Comm.Vang.4°Pasqua B rom.22-4-18 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 18 April 2018 14:18

 

22 aprile 2018 IV° domenica di Pasqua B – Rito romano

Giov.10,11-18: vang.4° dom.Pasqua A – Rito ambr.

“Per questo il Padre mi ama, perché io offro la mia vita”

(Giovanni 10, 11-18)

 

di Ileana Mortari

 

La quarta domenica di Pasqua viene detta “del buon pastore”, perché nel ciclo liturgico triennale si legge ogni anno una pericope del cap.10 di Giovanni, tutto imperniato su tale tema, e ambientato durante la festa della Dedicazione del Tempio.

 

Il brano odierno inizia con l’affermazione di Gesù: “Io sono il buon pastore”, una delle grandi autorivelazioni cristologiche (come “Io sono il pane di vita, “Io sono la luce del mondo”, “Io sono la vera vite”, “Io sono la via, la verità e la vita”), che Gesù pronuncia in occasione delle solenni feste giudaiche e che scandiscono il percorso del quarto vangelo. Per capire il senso di questa espressione, occorre dire che la traduzione letterale di essa è il “bel” (greco kalòs) pastore, cioè il pastore ideale: colui che realizza in pieno la missione ideale del pastore. Dunque si tratta del “vero”, “perfetto” pastore. Ora, che cosa significa che Gesù è questo “pastore ideale”?

 

Per rispondere, dobbiamo rifarci a quei passi dell’Antico Testamento che, come per ogni affermazione su Gesù, preannunciano una realtà che solo in Lui troverà il suo compimento. In Ezechiele 34 (un testo che si leggeva appunto durante la Festa della Dedicazione) troviamo un’aspra requisitoria contro i “pastori”, cioè le guide religiose, di Israele che “pascono se stessi....e non il gregge”; e dunque – dice il Signore – “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura……Susciterò per loro un pastore che le pascerà”.

 

Ecco che in Gesù trova realizzazione tale profezia, perché in questo brano Gesù si definisce appunto come l’autentico pastore, contrapposto al mercenario (cioè il pastore salariato abbastanza frequente in Palestina), cui non importa nulla delle pecore: fuor di metafora, Gesù si contrappone ai capi religiosi ebrei che non hanno a cuore il popolo di Dio.

 

L’autorivelazione si arricchisce poi di altri due elementi che non erano presenti nelle antiche profezie, segno questo che solo in Gesù c’è stata la pienezza e la totalità della Rivelazione: la conoscenza delle pecore e l’offerta della vita per esse.

Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (vv.14-15). Il verbo “conoscere” nella Bibbia ha un significato più ampio del “conoscere” di tipo razionale e intellettuale, come lo si intende comunemente; dice intimità, confidenza reciproca, comunione, totale apertura e trasparenza. E qui si va anche ben oltre il paragone del pastore, perché il fondamento e il modello di tale “conoscere” è “come il Padre conosce me e io conosco il Padre”: è il livello più profondo di conoscenza e comprensione, quello che ogni uomo e ogni donna vorrebbe avere e che non si trova neppure nei più intensi affetti familiari. Gesù garantisce a ognuno questa profonda conoscenza e comprensione.

 

Ma non solo Gesù “conosce” a fondo le pecore; Egli afferma: “Io offro la vita per le pecore” (v.15b), e poi “Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio” (v.18)

 

Prima di questo episodio, Giovanni ha già notato più volte il rischio mortale che Gesù corre nella sua missione terrena: “Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto

violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Giov.5,18); “Dopo questi fatti Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più girare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo” (Giov.7,1); “So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi, perché la mia parola non trova posto in voi” (Giov.8,37).

 

Gesù non si è sottratto a tale rischio; ha compiuto fino in fondo la sua missione, comunicando quella Parola che era vita per gli uomini. E rivendica una grande libertà nei confronti di chi vuole usargli violenza: “Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Giov.8,59); “Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani” (Giov.10,39): questo perché doveva completare il suo insegnamento e non era ancora giunta la sua “ora”.

 

Ma nel giardino del Getsemani Egli non si sottrarrà all’arresto, decidendo liberamente di consegnarsi alle guardie che, dopo averlo afferrato, lo legheranno e lo condurranno al tribunale giudaico. Soprattutto in Giovanni, la morte di Gesù non è vista come un cieco destino, o una sopraffazione degli uomini, o una vittoria dei nemici su di lui, ma come una scelta libera e spontanea del Nazareno.

 

Questo dunque significano le parole “offro da me stesso la mia vita”, seguite però dalla frase “ho il potere di riprenderla di nuovo”: il perdere la vita da parte di Gesù non significa perderla per sempre, perché egli stesso “è” la VITA, per antonomasia (cfr. Giov.14,6); e qui si vede la realizzazione di un’altra profezia dell’Antico Testamento: “Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore” (Isaia 53,10 – 4° canto del Servo di Jahvè).

 

Dunque la volontà del Signore è che il Verbo incarnato passi attraverso la morte per amore degli uomini e sia glorificato con la resurrezione. Gesù conosce bene la volontà del Padre e la compie: “Questo comando ho ricevuto dal Padre mio” (v.18).

 

Viene spontaneo chiedersi: ma non c’è contraddizione tra le due affermazioni: “Io ho il potere di offrire la vita e riprenderla di nuovo” e “Questo comando ho ricevuto dal Padre”, che richiama altre espressioni giovannee, come: “Il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare” (Giov. 12,49)?

 

Dal punto di vista umano, se uno obbedisce ad un comando, non agisce in spontaneità e libertà: esegue quello che un altro gli ha ordinato. Ma il discorso di Gesù non si riferisce ad una realtà umana, bensì alla realtà divina della Trinità, cioè di un Dio che è Padre, è Figlio ed è Spirito Santo, in una reciproca comunione di amore.

 

E proprio il reciproco incontro, la vicendevole determinazione, lo scambio e il vincolo dell’amore tra il Figlio e il Padre, sono il segreto della straordinaria libertà di Gesù: nella sua obbedienza, Egli si svuota interamente di sé, per farsi riempire soltanto da Dio. Il “comando” del Padre è in realtà una disposizione liberamente condivisa e accettata per amore. Così l’obbedienza del Nazareno e la sua disponibilità sono il modo d’essere che Dio assume concretamente nella storia: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giov.14,9)

 

Alla vigilia della Passione, Gesù ribadisce ancora: “Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo (Satana); egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Giov.15, 30-31).

 

Last Updated on Wednesday, 18 April 2018 14:20
 


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