Non c'è eroismo nel celarsi dietro la droga
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 06 June 2018 07:37

 

NON C’E’ EROISMO NEL CELARSI DIETRO LA DROGA

Lettera inviata al Corriere della Sera e pubblicata il 9 maggio 2018

Sono una madre, nonché medico di una comunità per tossicodipendenti.

Sono annichilita dalla crescente campagna per la liberalizzazione della droga definita “leggera”.

 

Nel mio lavoro vedo i danni che le droghe procurano senza eccezioni né sconti dovuti all’accampata derivazione naturale o alla bassa tossicità.

 

Mi sforzo di trasmettere che non ci sono droghe poco dannose, e che qualsiasi sostanza assunta con lo scopo di alterare le percezioni e il pensiero, è pericolosa, crea dipendenza.

 

Ora mi sento sconfitta. Tanti giovani consumano cannabis e derivati, e tanti genitori sanno che i figli consumano erba, hashish, marijuana, o altro. E non si dica, per sedare le coscienze, che si è sempre fatto.

 

Un tempo chi fumava erba era cosciente di commettere un reato e l’uso aveva il senso di sfidare il sistema in quegli anni in cui si lottava per sovvertire le regole.

 

Ora i giovani sono convinti che l’uso della cannabis non causi alterazioni cerebrali, non dia dipendenza e non provochi sindromi amotivazionali e l’uso viene fatto per noia, per moda o per disperazione.

 

Di fronte a una cultura che inneggia all’uso di “droga leggera”, chiedo un aiuto a chi può avere un ascendente sul modo di pensare dei giovani.

 

Non c’è eroismo nel nascondersi dietro qualche foglia d’erba: il vero eroismo è affrontare quello che proviamo e gestirlo lucidamente senza paura della vita. Maria R.

 

Last Updated on Wednesday, 06 June 2018 08:57
 
Comm.Vang.Corpus D.B rom.e ambr.3-6-18
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 30 May 2018 20:26

 

3 giugno 2018 Corpus Domini – Rito romano e ambrosiano - Anno B

“Questo è il mio sangue, versato per molti”

 

(Marco 14, 12-16.22-26)

 

di Ileana Mortari

 

 

La terza lettura della solennità del Corpus Domini è tratta dal vangelo di Marco (che viene letto nell’anno liturgico B) e presenta uno dei racconti-testimonianze del Nuovo Testamento relativi all’istituzione dell’Eucarestia. E’ questo il principale mistero che, insieme alla Trinità – celebrata la scorsa domenica – distingue il cristianesimo da tutte le altre religioni.

 

Il testo eucaristico più antico è quello di S.Paolo in 1° Corinti 11, 23-26 (del 50-52 d.Cr.): “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me…..

La redazione di Marco è del 60-65 d. Cr. e riflette la comprensione della comunità che, dopo l’ascensione di Gesù e il dono dello Spirito, ha obbedito al comando di celebrare la “cena del Signore”.

 

Nel brano di oggi il Nazareno incarica due suoi discepoli di preparare la Pasqua; sarà quella l’”Ultima Cena” per antonomasia, l’ultima di tutta una serie di circostanze in cui il Messia si era trovato nella sua vita terrena a condividere il pranzo: con i discepoli, con amici, con persone ragguardevoli, ma anche con poveracci o gente di malaffare.

 

Va ricordato che ogni comunanza di tavola è per il semita un dono di pace e fratellanza; la comunione conviviale è comunione di vita. Già il fatto del mangiare nella Bibbia non significa soltanto un atto vitale, ma contiene un senso religioso, perché il pasto è visto come dono di Dio, Signore della terra, datore di ogni bene. Così il pranzo è considerato come un atto religioso e nei testi più tardivi dell’Antico Testamento assume un significato profetico e messianico (cfr. Isaia 26,6-8 e 55,1-3); il pasto materiale è poi anche espressione dell’abbondanza del dono per eccellenza di Jahvè: la sapienza divina, di cui pure gli uomini sono resi partecipi.

