Festa papà 19-3-18
Written by Ileana Mortari   
Sunday, 18 March 2018 10:24

FESTA  DEL  PAPA'  19-3-18 +  APPENDICE  PER I BAMBINI

IL NUOVO RUOLO DEL PADRE NELLA FAMIGLIA

 

Pare che diversi genitori, in coppia o singolarmente, si colpevolizzino erroneamente o eccessivamente per gli errori dei figli e/o parlino addirittura di” fallimento educativo”. Ora, come giustamente da anni vanno dicendo gli esperti, LA FAMIGLIA PERFETTA NON ESISTE, se non nei nostri sogni e nella nostra immaginazione. Non sarà un caso che la dottoressa e psicoterapeuta Mariolina Ceriotti Migliarese abbia pubblicato nelle edizioni Ares la trilogia “La famiglia imperfetta” (Come trasformare ansie e problemi in sfide appassionanti), “La coppia imperfetta” (E se anche i difetti fossero un ingrediente dell’amore?”) e “Cara dottoressa……Risposte alle >”.

E poi, come conferma Fulvio Scaparro, psicoterapeuta di fama, “proprio la famiglia [pur con i suoi limiti] resta uno dei valori più importanti per i giovani. Di fronte alla disgregazione che avvertono intorno a loro in una società che non ha più punti di riferimento, la famiglia resta un punto fermo, dà sicurezza, protezione, certezza; tanto che, anche se le cose vanno storte, è lì che si ritorna sempre (o quasi). Se poi, purtroppo, tante famiglie vanno a rotoli, è perché non si è più abituati a lottare per superare le difficoltà. Al primo inconveniente grave ci si lascia. Manca un'educazione al sacrificio, alla rinuncia,…... Se vediamo persone che stanno insieme da molto tempo, non vuol dire che non abbiano avuto le loro difficoltà. Vuol solo dire che hanno lottato”.

Nell'antichità e fino alla metà del ventesimo secolo, il ruolo del padre era essenzialmente normativo, un esercizio indiscusso di autorità, mediato dalla figura materna, e il portatore della tradizione. Il che è durato non secoli, ma millenni! [può essere istruttivo leggere “4.000 anni di paternità”, Fazi ed., di Maurizio Quilici, fondatore dell’Istituto di studi sulla paternità.] Durante e dopo il ’68 questa associazione autorità-padre ha portato al rifiuto di entrambi; si pensi alle teorie della “morte del padre”, “della società senza padri” e del “padre assente”. E oggi? Oggi il problema è che i nuovi padri non hanno davanti a sé punti di riferimento: non serve l’esempio del loro stesso – magari ottimo - padre, perché “negli ultimi 20 anni si è verificato un mutamento di costumi, valori, contesti di vita inimmaginabile…..non solo, ma è subentrata una sorta di mutazione antropologica, per cui al padre e alla madre biografici tende a sostituirsi una specie di “padre collettivo” che, nell’immaginario dei nostri giovani, è dato soprattutto dai media & C, come mai era avvenuto prima.” (Aurelio Mottola)

[Del digitale a livello educativo mi occupai nelle Newsl.N.24 e N.45, reperibili nel mio sito]

 

Qual è allora il ruolo del padre oggi? Secondo me, proprio per i mutamenti in atto, non è possibile definirlo “in maniera certa e definitiva”; si possono però cercare le vie migliori che portino a tale risultato. Non possiamo illuderci che millenni di “figure paterne autoritarie” impresse nella nostra cultura occidentale possano essere scrollati d’emblè, tant’è vero che padri dispotici e aggressivi purtroppo non mancano neppure nel XXI° secolo.

 

E poi è assolutamente necessario essere vicini e dare una mano a questi nuovi giovani genitori, che a mio avviso costituiscono l’anello fragile della catena societaria e temporale, non necessariamente per colpa loro, ma della situazione sopra ricordata. E per di più hanno un bell’onore-onere: crescere le generazioni che gestiranno il mondo futuro!

Don Antonio Mazzi, che non manca certo di esperienza con i giovani, nel suo libro “Stop ai bulli. La violenza giovanile e le responsabilità dei padri”, scrive: “Certo, aiutare un figlio a costruirsi una propria identità piena di valori da vivere e da trasmettere è una fatica immane. Anche perché abbiamo dimenticato che si cresce nella misura in cui ci si assume qualche responsabilità, si ama la fatica e si soffre.”

Ora, quando si battono strade nuove, è inevitabile incorrere in uno o più errori.

Li ha segnalati qualche anno fa la rivista “Femme Actuelle”, sulla scorta di psichiatri e psicoterapeuti, che hanno individuato 5 modalità di “essere padri” che andrebbero proprio evitate.

 

1)Il padre materno. [ndr: non ho mai sopportato il ridicolo neologismo “mammo”, che a mio parere tradisce un inconscio desiderio di tornare al padre di tipo arcaico.] Non stupisce più l’accudimento del neonato anche da parte del padre; gli stessi ospedali dove la mamma partorisce effettuano utili corsi per istruire i padri su come gestire il bebè. Ma ”a volte – avverte l’esperto – questa ‘maternità paterna’ nasconde una rivalità: l’uomo assume questo ruolo per sminuire quello della compagna, quasi che lei non fosse in grado di fare la madre. Oppure può essere la donna stessa a imporla al compagno, senza tener conto delle sue aspirazioni, in virtù di una proclamata parità. E in entrambi i casi il bambino viene purtroppo strumentalizzato per i propri scopi”.

2)Il padre compagno Si posiziona sullo stesso gradino del figlio nella scala generazionale, e ha con lui una grande vicinanza: condivide gli stessi interessi, gli stessi giochi, perfino lo stesso modo di vestire. Ed è quindi l’esatto opposto del padre autoritario e tirannico d’altri tempi. “Certamente – spiega Patrick Avrane, autore del libro ‘I padri ingombranti’ – il figlio apprezza la complicità e si sente valorizzato. Ma al tempo stesso può vedere il genitore come troppo invasivo, incapace di stare a distanza. E la madre può essere completamente esclusa da questo tipo di rapporto. Il padre rifiuta poi di esercitare la propria autorità e delega questo compito ingrato alla compagna”.

3)Il padre rivale. Per alcuni padri, il figlio è un rivale che toglie loro l’amore della compagna, specie quando il bambino è piccolo – sottolinea lo psicoterapeuta Bruno Décoret: “Questo comportamento generalmente è provocato da una mancanza di autostima nell’uomo, dalla paura che la propria virilità sparisca nella paternità, facendolo diventare non più maschio ma solo genitore”. Così, però, senza una figura maschile rassicurante, il figlio tenderà a legarsi ancora di più alla madre, rinfocolando la gelosia del padre nei suoi riguardi.

4)Il padre suo malgrado. Alcuni uomini diventano padri senza volerlo, semplicemente perché una donna con la quale hanno una relazione resta incinta, in modo più o meno volontario. “Ma il fatto che partano male – spiega la psicanalista Sophie Marinopoulos – non significa che questi ‘padri loro malgrado’ non diventino poi bravi papà. Altri, invece, si rifugiano dietro un rifiuto categorico. In questo secondo caso la donna può solo cercare di non peggiorare la situazione con il bambino, distruggendo anche nella sua psiche la figura del padre. Per cui ad esempio, invece di dire “non ti ha voluto”, è meglio spiegare che “credeva di non essere in grado di fare il padre”

5)Il padre assente Certi padri sono assenti a causa del lavoro, oppure perché non vivono più con i figli dopo un divorzio. “Ma è un’assenza fisica – spiega lo psicologo Daniel Coum, direttore dell’associazione genitoriale Parentel – che non comporta automaticamente una sensazione di mancanza nel bambino, il quale può benissimo pensare al padre anche quando non c’è e costruirne una rappresentazione interiore, in modo che sia psicologicamente presente”; il che è possibile purchè la genitrice non sottolinei solo i lati negativi del padre.”

 

MA ALLORA COME DEVE ESSERE QUESTO PAPA’ OGGI? Credo che si debba ripartire dalla base: la coesione con la compagna. Papà e mamma devono decidere insieme regole e strategie educative, quali valori trasmettere e in che modalità, parlarsi, condividere, mostrarsi uniti il più possibile e ovviamente non litigare in presenza dei figli. I genitori infatti costituiscono il 1° modello “sociale” del bambino: due persone diverse per sesso e carattere, che si amano, sanno dialogare in modo civile, sanno sopportarsi a vicenda. Il sano sviluppo di ogni individuo passa proprio attraverso il rapporto con l'alterità, che permette l'acquisizione di nuove conoscenze e nuove modalità relazionali, tra le quali la consapevolezza che nella vita non siamo onnipotenti e ciascuno è chiamato a capire anche le esigenze di chi gli vive accanto, e non solo le proprie.

