I riti della S.Messa
Written by Ileana Mortari   
Sunday, 23 April 2017 07:02

 

QUALCHE SPIEGAZIONE SULLA S.MESSA di Ileana Mortari

La Messa

La celebrazione più importante della chiesa cattolica è detta “Eucarestia”, parola greca usata nella chiesa dal 2° sec. dopo Cristo, che significa “rendimento di grazie”. Ma in genere è più noto il termine “Messa”, usato dal 4° sec. in poi, che traduce il latino “Missa”, cioè “congedo”, “missione”.

Questo rito costituisce un momento fondamentale per la comunità cristiana, che in esso celebra la memoria della morte e della resurrezione di Gesù Cristo, suo Signore. Ogni volta essa rinnova nella Chiesa la Pasqua del Signore, cioè il suo passaggio dalla morte alla vita. La Messa è il nuovo patto di alleanza tra Dio e gli uomini; è sacro convito, in cui il popolo di Dio si nutre del Corpo e Sangue di Cristo; è un’anticipazione del banchetto festoso nel Regno del Padre, che non avrà mai fine.

Il rito della Messa è costituito da tre parti:

1° i riti di introduzione (atto penitenziale e Gloria)

2° la liturgia della Parola

3° la liturgia eucaristica con la Consacrazione e la Comunione dei fedeli

 

Il 2° momento della celebrazione è la liturgia della Parola, costituita da tre letture della Bibbia e dal Salmo responsoriale.

In questa fase della Messa noi siamo in ascolto di Dio: nella prima lettura Egli ci parla attraverso le pagine profetiche dell’Antico Testamento e la Chiesa risponde con il salmo detto appunto “responsoriale”.
Nella seconda lettura Dio ci parla attraverso la parola degli Apostoli e la Chiesa risponde una seconda volta con l’acclamazione gioiosa dell’”Alleluja”, espressione ebraica (“aloelù Ja” = Jahvè) “che significa “Lodate Dio!”.

La terza lettura è tratta dal Vangelo, nel quale è Cristo stesso che parla al suo popolo. In Gesù il Padre ci ha parlato in maniera completa, perfetta e insuperabile; in Lui ci ha detto e dato tutto. 
Perciò il Vangelo, che significa “Buona notizia”, è il vertice della Rivelazione. Per questo, in segno di rispetto, si ascolta la pagina evangelica stando in piedi e non seduti.

Inoltre, rispondendo al celebrante, noi tracciamo un piccolo segno di croce sulla fronte, sulle labbra e sul petto, per dire che tutto il nostro essere – mente, sentimenti, volontà, parole, affetti e gesti – deve diventare terreno accogliente, pronto a ricevere la rivelazione piena e definitiva dell’amore di Dio per noi.

Infatti la Parola di Dio è diversa dalle altre parole o messaggi che riceviamo continuamente dalle persone, dai mass media e dalle mode culturali. Essa illumina e dà senso alle cose, alle persone, a tutto ciò che avviene; apre al bene dell’uomo e soprattutto a un futuro diverso, che, dopo la venuta di Gesù, non è più dominio del male e della cattiveria.

 

 

 

La Messa: SCAMBIO DI PACE

A questo punto nella liturgia ambrosiana si dice: “Secondo l’ammonimento del Signore, prima di presentare i nostri doni all’altare, scambiamoci un segno di pace”.

La pace è anzitutto un grande dono dell’amore di Dio; l’ebraico “shalom” (che corrisponde al nostro vocabolo “pace”) non indicava tuttavia solo l’assenza di conflitti, ma la pienezza di tutto ciò che è bene per l’uomo: salute, salvezza, incolumità, sicurezza, etc.; è dunque questo il significato biblico di “pace”. Dovremmo sempre ringraziare il Signore di tale dono!

Sarebbe inoltre opportuno stare alcuni secondi in silenzio e, mentalmente, scambiare la pace con qualcuno con cui abbiamo qualche “ruggine”, o problema, o tensione, e questo anche se è l’altro ad avere qualcosa contro di noi, perché il Vangelo dice: “Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.” (Matteo 5, 23-24).

Nel momento dell’OFFERTORIO vengono portati all’altare il pane e il vino, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le sue mani, perché – come dirà il celebrante nella Consacrazione – diventino il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Inoltre vedi a pag.23/V di “Andiamo a Messa” dispensa verde.