 

Nel tempo di Gesù, infine, si aspettava il banchetto escatologico (cioè degli ultimi tempi, al termine della storia), come espressione della salvezza definitiva.

Ora, con la comunanza di tavola (da cui nessuno era escluso!) Gesù esprimeva l’interesse e l’amore misericordioso di Dio per gli uomini e spesso e volentieri utilizzava questo momento per impartire fondamentali insegnamenti sul Regno.

Anche l’Ultima Cena fa parte di questa consuetudine, ma si distingue dagli altri momenti simili perché è la cena pasquale ebraica e anche l’ultimo atto, il “testamento” di Gesù, prima della sua passione e morte.

 

La Pasqua era per gli ebrei la festa più importante dell’anno, che ricordava le grandi opere compiute da Jahvè per liberare il suo popolo dall’Egitto; era un memoriale dell’Esodo e dell’alleanza stabilita da Dio con il suo popolo per mezzo di Mosè.

 

Nel corso di quest’ultima cena pasquale Gesù compie dei gesti e pronuncia delle parole non previste dal rito tradizionale. Benedice il pane, lo spezza e lo dà agli apostoli, dicendo “Questo è il mio corpo”;

poi rende grazie sul calice, lo dà da bere e dice “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (l’espressione “per molti” è un semitismo che significa “per tutti, che sono una moltitudine”).

 

Ma che cosa avranno capito gli apostoli di queste parole del Signore? Probabilmente le percepirono come espressione insolita del Maestro, come un gesto profetico e simbolico, nella linea ad esempio di Geremia ed Ezechiele, che accompagnavano le loro azioni simboliche con la parola che ne rivelava il senso.

 

L’espressione “sangue dell’alleanza” rimandava immediatamente al racconto di Esodo 24 (la 1° lettura di oggi): Mosè, dopo aver letto il testo della Legge, fa offrire olocausti e giovenchi come “sacrifici di comunione, per il Signore”; quindi versa metà del sangue sull’altare e con l’altra metà asperge il popolo; il sangue dei sacrifici è segno del patto bilaterale stabilito con Jahvè: Dio garantisce guida e protezione nel cammino verso la Terra Promessa e gli Israeliti si impegnano ad osservare la Legge.

 

Ma il sangue dei sacrifici aveva nell’ebraismo anche altri significati: secondo Esodo 29,15-26 possedeva un potere santificatore nella consacrazione dei sacerdoti e degli altari e secondo Levitico 17,11 serviva per l’espiazione dei peccati, significato questo molto accentuato dal giudaismo recente e ben noto al tempo di Gesù.

 

Ebbene: con i suoi gesti e le sue parole il Figlio di Dio profetizza, cioè anticipa quello che doveva avvenire. Egli sapeva bene di andare incontro alla morte: più volte era stato accusato di magia, esorcismi, bestemmie, trasgressioni del sabato (che secondo il diritto giudaico comportavano la pena capitale) e da tempo i capi giudaici volevano toglierlo di mezzo a causa delle sue azioni e dei suoi discorsi.

 

Ora, nelle parole pronunciate nell’Ultima Cena Gesù interpreta e dà un senso alla morte che ormai sente imminente, rileggendo il suo destino sulla falsariga del profeta-servo perseguitato, del giusto e del martire, la cui morte, secondo la mentalità giudaica del tempo, aveva un’efficacia espiatrice e di riconciliazione. Per questo parla del “sangue dell’alleanza versato per tutti”. Per questo aveva detto già prima: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Marco 10,45).

 

Come si legge nella Lettera agli Ebrei (cap.9), i sacerdoti israeliti entravano nel Tempio ed offrivano il sangue delle vittime per sé e per i peccati del popolo; “Cristo, invece, ……..non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna” (v.11)

 

E, come aveva fatto nei tre anni del suo ministero, anche in questo momento conviviale il Maestro impartisce un fondamentale insegnamento sul Regno. Nella certezza che Dio (il quale mai abbandona il giusto) non lo lascerà in balia della morte, Egli afferma che berrà ancora del frutto della vite, quello “nuovo”, nel regno di Dio (v.25) e spalanca così ai suoi discepoli la prospettiva luminosa della vittoria definitiva di Dio sul male e sulla morte.