L’IMPORTANZA DELLE REGOLE

Il noto pedagogista Daniele Novara illustra molto bene, nel suo libro “Urlare non serve a nulla” BUR 2017, a partire da p.68, il significato e l’importanza delle regole nell’educazione.

“Anzitutto occorre liberarsi dall’idea che la REGOLA sia qualcosa di duro… La cultura delle regole dice che il principio educativo è un principio di organizzazione: ci sono relazione, amore e, in aggiunta, la capacità di organizzarsi. Le procedure stabilite dai genitori permettono ai figli di essere tranquilli e di sapere che cosa possono fare, quando e come. Al contrario di quello che sembrerebbe, le regole permettono di strutturare spazi di libertà, perché il bambino è libero di muoversi all’interno di uno spazio chiaro e ben strutturato, che gli garantisce sicurezza e fiducia. Vediamo al riguardo un esempio di regole poco chiare: al parco giochi una mamma dice alla figlia: “Puoi giocare, ma non correre troppo e non sudare, se no ti ammali.” E’ un’indicazione contradditoria: come può una bambina in un parco giocare senza correre e senza sudare? La piccola resterà incerta sul da farsi e se, come evidentemente accadrà, correrà e suderà, rischierà di incorrere nell’urlata materna!

E poi occorre distinguere tra regole e comandi: la prima è una procedura chiara e impersonale; il comando invece stabilisce un puro e semplice ordine gerarchico, basato sulla dipendenza e sulla subordinazione. Ma spesso questa distinzione non è chiara ai genitori. Quando chiedo a una coppia che mi consulta quali sono le regole che vigono in famiglia, spesso mi rispondono con un elenco di comandi e relative punizioni per l’eventuale inadempienza, come se regole e comandi fossero equivalenti. “Siediti e mangia!” “Sbrigati!” “Metti a posto i giocattoli!”…ecco tante e diverse forme di presunta comunicazione declinate anche linguisticamente all’imperativo. In adolescenza poi la speranza dell’obbedienza svanirà del tutto. La conseguenza più comune di questa confusione è un inesauribile batti e ribatti, che sfibra genitore e figlio.

Oltre ad essere chiara e non contradditoria, una regola educativa deve essere realistica e adeguata, sostenibile e ragionevole.”

Un’altra valida spiegazione relativa alle regole la si può trovare alle pagg.222-3 del simpatico libro di Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, e della moglie Barbara TamboriniI papà vengono da Marte, le mamme da Venere”, De Agostini, manuale per genitori di bimbi da 0 a 3 anni.

Concludo con un’osservazione della d.ssa Migliarese, già citata: “Bisogna essere convinti di quello che si chiede ai nostri bambini e ragazzi. Il problema è che spesso il sostenere un certo comportamento con i nostri figli si scontra principalmente con due nostre paure: la paura di farli soffrire e quella di rovinare il rapporto con loro. Per EDUCARE invece dobbiamo prenderci la responsabilità anche di tener duro su una certa posizione, come ad esempio il rispetto (ovviamente anche da parte nostra) delle regole stabilite. Il che non significa tornare al deprecato autoritarismo di una volta.

E qui possono essere utili alcune chiarificazioni terminologiche. Se i genitori di un tempo erano autoritari (con le conseguenze che sappiamo da parte dei figli: ribellioni, disobbedienza, inganni, fughe, etc.), quelli di oggi sono chiamati ad essere autorevoli. Qual è la differenza?

AUTORITARIO: si dice di colui che esercita con fermezza e intransigenza per lo più esagerate la propria autorità; sinonimo: dispotico; imperioso, prevaricatore.

AUTOREVOLE: è chi esercita un’autorità che non si impone in quanto tale, per se stessa, per un grado o ruolo gerarchico, ma che viene riconosciuta spontaneamente dal minore o dall’adulto, perché caratterizzata da competenza, fermezza, capacità di dialogo vero, amore alla verità e amore per i propri sottoposti.

ALCUNE ACQUISIZIONI SULL’ESSERE PADRE OGGI Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicologo esperto delle dinamiche tra genitori e figli, e Claudio Risé, psicologo e saggista, danno da tempo utili indicazioni per i papà odierni di bambini dai 7 anni in su. Ne riporto una sintesi.

A) Spesso i papà vivono nella convinzione di sapere in anticipo che cosa è meglio per i loro figli – osserva Risè - dimenticando che il figlio è diverso da loro ora, e anche quando il padre aveva la sua età. «La presenza del padre è fondamentale dopo il primo settennio – prosegue lo psicologo – è da quel momento in avanti che, anche a livello psicologico, un figlio entra nella sfera del padre». E’ importante che si senta ascoltato e capito nelle sue convinzioni e nei suoi gusti.

B) “I papà di oggi hanno dovuto imparare un modo tutto nuovo di essere genitori: l’educazione passa attraverso l’affetto più che attraverso i valori della tradizione e lo spauracchio della paura”, dice Charmet.

C) Il gioco, in tutte le sue forme, assume un ruolo fondamentale per comunicare vicinanza e condivisione: il gioco fisico (anche la lotta scherzosa) abbatte le distanze corporali e comunica affetto. Il gioco strategico (lo sport ma anche quello da tavola) è utilissimo per insegnare regole quali il rispetto dei tempi, degli avversari, la lealtà, il mettersi alla prova. Ritagliatevi ogni giorno del tempo per giocare con vostro figlio. [ndr: da ricerche statistiche risulta che 40 anni fa i padri dedicavano in media ai propri figli 5 minuti al giorno, ora 35!].

D) La vita quotidiana è fatta di incombenze pratiche che non vanno delegate tutte alla madre.Un buon padre deve interessarsi dell’andamento scolastico del proprio figlio e instaurare un rapporto diretto e non sempre mediato dalla madre con gli insegnanti. Lo stesso vale anche per le visite dal pediatra o per i colloqui con altri educatori (sportivi, catechismo o altro): ciascuno di loro comunica un aspetto importante della personalità del figlio che un buon padre non deve trascurare.

Lo psicologo Franco Fornari (1921-1985) parlava negli anni ‘60 di “codice materno e codice paterno”, per definire le due attitudini di fondo che ispirano il rapporto educativo. L’espressione è stata ripresa di recente dalla citata dott. Migliarese con le seguenti esemplificazioni: “Specie nella complessa fase dell’adolescenza, madre e padre vivono di solito uno stato d’animo diverso. La mamma, che è indubbiamente più capace di sintonizzarsi emotivamente con il figlio, è anche generalmente più pronta a capirlo nel cambiamento e si predispone perciò a quella flessibilità che permette di mantenere una sufficiente armonia nella relazione anche davanti a situazioni potenzialmente conflittuali.

Il codice materno ci spinge in questa direzione, perché la relazione con il figlio nasce da una simbiosi che comporta di solito una più naturale attitudine alla comprensione e all’appianamento dei conflitti, che sono una fonte importante di separazione emotiva; allo stesso tempo però può comportare la tentazione di trattenere il figlio più a lungo del necessario all’interno di un rapporto di dipendenza infantile, sempre rassicurante e soddisfacente.

Il papà (codice paterno) ha una posizione spontaneamente diversa: non avendo portato il bambino dentro il suo corpo per il tempo lungo della gravidanza, lo avverte da subito come un “altro da sé” che non è così facile da capire e al quale non è così ovvio fare spazio, qualcuno che tra l’altro gli contende la madre-moglie con la forza di un legame inedito. Il padre è perciò disposto ad accogliere e ad amare il figlio, ma non a lasciarlo prevalere su di sé, né a permettergli di rubare il suo posto. Il codice paterno spinge l’uomo a incoraggiare l’autonomia del bambino, anche contro le eventuali proteste della madre, perché il bambino possa crescere ed essere a un certo momento capace di andarsene facendo fronte da solo alla vita. Per lo stesso motivo, nell’età dell’adolescenza, il padre è molto meno disposto della madre a capire e giustificare il figlio, quando questi si contrappone a lui e lo contesta mettendo in discussione la sua autorità e il suo ruolo.”