PROFESSIONE DI FEDE

La recita del “Credo” ha lo scopo di suscitare nell’assemblea, che ha ascoltato la Parola di Dio, una risposta di assenso ad essa, e di richiamare alla mente le principali verità della fede cristiana. Si dovrebbe recitare il “Credo” pensando a quanto crediamo veramente a ciò che pronunciamo con le labbra ed anche a quale impatto le dichiarazioni di fede hanno con la nostra vita.
Il celebrante recita poi la preghiera sui doni con le braccia allargate a V: è questo il segno della resurrezione di Cristo; per rispetto, da ora fino alla consacrazione l’assemblea sta in piedi.

A questo punto ha inizio il momento culminante dell’intera celebrazione, cioè la “preghiera eucaristica”. Dopo il PREFAZIO, che esprime l’azione di grazie per l’opera divina della salvezza, si canta il SANCTUS, inno di glorificazione a Dio Padre, e si seguono le parole pronunciate dal celebrante.

Nella fede cristiana, se non è possibile una spiegazione razionale ed esaustiva dei grandi interrogativi riguardanti il male, la sofferenza, la morte, è tuttavia presente una risposta.
Gesù ha voluto condividere in tutto – eccetto il peccato – la condizione umana, fino “alla morte di croce”. Ma Dio ha risposto al mistero del male e della morte che si era abbattuto sul suo Figlio, resuscitandolo di nuovo alla vita.

Ora l’Eucarestia è propriamente il memoriale (cioè l’attualizzazione di un evento passato che agisce nel presente) della passione, morte e resurrezione di Cristo. L’Eucarestia è il memoriale dell’amore con cui ci Egli ha amati fino alla fine.

Il gesto della “frazione del pane”, compiuto da Gesù nell’ultima cena, non ha soltanto una ragione pratica, ma significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo Pane di vita, che è Cristo. (cfr.1° Cor.10,17).

Due sono i momenti fondamentali della Messa: la Consacrazione, in cui il Signore si rende presente sotto le specie del pane e del vino; e la Comunione, in cui i fedeli, adeguatamente preparati, ricevono in se stessi il Corpo di Cristo, nella specie dell’ostia (che significa “vittima”) consacrata.

Così si realizza concretamente quello che il Signore ci ha detto: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda…se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita….Chi mangia questo pane vivrà in eterno.” (cfr. Giov.6, 53-58)

Nei riti di comunione si vede chiaramente come l’amore di Dio e l’amore fraterno sono strettamente uniti. Non è singolarmente che diciamo il “PADRE NOSTRO”, ma tutti insieme, per esprimere la nostra fraternità, in quanto siamo tutti figli dell’unico Padre.

DOPO LA COMUNIONE. E’ importante che, nella pausa di silenzio che segue, ciascuno riprenda personalmente la Parola che ha ascoltato e il Mistero che ha celebrato, e ne ringrazi Dio. E’ questo un momento unico, in cui la santità di Cristo ci penetra, ci purifica, ci illumina e fortifica in un silenzioso dialogo col Signore.

La celebrazione è conclusa. Non dimentichiamo che tutta la nostra vita di fede deve nascere e passare attraverso la liturgia, che non è fatta solo di gesti esteriori, ma realizza veramente ciò che significa. Partecipare autenticamente alla liturgia significa lasciarsi prendere da Dio, accoglierlo e metterlo al centro della nostra giornata. Dopo una Messa seguita con questo spirito, non è più possibile violare la carità o tradire un dovere.

Fortificato dal dono di Dio, il cristiano è poi chiamato a farsi testimone e missionario (come esprime il termine stesso “messa”) nella vita quotidiana.

Cerchiamo allora di essere fedeli a questo appuntamento settimanale, perché lo stare lontano da Dio per un periodo più lungo non consente di reggere il ritmo di un’esistenza autenticamente cristiana.

Last Updated on Sunday, 23 April 2017 15:54
 
Comm.vang.2°Pasqua A rom.e ambr.23-4-17
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 19 April 2017 11:30

23 aprile 2017 II° domenica di Pasqua A

Rito romano e ambrosiano

Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”

(Giovanni 20,19-31)

di Ileana Mortari

L’apostolo Tommaso è universalmente noto come emblema dell’incredulità, tanto che proprio a questa sua caratteristica pittori e scultori di ogni tempo hanno dedicato bellissime opere d’arte! E diffusissima poi è l’espressione proverbiale “voler vedere e toccare come Tommaso”.

Ora, è certamente vero che – come dice S. Gregorio Magno – “a noi giovò di più l’incredulità di Tommaso che la fede degli apostoli”; ma su di essa si è forse insistito un po’ troppo, tanto da far passare in secondo piano altri aspetti dell’episodio evangelico odierno che meglio ci aiutano a rispondere all’interrogativo di fondo sottostante a questa pagina: come, in ogni tempo, è possibile arrivare a credere in Gesù Cristo, morto e risorto, Messia e Figlio di Dio?