 

Nell’attesa di questo banchetto escatologico, cui tutti giungeremo, Gesù non ci ha lasciato soli: ci ha fatto il dono immenso di Sé e della comunione col Suo corpo e il Suo sangue, che si rinnova in ogni celebrazione eucaristica.

 

 

Last Updated on Wednesday, 30 May 2018 20:28
 
I Testimoni di Geova ALL.A
Written by Ileana Mortari   
Thursday, 01 March 2018 12:41

ALLEGATO A alla Newsl.N.52 sui TdG 23-2-18 curato da un teologo-biblista italiano

INDICE: il nome di Geova – Bibbia e TdG – Trasfusioni di sangue

Sul nome Jahvè-Geova

Mosè dice: “Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”; mi diranno: qual è il suo nome? Ed io che cosa risponderò loro?” (Es.3,13). Dio disse a Mosè, v.14: “io sono colui che sono!”. Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono” mi ha mandato a voi……… per liberarvi e portarvi verso la terra dove scorre latte e miele” (è la “terra promessa”).

L’ebraico si legge da destra a sinistra e Jahvè è stato chiamato il tetragramma (=parola di 4 lettere) sacro, che nella Bibbia ricorre ben 6.828 volte!

Da destra c’è una i (iod in ebraico)che corrisponde alla i lunga, poi una specie di acca che in ebraico è la “he”, poi la vav, che corrisponde alla w nostra, e ancora la he ,cioè (da destra) H W H I.

Qualcuno potrebbe giustamente obiettare: come si fa a leggere Jahvè, dal momento che ci sono le lettere “i h w h”, senza vocali? Infatti l’ebraico scrive solo le consonanti. Proprio per ragioni di spazio l’ebraico antico (e anche moderno) è scritto solo con le consonanti e le vocali si intuiscono perché le parole si conoscono bene tutte.

Ora, queste lettere esprimono in ebraico la 3° persona singolare del verbo “essere/divenire” al tempo imperfetto/futuro secondo una forma arcaica, verbo che significa “presenza efficace qui/ora”.

Dio dice di sè “io sono colui che sono” (Jahvè). Noi, con la nostra mentalità molto scaltrita, sviluppata dalla filosofia, pensiamo l’essere in senso astratto, assoluto.

Invece gli Ebrei non avevano affatto questa mentalità astratta e filosofica, la filosofia doveva ancora nascere e quindi per loro l’ “essere” era molto più concreto. Jahvè” per loro è “colui che è concreto”, quindi il tetragramma (insieme di 4 lettere) sacro significava “io sono colui che è sempre attento a voi, è sempre con voi, ed è sempre a vostra disposizione, ieri, oggi, domani”. Il nome dice molto bene questa realtà di Dio, che è un Dio a favore dell’uomo, che lo vuole aiutare, che è sempre presente.

Non dimentichiamo che, siccome gli ebrei erano vissuti a lungo in Egitto (ormai era passato più di un secolo, perché dal tempo di Giuseppe, nel 1350 a. Cr., adesso con Mosè siamo nel 1225 circa), essi avevano ben conosciuto le miriadi di idoli degli egiziani, che adoravano anche degli animali e quindi questa denominazione vuole innanzitutto sostenere di fronte agli egiziani che il Dio che manda Mosè è l’unico vero Dio, contrapposto agli idoli che non sono niente, sono invenzione dell’uomo.

Noi pronunciamo il tetragramma sacro con la parola “Jahvè”; però dovete pensare che, nel 6° secolo avanti Cristo, gli ebrei non pronunciavano assolutamente questo nome perché non volevano violare il secondo comandamento del Decalogo che dice “non pronunciare il nome di Dio invano”; quindi il tetragramma lo pronunciava solo il sommo sacerdote segretamente, una volta all’anno, nella parte più interna del tempio, il famoso “Sancta Sanctorum”, nel giorno della Espiazione o del Kippur. Purtroppo non si sa quale fosse la pronuncia esatta, perché la conosceva solo il sommo sacerdote che a sua volta la trasmetteva al suo successore e a nessun altro.