Ormai è chiaro: anche questi due codici vanno riscritti (rispetto ai tempi di Fornari), unendo teoria ed esperienza. Ne abbiamo un bell’esempio nel libro del dr. Pellai citato a pag.3 di questo testo, in cui ogni aspetto del neonato e del bimbo occupa un capitolo con due paragrafi: “Come la vede lei” e “Come la vede lui” e altre significative osservazioni sulla differenza di comportamento dei coniugi.

CONCLUSIONE

Cari papà e mamme del XXI° secolo, avete dinanzi a voi un compito certamente più complesso e impegnativo rispetto a quello dei vostri genitori e antenati; accogliete gli aiuti che gli esperti possono offrirvi. E soprattutto ricordate che “i figli, prima di abitare una casa fatta di mattoni, abitano un'altra casa, più essenziale: abitano l'amore reciproco dei genitori” (papa Francesco 15-6-15), e questo vi garantirà da ogni fallimento educativo. E poi, ora della fine, avrete anche un momento di gloria, perché la vostra generazione di genitori un giorno passerà alla STORIA!

MA QUESTA NEWSL. NON E’ NATA PER LA FESTA DEL PAPA’? E NON LO VOGLIAMO FESTEGGIARE ANCHE NOI? CERTO CHE SI’!

Gianni parla del suo babbo

Vicino a mio padre mi sento sicuro anche se c'è l'uragano.
Se il babbo vuole, può affrontare lupi e domare cavalli selvaggi.
Egli non teme né fantasmi né terremoti.
Il mio grande problema è convincere la mamma a vestirmi come lui.
Quando posso porto la camicia bianca e la cravatta come lui, cerco di pettinarmi come lui, assumo i suoi atteggiamenti, ho le sue stesse preferenze.
Quando sarò adulto, vorrò esercitare la sua professione.
lo voglio molto bene alla mamma e ai miei fratelli, ma il bene che voglio a papà è tutto speciale.
Per me il babbo è un personaggio fantastico che sta fra l'eroe delle migliori avventure, il campione sportivo e l'imperatore antico.

ALTRI TESTI PER I VOSTRI BAMBINI DELLA  SCUOLA  DELL'OBBLIGO LI TROVATE QUI  DI  SEGUITO

19 marzo 2018 FESTA DEL PAPA’ . QUALCHE TESTO INTERESSANTE

UNA FILASTROCCA

Per la festa del papà ho pensato qua e là

come fare un grande dono al mio babbo tanto buono.

Ho pensato ad una torta,

tonda o quadra, poco importa!

Poi ad un cane o ad un castello grande, grosso, molto bello….

Poi ad un viaggio favoloso, straordinario e avventuroso…..

Ma son piccolo e perciò

tanti soldi non ne ho!

Beh, pazienza, sai che faccio? Gli do solo un grande abbraccio! (di Jolanda Restano)

NEGLI ANNI CINQUANTA DEL SECOLO SCORSO

Il babbo di Livio lavora nelle miniere di un paese lontano.
Anche la mamma è operaia.
Così il piccolo al pomeriggio rimane solo in casa.
Studia, scrive, sfaccenda un poco; ma le giornate sono lunghe e finisce con l'annoiarsi. Drin ...drin ...Chi suona?
E' Marco, un suo vicino di casa e compagno di scuola: Vieni, c’è il tuo papà!
Di corsa i due bimbi scendono le scale, ed eccoli davanti al televisore.
Un giornalista presenta i minatori italiani.
Livio tiene gli occhi fissi sul teleschermo e ha un certo timore.
Forse papà non si farà vedere...
Ora è la volta del minatore Renato Checchi - continua il giornalista.
Papà, papà! grida Livio e rimane lì a braccia aperte, come se volesse stringersi al petto il babbo.
Sto bene e spero di tornare presto - dice il genitore - Sii buono, Livio!
Poi la cara immagine scompare, ma il piccolo è felice: ha visto il suo papà! (di G.Marzetti Noventa)

UN PO’ DI STORIA E DI CULTURA

La festa del papà è un giorno speciale per tutti i papà.

La prima volta che si festeggiò questa ricorrenza fu all'inizio del 1900, a Washington, quando un giorno una ragazza, Sonora Smart, decise di festeggiare il padre, che l'aveva cresciuta da solo perchè orfana di madre, e per dimostrargli tutto l'affetto, volle dedicargli un giorno, appunto il giorno della festa del papà: la si festeggiava a giugno, data del compleanno di Henry Jackson Smart, padre di Sonora.

Dal 1968 in Italia si cambiò la data e si cominciò a festeggiare il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, padre putativo di Gesù. La festa è caratterizzata da manifestazioni che ancora oggi sono molto sentite e celebrate.
Intanto si ricordano Maria e Giuseppe, in un paese straniero, alla ricerca di un riparo per far nascere Gesù Bambino, ospitalità che venne rifiutata e poiché il fatto viola due grandi valori come l'ospitalità e l'amore familiare, questo episodio viene ricordato in molte regioni con l'allestimento di un banchetto speciale.
In Sicilia, il 19 marzo ogni anno, si invitavano i poveri al banchetto di San Giuseppe: essi erano serviti dal padrone di casa in persona!

In altre città , poiché la festa di San Giuseppe coincide con la fine dell’inverno, si è sovrapposta ai riti di purificazione agraria, effettuati nel passato pagano. In questa occasione si bruciano i residui del raccolto sui campi, ed enormi cataste di legna vengono accese ai margini delle piazze. Quando il fuoco sta per spegnersi, alcuni lo scavalcano con grandi salti, e le vecchiette, mentre filano, intonano inni per San Giuseppe. Questi riti sono accompagnati dalla preparazione delle zeppole, il famoso dolce, che varia nella ricetta da regione a regione, ma si sa che le zeppole sono quelle di San Giuseppe, fatte per il 19 marzo, festa del papà.

E SE CI SONO DIFFICOLTA’?

Nessuno è perfetto, neppure il papà, l’importante è aiutarsi a migliorare.

“C’era una volta un bravo papà, di nome Giulio, che amava i figli e la moglie, ma aveva un temperamento impulsivo e un carattere difficile, che lo portava a perdere in fretta la pazienza e ad alzare la voce. Il che spaventava i due figli maschi, ma soprattutto la bimba piccola, Anna, di soli 4 anni, che lo teneva a distanza pur volendogli bene.

Un giorno che, dopo cena, si trovò a tavola sola con lui, che in quel momento era tranquillo, Anna, preso il coraggio a 4 mani, annunciò al padre con grande serietà: “Io non ti voglio più come papà; voglio il papà della Francesca, perché tu gridi sempre e mi fai paura!”. Detto questo tutto d’un fiato, è rimasta in silenzio a guardarlo in attesa di una risposta. Giulio è rimasto per un attimo interdetto: venire ripudiati così apertamente dalla propria piccolina di quattro anni è una cosa inusuale. Ma l’amore per la sua bambina gli ha suggerito la risposta giusta: “Mi dispiace di farti tanto preoccupare. Facciamo così: io cercherò di gridare meno….ma tu cerca di avere meno paura!” La piccola Anna ha annuito seria; poi il papà e la sua bambina si sono stretti la mano come si fa tra grandi per siglare un accordo e la serata è proseguita in modo pacifico. (p.21 di Migliarese, Cara dottoressa….)

UN’IDEA PER LA FESTA

Oggi è la festa del papà. Alice ha preparato una sorpresa molto speciale: ha costruito un libro per lui. Nel libro ha disegnato tutte le cose che ama di più del suo papà. Perchè il papà di Alice sa fare tantissime cose! Imita benissimo la voce del lupo quando legge la fiaba dei tre porcellini, e porta Alice sulle spalle così può vedere il mondo dall’alto. È anche un campione di solletico! E alla sera, se il sonno tarda ad arrivare, resta con Alice o la porta nel lettone per fare le coccole. Alice e il suo papà si vogliono davvero molto bene… Che bello avere un papà!

