano. Si consumò così la rottura definitiva e ufficiale del giudaismo col cristianesimo.

 

La maledizione inserita nelle 18 preghiere aveva lo scopo di scoprire i cristiani, i quali ovviamente non l’avrebbero pronunciata contro se stessi! Tra l’85 e il 90 d. Cr. si applicò a cristiani ed eretici la forma più pesante di espulsione: l’”herem”, una solenne maledizione e scomunica che escludeva per sempre dalla sinagoga e da Israele, con l’accusa di eresia e tradimento di Mosè e del monoteismo ebraico, e anche con pesanti discriminazioni sul piano giuridico e sociale; tutto questo accadeva a chi riconosceva Gesù come il Messia e il Figlio di Dio.

 

Ora, è proprio a questi giudeo-cristiani che si rivolge il brano odierno di Giovanni. Dopo aver sottolineato che, di fronte alle parole e alle opere di Gesù “che nessun altro ha mai compiuto” (v.24) non ci sono scusanti possibili, Giovanni desidera in certo qual modo venire in soccorso proprio di quei giudeo-cristiani, che, nella difficoltà della persecuzione, erano tentati di abbandonare la fede in Gesù e di ritornare al giudaismo o almeno di “imboscarsi”.

 

Osserva opportunamente Don Giuseppe Segalla: “A costoro Giovanni presenta il modello del coraggioso cieco nato del cap.9, che accetta di essere cacciato dalla sinagoga (cfr. Giov.9,22.34)…..Lo stesso si può dire di Giuseppe di Arimatea, che va coraggiosamente a chiedere a Pilato il corpo di Gesù (19,38), e di Nicodemo, che difende Gesù davanti al sinedrio (7,50-51) e porta gli unguenti per imbalsamare il corpo di Gesù (19,39)……Il vangelo così dava coraggio ai discepoli ed offriva loro anche le argomentazioni per rispondere ai loro correligionari, che li accusavano di tradire Mosè e la loro religione. Essi erano invece coloro che ascoltavano veramente Mosè, perché Mosè aveva parlato di Gesù (5,45-46) e così la Scrittura (5,39). I veri figli di Abramo e di Dio sono i credenti in Gesù.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Last Updated on Wednesday, 30 May 2018 19:29
 


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