Da quando l’ultimo sacerdote è stato ucciso durante la presa di Gerusalemme nel 587 a. Cr. da parte dei babilonesi, Israele non sa più come si pronuncia il nome di Dio.

Nel leggere la Bibbia gli ebrei quindi dicevano, e tutt’ora dicono, non Jahvè, bensì Adonaj, che vuol dire “Mio Signore”, e chinano il capo.

Come ho spiegato, il tetragramma sacro è costituito solo da consonanti. Ora da un certo punto in poi, dopo l’esilio (VI° sec. a. Cr.), l’ebraico antico non era più parlato perché si usava l’aramaico, e così nel corso dei secoli a poco a poco si rischiava di non riuscire più a leggere l’ebraico antico senza le vocali, perché la gente non lo conosceva più.

Chiaramente bisognava fare qualcosa per leggere correttamente la Bibbia, perché la Bibbia era ed è tuttora scritta in ebraico antico e trasmessa nei secoli senza cambiarne una virgola. Così a un certo punto, nel 6° sec. d. Cr., i Massoreti o Puntinatores (cioè i “trasmettitori” del testo sacro) hanno aggiunto le vocali; e, siccome il testo era tutto scritto in consonanti, e non vi si potevano inserire le vocali, le hanno collocate sopra e sotto le consonanti, esprimendole con puntini e trattini variamente raggruppati. Ora, per evitare che si pronunciasse il nome di Jahvè (che comunque era la pronuncia più logica derivata dal verbo “essere”), i Puntinatores misero, sotto le consonanti di Jahvè, le vocali di Adonai.

Poi però è successo che nel Medioevo, a partire dal 1300, si era completamente persa la memoria di questo “intervento” sul tetragramma sacro; pertanto si cominciò a leggere il nome di Dio così come era scritto, con le consonanti di un termine e le vocali di un altro; e quale lettura ne uscì? Ieova o Geova.

Geova non esiste nella Bibbia! Il noto biblista Monsignor Ravasi scrive che Geova è “un mostro filologico”! (ricordo che la filologia è la scienza che studia testi letterari e li riporta alla forma originaria). E’ un “mostro filologico” perché è come se noi leggessimo “giraffa” con le vocali di “gazzella” e cosa viene fuori? Gareffa! Che ovviamente non esiste, o, al contrario, usando le vocali di giraffa con le consonanti di gazzella, ecco “gizzalla”, che pure non esiste! Così è Geova. Cioè non esiste, è venuto fuori da un errore di lettura che ha unito le consonanti del tetragramma sacro alle vocali della parola Adonai. E questo errore si è diffuso per tutto il mondo cristiano fino al XX° sec.!, quando i moderni studiosi della Bibbia poterono rendersene conto.

2° a)

La Bibbia e i Testimoni di Geova

Il nome del movimento “Testimoni di Geova” fu scelto nel 1931 e si ispira a Is.43,10, dove è detto agli ebrei del tempo: “Voi siete i miei testimoni – oracolo del Signore – miei servi, che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io”. “Geova” è una lettura del nome divino, che però più correttamente andrebbe pronunciato Jahveh.

*******************

La Bibbia dei TdG è diversa da quella cattolica, perché vi mancano i libri deuterocanonici dell’Antico Testamento. Inoltre è una traduzione dall’inglese e non dai testi originali.

Infine il testo è manipolato in pochi, ma precisi dettagli. Un solo esempio: Mt.26,26-8 “Prendete e mangiate. Questo significa il mio corpo……” Scrivere “significa” invece di “è” cambia completamente il senso autentico dell’Eucarestia!

