Eutanasia, riflessioni e testimonianze 16-3-17
Written by Ileana Mortari   
Friday, 24 March 2017 11:32

Eutanasia-riflessioni e testimonianze 16-3-17

Last Updated on Friday, 24 March 2017 11:50
 
Comm.Vang.4°Quar.ambr.26-3-17
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 22 March 2017 09:32

 

26 marzo 2017 IV° domenica di Quaresima – ciclo unico - Rito ambrosiano

Giov.9,1-41: vang. IV° domenica Quares. A – Rito romano

“Siamo forse ciechi anche noi?”

(Giovanni 9,1-41)

di Ileana Mortari

Nei Vangeli sinottici troviamo quattro episodi di guarigione di ciechi, interpretate come segni dell’arrivo dei tempi messianici, perchè dimostrano il realizzarsi della profezia di Isaia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi.” (Isaia 35,5)

In Giovanni, invece, troviamo un solo episodio di questo tipo e, come gli altri sei miracoli narrati dal quarto evangelista, esso ha soprattutto valore di “segno”, cioè ha eminentemente la funzione di condurre al riconoscimento di Gesù come Messia e Figlio di Dio.

In particolare poi l’episodio del capitolo 9 è mirabilmente condotto dall’autore in modo da far risaltare plasticamente quello che succede tra gli uomini alla venuta di Gesù, luce del mondo; esso è infatti la “rappresentazione drammatica” di quanto afferma Gesù stesso al termine del capitolo: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi.” E’ questa una frase a prima vista enigmatica, per non dire assurda. Che cosa può voler dire che Gesù viene perché qualcuno che era cieco ora veda e i vedenti non vedano più? Evidentemente le parole non vanno prese alla lettera, o meglio, occorre intendere bene il significato di “vedere” e “diventare ciechi”: non si tratta di un vedere o meno sul piano fisico, ma sul piano della fede.

Poiché l’offerta di salvezza viene rivolta da Dio ad uomini liberi, la venuta del Figlio nel mondo li sollecita, anzi li “costringe” a svelare completamente quello che hanno nei cuori e a prendere una posizione pro o contro Gesù. Questo Giovanni lo dice ripetutamente nel suo vangelo: di fronte a Lui non è più possibile stare in una posizione neutrale, occorre per forza prendere posizione, dichiararsi, e ovviamente portarne le conseguenze.

Così nella vicenda del cap.9° possiamo chiaramente vedere le diverse reazioni di fronte al miracolo della guarigione: incertezza e perplessità tra la folla (v.9: “alcuni dicevano “E’ lui”, altri “No, ma gli assomiglia”); dissenso tra i farisei (v.16); prudente distanza dei genitori (v.21: “come ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi”).

Ma soprattutto le due possibili e antitetiche posizioni contrapposte circa il giudizio su Gesù sono rappresentate dall’uomo guarito e dai farisei. Per tre volte questi dicono: “Noi sappiamo” e per tre volte invece l’altro afferma di non sapere. Eppure proprio dallo svolgersi dei dialoghi e dall’incrocio delle argomentazioni risulta esattamente il contrario!

Il povero mendicante, rassegnato alla sua disgrazia (forse collegata a una dimensione morale – cfr. i vv.2-3), quando un uomo chiamato Gesù, dopo avergli impiastricciato gli occhi con del fango, gli ordina di andare a lavarsi, obbedisce senza obiettare. Esegue quanto gli viene detto e si ritrova di colpo guarito da un male assolutamente incurabile. Poi, sollecitato dai vari interrogativi che gli vengono posti, si ritrova in pratica a ripercorrere nel giro di poche ore l’esperienza di cammino spirituale e di incontro con Jahvè fatta dal popolo ebreo nel corso della sua storia, quando ha saputo nutrire fiducia in Dio ed è quindi diventato esemplare per ogni credente.

Anche quell’uomo è aperto ad accogliere la verità e ragiona correttamente a partire dalla realtà del fatto accaduto; è insomma un bell’esempio di quella che chiamiamo “onestà intellettuale”.

E così succede che proprio lui, comunemente ritenuto ignorante, disgraziato e “nato tutto nei peccati” (v.34), mostra di aver raggiunto una assai più profonda comprensione dell’insegnamento di Mosè rispetto ai farisei, al punto che può impartire loro una vera e propria lezione di teologia!

Egli infatti si fa portavoce della linea ortodossa dei rabbini: “Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta” (v.31). Gesù è appunto uno che fa la volontà del Padre e quindi il Padre lo ascolta (come possiamo vedere da vari passi di Giovanni: 8,26; 8,42; 11,41-42).