UNA PROSA E UNA POESIA PER TUTTI I PAPA’ DEL MONDO

Vicino a mio padre mi sento sicuro anche se c'è l'uragano.
Se il babbo vuole, può affrontare lupi e domare cavalli selvaggi.
Egli non teme né fantasmi né terremoti.
Il mio grande problema è convincere la mamma a vestirmi come lui.
Quando posso porto la camicia bianca e la cravatta come lui, cerco di pettinarmi come lui, assumo i suoi atteggiamenti, ho le sue stesse preferenze.
Quando sarò adulto vorrò esercitare la sua professione.
lo voglio molto bene alla mamma e ai miei fratelli, ma il bene che voglio al babbo è tutto speciale.
Per me il babbo è un personaggio fantastico che sta fra l'eroe delle migliori avventure, il campione sportivo e l'imperatore antico. (O. Tomezzoli)

DUE RIGHE PER PAPÀ

Caro papà,  se sapevo che ero così importante,

sarei nata prima: anche cento anni fa.

Quel bacio silenzioso

che mi dai la sera,

mi ha fatto sospettare

che mi ami sopra ogni cosa.

Forse, tu non lo sai,

ma anch’io,

come dite voi grandi:

“contraccambio il tuo amore”.

E la sera,

nascosta sotto le lenzuola,

aspetto il tuo bacio;

quel bacio che mi dà:

sicurezza, felicità.

E solo allora posso cominciare a sognare:

anche cose brutte, terribili;

tanto so che riaprendo gli occhi al mattino

ritroverò sempre te:

papà (V. Riccio)

 

 


 

 

Last Updated on Sunday, 18 March 2018 10:31
 
I Testimoni di Geova ALL.A
Written by Ileana Mortari   
Thursday, 01 March 2018 12:41

ALLEGATO A alla Newsl.N.52 sui TdG 23-2-18 curato da un teologo-biblista italiano

INDICE: il nome di Geova – Bibbia e TdG – Trasfusioni di sangue

Sul nome Jahvè-Geova

Mosè dice: “Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”; mi diranno: qual è il suo nome? Ed io che cosa risponderò loro?” (Es.3,13). Dio disse a Mosè, v.14: “io sono colui che sono!”. Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono” mi ha mandato a voi……… per liberarvi e portarvi verso la terra dove scorre latte e miele” (è la “terra promessa”).

L’ebraico si legge da destra a sinistra e Jahvè è stato chiamato il tetragramma (=parola di 4 lettere) sacro, che nella Bibbia ricorre ben 6.828 volte!

Da destra c’è una i (iod in ebraico)che corrisponde alla i lunga, poi una specie di acca che in ebraico è la “he”, poi la vav, che corrisponde alla w nostra, e ancora la he ,cioè (da destra) H W H I.

Qualcuno potrebbe giustamente obiettare: come si fa a leggere Jahvè, dal momento che ci sono le lettere “i h w h”, senza vocali? Infatti l’ebraico scrive solo le consonanti. Proprio per ragioni di spazio l’ebraico antico (e anche moderno) è scritto solo con le consonanti e le vocali si intuiscono perché le parole si conoscono bene tutte.

Ora, queste lettere esprimono in ebraico la 3° persona singolare del verbo “essere/divenire” al tempo imperfetto/futuro secondo una forma arcaica, verbo che significa “presenza efficace qui/ora”.

Dio dice di sè “io sono colui che sono” (Jahvè). Noi, con la nostra mentalità molto scaltrita, sviluppata dalla filosofia, pensiamo l’essere in senso astratto, assoluto.

Invece gli Ebrei non avevano affatto questa mentalità astratta e filosofica, la filosofia doveva ancora nascere e quindi per loro l’ “essere” era molto più concreto. Jahvè” per loro è “colui che è concreto”, quindi il tetragramma (insieme di 4 lettere) sacro significava “io sono colui che è sempre attento a voi, è sempre con voi, ed è sempre a vostra disposizione, ieri, oggi, domani”. Il nome dice molto bene questa realtà di Dio, che è un Dio a favore dell’uomo, che lo vuole aiutare, che è sempre presente.

Non dimentichiamo che, siccome gli ebrei erano vissuti a lungo in Egitto (ormai era passato più di un secolo, perché dal tempo di Giuseppe, nel 1350 a. Cr., adesso con Mosè siamo nel 1225 circa), essi avevano ben conosciuto le miriadi di idoli degli egiziani, che adoravano anche degli animali e quindi questa denominazione vuole innanzitutto sostenere di fronte agli egiziani che il Dio che manda Mosè è l’unico vero Dio, contrapposto agli idoli che non sono niente, sono invenzione dell’uomo.

Noi pronunciamo il tetragramma sacro con la parola “Jahvè”; però dovete pensare che, nel 6° secolo avanti Cristo, gli ebrei non pronunciavano assolutamente questo nome perché non volevano violare il secondo comandamento del Decalogo che dice “non pronunciare il nome di Dio invano”; quindi il tetragramma lo pronunciava solo il sommo sacerdote segretamente, una volta all’anno, nella parte più interna del tempio, il famoso “Sancta Sanctorum”, nel giorno della Espiazione o del Kippur. Purtroppo non si sa quale fosse la pronuncia esatta, perché la conosceva solo il sommo sacerdote che a sua volta la trasmetteva al suo successore e a nessun altro.

Da quando l’ultimo sacerdote è stato ucciso durante la presa di Gerusalemme nel 587 a. Cr. da parte dei babilonesi, Israele non sa più come si pronuncia il nome di Dio.

Nel leggere la Bibbia gli ebrei quindi dicevano, e tutt’ora dicono, non Jahvè, bensì Adonaj, che vuol dire “Mio Signore”, e chinano il capo.

Come ho spiegato, il tetragramma sacro è costituito solo da consonanti. Ora da un certo punto in poi, dopo l’esilio (VI° sec. a. Cr.), l’ebraico antico non era più parlato perché si usava l’aramaico, e così nel corso dei secoli a poco a poco si rischiava di non riuscire più a leggere l’ebraico antico senza le vocali, perché la gente non lo conosceva più.

Chiaramente bisognava fare qualcosa per leggere correttamente la Bibbia, perché la Bibbia era ed è tuttora scritta in ebraico antico e trasmessa nei secoli senza cambiarne una virgola. Così a un certo punto, nel 6° sec. d. Cr., i Massoreti o Puntinatores (cioè i “trasmettitori” del testo sacro) hanno aggiunto le vocali; e, siccome il testo era tutto scritto in consonanti, e non vi si potevano inserire le vocali, le hanno collocate sopra e sotto le consonanti, esprimendole con puntini e trattini variamente raggruppati. Ora, per evitare che si pronunciasse il nome di Jahvè (che comunque era la pronuncia più logica derivata dal verbo “essere”), i Puntinatores misero, sotto le consonanti di Jahvè, le vocali di Adonai.

Poi però è successo che nel Medioevo, a partire dal 1300, si era completamente persa la memoria di questo “intervento” sul tetragramma sacro; pertanto si cominciò a leggere il nome di Dio così come era scritto, con le consonanti di un termine e le vocali di un altro; e quale lettura ne uscì? Ieova o Geova.

Geova non esiste nella Bibbia! Il noto biblista Monsignor Ravasi scrive che Geova è “un mostro filologico”! (ricordo che la filologia è la scienza che studia testi letterari e li riporta alla forma originaria). E’ un “mostro filologico” perché è come se noi leggessimo “giraffa” con le vocali di “gazzella” e cosa viene fuori? Gareffa! Che ovviamente non esiste, o, al contrario, usando le vocali di giraffa con le consonanti di gazzella, ecco “gizzalla”, che pure non esiste! Così è Geova. Cioè non esiste, è venuto fuori da un errore di lettura che ha unito le consonanti del tetragramma sacro alle vocali della parola Adonai. E questo errore si è diffuso per tutto il mondo cristiano fino al XX° sec.!, quando i moderni studiosi della Bibbia poterono rendersene conto.

2° a)

La Bibbia e i Testimoni di Geova

Il nome del movimento “Testimoni di Geova” fu scelto nel 1931 e si ispira a Is.43,10, dove è detto agli ebrei del tempo: “Voi siete i miei testimoni – oracolo del Signore – miei servi, che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io”. “Geova” è una lettura del nome divino, che però più correttamente andrebbe pronunciato Jahveh.

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La Bibbia dei TdG è diversa da quella cattolica, perché vi mancano i libri deuterocanonici dell’Antico Testamento. Inoltre è una traduzione dall’inglese e non dai testi originali.

Infine il testo è manipolato in pochi, ma precisi dettagli. Un solo esempio: Mt.26,26-8 “Prendete e mangiate. Questo significa il mio corpo……” Scrivere “significa” invece di “è” cambia completamente il senso autentico dell’Eucarestia!