E poi essi usano la Bibbia con i seguenti metodi:

- citazioni frammentarie: le citazioni sono usate come frammenti isolati per sostenere le proprie tesi

- estrapolazione dal contesto: ogni versetto biblico è citato come suona, senza tener conto di quel che significa nel contesto

- letteralismo biblico: il testo è interpretato senza verificare se abbia un significato simbolico. Ad esempio, in Ap.7,4 il numero 144.000 è preso rigorosamente alla lettera e non come risultato di 12x12x1.000 con evidente allusione al popolo delle 12 tribù e al suo compimento

- interpretazione metaforica: quando fa comodo, però, il testo è usato in modo figurato. Ad esempio nella frase “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen.1,1) il cielo viene considerato una metafora degli angeli con a capo Lucifero, mentre la terra sempre metaforicamente indicherebbe Adamo ed Eva

- accostamento di testi estranei: ad esempio i 3 testi di Dan.4,10-17; Ap.12,6.14 ed Ez.4,6, accostati senza fondamento tra loro e interpretati l’uno con l’altro portano al 1914 come anno della fine del mondo

- equiparazione tra Antico e Nuovo Testamento: non si accetta che ci sia un progresso della rivelazione tra l’A. e il N.T.. Ad esempio si nega la Trinità perché non la si trova affermata nell’Antico Testamento.

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Pur con tutta la buona volontà, è praticamente impossibile un dialogo con i Testimoni di Geova.

Anzitutto perché la loro interpretazione dei testi biblici è del tutto arbitraria e ciò rende difficile (e a volte impossibile) il confronto anche per chi conosce bene la Bibbia.

Soprattutto, però, il dialogo è impossibile perché essi non praticano un vero dialogo: sanno già cosa rispondere ad ogni osservazione. Nel loro manuale “Ragioniamo facendo uso delle Scritture” hanno indicate le contro-risposte a tutto ciò che un cattolico in genere può dire.

E’ triste dirlo, ma respingere il confronto (con gentilezza ma anche con fermezza) non è in questo caso mancanza di carità: è autodifesa per chi si troverebbe in difficoltà in un falso dialogo, e invito concreto a loro perché smettano di fare un proselitismo fondato sull’inganno.

Attenzione va riservata a quanti sono ai primi passi, o si trovano in crisi con la loro fede, o con sincerità sono animati da una reale volontà di confronto. Ma anche con costoro il dialogo è possibile e fruttuoso solo se si ha una buona conoscenza della Bibbia e un’altrettanto buona conoscenza della metodologia e delle contraddizioni interne al loro modo di interpretare il testo sacro.

(tratto da “Incontro alla Bibbia”, Ufficio catechistico CEI, pagg.105 -6)

2° b)

Una lettura fondamentalista e pericolosa della Bibbia

I TdG fanno della Bibbia una LETTURA FONDAMENTALISTA:

non approfondiscono i testi alla luce del contesto, non riconoscono il principio della progressione della rivelazione, assumono alla lettera i singoli versetti, li estrapolano da un capitolo all’altro senza criterio. La loro apparente conoscenza della scrittura si limita allo studio di singoli passi, isolati, utili allo scopo di guadagnare nuovi proseliti, interpretandoli al di fuori di ogni regola scientifica.

La loro è una LETTURA PERICOLOSA.

La Bibbia usata dai TdG è manomessa nella traduzione. Il gruppo di “esperti” che avoca a sé la traduzione dei testi non ha alcun riconoscimento tra gli studiosi di scienze bibliche, e porge ai lettori testi falsati e interpretazioni forzate , allo scopo di veicolare messaggi contrari alla fede cristiana (come si evince da vari studi scientifici).

La pericolosità di un simile approccio alla Scrittura è ben descritta nel Documento della Pontificia Commissione Biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” (1993), che così precisa. “La lettura fondamentalista si radica in un’ideologia che non è biblica, checchè ne dicano i suoi rappresentanti. Infatti essa esige una adesione ferma e sicura ad atteggiamenti dottrinali rigidi e impone, come unica fonte di insegnamento riguardo alla vita cristiana e alla salvezza, una lettura della Bibbia che rifiuti ogni tipo di atteggiamento o ricerca critici. Il problema di base di questa lettura è che, rifiutando di tener conto del carattere storico della rivelazione biblica, si rende incapace di accettare pienamente la verità della stessa incarnazione……..Essa porta a una grande ristrettezza di vedute….. Tale approccio è pericoloso, perché attira le persone che cercano risposte bibliche ai loro problemi di vita. Tale approccio può illuderle, offrendo interpretazioni pie, ma illusorie, invece di dire loro che la Bibbia non contiene necessariamente una risposta immediata a ciascuno di questi problemi. Il fondamentalismo invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza, poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio.