Tommaso, generalmente solo menzionato come uno dei Dodici nel Nuovo Testamento, compare invece più volte come personaggio di un certo rilievo nel quarto vangelo: prima della resurrezione di Lazzaro (Giov.11,14-16), durante i discorsi dell’Ultima Cena (Giov.14,1-7) e nell’episodio del cap.20 che stiamo esaminando.

Dal temperamento schietto e spontaneo, egli esprime apertamente interrogativi e inquietudini che serpeggiano anche negli altri discepoli e soprattutto nel cap.20 è scelto da Giovanni per esemplificare quella situazione di dubbio e incertezza che, come sappiamo da altri passi, ha colto tutti gli apostoli dopo la Resurrezione, tanto che Gesù stesso li rimprovera e li convince con prove sensibili che Egli non è un fantasma! (così in Luca 24,38-43).

Essendo stato assente alla prima apparizione di Gesù avvenuta nel giorno stesso di Pasqua, Tommaso dichiara che non bastano l’esperienza e le assicurazioni dei compagni per fargli accettare una cosa assolutamente impossibile: che un uomo, crocefisso, possa ritornare vivo!

Per questo pone le condizioni: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi………..non crederò” (v.25). Fin qui la sua posizione è quanto mai ragionevole e consequenziale; in fin dei conti egli, apostolo, rivendicava anche per sé quel “privilegio” di cui i suoi condiscepoli avevano goduto.

Così la seconda apparizione di Gesù, sempre nel giorno della domenica (della settimana successiva) e con le stesse modalità, pare proprio venire incontro alla richiesta di Tommaso; è Cristo stesso che riecheggia le parole e le condizioni poste, per credere, dal discepolo scettico. In questo ritroviamo un tratto tipico del Nazareno: saper entrare in dialogo profondo con ogni persona, saperla capire e accogliere per quella che è, andandole incontro fin là dove è possibile un dialogo autentico.

Ora, è proprio questo che ha fatto scattare la molla nel discepolo “incredulo”: di fronte alla sconfinata condiscendenza e comprensione di Gesù, egli capisce che non aveva senso pretendere di porre delle condizioni e addirittura stabilire le modalità del riconoscimento; probabilmente avrà anche provato vergogna per la sua meschinità di fronte alla incredibile magnanimità di Gesù!

E così, di colpo, senza più aver bisogno di “constatare” personalmente e sensibilmente alcunchè, arriva a pronunciare la più alta, profonda e solenne professione di fede del vangelo, connotata oltretutto da una sfumatura di intimità personale: “Mio Signore e mio Dio!” (v.28).

Ancora una volta, come sempre negli episodi di apparizione, è solo ed esclusivamente l’iniziativa di Gesù che rende possibile, al di là di tutti i nostri calcoli e tentativi, l’incontro con Lui; non solo per i suoi contemporanei, ma in ogni tempo, come ci assicura Egli stesso: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!” (v.29)

Ma allora Tommaso non può più essere considerato l’emblema dell’incredulità; semmai è il rappresentante di tutti coloro che, mossi da ostinata ricerca della Verità, pur conoscendo le inquietudini dell’esitazione e del dubbio, giungono a quella straordinaria esperienza che è l’incontro con il Vivente.

Per questo il quarto evangelista ha strettamente collegato l’episodio delle due apparizioni ai discepoli con la considerazione dei vv.30-31, che si riferisce a tutti quei “segni” compiuti da Gesù utili a credere che Egli è il Cristo.

L’esperienza storica, straordinaria ma non più ripetibile, di chi ha visto Gesù risorto, è consegnata alla Scrittura e questa ci è stata tramandata perché crediamo e, credendo, abbiamo la vita!

 

Last Updated on Wednesday, 19 April 2017 11:32
 
Comm.Vang. Pasqua ambros. 16-4-17 e poi romana
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 12 April 2017 21:07

 

16 aprile 2017 Domenica di Pasqua – ciclo unico -Rito ambrosiano

Giov.20,11-18: martedì dopo Pasqua- Rito romano

Giov.20,11-18: vang. 22/7 S.Maria Maddalena

Maria di Magdala annunziò ai discepoli: ”Ho visto il Signore!”

