Cassese-Minacce stati falliti 22-8-16
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 23 August 2016 18:27

 

Crisi e responsabilità

 

Le minacce degli Stati falliti


I Paesi occidentali hanno l’obbligo morale di considerare le condizioni dei loro vicini

di Sabino Cassese Corriere della Sera 22 agosto 2016

Siria, Iraq, Libia, Yemen diventano di giorno in giorno un problema per il mondo. Questi Paesi fanno parte della categoria degli “Stati falliti”. Se si aggiungono gli “Stati fragili”, il loro numero ammonta a parecchie decine. Si tratta di costruzioni statali precarie o inesistenti, di governi che non tengono sotto controllo tribù, clan, etnie, gruppi paramilitari; dove il potere pubblico è eroso, ha perduto legittimazione ed efficacia, non controlla il territorio, non è in grado di garantire la sicurezza dei suoi cittadini, è incapace di erogare i servizi pubblici e di interagire con gli altri Stati. In questi Stati i poteri centrali sono fatiscenti, non assicurano l’uso legittimo della forza; i diritti umani sono violati; la popolazione vive in povertà.

Questi Stati falliti o fragili esportano gravi problemi in altre parti del mondo, specialmente in quelle vicine: molti loro abitanti fuggono, chiedendo asilo altrove; altri si dedicano al terrorismo internazionale, promuovendolo, facendo proseliti, educando alla violenza. Gli altri Stati, specialmente quelli confinanti, debbono, quindi, darsi carico delle tensioni prodotte dall’emigrazione e della minaccia che deriva dal terrorismo.

Non tutte le cause di questa situazione sono interne. Molte dipendono dalle costruzioni artificiali imposte dalle maggiori potenze mondiali prima di lasciare le loro colonie o al termine di conflitti bellici. Oppure da interventi di paesi occidentali, talora diretti allo scopo di abbattere governi autoritari o dittatoriali, che hanno, però, scoperchiato e reso più virulenti conflitti locali.

La comunità internazionale, sotto l’egida dell’Onu o di governi regionali come l’Unione europea, deve assicurare assistenza internazionale per favorire o imporre il ripristino delle funzioni di governo? In astratto, è il popolo stesso che deve costituirsi in Stato, agendo dal basso, perché, proprio secondo i dettati della Carta delle Nazioni Unite, ha diritto all’autodeterminazione. Più concretamente, c’è chi dice che gli Stati falliti o fragili vengono usati per interventi esterni, e che si ritorna all’imperialismo ottocentesco. Altri dice che sono meglio dittatori come Saddam, Gheddafi e Mubarak, garanti della stabilità. Dunque, il principio di sovranità popolare escluderebbe interventi esterni, come quello disegnato dalla risoluzione Onu del 14 marzo 2014 per assicurare la transizione alla democrazia in Libia, preparare una nuova costituzione e costruire un governo centrale efficace.

Queste posizioni neutraliste sono sbagliate sia storicamente, sia dal punto di vista politico, sia da quello etico. Ignorano che gli Stati moderni non si sono formati in virtù di una volontà costituente del popolo, ma grazie a un processo lento nel quale il centro motore è stato un esecutivo, spesso con l’aiuto di forze esterne, come l’Italia di Cavour grazie alla Francia di Napoleone III. Dimenticano che la condizione di un governo pacifico del mondo è che gli Stati possano cooperare e che, per cooperare, debbono innanzitutto esistere, avere un potere pubblico centrale, non consistere soltanto di territori non governati. Tralasciano l’obbligo morale di tutti gli Stati di considerare le condizioni nelle quali vivono i propri vicini.

L’Unione europea ha un problema aggiuntivo, che dipende dal fatto che gran parte di questi Stati deboli o inesistenti sta nell’Africa centrale e nel Vicino Oriente, cioè in zone non lontane. Quindi, ha una responsabilità maggiore (e un maggiore interesse) a darsi carico della promozione di costruzioni statali in questi Paesi. L’Unione europea, così come le Nazioni unite, incontra, però, difficoltà che rendono inefficaci i propri buoni propositi. Si sommano disunione interna, derivante dalla diversità degli obiettivi e delle priorità; assenza di un chiaro mandato degli Stati membri ad affrontare questo tipo di materie; difficoltà nei rapporti con le maggiori potenze mondiali; poca voce nell’Onu, dove l’Unione europea continua a presentarsi divisa; difficoltà finanziarie.

 

Last Updated on Tuesday, 23 August 2016 18:30
 
Patriciello-Non fare del male a nessuno 17-8-16
Written by Ileana Mortari   
Thursday, 18 August 2016 15:02

 

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Mai fare male, a nessuno. Indietro non si torna

di Don Maurizio Patriciello Avvenire, 17 agosto 2016

Non sempre so ciò che debbo fare, ma sempre ho bisogno di aver chiaro che cosa non posso assolutamente fare. All’inizio di una discussione o di una lite, nessuno può sapere come andrà a finire. Per questo la prudenza, l’educazione, il rispetto non debbono mai mancare. Vieni coinvolto in un incidente stradale, hai ragione da vendere, l’altro non ha rispettato lo stop, eppure impreca, si agita, minaccia. Occorre avere sangue freddo e tanta pazienza. Le parole vanno misurate, pesate. Meglio non esasperare gli animi.