E poi essi usano la Bibbia con i seguenti metodi:

- citazioni frammentarie: le citazioni sono usate come frammenti isolati per sostenere le proprie tesi

- estrapolazione dal contesto: ogni versetto biblico è citato come suona, senza tener conto di quel che significa nel contesto

- letteralismo biblico: il testo è interpretato senza verificare se abbia un significato simbolico. Ad esempio, in Ap.7,4 il numero 144.000 è preso rigorosamente alla lettera e non come risultato di 12x12x1.000 con evidente allusione al popolo delle 12 tribù e al suo compimento

- interpretazione metaforica: quando fa comodo, però, il testo è usato in modo figurato. Ad esempio nella frase “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen.1,1) il cielo viene considerato una metafora degli angeli con a capo Lucifero, mentre la terra sempre metaforicamente indicherebbe Adamo ed Eva

- accostamento di testi estranei: ad esempio i 3 testi di Dan.4,10-17; Ap.12,6.14 ed Ez.4,6, accostati senza fondamento tra loro e interpretati l’uno con l’altro portano al 1914 come anno della fine del mondo

- equiparazione tra Antico e Nuovo Testamento: non si accetta che ci sia un progresso della rivelazione tra l’A. e il N.T.. Ad esempio si nega la Trinità perché non la si trova affermata nell’Antico Testamento.

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Pur con tutta la buona volontà, è praticamente impossibile un dialogo con i Testimoni di Geova.

Anzitutto perché la loro interpretazione dei testi biblici è del tutto arbitraria e ciò rende difficile (e a volte impossibile) il confronto anche per chi conosce bene la Bibbia.

Soprattutto, però, il dialogo è impossibile perché essi non praticano un vero dialogo: sanno già cosa rispondere ad ogni osservazione. Nel loro manuale “Ragioniamo facendo uso delle Scritture” hanno indicate le contro-risposte a tutto ciò che un cattolico in genere può dire.

E’ triste dirlo, ma respingere il confronto (con gentilezza ma anche con fermezza) non è in questo caso mancanza di carità: è autodifesa per chi si troverebbe in difficoltà in un falso dialogo, e invito concreto a loro perché smettano di fare un proselitismo fondato sull’inganno.

Attenzione va riservata a quanti sono ai primi passi, o si trovano in crisi con la loro fede, o con sincerità sono animati da una reale volontà di confronto. Ma anche con costoro il dialogo è possibile e fruttuoso solo se si ha una buona conoscenza della Bibbia e un’altrettanto buona conoscenza della metodologia e delle contraddizioni interne al loro modo di interpretare il testo sacro.

(tratto da “Incontro alla Bibbia”, Ufficio catechistico CEI, pagg.105 -6)

2° b)

Una lettura fondamentalista e pericolosa della Bibbia

I TdG fanno della Bibbia una LETTURA FONDAMENTALISTA:

non approfondiscono i testi alla luce del contesto, non riconoscono il principio della progressione della rivelazione, assumono alla lettera i singoli versetti, li estrapolano da un capitolo all’altro senza criterio. La loro apparente conoscenza della scrittura si limita allo studio di singoli passi, isolati, utili allo scopo di guadagnare nuovi proseliti, interpretandoli al di fuori di ogni regola scientifica.

La loro è una LETTURA PERICOLOSA.

La Bibbia usata dai TdG è manomessa nella traduzione. Il gruppo di “esperti” che avoca a sé la traduzione dei testi non ha alcun riconoscimento tra gli studiosi di scienze bibliche, e porge ai lettori testi falsati e interpretazioni forzate , allo scopo di veicolare messaggi contrari alla fede cristiana (come si evince da vari studi scientifici).

La pericolosità di un simile approccio alla Scrittura è ben descritta nel Documento della Pontificia Commissione Biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” (1993), che così precisa. “La lettura fondamentalista si radica in un’ideologia che non è biblica, checchè ne dicano i suoi rappresentanti. Infatti essa esige una adesione ferma e sicura ad atteggiamenti dottrinali rigidi e impone, come unica fonte di insegnamento riguardo alla vita cristiana e alla salvezza, una lettura della Bibbia che rifiuti ogni tipo di atteggiamento o ricerca critici. Il problema di base di questa lettura è che, rifiutando di tener conto del carattere storico della rivelazione biblica, si rende incapace di accettare pienamente la verità della stessa incarnazione……..Essa porta a una grande ristrettezza di vedute….. Tale approccio è pericoloso, perché attira le persone che cercano risposte bibliche ai loro problemi di vita. Tale approccio può illuderle, offrendo interpretazioni pie, ma illusorie, invece di dire loro che la Bibbia non contiene necessariamente una risposta immediata a ciascuno di questi problemi. Il fondamentalismo invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza, poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio.

I Testimoni di Geova e le trasfusioni di sangue

Un noto comportamento dei TdG è il loro rifiuto delle trasfusioni di sangue.

Intanto c’è da osservare che l’obbligo di tale rifiuto non esiste da sempre. Esso inizia con Rutheford ( =direttore della società “Torre di Guardia”) nel 1927, viene ribadito con un richiamo del 1° dicembre 1944 e imposto ufficialmente con un intervento di Knorr (3° presidente dei TdG) il 1° luglio 1945 su “La Torre di Guardia”. Viene da chiedersi se i TdG che prima non praticavano questa prescrizione si siano salvati, dato che essi ora vi annettono tanta importanza!

Per motivare tale proibizione i TdG si rifanno ad alcuni passi della Bibbia, estrapolati dal loro contesto e interpretati alla lettera, come è tipico della loro lettura fondamentalista della Scrittura.

I passi sono: Levitico 3,17: “E’ una prescrizione rituale perenne di generazione in generazione, dovunque abiterete: non dovrete mangiare né grasso né sangue

Levitico 17,10-14 passim: “Ogni uomo …..che ha mangiato il sangue….lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita della carne è nel sangue…nessuno tra voi mangerà il sangue……

Questa prescrizione di non mangiare la carne col sangue si trova in vari altri passi dell’Antico Testamento (Lv.3,26; Lv.19,26; Dt.12,16; 12,23;15,23; 1°Sam.14,34), se ne fa risalire l’origine al tempo di Noè (cfr. Gen.9,4) e, come si è visto in Lev., la motivazione è che il sangue è sede della vita, visto che, perdendo il sangue, la vita se ne va; e quindi esso va riservato a Dio, datore della vita stessa; vita e sangue sono proprietà esclusiva di Dio.

Dissanguare gli animali prima di mangiarne la carne era quindi un segno con cui si riconosceva il dominio di Dio su ogni vita.

Se la proibizione di “mangiare il sangue” si riferisce al sangue degli animali, per l’uomo c’è la proibizione di “versare il sangue”, espressione che equivaleva a “togliere la vita” (cfr. Lv.19,16; Dt.27,25). Di qui la proibizione di uccidere.

Ora i TdG ritengono di osservare e mettere in pratica i suddetti versetti della Bibbia rifiutando categoricamente le trasfusioni di sangue.

Infatti, secondo loro, l’estrazione del sangue dal donatore corrisponde al biblico divieto di non versare il sangue; però – vien subito da osservare – quell’espressione nella Bibbia significa togliere la vita e il dono di qualche decilitro di sangue non è affatto un “togliere la vita” al donatore!

Così pure introdurre del sangue estraneo nel proprio organismo equivale, secondo i TdG a quel “mangiare il sangue” proibito da Levitico e altri passi dell’Antico Testamento, dove comunque si parla sempre di sangue degli animali sacrificati e non di sangue umano.

A parte le contraddizioni intrinseche già richiamate, come considerare questo atteggiamento dei TdG? È davvero conforme alla Bibbia? Assolutamente no, se si assume un’interpretazione corretta e quindi davvero fedele della Scrittura.

E’ noto che, come ribadito nel già citato documento della Pontificia Commissione Biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”, l’esegesi critica è indispensabile per comprendere la Bibbia, Parola di Dio incarnata nel tempo e nello spazio, e per cogliere il suo autentico significato. Pertanto ogni lettura fondamentalista e letteralista allontana dal senso esatto dei testi biblici, come anche dalla piena accettazione delle conseguenze dell’Incarnazione.