Tutto il contrario succede ai farisei che tanto credono di sapere!

Anzitutto si contraddicono (come è evidente se si confronta Giov.9,29 con 7,27); in secondo luogo hanno talmente idolatrato la Legge, da arrivare a negare l’evidenza dei fatti (la indubitabile guarigione di uno cieco dalla nascita), pur di non recedere di fronte al fatto che Gesù “deve” essere un peccatore, dal momento che ha violato il sabato! (viene proprio da pensare che la loro sia non tanto una “osservanza”, ma una “ossessione” della Legge!). Infine, come sempre succede in questi casi, quando non hanno più argomenti validi da opporre, passano all’insulto e cacciano ignominiosamente l’uomo dalla sinagoga.

Ecco dunque come la presenza di Gesù-luce ha manifestato ciò che era celato nei cuori e nelle coscienze! Nei due “tipi” rappresentati dal cieco guarito e dai farisei abbiamo la palmare contrapposizione tra la semplicità del vedere e riconoscere ciò che è avvenuto e la cieca ottusità dell’arrogante che pretende di sapere senza lasciarsi minimamente sfiorare dal dubbio.

Come ben sappiamo, la validità di ogni pagina evangelica è perenne e, dopo aver ascoltato la Parola di oggi, tutti noi, onestamente, non possiamo non porci la domanda: “Sono forse cieco anch’io?”. Gli elementi per dare una risposta corretta non ci mancano davvero!

 

Last Updated on Wednesday, 22 March 2017 09:33
 
Comm.Vang.Ult.d.Epif.ambr.26-2-17
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 21 February 2017 08:48

26 febbraio 2017 Ultima domenica dopo l’Epifania, detta “del perdono”-

Rito ambrosiano – Anno A

Luca 15, 1-32: vang. 24° C Rito romano

Luca 15, 11-32: vang. 4° domen. Quar. C rom.

“Suo padre gli corse incontro e gli si gettò al collo”

(Luca 15,1-3;11-32)

 

di Ileana Mortari

 

 

Nel testo si accampano a forti tinte tre personaggi: il padre, il figlio minore - dissoluto, e il primogenito – fedele e laborioso.

Il figlio minore, sentendosi allo stretto in famiglia, chiede al padre la sua parte di eredità (con il genitore in vita, gli spettava un terzo dei beni, il doppio andava al figlio maggiore) e parte per una meta lontana, credendo di raggiungere l’agognata libertà. Ma conduce una vita disordinata, sperpera i soldi e si riduce a fare il guardiano di porci, patendo la fame. Così, toccato “il fondo” come si suol dire, rientra in sé e decide di tornare a casa . E’ convinto di aver perso l’amore del genitore e di doverselo meritare di nuovo. MA IL PADRE NON HA MAI CESSATO DI AMARLO. Quando il figlio gli chiede perdono, non lo lascia neppure parlare: il suo amore precede il pentimento e la conversione; gli offre con gioia veste, anello, calzari, “segni” dell’essere figlio e vuole che si faccia festa per il ritorno del giovane, il quale, travolto da questa misericordia sovrabbondante, finalmente capisce che il padre non solo l’ha sempre atteso, ma l’ha sempre amato, anche quando lui lo aveva dimenticato, o forse odiato. E’ evidente che il figlio minore rappresenta quei pubblicani e peccatori che abbiamo incontrato nel v.1 e la sollecitudine del padre manifesta la sollecitudine di Dio Padre rivelata da Gesù.

 

Nel proseguimento della parabola troviamo il 3° personaggio, il figlio maggiore, un giovane fedele rimasto sempre in casa. “In tal modo il parabolista ha abilmente messo in scena anche i “mormoratori” scribi e farisei (cfr. v.2) rappresentandoli nel figlio maggiore. Anziché godere della gioia del padre, questi ne prova irritazione: esattamente come gli scribi e i farisei che mormoravano contro Gesù. Costoro, i “giusti”, sempre fedeli e sempre a servizio, sono sì dei credenti, ma non conoscono Dio.

