Comm.Vang.5°Quar.B ambr.18-3-18 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Thursday, 15 March 2018 10:18

 

18 marzo 2018 V° domenica di Quaresima – ciclo unico – Rito ambrosiano

Giov.11,1-45: vang. V° domenica Quares. A – Rito romano

“Chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”

(Giovanni 11,1-53)

di Ileana Mortari

Un tratto caratteristico del 4° vangelo è la coesistenza di realismo e simbolismo. E’ solo Giovanni, tra gli autori del Nuovo Testamento, a darci ragguagli esatti circa la durata del ministero pubblico di Gesù (tre anni) o l’ora in cui avvenne la vocazione dei primi due discepoli (vedi Giov.1,39) e nello stesso tempo è nel suo scritto che troviamo la più alta valenza simbolica dei vangeli.

Tutto questo è molto evidente nel brano della resurrezione di Lazzaro, proprio di Giovanni.

Varie fonti attestano la storicità dell’episodio, che il redattore ha collocato in questo preciso punto della storia di Gesù, sottolineandone due dirette e immediate conseguenze: a causa di questo miracolo molti giudei credono in Lui e quindi i sommi sacerdoti e i farisei, riuniti nel sinedrio, condividono la valutazione di Caifa e la preoccupazione che l’esaltazione popolare per il Nazareno potesse provocare un intervento militare dei Romani e così “da quel giorno decisero di uccidere Gesù” (Giov.11,45-53).

Quanto alla valenza simbolica, essa emerge con molta chiarezza dall’intreccio di parole e azioni che caratterizzano l’episodio, l’ultimo dei miracoli narrati da Giovanni, e dunque l’ultimo dei “segni” che nel 4° vangelo hanno precisamente la funzione di rivelare la potenza messianica del rabbi di Galilea, prima del più grande “segno”, quello della Sua resurrezione.

Gesù dichiara esplicitamente di essere la resurrezione e la vita (v.25) e questo trova una immediata e strepitosa conferma ed esemplificazione nel suo gesto miracoloso per cui l’amico e ospite Lazzaro di Betania torna a vivere.

Ora, qual è il significato e l’annuncio contenuto in questa straordinaria pagina evangelica per il lettore di ogni tempo?

Anzitutto siamo posti dinanzi al fatto, tremendo e istintivamente inaccettabile per ogni uomo, della morte, e Giovanni ne sottolinea fortemente la bruta realtà. Al v.17 ricorda che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro; secondo gli ebrei l’anima vaga per tre giorni intorno al cadavere, dopo di che lo abbandona alla corruzione e il soffio vitale viene richiamato da Dio che lo aveva donato alla sua creatura. Attraverso questo particolare dunque l’evangelista ci dice che Gesù interviene solo quando la morte di Lazzaro è “scientificamente” certa e che non è sua intenzione alterare il ciclo normale della vita fisica, liberando l’uomo dalla morte biologica.

Anzi, di fronte a questa ineluttabile necessità lo stesso Maestro ha una reazione molto “umana”: si commuove profondamente, si turba e scoppia in pianto, tanto che proprio in questo i presenti colgono la profondità del suo affetto per l’amico: “Vedi come lo amava!” Questo pianto dirotto rivela anche un moto di ribellione contro la morte, un sentimento umano di cui Gesù stesso non si è vergognato.

La prima reazione del Cristo è dunque quella di una intensa partecipazione al dolore delle sorelle di Lazzaro. Ma nello stesso tempo, proprio dall’abisso della sofferenza, Egli sa far scaturire un

barlume di consolazione. Significativamente Giovanni non usa lo stesso verbo per designare il pianto di Maria e quello del Maestro: il primo (in greco “klàio”) indica il piangere singhiozzando rumorosamente, il secondo (“dakrùo”) dice spargimento di lacrime, ma silenzioso. Come dire: Gesù solidarizza con il dolore, non con la disperazione.

Perchè? Se con la sua partecipazione emotiva Egli testimonia che la paura della morte e la ribellione ad essa sono situazioni umane di per sé insuperabili, nello stesso tempo, con la compassione e l’amicizia che, come per gli ospiti di Betania, egli ha verso tutti gli uomini, ci prende là dove siamo e ci porta come in una terra nuova.

Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (v.40), dice Gesù a Marta e a ciascuno di noi. La gloria è la vita di Dio al massimo grado e questa è una vita che non può più morire; non tanto dunque quella che è stata ridata a Lazzaro, il quale poi sarebbe comunque dovuto morire, ma quella di cui la resuscitazione di Lazzaro è segno, e cioè quella condizione nuova, di totale e perfetta comunione con Dio e con i fratelli, di cui la vita di Gesù dopo la Sua resurrezione, quella sì!, è stata la “primizia”, ed è la garanzia per ogni uomo.

Nel precedente dialogo con Marta il Nazareno aveva affermato: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (v.25-26). Egli rivela se stesso come fonte di vita, come la resurrezione stessa personificata, chiedendo però subito dopo a Marta se credeva in ciò.

Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (v.27): la risposta di Marta è notevole ed esemplare per ogni credente. Ella afferma solennemente di credere non in qualcosa, ma in Qualcuno. Non sa come Lui manterrà quello che ha promesso, ma si affida interamente alla sua Parola di vita.

 

Last Updated on Thursday, 15 March 2018 10:20
 


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