Discorso di Mons.Lorefice 15-7-18
Written by Ileana Mortari   
Tuesday, 17 July 2018 16:26

 

Quello che segue è a mio parere un testo veramente PROFETICO, che andrebbe diffuso il più ampiamente possibile. Ileana Mortari

Il testo integrale è al link

http://www.diocesipa.it/site/wd-interventi-vesc/discorso-alla-citta-dellarcivescovo/

ESTRATTO DAL DISCORSO DI MONS. CORRADO LOREFICE, Arcivescovo Metropolita di Palermo, tenuto il 15-7-2018, per la festa di S. Rosalia

……Non è della paura che dobbiamo avere paura. Non sono la paura e l’angoscia che dobbiamo negare, facendo finta che non ci siano. È vero, siamo impauriti qui, in questa nostra patria meravigliosa, perché il lavoro manca, drammaticamente e, a volte, tragicamente; perché i nostri giovani perdono la speranza e si sentono costretti a partire, privandoci della loro presenza, della loro giovinezza forte e creativa; perché nelle nostre periferie cresce il disagio, aumentano i poveri. Ma è così difficile dare voce alle periferie… Il giogo della mafia e di tutte le mafie – penso alla malavita, alla mentalità mafiosa – stringe il nostro territorio, penetra nelle nostre case, inquina la vita sociale, si incunea nella politica, persino in alcuni ambienti ecclesiali, con una tracotanza che ci lascia attoniti. È vero, abbiamo paura, ma dobbiamo dircelo insieme, perché le paure non vissute assieme provocano frammentazione e aggressività.

Cari Cittadini, Care sorelle, Cari fratelli di Palermo, guardiamo in faccia la paura, poiché il vero grande pericolo non è la paura, ma è la rabbia, è la rassegnazione, è l’evasione. Se infatti assumiamo da adulti le nostre paure, potremo assieme costruire qualcosa, anzitutto riconoscendo chi punta a cavalcarla questa paura, ad approfittarne per il suo misero successo personale. E sono tanti! Pronti a fare dei reali bisogni della nostra terra un uso interessato, ideologico, al fine di creare il nemico da combattere, al fine di condurre battaglie inesistenti per ergersi a capi e a paladini.

Non lasciamo in mano a nessuno il nostro destino, non lasciamoci manipolare, prendiamo in mano la nostra vita, la vita e il futuro della nostra Città! Chiunque ha a cuore tutto questo non cerchi risposte semplici, salvatori di comodo, cesari di passaggio. Guardiamo ai nostri testimoni, ai nostri martiri, che possono davvero indicarci le strade per soluzioni creative e partecipate.

Lo sappiamo tutti: è il 25esimo anniversario della morte di don Pino Puglisi. Il suo messaggio deve risuonare a Palermo. Don Pino diceva che “è tempo di rimboccarsi le maniche”, di passare “dalle parole ai fatti”, di fare una proposta diversa rispetto alla “cultura dell’illegalità” promossa dai mafiosi, di adottare un nuovo “stile di vita”.

E Libero Grassi, morto come lui per mano della mafia, da testimone umile e forte della verità, ricordava che non è la quantità del consenso elettorale che fa la democrazia: non si è uomini della polis, uomini ‘politici’ forti solo se si prendono tanti voti alle elezioni. Ciò che conta – diceva Grassi – è la qualità del consenso: ovvero la sua libertà, la sua convinzione, il suo essere frutto di una scelta e di un pensiero. Per questo sono morti i martiri palermitani della mafia, per questo è morto Piersanti Mattarella, che stasera vorrei ricordare con affetto e gratitudine.

Mi rivolgo anzitutto alle giovani e ai giovani di questa piazza: ad aiutarvi nella verità non è il politico che vi promette favori, il prete che vi raccomanda, il potente che vi chiede in contraccambio il sacrificio della vostra libertà, non è chi vi dice che risolverà in modo semplicistico e sommario i vostri problemi! Ad aiutarvi è chiunque vi ricordi la bellezza di essere giovani, chiunque abbia rispetto e fiducia in voi, chiunque sia disposto a fare un passo indietro per cedervi strada, chiunque rinnovi in voi la forza dello stare assieme, la speranza di trovare vie nuove, la gioia di vivere passioni non tristi ma vibranti perché fatte di partecipazione e di dono. A darvi una mano sono coloro che vi dicono che un mondo diverso è possibile e che la forbice tra chi ha e chi non ha può essere annullata da un pensiero di autentica condivisione.