I Testimoni di Geova e le trasfusioni di sangue

Un noto comportamento dei TdG è il loro rifiuto delle trasfusioni di sangue.

Intanto c’è da osservare che l’obbligo di tale rifiuto non esiste da sempre. Esso inizia con Rutheford ( =direttore della società “Torre di Guardia”) nel 1927, viene ribadito con un richiamo del 1° dicembre 1944 e imposto ufficialmente con un intervento di Knorr (3° presidente dei TdG) il 1° luglio 1945 su “La Torre di Guardia”. Viene da chiedersi se i TdG che prima non praticavano questa prescrizione si siano salvati, dato che essi ora vi annettono tanta importanza!

Per motivare tale proibizione i TdG si rifanno ad alcuni passi della Bibbia, estrapolati dal loro contesto e interpretati alla lettera, come è tipico della loro lettura fondamentalista della Scrittura.

I passi sono: Levitico 3,17: “E’ una prescrizione rituale perenne di generazione in generazione, dovunque abiterete: non dovrete mangiare né grasso né sangue

Levitico 17,10-14 passim: “Ogni uomo …..che ha mangiato il sangue….lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita della carne è nel sangue…nessuno tra voi mangerà il sangue……

Questa prescrizione di non mangiare la carne col sangue si trova in vari altri passi dell’Antico Testamento (Lv.3,26; Lv.19,26; Dt.12,16; 12,23;15,23; 1°Sam.14,34), se ne fa risalire l’origine al tempo di Noè (cfr. Gen.9,4) e, come si è visto in Lev., la motivazione è che il sangue è sede della vita, visto che, perdendo il sangue, la vita se ne va; e quindi esso va riservato a Dio, datore della vita stessa; vita e sangue sono proprietà esclusiva di Dio.

Dissanguare gli animali prima di mangiarne la carne era quindi un segno con cui si riconosceva il dominio di Dio su ogni vita.

Se la proibizione di “mangiare il sangue” si riferisce al sangue degli animali, per l’uomo c’è la proibizione di “versare il sangue”, espressione che equivaleva a “togliere la vita” (cfr. Lv.19,16; Dt.27,25). Di qui la proibizione di uccidere.

Ora i TdG ritengono di osservare e mettere in pratica i suddetti versetti della Bibbia rifiutando categoricamente le trasfusioni di sangue.

Infatti, secondo loro, l’estrazione del sangue dal donatore corrisponde al biblico divieto di non versare il sangue; però – vien subito da osservare – quell’espressione nella Bibbia significa togliere la vita e il dono di qualche decilitro di sangue non è affatto un “togliere la vita” al donatore!

Così pure introdurre del sangue estraneo nel proprio organismo equivale, secondo i TdG a quel “mangiare il sangue” proibito da Levitico e altri passi dell’Antico Testamento, dove comunque si parla sempre di sangue degli animali sacrificati e non di sangue umano.

A parte le contraddizioni intrinseche già richiamate, come considerare questo atteggiamento dei TdG? È davvero conforme alla Bibbia? Assolutamente no, se si assume un’interpretazione corretta e quindi davvero fedele della Scrittura.

E’ noto che, come ribadito nel già citato documento della Pontificia Commissione Biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”, l’esegesi critica è indispensabile per comprendere la Bibbia, Parola di Dio incarnata nel tempo e nello spazio, e per cogliere il suo autentico significato. Pertanto ogni lettura fondamentalista e letteralista allontana dal senso esatto dei testi biblici, come anche dalla piena accettazione delle conseguenze dell’Incarnazione.

