Comm.Vang.2°Avv.ambr.B 19-11-17 PDF Print E-mail
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 15 November 2017 09:01

 

19 novembre 2017 II° domenica di Avvento B – Rito ambrosiano

Giovanni il Battista predicava nel deserto

(Matteo 3, 1-12)

di Ileana Mortari

 

 

Il vangelo odierno ci presenta l’austera figura di Giovanni Battista, cugino di Gesù e suo Precursore. Egli vive nell’aspro deserto della Giudea, la regione sassosa e brulla che, ad est dell’altipiano omonimo, scende verso la vallata del Giordano e il Mar Morto. Si nutre di cavallette arrostite e miele selvatico, una sorta di resina che si trovava nella corteccia degli alberi, “selvatico”, cioè non toccato da nessuno, non contaminato da mani impure; è lo scarso cibo che offre il deserto, dieta spartana e insolita, che ricorda la capacità dei profeti del Primo Testamento di sopravvivere con poco cibo. E soprattutto porta un abbigliamento che – come sempre nella Bibbia – non ha valore solo materiale, ma simbolico, come ben spiega Mons. Ravasi:

 

“Giovanni indossava solo una rozza tunica di peli di cammello stretta da una cintura di pelle. Era l’abbigliamento tipico dei nomadi che usavano tessuti di pelo di cammello o capra, compatti contro la pioggia e il freddo invernale, aerati e porosi col caldo…..Questa tunica di peli però non rimanda solo all’abbigliamento beduino, ma anche all’abito del profeta, che anticamente indossava come sua insegna specifica >, secondo la testimonianza di Zaccaria (13,4)………………

Nell’abbigliamento del Battista c’è poi una cintura di pelle, [un altro segno di riconoscimento del profeta e in particolare di Elia], una fascia stretta che serviva anche per rimboccare la veste durante le marce, come ricorda l’espressione , tipica dell’esodo di Israele dalla schiavitù d’Egitto e della festa di Pasqua. E anche questo capo rimandava all’abbigliamento profetico come è attestato per Elia (2° Re 1,8)……… Interessante è il significato simbolico della cintura: l’Emmanuele, re-Messia, avrà come cintura la giustizia…e il cristiano dovrà cingere< i fianchi con la verità>.” (G. Ravasi, Secondo le Scritture, Anno A, pp.17-19 passim).

Evidente è il rapporto di Giovanni Battista con Elia, che il 2° libro dei Re ci descrive abbigliato come il Precursore. Secondo la tradizione giudaica (cfr. Malachia 3,23) il ritorno di Elia doveva preludere all’intervento definitivo di Dio nella storia umana, l’invio del Messia. Effettivamente Giovanni è il “nuovo Elia”, come avrebbe riconosciuto Gesù stesso (Matteo 11,14: “E, se volete comprendere, è lui quell’Elia che deve venire”), è l’ultimo dei profeti del Messia e perciò il più importante; in lui si compie il ministero profetico. Altissimo era il suo compito: preparare la strada all’Inviato di Dio.

 

Nell’antichità, quando un personaggio importante stava per giungere in una città in visita ufficiale, occorreva un corriere-araldo per precederlo e invitare la popolazione a uscirgli incontro, a riparare strade e ponti per il suo passaggio. Gerusalemme era circondata dal deserto: a oriente le strade di accesso, appena tracciate, erano facilmente cancellate dalla sabbia mossa dal vento, mentre a occidente le vie di ingresso si perdevano fra le asperità del terreno degradante verso il mare. Quando un corteo o un personaggio importante doveva giungere in città, bisognava andare nel deserto per tracciare una strada meno provvisoria; si tagliavano gli sterpi, si colmava un avvallamento, si spianava un ostacolo, si riattivava un ponte o un guado.

 

E’ esattamente a questo che il Battista si riferisce, quando, riecheggiando Isaia, esclama: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”.

Egli è il profeta dell'Altissimo per eccellenza perché - se gli altri profeti annunciavano Colui che doveva venire - il Battista fu testimone della sua venuta.
Nessun altro profeta aveva detto che era vicino: lo avevano annunciato sì, ma come ancora lontano. Mentre il Battista annuncia l'avvento di qualcuno che non solo verrà, ma che è già arrivato ed è "Colui che viene dopo di me". Il Battista è l’ultimo profeta che si situa al punto di congiunzione tra Antico e Nuovo Testamento.

Egli è quell’araldo solenne che annuncia la realizzazione di una lunghissima attesa: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!

 

“Convertitevi” – E’ la condizione richiesta per prendere parte alla nuova possibilità aperta dalla venuta del Regno: convertirsi, “metanoein” nell’originale greco (= cambiare mentalità), non è solo riconoscimento dei propri errori, ma cambiamento radicale, di mentalità, pensiero e comportamento, che ha un parallelo nel classico verbo dell’ebraico antico (“shub” = ritornare), per indicare, secondo la predicazione dei profeti, il ritorno a Dio, da cui ci si era allontanati con il peccato (cfr. Ger.8,6 e Osea 14,2-3).

 

Quello di Giovanni è l’antico appello dei profeti alla conversione, alla rottura col passato empio e peccaminoso, all’orientamento verso Dio. Ma il suo appello è ancora più categorico di quelli precedenti, perché sottostà al prorompere urgente della rivelazione escatologica (cioè degli ultimi tempi) di Dio. E’ conversione una volta per tutte, senza false apparenze (vedi farisei e sadducei) ed è conversione di tutti. Conversione come cambiamento di vita dall’interno e sua verifica in una vita che le corrisponda alla perfezione, con “frutti degni della conversione” (v.8), cioè una vita di carità e giustizia.

 

Perché è necessaria la conversione? Perché, al contrario delle aspettative del tempo, l’avvento della signoria di Dio non consiste in un folgorante intervento storico divino che abbatta l’odiato dominio romano, ma si affida alla libera accettazione dell’uomo; di conseguenza la sua instaurazione non sarà trionfale ed evidente per tutti, ma lenta e soggetta a difficoltà ed ostacoli, quelli del nostro cuore, simboleggiati dalle vie storte.

 

La conversione ha un suo importante atto corrispettivo nel battesimo amministrato da Giovanni con le acque del Giordano. Il rito di Giovanni ricorda da vicino i bagni rituali degli Esseni, come anche il “battesimo” dei proseliti del giudaismo tardivo. E’ da notare che Matteo si allontana dalla tradizione ricordata in Marco 1,4 e Luca 3,3 (“Giovanni predicava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”), visto che la remissione dei peccati è conseguenza non del battesimo di Giovanni, ma del sacrificio di Cristo: “questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati” (Mt.26,28), dice Gesù nell’Ultima Cena, con un’espressione che, tra l’altro, è solo di Matteo.

 

Regno dei cieli” è una tipica espressione del 1° evangelista, che ricorre 33 volte nel suo vangelo, un modo di dire giudaico che, in segno di rispetto, sostituisce “cieli” al nome di Dio; in pratica, equivale alla forma “regno di Dio” usata dagli altri vangeli.

Il “regno dei cieli” (cioè “di Dio”) è Gesù stesso e la salvezza che avrebbe donato agli uomini; e dunque è giustizia, gioia, pace, amore, verità, benevolenza, solidarietà, fratellanza, rettitudine, bontà.

Anche ciascuno di noi, in questo nuovo dono dell’Avvento, è chiamato a “fare deserto” nella propria vita, ad alimentarsi in maniera sobria ed essenziale, ad ascoltare con maggiore impegno la Parola, a convertirsi e a fare veri frutti degni di conversione.

 

 

Last Updated on Wednesday, 15 November 2017 09:03
 


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