Il figlio maggiore non riesce a vedere la questione con gli occhi del padre………La gioiosa accoglienza riservata al fratello minore (che egli non riconosce come “fratello”) suscita in lui l’amara sensazione che la sua fatica sia del tutto sprecata……..si risente nei confronti del padre e non vuole entrare in casa; il padre non si adira neppure con lui, ma esce, gli va incontro, lo prega e lo chiama “figlio mio”. IL PADRE AMA ENTRAMBI I FIGLI. Ascolta le ragioni del figlio maggiore e le confuta: è un dialogo su cui il parabolista indugia, forse per ricordarci che talvolta la conversione del giusto è più difficile di quella del peccatore.” (B.Maggioni, Le parabole evangeliche, p.225)

 

La parabola odierna viene chiamata normalmente “del figliuol prodigo”, ma a ben vedere è piuttosto la “parabola del padre misericordioso”, anzi “la parabola di un padre prodigo d’amore” ed è forse la pagina più nota del vangelo di Luca, certamente una delle più celebri; è una pagina addirittura commovente, una grande pagina evangelica, che non a caso i Padri della Chiesa definivano “il Vangelo nel Vangelo”. Infatti, se il vangelo è Buona Notizia, questa parabola è davvero l’apice della Rivelazione cristiana: l’amore di Dio non ha confini; egli ci ama non solo se siamo buoni, ma anche e soprattutto quando siamo cattivi: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi!(Rom.5,8) Il testo è dunque una sorta di catechesi sul sacramento del perdono, è una pagina di rara bellezza letteraria e di ancor più rara densità teologica. Quella in esame è anche la parabola forse più articolata e ricca di tratti descrittivi, ciascuno con un preciso significato.

 

Il centro della pericope è costituito certamente dalla straordinaria figura del Padre, un esempio e modello di amore paterno difficilmente eguagliabile.

Ogni parabola ha poi la cosiddetta “punta”, cioè da quella parte su cui, come accade per un quadro, è soprattutto attirata l’attenzione dell’ascoltatore; nel caso presente la “punta” sta nel modo in cui il padre si pone di fronte ai due figli e quindi nell’invito a non opporsi alla sua straordinaria misericordia, perchè Gesù non è “venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. (Mc.2,17).

 

Io credo che il messaggio principale che emerge dal testo lucano sia proprio questo: fugare nel modo più assoluto qualsiasi forma di paura o addirittura terrore di fronte a Dio, visto come Giudice inesorabile che, alla fine della vita, ci farà pagare tutti i nostri conti; e prendere atto che, in quel momento, noi ci troveremo al contrario di fronte ad un Padre dolcissimo, pieno di comprensione e di misericordia, felice – Lui ! – del nostro pentimento e del nostro ritorno, anche nel caso che i nostri peccati siano stati i più ignobili, vergognosi e incalliti del mondo. A questo proposito mi vengono in mente la parole di S. Teresina del Bambin Gesù (in “Storia di un’anima”): “Sento che, se anche avessi commesso tutti i crimini possibili, la moltitudine di offese diverrebbe come una goccia d'acqua gettata in un braciere ardente!”

Attualizzando il testo di Luca per il nostro tempo, possiamo ricordare il ragionamento di tanti: “Ecco, io fin da piccolo sono stato osservante e praticante. Quello lì, che ha fatto i suoi comodi per tutta la vita, si pente all’ultimo momento, viene perdonato ed ha la stessa mia ricompensa: il Paradiso. E’ giusto questo?”. Certo, è giusto nella logica di Dio, diversa dalla nostra, ma uguale a quella di un padre o di una madre, che non aspettano altro che il ritorno del figlio traviato; e quando questi si ravvede, gioiscono infinitamente, facendo gran festa e mettendolo a parte dei loro beni tanto quanto gli altri figli che magari vi hanno contribuito con il loro lavoro.

 

Non può essere che gretto e meschino il ragionamento di cui sopra, perché c’è comunque una bella differenza tra l’essere in dialogo e comunione con Dio fin dall’inizio della propria vita cosciente ed arrivarci all’ultimo momento: si perde molto purtroppo!, e poi si corre il rischio di essere raggiunti dall’esito fatale prima di fare in tempo a convertirsi. E ancora: siamo sicuri che il gaudente in questione fosse veramente felice e appagato? Che ne sappiamo noi di quello che è passato nel suo animo? Chissà quanti “figliuoli prodighi” hanno “assaporato” e tuttora “ruminano” i frutti amari della loro presunta libertà!

 

Chi ha conosciuto e goduto dell’amore straordinario e pacificante di Dio per tanto tempo nella sua vita, non può che rallegrarsi che un suo fratello vi giunga, pur se in extremis, e partecipi egli pure della gioia ineffabile che ci viene dall’essere immensamente amati da Dio Padre.

 

Last Updated on Saturday, 25 February 2017 21:46
 
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