Vediamo allora qual è la corretta interpretazione di Lv.17,10-14: lì si parla del comportamento da tenere circa i sacrifici di animali fatti a Jahvè e ne abbiamo spiegato il significato più sopra. Inoltre, nell’esegesi corretta, non solo ogni frase va vista nel suo contesto, ma anche tutto l’Antico Testamento va sempre visto nell’ambito di tutta la storia della salvezza e quindi in rapporto al Nuovo Testamento, da cui prende luce e significato.

Il comportamento suddetto si è tenuto nel corso dell’A.T.; lo si trova anche nella primitiva comunità cristiana, non per il suo valore in se stesso, bensì per rispetto dei cristiani provenienti dal giudaismo (cfr. Atti 15,29). Ma a un certo punto i sacrifici di animali sono completamente cessati, così come sono decadute molte delle 613 leggi e prescrizioni, date da Mosè, in quanto esse erano provvisorie e legate alle concezioni e agli usi del tempo.

La pienezza della Rivelazione, e di conseguenza le indicazioni per il nostro comportamento, si ha solo con Gesù Cristo e il Nuovo Testamento.

Ora, “Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.” (Ebrei 9,12). Con la redenzione di Cristo tutte le prescrizioni giuridiche della legge antica sono cadute (cfr. Ef.2,15). Ma allora, se non è più valida la prescrizione del sangue, perché leggere ancora le pagine di Levitico? Che senso e utilità ha continuare a leggere l’Antico Testamento?

Anche se storicamente superata, ogni pagina dell’A.T. ha un valore perenne (è Parola di Dio, Sacra Scrittura), perché offre un senso, un significato, al di là della forma letterale, che va ricercato con l’aiuto del Nuovo Testamento e del mistero di Cristo.

Il “senso profondo” di Lv.17,10-14 è che Dio chiede all’uomo un totale rispetto della vita, di cui Egli è l’autore. Il senso di quel divieto di mangiare il sangue è quello di rispettare e tutelare la vita ovunque essa si presenti. Allora, paradossalmente, proprio la trasfusione, che sembrerebbe violare il precetto biblico (letto in maniera fondamentalista), in realtà invece, lo osserva e lo pratica, specie quando la trasfusione è necessaria per evitare che il paziente muoia!

E’ noto che il comportamento cocciuto e ostinato dei TdG crea anche problemi con la giustizia; esso si configura come “omissione di soccorso” (art.593 del codice penale); spesso ne danno risonanza i mass media, che titolano: “Perché un TdG preferisce far morire la figlia”, “Impedita per fede la trasfusione. Il figlio di 2 anni è morente”. Tempo fa a Pescara una bimba di 14 mesi fu salvata solo per intervento del magistrato, che ordinò la trasfusione nonostante l’opposizione della madre. Nel 2013 un TdG morì per aver rifiutato le trasfusioni e nel 2015 una famiglia è stata cacciata dai TdG a causa di una trasfusione permessa.

Più recente è quest’altra esperienza. Il figlio di 4 anni di una coppia di TdG è stato ricoverato d'urgenza all'Ospedale San Raffaele: il bambino aveva solo 24 ore di vita per via di una grave infezione e necessitava di un intervento, per il quale avrebbe potuto avere bisogno di trasfusioni di sangue. “Io e mia moglie non volevamo firmare, tanto che il medico ci ha detto a chiare lettere che ci avrebbe tolto la patria potestà”. In casi del genere infatti, la legge italiana è molto chiara: “Dovranno essere attivate le procedure previste dagli artt. 330 e 333 del codice civile con l'intervento del giudice tutelare, il quale potrà pronunziare la decadenza dalla potestà dei genitori”. Claudio, il padre, nonostante le interferenze del Comitato Sanitario dei TdG, che anche in questo caso si è subito presentato in ospedale, ha preso la decisione di far operare suo figlio, ha firmato per le eventuali trasfusioni e oggi il bambino è fortunatamente in buona salute. Il Comitato avrebbe voluto invece che il piccolo venisse trasferito in un ospedale disposto a operarlo senza bisogno di sangue. Dopo quella terribile esperienza, il legame della coppia con i Testimoni di Geova ha iniziato a vacillare.

 

Last Updated on Thursday, 01 March 2018 12:43
 
I Testimoni di Geova ALL.B
Written by Ileana Mortari   
Thursday, 01 March 2018 11:53

 

ALLEGATO B alla Newsl.N.52 sui TdG 23-2-18 curato da un teologo-biblista italiano

I FUORIUSCITI: PERCHE’ UN DRAMMA NEL DRAMMA ?

C’è da dire che, nonostante i numeri a 6 zeri di affiliati ai TdG, non tutti hanno dato all’ammasso il loro cervello. Fortunatamente, pur con drammi e sofferenze a non finire, a volte ha la meglio quella coscienza che, se non la tacitiamo, “cammina con noi; e con lei devi misurare ogni attimo, ogni parola e ogni silenzio…” (E. Olivero). Abbiamo anche visto il grosso numero di persone uscite dai TdG. Conoscere le loro testimonianze può certo essere di aiuto a chi è in dubbio o in difficoltà.

 

ALPHA “Avevo 14 anni ed ero una grande idealista Però ero troppo giovane per contribuire in modo valido alla soluzione dei problemi del mondo; questa attitudine mi portò ad accettare lo studio biblico offertomi dai TdG. Essi dicevano che potevano spiegare il bene e il male e altri misteri della vita. Così accettai con zelo la loro fede, senza rendermi conto di quanto sarei stata manipolata.”

 

http://www.roccopoliti.it/?page_id=12 15-12-12

Rho Mi hanno fatto conoscere i testimoni di Geova quando avevo 10 anni e, seguendo la famiglia, li ho frequentati e ne ho fatto parte per 40 lunghi anni. Hanno manipolato quasi tutta la mia vita. Ho iniziato come interessato, così veniva identificato colui che iniziava a studiare, poi iscritto alla scuola di ministero teocratico (una continua preparazione su cosa e come predicare di casa in casa), poi promosso a proclamatore, quindi pronto per andare di casa in casa.

Battezzato, sposato nella loro comunità, servitore di ministero (una specie di diacono), il più giovane anziano a 23 anni (una specie di vescovo), conduttore della scuola di ministero teocratico, conduttore della rivista Torre di guardia, segretario contabile, sorvegliante che presiede, oratore, etc.…….Sono stato plagiato e manipolato mentalmente….e da plagiato sono diventato plagiatore, da manipolato mentalmente sono diventato manipolatore delle menti.

Poi un giorno all’improvviso una spada di Damocle colpisce la mia famiglia e come conseguenza vengo disassociato, dopo aver subito una aberrante inquisizione durata 50 ore di giudizio. Assieme alla mia famiglia abbiamo lasciato la società e siamo fuggiti verso la libertà. Una volta fuori da quella prigionia, abbiamo vissuto 12 anni trascorsi a disintossicarci, a nascere nuovamente, a crescere, imparare, decidere da esseri umani LIBERI. Ora ho partecipato a TV2000 rilasciando un’intervista con il vivo desiderio di trasmettere la mia esperienza e, credetemi, con un unico obiettivo: cercare di aiutare altri a non cadere vittime di manipolazioni mentali come è successo a me. Ma soprattutto conto sul blog citato all’inizio: per far conoscere attraverso la nostra esperienza come E’ POSSIBILE AVERE LA PROPRIA ESISTENZA ROVINATA DA UNA MODERNA ORGANIZZAZIONE MILIARDARIA AMERICANA.

Tau TdG sono contro l'individualismo e l'edonismo imperanti nella nostra società, posizioni che per quanto mi riguarda mi trovano assolutamente d'accordo. Ma un conto è se qualcuno mi chiede se far carriera debba essere il primo obiettivo di un uomo e un altro è il modo in cui  loro cercano di affermare questi valori".

Omicron “Ho letto diversi libri di ex TdG, e questo ancora mi manca,…meglio che mi spicci a trovarne uno prima che la WatchTower lo faccia rettificare!”

 

Sigma. 2-2-2011 Intorno ai vent'anni mi sono fatta convincere dai miei cugini a prendere il battesimo dei TdG. Mi piaceva la compagnia dei ragazzi del gruppo e mi sono fatta abbindolare da alcune teorie, come quella che chi è TdG vivrà sulla terra purificata dal male dopo che dio l'avrà ripulita da tutti i malvagi. Mi sono sposata con uno di loro ed i guai sono iniziati quando sono rimasta incinta. Piano piano mi sono resa conto che ci sono troppe regole che è frustrante seguire, come ad esempio è VIETATO salutare o solo parlare con i disassociati, cioè persone che per un motivo o per un altro sono uscite dalla setta.

