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Written by Ileana Mortari   
Thursday, 29 June 2017 06:57

 

2 luglio 2017 XIII° domenica A – Rito romano

“Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”

(Matteo 10, 37 - 42)

di Ileana Mortari

Siamo al termine del secondo discorso del vangelo di Matteo (cap.10): quello “missionario”, materialmente pronunciato solo per i Dodici, ma in realtà indirizzato a tutta la chiesa, che i Dodici rappresentano, e dunque ad ogni cristiano.

Gesù prepara a lungo i suoi alla missione, non solo impartendo insegnamenti teorici, ma soprattutto chiamandoli a seguirLo, a vivere in comunione con Lui, ad amarLo.

Qui sono esposte senza mezzi termini le condizioni della sequela, che rende possibile la missione; le parole pronunciate da Gesù sono molto dure: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” (v.37)

La chiamata di Gesù è molto esigente: non ammette compromessi o mezze misure. Laddove si crei una situazione di conflittualità, di inevitabile scelta, la priorità va data a Colui il cui amore supera indubbiamente quello dei familiari e che dunque può richiedere di essere corrisposto adeguatamente.

In concreto, quali erano nelle prime comunità cristiane le situazioni in cui questo si verificava? Poteva succedere, ad esempio, che un pagano, dopo che si era convertito alla fede cristiana, rifiutasse coerentemente di associarsi al culto degli dei familiari, suscitando critiche e incomprensioni; oppure che il convertito dal giudaismo dovesse subire le pesanti discriminazioni (anche sul piano sociale ed economico), che l’esclusione dalla sinagoga comportava, con conseguenti attriti tra i parenti.

Dunque nelle parole di Gesù non c’è alcuna svalutazione degli affetti familiari, che egli stesso ha vissuto in modo esemplare, ma l’indicazione di quelle che sono le priorità; e di conseguenza anche una netta presa di distanza dall’ambiente ebraico, in cui i legami e i doveri familiari erano intesi come il massimo dei comandamenti!

Nel mutato contesto odierno, l’applicazione delle parole di Gesù può voler dire che magari un membro della famiglia, in forza della sua fede, non condivide con gli altri certi modi consumistici o convenzionali di trascorrere il tempo libero, dissente da talune modalità di gestione dei beni, si fa guidare da criteri morali che per gli altri non hanno valore; va incontro insomma a difficoltà di intesa e a conseguenti dissapori e sofferenze.

Del resto la terza condizione delineata da Gesù (“chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” v.38) fa riferimento proprio a situazioni negative, di sofferenza, di persecuzione, di ostilità che si possono incontrare nella vita a motivo della propria fede e che non devono distoglierci dalla sequela, ma rafforzarci nell’amore a Cristo (che per primo ha affrontato il dolore e la morte), fino al punto, se necessario, di dare la vita per Lui, come hanno fatto gli innumerevoli martiri nel corso della storia.

Dare la vita! Chi non rabbrividisce di fronte ad una simile eventualità? E’ una reazione perfettamente umana, più che comprensibile; ma anche a questo riguardo c’è una consolante parola del Signore: “chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (v.39b) Egli ci assicura che, come è stato per Lui, la vita fisica può anche cessare, ma non è cancellata: ha una continuazione nell’aldilà, in una condizione ormai priva di ogni elemento negativo.

E come spiegare quello strano versetto 39a: “chi avrà trovato la sua vita, la perderà”?

Il primo significato può essere, in conseguenza di quanto detto prima, che chi avrà conservato la sua vita, rinnegando Cristo, anziché perderla per Lui, avrà in realtà perso la vita vera, quella che non muore: la vita eterna.

Ma c’è un altro modo di intendere queste parole. “Trovare la vita” vuol dire concentrare su se stessi le proprie aspettative, fare di sé il valore supremo, giudicare valido solo ciò che ci reca vantaggio; chi vive così non solo non guadagna “la vita eterna”, ma perde anche quella terrena, perché una vita vissuta in tal modo è vuota, senza senso, rivolta solo a se stessi e dunque in un certo modo “idolatra”.

Invece, secondo il Vangelo, la ragione e il senso della vita sono fuori di noi, in Gesù (che è Via, Verità e Vita, come dice Giovanni) e dunque si “trova” davvero la propria vita quando la si vive in comunione con Lui e come Gesù ha vissuto la sua, in totale dedizione di amore.

Scrive Lèon Dufour: “Io posso stringere e conservare la mia vita come se essa fosse sufficiente a se stessa, come mia proprietà da difendere ad ogni costo. Ma in tal modo essa mi sfugge come l’acqua che io volessi trattenere avidamente tra le mani, mentre non posso dominare la sua sorgente ed essa scorre incessantemente. Al contrario, se accetto di aprirmi all’altro e quindi di morire a ciò che mi ripiega su me stesso, ecco che la mia esistenza, “aperta”, si conserva davvero, come dice Gesù, in una “vita eterna”.

 

Last Updated on Thursday, 29 June 2017 06:58
 


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