(Giovanni 20,11-18)

di Ileana Mortari

Nell’episodio giovanneo di Maria di Magdala ritroviamo i tre elementi che caratterizzano ogni apparizione di Gesù risorto: l’iniziativa del Signore, il riconoscimento, la missione.

Maria piange sconsolata presso il sepolcro vuoto e non riesce a capacitarsi che la salma del Signore, cui voleva rendere gli onori dovuti, sia scomparsa.

E’ così sopraffatta dal dolore che non capisce neppure il significato della presenza dei due angeli seduti nel sepolcro al posto del corpo di Gesù (essi indicano in forma visualizzata l’assenza, non il trafugamento di quel corpo) e, dopo aver detto loro la ragione del suo pianto, non aspetta un ulteriore intervento, magari esplicativo, delle figure celesti e si volta indietro, sempre alla ricerca del cadavere del Signore.

E’ ancora questa la preoccupazione che ella manifesta pure a colui che vede ritto accanto a sé e che ritiene il custode del giardino, finchè non si sente chiamare per nome e solo allora, ulteriormente voltatasi verso di lui, riconosce il suo Maestro (“Rabbunì! ” v.16).

In questa scena è rappresentato l’itinerario di fede di ogni discepolo. Maria, pur con tutto il suo affetto, non può arrivare con le sue sole forze a riconoscere Gesù nella nuova condizione di Risorto, perchè questa non è semplicemente un ritorno alla precedente esistenza terrena, ma qualcosa di assolutamente nuovo, inedito e soprattutto molto al di sopra delle possibilità umane di conoscenza.

Nel mondo della resurrezione si può accedere solo per grazia, solo per un dono del Signore, che appunto prende l’iniziativa di “mostrarsi” e “chiama per nome”. Si vede qui in atto la bellissima metafora del pastore: “Egli chiama le sue pecore una per una….le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce” (Giov. 10,3-4). Non c’è forse esempio più lampante per esprimere il rapporto intimo e personale che Gesù desidera instaurare con ciascuno dei suoi discepoli!

La gioia immensa che sopraffà la Maddalena quando capisce che Gesù in persona, vivo, è di fronte a lei, la spinge ad avvicinarsi a Lui abbracciandogli i piedi nel tipico gesto di adorazione del Signore che spesso i vangeli menzionano e che qui è intuibile dalle parole di Gesù: “Non mi trattenere!” (v.17). Cioè: io sono vivo, ma il modo di rapportarsi a me non è più quello di prima.

Maria deve ancora percorrere un tratto del cammino di fede: rendersi conto che il modo di essere in comunione con Gesù è cambiato. Egli non può più essere fisicamente presente in mezzo agli uomini, ma chiede (a lei e a tutti quelli che verranno dopo di lei) di cercarlo in altra maniera: ascoltando, custodendo e mettendo in pratica la sua Parola.

Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.” (v.17)

Dunque Gesù si rivela a Maria Maddalena non solo come il “maestro”, ma come il Figlio che ascende al Padre per introdurre i fratelli nella piena comunione con Dio.

E’ la prima volta che Egli chiama i discepoli “fratelli”, perché è solo con il dono totale di Sé, con la potenza del Suo amore, che ha reso gli uomini davvero fratelli suoi e tra di loro, figli dello stesso Padre.

Il contenuto del messaggio poi richiama chiaramente altre parole, pronunciate da Gesù nell’Ultima Cena: “Nella casa del Padre mio ci sono molti posti……quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io.” (Giov. 14,2-3).

Ora, data l’estrema difficoltà incontrata dagli evangelisti nel raccontare delle esperienze indubitabilmente vissute, ma che esulano dalle categorie comuni (la resurrezione e le apparizioni non sono “fatti” soggetti a verifica empirica né “documentabili”), un filo rosso che consente di riconoscere il Risorto come Gesù di Nazareth, pur in una condizione che non è più quella del Gesù terreno, è proprio il realizzarsi della sua Parola, come abbiamo potuto vedere, nonché un comportamento che ha gli stessi tratti del ministero pubblico da Lui esercitato nella sua missione terrena.

Così nell’episodio della Maddalena emerge chiaramente la sua attenzione agli ultimi, a quelli che non contano nella società. Dal momento che presso gli Ebrei la testimonianza di una donna non aveva alcun valore, è significativo che Gesù, contestando un’ingiusta discriminazione, scelga come prima testimone della sua resurrezione proprio una donna, e le affidi pure un importante incarico per i suoi discepoli. Per questo i Padri della Chiesa l’hanno denominata “apostola degli apostoli”!

 

Last Updated on Sunday, 16 April 2017 07:49
 
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