Comm.Vang.Ult.d.Epif.ambr.26-2-17
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 21 February 2017 08:48

26 febbraio 2017 Ultima domenica dopo l’Epifania, detta “del perdono”-

Rito ambrosiano – Anno A

Luca 15, 1-32: vang. 24° C Rito romano

Luca 15, 11-32: vang. 4° domen. Quar. C rom.

“Suo padre gli corse incontro e gli si gettò al collo”

(Luca 15,1-3;11-32)

 

di Ileana Mortari

 

 

Nel testo si accampano a forti tinte tre personaggi: il padre, il figlio minore - dissoluto, e il primogenito – fedele e laborioso.

Il figlio minore, sentendosi allo stretto in famiglia, chiede al padre la sua parte di eredità (con il genitore in vita, gli spettava un terzo dei beni, il doppio andava al figlio maggiore) e parte per una meta lontana, credendo di raggiungere l’agognata libertà. Ma conduce una vita disordinata, sperpera i soldi e si riduce a fare il guardiano di porci, patendo la fame. Così, toccato “il fondo” come si suol dire, rientra in sé e decide di tornare a casa . E’ convinto di aver perso l’amore del genitore e di doverselo meritare di nuovo. MA IL PADRE NON HA MAI CESSATO DI AMARLO. Quando il figlio gli chiede perdono, non lo lascia neppure parlare: il suo amore precede il pentimento e la conversione; gli offre con gioia veste, anello, calzari, “segni” dell’essere figlio e vuole che si faccia festa per il ritorno del giovane, il quale, travolto da questa misericordia sovrabbondante, finalmente capisce che il padre non solo l’ha sempre atteso, ma l’ha sempre amato, anche quando lui lo aveva dimenticato, o forse odiato. E’ evidente che il figlio minore rappresenta quei pubblicani e peccatori che abbiamo incontrato nel v.1 e la sollecitudine del padre manifesta la sollecitudine di Dio Padre rivelata da Gesù.

 

Nel proseguimento della parabola troviamo il 3° personaggio, il figlio maggiore, un giovane fedele rimasto sempre in casa. “In tal modo il parabolista ha abilmente messo in scena anche i “mormoratori” scribi e farisei (cfr. v.2) rappresentandoli nel figlio maggiore. Anziché godere della gioia del padre, questi ne prova irritazione: esattamente come gli scribi e i farisei che mormoravano contro Gesù. Costoro, i “giusti”, sempre fedeli e sempre a servizio, sono sì dei credenti, ma non conoscono Dio.

Il figlio maggiore non riesce a vedere la questione con gli occhi del padre………La gioiosa accoglienza riservata al fratello minore (che egli non riconosce come “fratello”) suscita in lui l’amara sensazione che la sua fatica sia del tutto sprecata……..si risente nei confronti del padre e non vuole entrare in casa; il padre non si adira neppure con lui, ma esce, gli va incontro, lo prega e lo chiama “figlio mio”. IL PADRE AMA ENTRAMBI I FIGLI. Ascolta le ragioni del figlio maggiore e le confuta: è un dialogo su cui il parabolista indugia, forse per ricordarci che talvolta la conversione del giusto è più difficile di quella del peccatore.” (B.Maggioni, Le parabole evangeliche, p.225)

 

La parabola odierna viene chiamata normalmente “del figliuol prodigo”, ma a ben vedere è piuttosto la “parabola del padre misericordioso”, anzi “la parabola di un padre prodigo d’amore” ed è forse la pagina più nota del vangelo di Luca, certamente una delle più celebri; è una pagina addirittura commovente, una grande pagina evangelica, che non a caso i Padri della Chiesa definivano “il Vangelo nel Vangelo”. Infatti, se il vangelo è Buona Notizia, questa parabola è davvero l’apice della Rivelazione cristiana: l’amore di Dio non ha confini; egli ci ama non solo se siamo buoni, ma anche e soprattutto quando siamo cattivi: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi!(Rom.5,8) Il testo è dunque una sorta di catechesi sul sacramento del perdono, è una pagina di rara bellezza letteraria e di ancor più rara densità teologica. Quella in esame è anche la parabola forse più articolata e ricca di tratti descrittivi, ciascuno con un preciso significato.

 

Il centro della pericope è costituito certamente dalla straordinaria figura del Padre, un esempio e modello di amore paterno difficilmente eguagliabile.

Ogni parabola ha poi la cosiddetta “punta”, cioè da quella parte su cui, come accade per un quadro, è soprattutto attirata l’attenzione dell’ascoltatore; nel caso presente la “punta” sta nel modo in cui il padre si pone di fronte ai due figli e quindi nell’invito a non opporsi alla sua straordinaria misericordia, perchè Gesù non è “venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. (Mc.2,17).