Vediamo allora qual è la corretta interpretazione di Lv.17,10-14: lì si parla del comportamento da tenere circa i sacrifici di animali fatti a Jahvè e ne abbiamo spiegato il significato più sopra. Inoltre, nell’esegesi corretta, non solo ogni frase va vista nel suo contesto, ma anche tutto l’Antico Testamento va sempre visto nell’ambito di tutta la storia della salvezza e quindi in rapporto al Nuovo Testamento, da cui prende luce e significato.

Il comportamento suddetto si è tenuto nel corso dell’A.T.; lo si trova anche nella primitiva comunità cristiana, non per il suo valore in se stesso, bensì per rispetto dei cristiani provenienti dal giudaismo (cfr. Atti 15,29). Ma a un certo punto i sacrifici di animali sono completamente cessati, così come sono decadute molte delle 613 leggi e prescrizioni, date da Mosè, in quanto esse erano provvisorie e legate alle concezioni e agli usi del tempo.

La pienezza della Rivelazione, e di conseguenza le indicazioni per il nostro comportamento, si ha solo con Gesù Cristo e il Nuovo Testamento.

Ora, “Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.” (Ebrei 9,12). Con la redenzione di Cristo tutte le prescrizioni giuridiche della legge antica sono cadute (cfr. Ef.2,15). Ma allora, se non è più valida la prescrizione del sangue, perché leggere ancora le pagine di Levitico? Che senso e utilità ha continuare a leggere l’Antico Testamento?

Anche se storicamente superata, ogni pagina dell’A.T. ha un valore perenne (è Parola di Dio, Sacra Scrittura), perché offre un senso, un significato, al di là della forma letterale, che va ricercato con l’aiuto del Nuovo Testamento e del mistero di Cristo.

Il “senso profondo” di Lv.17,10-14 è che Dio chiede all’uomo un totale rispetto della vita, di cui Egli è l’autore. Il senso di quel divieto di mangiare il sangue è quello di rispettare e tutelare la vita ovunque essa si presenti. Allora, paradossalmente, proprio la trasfusione, che sembrerebbe violare il precetto biblico (letto in maniera fondamentalista), in realtà invece, lo osserva e lo pratica, specie quando la trasfusione è necessaria per evitare che il paziente muoia!

E’ noto che il comportamento cocciuto e ostinato dei TdG crea anche problemi con la giustizia; esso si configura come “omissione di soccorso” (art.593 del codice penale); spesso ne danno risonanza i mass media, che titolano: “Perché un TdG preferisce far morire la figlia”, “Impedita per fede la trasfusione. Il figlio di 2 anni è morente”. Tempo fa a Pescara una bimba di 14 mesi fu salvata solo per intervento del magistrato, che ordinò la trasfusione nonostante l’opposizione della madre. Nel 2013 un TdG morì per aver rifiutato le trasfusioni e nel 2015 una famiglia è stata cacciata dai TdG a causa di una trasfusione permessa.

Più recente è quest’altra esperienza. Il figlio di 4 anni di una coppia di TdG è stato ricoverato d'urgenza all'Ospedale San Raffaele: il bambino aveva solo 24 ore di vita per via di una grave infezione e necessitava di un intervento, per il quale avrebbe potuto avere bisogno di trasfusioni di sangue. “Io e mia moglie non volevamo firmare, tanto che il medico ci ha detto a chiare lettere che ci avrebbe tolto la patria potestà”. In casi del genere infatti, la legge italiana è molto chiara: “Dovranno essere attivate le procedure previste dagli artt. 330 e 333 del codice civile con l'intervento del giudice tutelare, il quale potrà pronunziare la decadenza dalla potestà dei genitori”. Claudio, il padre, nonostante le interferenze del Comitato Sanitario dei TdG, che anche in questo caso si è subito presentato in ospedale, ha preso la decisione di far operare suo figlio, ha firmato per le eventuali trasfusioni e oggi il bambino è fortunatamente in buona salute. Il Comitato avrebbe voluto invece che il piccolo venisse trasferito in un ospedale disposto a operarlo senza bisogno di sangue. Dopo quella terribile esperienza, il legame della coppia con i Testimoni di Geova ha iniziato a vacillare.

 

Last Updated on Thursday, 01 March 2018 12:43
 
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