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Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 25 October 2016 18:38

 

2 novembre 2016 Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Rito ambrosiano

Resurrezione e giudizio

(Giovanni 5, 21-29)

di Ileana Mortari

v. 21: “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole.”

v.22: “Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio”

Qui, come verrà ribadito nei vv.25-30, si tratta delle due supreme opere di Dio, secondo la fede giudaica: resuscitare i morti ed esercitare il giudizio.

1° - resuscitare i morti

Il potere di suscitare la vita, non solo al momento della prima creazione, ma anche dopo la morte, è la caratteristica propria del Dio vivente. Come dice spesso la Scrittura, solo Jahvè “fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire” (1° Sam.2,6); “Dio non è il Dio dei morti, ma dei viventi” (Marco 12,27).

La presenza in Giov. 5,21 del verbo “egheirein” = resuscitare (lo stesso usato in Giov.5,8: “Alzati!” detto da Gesù al paralitico) può senz’altro richiamare l’opera divina della guarigione dell’infermo, visto che la malattia nella Bibbia è già di per sé un nefasto influsso della morte sull’uomo (cfr. anche Mt.10,8; Mc.1,31; Gc.5,15).

Ma, come sempre in Giovanni, occorre andare al di là del livello materiale. Il miracolo che ha rimesso in piedi l’infermo di Betzadà simboleggiava l’atto divino che “rialza” l’uomo comunicandogli fin dal presente la vita eterna, che è la sua vera destinazione. Prima di ricevere questo dono, l’uomo “rimane nella morte”. Già nel Primo Testamento: “Io non godo della morte del malvagio, – dice il Signore – ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva.” (Ez.33,11).

La volontà del Padre fin dalla creazione è esclusivamente quella di salvare; secondo Giovanni è, ancor di più, quella di appagare pienamente l’uomo mediante la comunione con Sè. Gesù l’aveva rivelato a Nicodemo, fondando il suo annuncio sull’amore assoluto con cui Dio ama il mondo. Questa comunione divina, mediante la quale è vinta la morte, esige di credere al Figlio unico venuto ad annunciarla e a renderla possibile da parte di Dio (cfr. Giov.3,16). Qui si afferma che anche il Figlio comunica la vita, come il Padre.

2° - esercitare il giudizio

Il tema emerge già al cap.3 in dipendenza del tema della “vita” (cfr. Giov.3,17-18: 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.”) Qui il tema del giudizio non compare nel senso tradizionale di una sentenza favorevole o no, ma nel senso tipicamente giovanneo di privazione definitiva della “vita”. Anche se “vita” e “giudizio” vengono entrambe attribuite al Figlio, queste due prerogative divine nei confronti degli uomini non sono sullo stesso piano, ma su piani diversi.

L’opera propriamente di Dio, condivisa dal Figlio, è la comunicazione al credente della vita che l’uno e l’altro possiedono in se stessi (così in Giov.5,26). Di questa realtà assoluta il giudizio appare come il rovescio: esso coincide con il rifiuto da parte dell’uomo di riconoscere nel Figlio il Rivelatore. Non riconoscerlo come tale significa rifiutare di entrare mediante Lui in comunione con Dio.

Giovanni si mantiene entro la prospettiva biblica. Attraverso il dono della Legge, Jahvè aveva indicato al suo popolo le vie della vita ed è la coppia vita/morte che esprime nella Scrittura l’alternativa di fronte alla quale l’Alleanza ha posto Israele (cfr. Deut.30). E’ evidente che il Dio dell’Alleanza propone la salvezza, ma la salvezza di Dio è propriamente un appello rivolto alla libertà. Dio propone, ma non impone la salvezza.

Con la venuta del Figlio, l’alternativa si rinnova: questa venuta, estrema espressione dell’amore del Padre per il mondo, è anche rischio estremo per la libertà. La coppia giovannea vita/giudizio (vedi quanto già detto a proposito di Giov.5,21-22) traduce precisamente la coppia vita/morte del Deuteronomio: come la morte, anche il giudizio è la conseguenza del rifiuto dell’uomo libero di fronte al dono offerto: o lo accetti (e allora hai la vita vera), o cadi nel suo contrario (e allora il giudizio coincide con la morte).

QUINDI IL GIUDIZIO NON E’ TANTO UNA SENTENZA DIVINA, QUANTO UNA RIVELAZIONE DEL SEGRETO DEI CUORI UMANI.

Ci sono coloro le cui opere malvagie preferiscono le tenebre alla luce (cfr. Giov.3,19 e sgg.): Dio non ha che da lasciare che questi uomini superbi, che si vantano di vederci chiaro, si accechino.

Quanto agli altri, Gesù viene a guarire i loro occhi (cfr. Giov.9,39), affinchè, operando nella verità, essi vengano alla luce (cfr. Giov.3,21).

IL GIUDIZIO FINALE NON FARA’ ALTRO CHE MANIFESTARE PUBBLICAMENTE QUESTA DISTINZIONE OPERATA FIN DA ORA NEL SEGRETO DEI CUORI.

Questo concetto lo troviamo ben esplicitato in Giov.5,19-30: “ 21Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. 22Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, 23perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre.”

Al centro del brano c’è il v.24: “24In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.”

Si afferma chiaramente la decisività della Parola: l’accoglienza di Gesù (attraverso la sua Parola) è decisiva per avere la vita e……per non andare incontro al giudizio: è evidente che qui per “giudizio” non si intende una sentenza, ma il giudizio già dato in negativo che corrisponde alla morte.

I giusti hanno la vita e non vanno incontro al giudizio, cioè alla morte, o meglio – come dice il v.24c – sono passati dalla morte (= la vita prima di incontrare Gesù) alla vita.

Nel medesimo brano c’è poi un accenno al giudizio finale: 28Non meravigliatevi di questo: viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce 29e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Anche la nuova traduzione della CEI riporta “una resurrezione di condanna”, ma nell’originale greco c’è: “anàstasin krìseos” = una resurrezione di giudizio, il contrario della resurrezione di vita.

Giovanni non è meno attento di altri autori biblici al significato del processo e della morte di Gesù. Il Nazareno invano si sforza di portare i Giudei, proseliti di Satana e del mondo malvagio, a “giudicare con equità” (Giov.7,24). Di fatto, Egli sarà consegnato a Pilato per essere condannato a morte. Ma la morte di Gesù significherà il giudizio del mondo e la sconfitta di Satana, come se la sua elevazione sulla croce anticipasse in certo modo la Sua seconda venuta gloriosa come Figlio dell’Uomo.

Osservava Don Luigi Serenthà: “Dio è un puro irradiarsi, paragonabile alla luce: il credente si volge verso questa luce e così è nella salvezza. Egli “è passato dalla morte alla vita” (Giov.5,24). L’incredulo volta le spalle ad essa e con ciò è nelle tenebre, nella rovina, nella morte (cfr. Giov.3,19.36). In questa visione è tenuto lontano da Dio il sentimento dell’ira, inerente alla rappresentazione di un Dio che giudica, che punisce e condanna” (Mysterium salutis, pp.362-3)

 

 

 

Last Updated on Tuesday, 25 October 2016 18:39
 


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