Ci sono sentimenti orripilanti, spaventosi che andrebbero cacciati via a pedate al loro primo apparire, ma che, sovente, vengono accolti e accarezzati. L’odio, la gelosia, l’invidia sono veleni potentissimi che distruggono la famiglia, la società e chi li alberga in cuore. Purtroppo il portatore non sempre se ne rende conto.

Non sempre so che cosa debbo fare, ma sempre so con certezza che cosa non debbo fare. E questo 'qualcosa' deve diventare il binario sul quale viaggia il treno della mia esistenza. A esso debbo essere fedele. Costi quel che costi, anche l’umiliazione e la calunnia.

Non fare del male. Mai. A nessuno. Per nessun motivo. Anche quando il prossimo non è facile da amare. Persino quando qualcuno si accanisce contro di me.

In Sardegna, nei giorni scorsi, un anziano ha ucciso due fratelli quarantenni. Avevano problemi, e dei peggiori. Questioni di eredità. Che andavano affrontati con serenità, pazienza, intelligenza. Quasi sempre nelle liti tra vicini, parenti, amici c’entra il denaro. Il dio mammona dal quale Gesù ci mise in guardia. Sembra che questo feticcio abbia una forza di attrazione incredibile e rovinosa. Sono convinto che questa attrazione insana sia una prova dell’esistenza di Dio.

È la dimostrazione che il cuore dell’uomo non si accontenta mai. Che non è mai sazio. Un vuoto che niente e nessuno potrà mai colmare. Un vuoto che ha la forma stessa di Dio, il solo Indispensabile. L’anziano ha sparato. Ha ucciso. Ha spento due vite. E con esse ha gettato nella disperazione tre famiglie e il paese intero. Lui ha perduto per sempre la serenità della sua tarda età. Un dramma enorme. Un’azione assurda. Adesso già si sarà pentito. Vorrebbe tornare indietro. Ma indietro non si torna nemmeno di un secondo. Possibile che questa elementare verità stenti a essere compresa? Indietro non si torna, ma avanti si deve andare. E basta saper aspettare. Tutto passa. Anche la rabbia e l’esasperazione. La sete di giustizia non deve mai trasformarsi in sete di vendetta.

Anita è ritornata ieri con un pancione enorme. Bella, raggiante, fiera della gravidanza ormai agli sgoccioli. Solo pochi mesi fa era sconvolta. Quella gravidanza non programmata, il lavoro precario, il marito distratto l’atterrivano. «Come faccio?», ripeteva. «Non lo so che cosa accadrà domani. Non so quanti e quali problemi potrai avere. Una cosa con certezza so: questo figlio non deve essere gettato. Se lo fai, non potrai mai più ritornare indietro. Abbi il coraggio di farlo nascere e non te ne pentirai», le risposi. Ascoltò il consiglio del prete. Oggi è al settimo cielo. Non sempre so ciò che debbo fare, ma sempre ho bisogno di aver chiaro che cosa non posso assolutamente fare.

 

Last Updated on Saturday, 20 August 2016 15:01
 
Carnero - Le canne fanno male Avv.13-8-16
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 16 August 2016 12:32

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L'esperienza e la chiarezza di un docente

Le canne fanno male. E a scuola si vede

di Roberto Carnero Avvenire 13 agosto 2016

 

Non sono un medico, non sono uno psicologo, non sono un tossicologo. Sono un insegnante. E in tanti anni di docenza nei licei ho avuto tra i miei studenti diversi ragazzi che facevano uso di cannabis e derivati. Con un po’ di esperienza capisci subito chi ha questa abitudine, chi coltiva questo vizio (non dobbiamo esitare a usare tale vocabolo, perché di questo e non di altro si tratta).

Li vedi in classe con lo sguardo assente, talora con un sorrisino stereotipato che indica non un’autentica gioia interiore, ma un malsano distacco dalla realtà. A volte te ne accorgi perché ti chiedono spesso di uscire durante le ore di lezione e quando tornano tra i banchi magari si portano addosso l’odore dolciastro tipico della sostanza che hanno fumato. Ho visto ragazzi intelligenti, brillanti, svegli e intraprendenti perdersi per strada a causa di questa maledetta assuefazione.

Non mi interessa – non ho le competenze per farlo – disquisire se il 'fumo' dia origine a una dipendenza anche fisica o solo psicologica. Perché so che già la seconda è molto grave. Che cosa succede a un ragazzo che 'si fa le canne'? Quello che osservo è soprattutto una diminuita capacità di reagire di fronte ai problemi e alle difficoltà. Ci si isola in un mondo a parte, lo 'sballo' risarcisce da ogni sconfitta. Ho preso un brutto voto? Non importa, mi faccio una canna e passa la paura. Ho contrasti con i miei genitori? Fatico a farmi capire da mia madre? Non sopporto i rimproveri di mio padre? Poco male, vai con un’altra canna! La mia ragazza mi ha lasciato? Peggio per lei, soffro come un cane, ma per fortuna ho la marijuana che mi consola. La soluzione è sempre la stessa: anziché cercare una soluzione positiva a un problema, lo si rimuove.