Inoltre chi secondo le loro regole assurde e restrittive è colpevole di qualche peccato che LORO giudicano grave e non confessa, verrà distrutto e non vivrà nella nuova terra! Ebbene purtroppo di tutte queste assurdità mi sono resa conto troppo tardi, perche' ormai mi ero BATTEZZATA ed era più difficile uscirne. Ma ce l’ho fatta. Così però ho perso tutti i miei amici e soprattutto l'affetto dei miei parenti testimoni di Geova. Sono passati 5 anni, nei quali tra l’altro non potevo partecipare a un matrimonio di parenti, perché: o io o i miei che erano ancora nella setta. Purtroppo provo ancora

rabbia e rancore, mi sento tradita e presa in giro, vorrei tanto lasciare questo odio, ma non so come fare: certi vigliacchi vorrebbero toglierci la liberta', l'individualita' e la dignita',e poi sono loro a sentirsi perseguitati ed ostacolati da tutti!

 

Gamma “Figlio di 2 TdG, ero obbligato ad andare alle adunanze tre volte a settimana e a predicare con la borsetta e i volantini. Vivevo la predicazione come un’umiliazione totale. A 5 anni e mezzo ho tenuto il mio primo discorso davanti a 80 persone TdG perché ti addestrano fin da piccolo. Vedevo passare i miei compagni di scuola che andavano a giocare e io stavo lì, in giacca e cravatta, a predicare. Ero molto deriso e preso in giro e vivevo un senso costante di inadeguatezza”.

Delta «È come vivere in mezzo agli specchi concavi e convessi del luna park. Ti convinci che quella è l'immagine del mondo e che sono tutti gli altri a vederti in modo sbagliato». Fin da piccola, la mia vita era diversa. «Ma già da bambina di 6-7 anni pensavi: è normale che mi prendano in giro, perché i veri cristiani sono stati perseguitati».

Jota 12-2-2018 Racconto la mia storia per la prima volta, non la conosce quasi nessuno”. A parlare è Jota, 40enne, nato in una famiglia di TdG e cresciuto in una congregazione, battezzato a 14 anni e oggi disassociato. L’infanzia che racconta è un’infanzia difficile e opprimente. “Stavo in un ambiente in cui mi si diceva tutti i giorni cosa fare, cosa leggere, cosa pensare, tutte le azioni erano programmate“, spiega, sottolineando come fosse impossibile avere rapporti normali con il “mondo fuori” a causa dei dettami imposti dagli anziani. “Alle elementari non potevo andare a nessuna festa di compleanno, avevo 6 anni e non sapevo che dire ai miei compagni di classe perché già mi vergognavo. Non potevo stare con i miei amici, mi vergognavo del fatto che non potessi mangiare una fetta di torta per paura che qualcuno lo dicesse ai miei genitori, dicevo di avere mal di denti”. Al dispiacere di non poter festeggiare compleanni si aggiungeva un terrore costante di essere visto trasgredire le regole, e non solo.Un bambino cresce sapendo di dover fare la spia“, nel caso veda un amico infrangere una norma. Ma cosa succede in tal caso? “C’era una violenza psicologica costante: alle adunanze sentivo parlare tutti i giorni di un Dio geloso, che uccideva, che ti puniva se non facevi quello che lui diceva. Tutto però veniva condito con la frase “questa è la verità, è un Dio d’amore” Sarà! Ma intanto c’erano tante famiglie come la mia che vivevano di botte, terrore e religione“. Una quotidianità mai serena. Dovevi mantenere un autocontrollo così pesante che rischiavi di autodistruggerti”. La prima volta in cui io ho pensato di togliermi la vita è stato a 5 anni - Volevo buttarmi dal balcone, ci pensavo tutti i giorni della mia vita”. Dopo aver subito quattro processi, Jota è definitivamente uscito dai Tdg a 22 anni; gli sono stati necessari 16 anni di terapia psicologica per superare quanto vissuto. “In quei 16 anni ho avuto relazioni disastrose, non mi era mai stato insegnato l’amore. Quando una persona esce, si ritrova da sola, non ha amici e i parenti all’interno non possono salutarlo”.

Kappa “L’età più brutta è stata quella delle medie. Con gli altri ragazzi si arrivava spesso alle mani, mi picchiavano, ero quello diverso. Se tornavo a casa piangendo perché avevo avuto una lite e le avevo prese, mio padre si incavolava perché dovevo farmi rispettare. Se invece le avevo date, si incavolava lo stesso perché dovevo perdonare il prossimo”. Tra “insicurezze e mancanza totale di autostima” egli riesce però lentamente ad allontanarsi da quella realtà. “Un grandissimo aiuto è venuto dai miei fratelli che mi hanno aperto la strada. Loro fino ai 18 anni sono stati costretti ad andare, io invece già a 14 anni stavo fuori”. Nonostante abbia mantenuto i rapporti con la famiglia, le conseguenze di una gioventù vissuta così rimangono nel suo presente. “Il passato continua a influenzarmi tantissimo, è un’esperienza che purtroppo mi ha segnato negativamente a vita..

Estratto dal link https://jwanalyze.wordpress.com/cosa-ce-che-non-va-nellessere-un-testimone-di-geova/

Csi Quando ero bambino e ho perso il primo dentino, ricordo di essermi svegliato nel letto di notte, chiedendomi se sarei morto ad Armageddon a causa del sangue che avevo inghiottito. I bambini non dovrebbero avere paura di queste stupidaggini.

La Watchtower ha bisogno di far credere che le condizioni del mondo sono molto peggiori di quanto realmente siano, per dimostrare che siamo negli Ultimi Giorni e creare il senso di urgenza nei suoi seguaci affinchè si dedichino a far prosperare l’organizzazione.

Uscendo da tale organizzazione, è sconcertante prendere consapevolezza di quanto eri convinto di cose che sono assolutamente senza senso. Ci vuole tempo per iniziare a fidarsi della propria capacità di pensare e per imparare a valutare le informazioni

I figli dei Testimoni di Geova crescono sentendosi diversi dai propri coetanei.

Senza dubbio la caratteristica più distruttiva di questa religione si riscontra nel realizzare che i genitori Testimoni di Geova hanno solo un “amore condizionato” per i propri stessi figli. I figli dei Testimoni sanno che i loro genitori li considereranno come parte “del mondo” o addirittura li cancelleranno completamente dalla loro vita se decideranno di non rimanere Testimoni di Geova.

… l’educazione come Testimone influisce ancora enormemente su di me, e questa è la vera difficoltà per molti di noi. Mi sono rassegnato al fatto che non apparterrò mai a nulla ormai, è troppo tardi per recuperare le cose perse nell’infanzia e queste dottrine religiose hanno ampiamente distrutto la mia famiglia. – Email da un lettore

Ai bambini cresciuti nelle religioni coercitive non è permesso sviluppare la loro vera identità. I bambini sono costretti a conformarsi a dei tipi psicologici accettati dalla comunità, come, ad esempio, mostrare l’estroversione necessaria per la predicazione. La rigorosa adesione alle regole e la punizione per le infrazioni ostacola lo sviluppo delle proprie frontiere personali. Lasciando il gruppo coercitivo da adulti, gli ex membri scoprono che tutti i propri parametri personali necessitano di una rivalutazione e, in questa fase, potrebbero sviluppare comportamenti auto-distruttivi.

Non essere parte del mondo ha un effetto significativo sulle persone. Uno psicologo ha affermato: “Quando i compagni di classe festeggiano un compleanno, si scambiano messaggi per San Valentino o si iscrivono alle attività extrascolastiche, i bambini dei Testimoni di Geova affrontano un conflitto tra la propria inclinazione personale ed i rigidi divieti della loro setta. Alcuni obbediscono alla lettera, altri vivono delle doppie vite, ma tutti sperimentano un conflitto interiore cercando di conciliare queste cose“.

Lambda “E’ per questo che sono giudicato? Perché ho deciso in coscienza di farmi guidare dalle Scritture e non dalla Torre di Guardia? Se è così che stanno le cose, abbiamo sbagliato nome! Non siamo testimoni di Dio, ma della Watch Tower Society!”