 

Io credo che il messaggio principale che emerge dal testo lucano sia proprio questo: fugare nel modo più assoluto qualsiasi forma di paura o addirittura terrore di fronte a Dio, visto come Giudice inesorabile che, alla fine della vita, ci farà pagare tutti i nostri conti; e prendere atto che, in quel momento, noi ci troveremo al contrario di fronte ad un Padre dolcissimo, pieno di comprensione e di misericordia, felice – Lui ! – del nostro pentimento e del nostro ritorno, anche nel caso che i nostri peccati siano stati i più ignobili, vergognosi e incalliti del mondo. A questo proposito mi vengono in mente la parole di S. Teresina del Bambin Gesù (in “Storia di un’anima”): “Sento che, se anche avessi commesso tutti i crimini possibili, la moltitudine di offese diverrebbe come una goccia d'acqua gettata in un braciere ardente!”

Attualizzando il testo di Luca per il nostro tempo, possiamo ricordare il ragionamento di tanti: “Ecco, io fin da piccolo sono stato osservante e praticante. Quello lì, che ha fatto i suoi comodi per tutta la vita, si pente all’ultimo momento, viene perdonato ed ha la stessa mia ricompensa: il Paradiso. E’ giusto questo?”. Certo, è giusto nella logica di Dio, diversa dalla nostra, ma uguale a quella di un padre o di una madre, che non aspettano altro che il ritorno del figlio traviato; e quando questi si ravvede, gioiscono infinitamente, facendo gran festa e mettendolo a parte dei loro beni tanto quanto gli altri figli che magari vi hanno contribuito con il loro lavoro.

 

Non può essere che gretto e meschino il ragionamento di cui sopra, perché c’è comunque una bella differenza tra l’essere in dialogo e comunione con Dio fin dall’inizio della propria vita cosciente ed arrivarci all’ultimo momento: si perde molto purtroppo!, e poi si corre il rischio di essere raggiunti dall’esito fatale prima di fare in tempo a convertirsi. E ancora: siamo sicuri che il gaudente in questione fosse veramente felice e appagato? Che ne sappiamo noi di quello che è passato nel suo animo? Chissà quanti “figliuoli prodighi” hanno “assaporato” e tuttora “ruminano” i frutti amari della loro presunta libertà!

 

Chi ha conosciuto e goduto dell’amore straordinario e pacificante di Dio per tanto tempo nella sua vita, non può che rallegrarsi che un suo fratello vi giunga, pur se in extremis, e partecipi egli pure della gioia ineffabile che ci viene dall’essere immensamente amati da Dio Padre.

 

Last Updated on Saturday, 25 February 2017 21:46
 
Comm.Vang.8° A rom.26-2-17
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 21 February 2017 08:47

26 febbraio 2017 VIII° domenica A – Rito romano

Matteo 6, 24-34: vang. sabato 11° settim. Rito romano

Matteo 6, 25-33: vang. 2° dopo Pentecoste C ambros.

“Non preoccupatevi per la vita, ma cercate il regno di Dio”

(Matteo 6, 24-34)

di Ileana Mortari

La lettura evangelica odierna (tratta dal Discorso della Montagna di Matteo), è tutta imperniata su un tema fondamentale: la fiducia nella Provvidenza.

Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? (v.25).............

E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?(v.27)

Dunque: ci ritroviamo un corpo, per il cui accudimento il Maestro dice di non preoccuparsi; e soprattutto godiamo di una vita, che non ci siamo dati noi, né sappiamo quando cesserà; non è in nostro potere aggiungere neppure un secondo! Ma allora, questo significa che la nostra esistenza è sottoposta a un fato-destino immutabile? Tutto è già predestinato? I due versetti sopra riportati, e isolati dal contesto, sembrerebbero affermare quanto sopra. Ma fortunatamente non è così!

La pagina matteana contiene uno dei più importanti e profondi insegnamenti del vangelo: quello relativo alla Provvidenza, che la teologia definisce come uno dei massimi attributi di Dio; essa consiste nel fatto che Dio opera in modo da dirigere tutte le cose verso il loro fine. Dio ha creato il cielo e la terra e gli uomini e li conserva guidandone il cammino, lo sviluppo, con la sua continua assistenza. Già questo ci mostra in una luce diversa il v.27; noi non possiamo allungare neppure di poco la nostra esistenza, perché essa non deriva da una nostra decisione, né è opera nostra, ma è piuttosto un dono, uno straordinario DONO che il Padre ci ha fatto.

Non a caso al v.32 b troviamo il termine “Padre” anziché “Dio”; Gesù ci rivela un Dio che è anzitutto PADRE e basta pensare all’esperienza dell’essere “padri” (o “madri”) per capire che Dio è nei nostri confronti proprio come il genitore che si preoccupa di continuo, con immenso amore, perchè al proprio figlioletto nulla manchi di cui abbia bisogno.