Risultato: i problemi si sommano e le difficoltà peggiorano, e il ragazzo in questione è sempre più solo. Perché non è neanche vero che le cosiddette 'droghe leggere' (che in realtà 'leggere' non sono affatto) favoriscano la socializzazione: quando 'si fuma' in compagnia, ciascuno fa parte per sé stesso, e la comunicazione è soltanto apparente (oltre a escludere chi in un certo gruppo invece non sia disposto a questo 'rito collettivo').

In un’ora di lezione immediatamente successiva all’intervallo, mi è capitato tempo fa di percepire chiaramente (dai segni visivi e... olfattivi cui accennavo prima) che uno studente, il quale dal primo banco (quindi molto vicino alla cattedra) assisteva 'in estasi' a una spiegazione sul Purgatorio di Dante, avesse 'fumato'. Il giorno dopo lo presi da parte e gli feci questo discorso: «Se fossi tuo padre ti direi che assumere cannabis ti fa male per tanti motivi. Ma siccome non sono tuo padre, e sono solo il tuo professore di Italiano, ti dico che la prossima volta che ti troverò nello stato di ieri dovrò prendere dei provvedimenti».

Lui non cercò neanche di negare, mi disse – sinceramente – grazie per la mia franchezza. Il problema è che come docenti spesso non sappiamo che cosa fare. O hai le 'prove' di un comportamento sbagliato e illecito, e allora puoi innescare un provvedimento disciplinare, altrimenti intervieni a tuo rischio e pericolo.

Spesso i presidi sono restii ad azioni eclatanti di 'repressione' del fenomeno (come chiedere l’intervento delle forze dell’ordine per contrastare eventuali fenomeni di spaccio dentro la scuola), temendo una cattiva pubblicità per l’istituto, e anche alcuni genitori non amano sentirsi dire sui loro figli cose sulle quali magari nutrono sospetti, ma per il momento preferiscono tenere gli occhi chiusi, oppure, sapendole, non accettano che altri possano esserne al corrente: se dici apertamente che un certo ragazzo 'si fa' di qualcosa, rischi una denuncia per diffamazione.

Però una cosa da docenti la possiamo fare, e non dobbiamo smettere di farla: denunciare le mistificazioni che intorno all’argomento vengono promosse anche ai più alti livelli, Parlamento compreso. Personalmente non mi stancherò mai di discutere su questo tema con i miei studenti, spesso anch’essi vittime di luoghi comuni e faciloneria nell’affrontare una tematica complessa, ma sulla quale dobbiamo trasmettere messaggi educativi chiari e precisi. A partire da un netto 'no' a qualsiasi tentativo di legalizzazione di sostanze che – su questo non ci sono dubbi – fanno male, anzi malissimo. Soprattutto ai più giovani.

 

Last Updated on Wednesday, 17 August 2016 13:54
 
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Sms Domenicale

SMS domenicale – Breve riflessione sul vangelo festivo per giovani

28 agosto 2016 – Domenica che precede il martirio di S. Giovanni il Precursore – Rito ambrosiano – Anno C

Matteo 18,1-10

di Don Raffaello Ciccone

Gli apostoli chiedono a Gesù: "Chi è il più grande nel regno dei cieli?" Gli evangelisti Marco e Luca richiamano la stessa problematica, solo che lungo la strada sono gli apostoli che

discutono e Gesù, ad un certo punto, si ferma a chiedere di che cosa discutono lungo la

via.

Non va dimenticato, comunque, che l'episodio viene collocato nei tre Vangeli dopo una

lunga riflessione che Gesù fa sul suo destino: "il Figlio dell'uomo sta per essere

consegnato nelle mani degli uomini...".

Gli apostoli si stanno rendendo conto che Gesù ha il tempo contato e cominciano a pensare a chi lo sostituirà, con tutte le perplessità del caso.

L'istruzione di Gesù non riguarda solo i Dodici, ma ogni membro della comunità

ecclesiale.

“Mettere un bambino al centro del gruppo” richiama non solo il rispetto e l’attenzione a

chi non riceve riconoscimento, ma, passando attraverso il ritorno all'infanzia, ricorda

l'atteggiamento di umiltà, di povertà e obbedienza fiduciosa.

Il bambino è segno della fede e dell'accoglienza. È’ segno di fiducia nel suo appoggiarsi al Padre, nel suo essere piccolo e ultimo.

Il testo continua, ma non designa più solo il bambino, bensì “i piccoli, che credono in

me” (“Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me”: v 6),

cioè i credenti in Cristo che hanno bisogno di particolare cura, semplici, fragili, non

attrezzati intellettualmente, per cui basta pochissimo perché si disorientino. Bastano

piccoli ostacoli perché si scandalizzino.

 



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