Ni I dubbi che erano affiorati agli inizi, cominciarono a farmi riflettere per lo più durante il periodo degli studi. Imparai cos’è il pensiero critico, e a guardare il mondo da diverse prospettive. Improvvisamente, leggere la Torre di Guardia era uno strazio a causa dei falsi ragionamenti e delle false analogie e anche per un’etica giornalistica generalmente povera. Era come se mi fossero stati dati gli occhiali con i codici della spia, così che tutti i messaggi segreti, manipolazioni e intimidazioni mentali diventavano ora chiari come cristallo. Ricordo che a un certo punto non avevo più voglia di scrivere una sola ora di servizio. Anche le adunanze, in quel periodo, erano un sonnifero per la mente, noiose. Stavo imparando così tante cose interessanti e nuove all’università che la solita vecchia retorica del Ministero del Regno non mi soddisfaceva più

Mi A differenza di mio padre, sempre più dubbioso, mia madre continuò a credere, giustificando le delusioni (fallimento del 1975, quando doveva esserci la fine del mondo) con la motivazione ampiamente adottata da molti testimoni e sovente suggerita dal Corpo Direttivo: gli uomini sbagliano, ma l’organizzazione è diretta da Dio, quindi degna di fiducia. L’equazione è semplice: dubitare dell’organizzazione significa dubitare di Dio stesso! Battezzato a 15 anni, nel ’90, dopo vari anni mi sposai ed ebbi due figli; lavorando molto nella comunità, ero arrivato al grado di “anziano” a soli 24 anni. Fu allora che constatai negli altri anziani la mancanza di preparazione, di vero amore fraterno e di genuino interessamento nei confronti dei bisogni altrui.

Non è un gruppo di persone veramente felici (come vogliono far credere), ma di individui che eseguono ordini, seguono scrupolosamente delle regole umane, prendono per buoni insegnamenti, ideologie e subiscono passivamente il dominio di chi, secondo loro, rappresenta Dio in terra.. Per i testimoni di Geova le persone interessate sono quelle che, se fanno domande, si accontentano delle risposte standard date. Chi desidera discutere le “verità” è visto come uno che è meglio lasciar perdere.

Mettere in dubbio qualche insegnamento, spesso anche solo qualche regola dell’organizzazione, suscita nello stesso testimone sensi di colpa così forti da spingerlo a reprimere ogni pensiero che non sia conforme al modello e ai codici di vita imposti. Io invece cominciai a studiare la Scrittura per mio conto, scoprendo errori e divergenze nella interpretazione dei TdG e soprattutto l’incoerenza della vita rispetto alla Parola. Notavo ad esempio che lo spirito che aveva animato i primi cristiani era qualcosa di molto diverso da quanto vedevo nei miei “fratelli”: non c’era la condivisione, la felicità e, soprattutto, non c’era l’Amore che il Cristo aveva tanto insegnato.

Chi Come molti sanno, i TdG tentano di inscrivere nella mente degli adepti una serie di sensi di colpa che li portano a scegliere, apparentemente per autodeterminazione e nel rispetto del libero arbitrio, di privare se stessi di normali esperienze di vita che possono contribuire a formare il carattere e la personalità. Tutto questo è finalizzato a formare persone ammaestrabili, accomodanti, prive di senso critico e della autentica determinazione.

Considerano il limite imposto alla loro libertà personale come una protezione da una serie di pericoli spesso immaginari. Chiunque si discosti da tale profilo psicologico è considerato una persona malvagia se non rispetta i precetti della WTS. Tale persona ha l’unica speranza di redimersi, pentirsi e tornare ad una condotta da loro considerata “pura”.
Molto diversa è per loro la condizione di chi dichiara di non credere più alle dottrine della WTS, spesso anche di chi manifesta uno spirito critico nei confronti di aspetti organizzativi o amministrativi della loro opera. Non importa quanto sia rilevante la posizione di chi dissente; a questo proposito è emblematico il caso dell’ex membro del Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova di Brooklyn (ora Warwich) Raymond Franz, disassociato nel 1980 per “apostasia”. L’apostasia è considerato un peccato contro lo Spirito Santo, quindi imperdonabile per l’eternità. Gli apostati sono per loro persone morte per sempre agli occhi di Dio, corpi senza anima e sono stati più volte dichiarati dalla WTS “mentalmente malati”.
Il testimone di Geova che viene a bussare alla porta la domenica mattina è arrivato per gradi a considerare tutto questo “un paradiso spirituale”, paradiso che per altruismo vuole condividere con il prossimo pensando che il bene derivante dal messaggio della predicazione sia molto più prezioso di cure mediche o sostegno morale, perchè “a che serve guadagnare il mondo intero, se stanotte ti chiederanno la tua anima?” – Il Vangelo secondo Marco Capitolo 8 verso 36.

Descrivere le persone “del mondo” nel più vile dei termini forma un parere negativo e irrealistico di chiunque non sia un Testimone di Geova. Coloro che sono cresciuti come Testimoni di Geova non conoscono altro di meglio e spesso credono che tutte le persone “del mondo” siano cattive e non affidabili, coltivando il profondo terrore di lasciare la Watchtower Society. Anche quando non credevo più alla dottrina della Watchtower, avevo una paura tremenda di lasciare l’organizzazione, credendo che non avrei mai trovato veri amici o la felicità e probabilmente mi sarei suicidato. E’ avvenuto, invece, l’esatto opposto.

Lasciare la Watchtower Society, per me, ha significato grande gioia, quando ho realizzato quanto siano meravigliose la maggior parte delle persone. Mentre affrontavo il trauma di aver lasciato la Watchtower, le continue offerte di aiuto da parte di molte persone di ogni tipo di background mi hanno aiutato in quello che, altrimenti, sarebbe stato un periodo insopportabile. Ho scoperto che le persone in generale sono amorevoli e conosco costantemente persone che aiutano altri, in modi sia piccoli che grandi.

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Pi “Dio non vuole il fanatismo né mette il paraocchi: Dio è AMORE, serenità, dialogo, uguaglianza, rispetto, confronto leale tra quanti hanno idee diverse.”

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“Con le loro regole sull’emarginazione verso chi vuole lasciare l’Organizzazione (il famigerato “ostracismo”, che arriva ad applicarsi anche ad amici e familiari, hanno rovinato e continuano a rovinare la vita di migliaia di persone. C’è chi è arrivato al suicidio per causa loro. E questo non deve più succedere. Non sarò certo io a cambiare le cose, così come non sarà nessun singolo. Ma come me ne sono venuti fuori molti (150.000 negli ultimi anni), e molti altri ne verranno ancora fuori. Se ognuno farà sentire la propria voce, andremo a formare un unico grande coro che alla fine si imporrà all’attenzione pubblica e delle autorità” (Aldo Gallinaro)

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QUALCHE INDICAZIONE BIBLIO-SITOGRAFICA

Marta De Rossi (pseudonimo) "Geova mi ha delusa, non Dio", Dehoniane

Cadei Battista, - Santovecchi Patrizia, Da testimone di Geova a…? Un aiuto per chi vuole uscire, EDB, Bologna

Don Paolo Sconocchini, Testimoni di Geova, Shalom, pp.213-231

VADEMECUM per uscire dai TG di Rocco Politi http://www.roccopoliti.it/?p=8870

ASSOCIAZIONI DI AIUTO PER CHI E’ USCITO DAI TdG

http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2018/02/07/news/quo-vadis-vicino-a-chi-cambia-vita-1.16443109 presenta Quo Vadis www.quovadisaps.org

Emanuele Nacci, avvocato e professore di diritto pubblico è il presidente del gruppo "Shalom" di Bari, che si occupa di mutuo aiuto per sostenere psicologicamente e culturalmente i fuoriusciti da sette e movimenti religiosi “alternativi”. In 25 anni di attività ha incontrato e aiutato tante persone, la maggior parte delle quali proprio  ex testimoni di Geova. Dei Testimoni dice senza mezzi termini: «Sono una vera setta che plagia le coscienze di molte persone e ne condiziona la vita, fino al punto di sfasciare famiglie e creare dipendenza psicologica».

https://www.facebook.com/usciredaitestimonidigeova/

https://associazionevittimetorrediguardia.wordpress.com/tag/fuoriusciti-dai-testimoni-di-geova/

 

Last Updated on Thursday, 01 March 2018 12:40
 

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