Dio è Padre, Dio provvede ai suoi figli; ma questi dall’età infantile passano a quella adulta, in cui sono chiamati ad esercitare le facoltà tipiche dell’essere umano: la ragione, la volontà e la libertà. Proprio per questo l’uomo si differenzia da tutti gli altri esseri: egli è l’unico creato “a immagine e somiglianza” di Dio, cioè è l’unico in grado di stare davanti al Padre come suo immediato e intelligente interlocutore.

Ad un essere responsabile si affidano dei compiti e il Padre ne ha affidati diversi alla sua creatura prediletta: ad esempio “custodire il creato e coltivare la terra“ (cfr. Gen.1,28: "…… riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra".) Nell’ambito della Bibbia non mancano certo esortazioni all’impegno fattivo; ad esempio: Sta' fermo al tuo impegno e fanne la tua vita, invecchia compiendo il tuo lavoro.” (Sirac.11,20)

Dunque, all’uomo spetta un compito e una fattiva occupazione. Ma questo non è in contrasto con Mt.6,25: “Non preoccupatevi per la vostra vita, etc.”? No, perché, a ben vedere, il testo originale è “me merimnàte”, cioè: non vi affannate, non preoccupatevi eccessivamente, non “stressatevi” per il cibo e il vestito. Dunque, non solo è ammessa, ma è doverosa – nella linea della responsabilità – la preoccupazione del singolo per le necessità quotidiane e Dio ha dato all’uomo il cervello per pensare e le mani per lavorare e procurarsi così il suo cibo; quella che Gesù condanna è l’eccessiva preoccupazione, l’ansia smisurata, l’apprensione senza fine.

Se infatti la Provvidenza è l’atto d’amore con cui Dio segue e accompagna la vita delle sue creature, Egli per questa sua realizzazione si serve anche della cooperazione degli uomini, che sono chiamati a mettere a frutto i loro doni e capacità.

Certo, resterà sempre un mistero il modo in cui si accordano e si armonizzano l’agire dell’uomo e quello di Dio, ma c’è una certezza che ci conforta: Dio non agisce in competizione con noi, per cui o fa tutto Lui o facciamo tutto noi! E c’è un’immagine che rende bene l’idea di quel che accade: il ricamo. Esso, come noto, ha un diritto e un rovescio; quest’ultimo è un groviglio di fili, colori sovrapposti, confusione, nodi e tagli di filo e colori, intrecci senza senso, disegni incomprensibili e per di più brutti da vedere…….è l’immagine del nostro mondo, caotico e spesso con domande inevase e problemi irrisolti. Ma lo stesso ricamo, dalla parte diritta, è uno stupendo e armonioso disegno colorato, dotato di senso e bellezza, dove non un filo è fuori posto e tutto risulta chiaro, ordinato e significativo. Quest’ultimo è il RICAMO-REALTA’ DEL MONDO come lo vede Dio e come lo vedremo anche noi un giorno, alla fine dei tempi!

 

Che fare nel frattempo? Ci sono due possibilità: o vedere tutto come frutto del caso o vedere tutto come dono di un Padre amoroso; è la FEDE che fa la differenza. E in quella stupenda lezione di fede che è il Discorso della Montagna di Matteo, oggi ci viene detto: “Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” (v.33)

Che cos’è il “regno di Dio” che dobbiamo cercare? Per la verità “regno” è un termine un po’ infelice al giorno d’oggi, in cui re e regni non esistono quasi più. Occorre pertanto superare l’immagine regale tradizionale per coglierne la sostanza; se il “regno” è tutto ciò che possiede e può fare un re nella sua potenza, “regno di Dio” è il progetto e l’azione di Dio per salvare gli uomini, il suo intervento, definitivo e risolutore, che stabilirà giustizia e pace sulla terra e in cielo; è “giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo (Rm.14,17); è l’irruzione della verità, della santità e della grazia, della solidarietà e della misericordia; è quella ricchezza di valori che si rivela e si attua nella storia attraverso la parola e l’opera di Gesù.

la sua giustizia è la grazia, misericordia, salvezza, fedeltà di Dio; è la “giusta” relazione tra Dio e l’uomo; è la ricerca fattiva e il compimento del progetto di Dio, come è stato rivelato da Gesù, e che ha il suo centro dinamico nell’amore.

Se regno e giustizia di Dio sono il “primum” nella vita dell’uomo, scompare l’affanno irrazionale e spropositato e si recupera quell’atteggiamento sereno e fiducioso che il Salmo 130/1 descrive magnificamente: “…Io resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre….” (v.2). “Un bimbo tra le braccia della sua mamma o del suo papà non ha paura che gli manchi qualcosa. Se abbiamo paura, vuol dire che non ci sentiamo così, che non confessiamo Dio così. La nostra angoscia, la nostra preoccupazione è quindi una confessione di sfiducia in Dio.” (U.Neri, Il Discorso della montagna, Ancora, pag.112)

 

Last Updated on Saturday, 25 February 2017 21:50
 
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