Comm.Vang.5°Pasqua ambr.B 29-4-18 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 25 April 2018 20:49

 

29 aprile 2018 V° domenica di Pasqua B – Rito ambrosiano

“Io sono glorificato in loro”

 

(Giovanni 17, 1b -11)

 

di Ileana Mortari

 

Con il brano odierno inizia la 3° parte del cosiddetto “Discorso di addio” di Gesù (cfr. il mio commento di Giov.14,1-11 a, vangelo della III° domenica di Pasqua nel rito ambrosiano); questa pericope, insieme ai successivi versetti fino al 26, a partire dal teologo protestante David Citreo del 16° secolo, viene denominata “preghiera sacerdotale”.

 

E’ certamente uno dei testi più importanti del Nuovo Testamento, in cui troviamo addirittura una sorta di sintesi della teologia giovannea; è un testo che segna il vertice del compimento dell’opera di Gesù: l’”ora” che conclude la sua missione sulla terra, l’”ora della glorificazione”.

 

“Gloria” è un termine assai ricorrente nel quarto vangelo e, come sempre, ha degli antecedenti nel Primo Testamento. Il termine greco “doxa traduce l’ebraico “kabod” e ne conserva le accezioni: ricchezza, splendore. Nel Primo Testamento la gloria che manifestava la presenza di Dio rivestiva forme visibili: la nube nel deserto (cfr. Es.16,7.10) o sul Sinai (Es.24,15), il fuoco sul monte (Es.24,17), la colonna di nube o di fuoco che accompagnava il popolo durante il cammino verso la Terra promessa (Es.40,38).

 

La gloria di Jahvè, che già nell’A.T. si era manifestata agli uomini, si è poi rivelata perfettamente in Gesù: Egli è colmo della gloria di Dio (Giov.1,14), è lo splendore della sua gloria, l’immagine della sua sostanza (Ebrei 1,3).

 

La gloria di Dio si manifesta in tutta la vita e il ministero del Nazareno; è presente nella carne (“sarx)

del Verbo diventato uomo, rivela e salva attraverso i miracoli e segni di Gesù (cfr. Giov.2,11); ma, secondo il quarto evangelista, essa risplende soprattutto nella passione e resurrezione: è questa l’”ora” di Gesù, la più grande delle teofanie.

 

L’uomo vorrebbe sempre una presenza di Dio visibilmente gloriosa, una trasparenza attraverso la quale si possa contemplare direttamente il divino. Invece il Verbo fatto carne e innalzato sulla croce ci obbliga ad una conversione teologica: Dio è presente là dove meno ce lo aspetteremmo, nella semplice e umile esistenza terrena di Gesù, addirittura in maniera privilegiata nella sua passione-morte!

Ma, a pensarci bene, questo non è affatto illogico. “Dio è amore” (1° Giov.4,8) ed è proprio nell’incarnazione e passione-morte di Gesù che l’amore di Dio Padre e del Figlio obbediente appaiono in tutta la loro profondità e ostinazione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Giov.3,16); “Gesù, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Giov.13,1b).

 

La croce, trasfigurata dall’amore divino (Giov.13,1), diventa il segno della “elevazione” del Figlio dell’uomo (Giov.12,32). L’acqua e il sangue che sgorgano dal suo fianco significano la fecondità

della sua morte, sorgente di vita: questa è la sua gloria (Giov.7,37-39; 19,34-37). Ecco perché “la croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo, è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione” (S. Andrea di Creta).

 

E ora Gesù chiede specificamente: “Padre, …..glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te”. Scopo di Gesù è dunque la gloria del Padre, che però non può essere separata dalla sua stessa gloria, dal momento che il Padre non può essere glorificato se il Figlio non lo è.

 

Abbiamo visto però che la glorificazione del Cristo si attua nella passione, in cui il Padre agisce dando al Figlio la vittoria, non una vittoria umana, ma divina e certamente paradossale per la nostra razionalità, una vittoria ottenuta attraverso le sofferenze e la morte; sì, perché Gesù non va alla morte in quanto tale; va, attraverso la morte, al Padre; ascende, mediante la croce, alla gloria. La morte è via alla resurrezione (Giov.10,17) e quella gloria che è rifulsa balenando nei segni che ha compiuto durante il suo ministero (cfr. Giov.2,11; 11,4.40) ora sta per ri-assumerlo in sé: la redenzione si compie in questo movimento del Cristo dal mondo al Padre, che è ritorno alla gloria “prima che il mondo fosse” (v.5).

 

Quando è glorificato, Gesù riceve il potere su ogni essere umano e comunica la vita eterna (cfr. il v.2): una vita di unione con Dio Padre e il Figlio, nello Spirito. Questa è la gloria che il Padre comunica al Figlio e che si diffonde su tutta la terra. Tale gloria è – come visto - l’amore divino, gloria-presenza di Dio, Spirito datore di vita.

 

Dal paradosso di cui sopra deriva però qualcosa di consolante. Ogni volta che una circostanza dolorosa spezza qualcosa nella nostra umanità, noi entriamo più a fondo, con Cristo, nell’eternità del Padre, siamo irradiati dal fulgore della sua gloria che Egli ha dato al Figlio resuscitandolo. Infatti “il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamato alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi” (1° Pietro 5,10); anzi S.Pietro arriva a dire: ”….beati voi, perché lo spirito della gloria riposa su di voi” (1° Pietro 1,21).

 

Ogni volta che il distacco, la lontananza, la morte, ci richiamano a quell’indefinito e insuperabile senso di esilio che sta annidato in fondo al nostro essere, noi ci apriamo al riverbero di quella gloria in cui Cristo è entrato, e in cui ci assume gradualmente fino al momento in cui, nel venir meno dell’ultimo velo (cfr. Col.3,4), saremo immersi in essa e nello splendore della sua luce.

 

“Fa’, o Signore, che in noi la nostalgia del tuo regno e le nostre speranze del tuo splendore non siano dolori infecondi, né come nubi senza pioggia. Ma, come rugiada che disseta, esaudite, bagnino le nostre labbra e, come la tua manna celeste, ci sazino per sempre” (Soeren A. Kierkegaard)

 

Last Updated on Wednesday, 25 April 2018 20:52
 


Powered by Joomla!. Designed by: business hosting virtual private server Valid XHTML and CSS.