Non restiamo curvi, perché la nostra terra avrà un futuro, se avremo la pazienza, il coraggio, la forza di costruirlo assieme. Questo deve significare ‘Palermo capitale della cultura’. Dobbiamo essere il baluardo della cultura, della nostra grande tradizione, contro l’anti-cultura della mafia che scommette sul fatto che la Sicilia, come temeva e gridava Leonardo Sciascia, sia “irredimibile”. Ma guardando il volto di don Pino (e dei tanti suoi fratelli ideali), facendoci carico della paura e del bisogno, mettendoci assieme, creando nuovi spazi di cura della polis, oltrepassando le secche dell’individualismo e della sfiducia, possiamo arrivare in porto. Coraggio!

Come Palermo, pure l’Italia soffre. La paura e la povertà, se non ascoltate, se non interpretate e raccolte, creano diffidenza, isolamento, disillusione, frattura. Questo dovrebbe essere il compito della politica, della scuola, delle nostre parrocchie: rompere l’isolamento, ascoltare il grido, raccontare il dolore, la fatica di vivere, e darle senso. Oggi a questo compito spesso veniamo meno: viene meno la politica, che usa il disagio e non se ne fa carico; viene meno la Chiesa, quando riduce la fede ad una devozione individuale, che non investe tutta la vita e non si fa fonte di autentica comunità. Un’illusione pericolosa si sta diffondendo: che la chiusura, lo stare serrati, la contrapposizione all’altro siano una soluzione, siano la soluzione. Ma una civiltà che si fondi sul “mors tua, vita mea”, una civiltà in cui sia normale che qualcuno viva perché un altro muore, è una civiltà che si avvia alla fine.

Invece S.Francesco, patrono d’Italia, ha vissuto e ci ha esortato ad una autentica fraternità.

È il messaggio che dobbiamo portare anche all’Europa, dove la logica del ‘prima noi’ mostra tutta la sua fallacia. Rischiamo fratture insanabili proprio perché ogni paese europeo comincia a ritenere che il suo benessere venga prima, senza capire che, se la casa comune si distrugge, tutti resteremo all’addiaccio, privi di un tetto. È la miopia dell’egoismo politico, propugnato da governanti e da politici europei che spesso si vantano – soprattutto nell’Est – di costruire regimi privi delle garanzie e fuori dai confini minimi della democrazia. Di fronte a tutto questo la Chiesa non può restare in silenzio, io non posso restare in silenzio. Perché la Chiesa non ha alternative. Essa è stata collocata dal suo Signore accanto ai poveri e ai derelitti della storia, e tutte le volte che è uscita – e quante volte è successo – [è uscita] da quel posto per mettersi accanto ai forti, ai ricchi, ai potenti, ha perso il senso stesso del suo essere.

Da giovane padre costituente, uno dei sognatori dell’Europa e del mondo uniti, Giorgio La Pira, nostro conterraneo, nato a Pozzallo, faceva delle “attese della povera gente” il suo faro e la sua guida, contro ogni esaltazione del mercato senza regole, dell’individualismo economico. E questa convinzione, animata in lui da una fede profonda nell’Evangelo, se la portò appresso a Firenze, dove fu il sindaco dei poveri, dei disoccupati, degli ultimi.

Oggi La Pira ci inviterebbe a guardare alle tante navi che dirigono la loro prua verso l’Europa come alle navi della speranza. Voglio essere chiaro con voi. Tutti dobbiamo sapere che lungo i decenni e soprattutto in questi ultimi trent’anni l’Africa – che è il continente più ricco del mondo – è stata sfruttata dall’Occidente, depredata delle sue materie prime. Ce le siamo portate via, anzi le multinazionali l’hanno fatto per noi, senza pagare un soldo. E abbiamo tenuto in vita governi fantoccio, che non fossero in grado di difendere i diritti della gente. Le potenze occidentali mantengono inoltre in Africa una condizione di guerra perenne che rende più facile lo sfruttamento e consente un fiorente commercio di armi.

Siamo noi i predoni dell’Africa! Siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli. Un esodo epocale si abbatte sull’Europa.

Devo gridare questa verità: quelli che vengono chiamati centri di smistamento, di detenzione, quei centri che i nostri governi sollecitano e finanziano per ‘bloccare’ il flusso migratorio, spesso richiamano i campi di concentramento. E se settant’anni fa si poté invocare una mancanza di informazione, oggi no. Non lo possiamo fare, perché ci sono le prove, nella carne martoriata di questa gente, nei filmati, nei reportage di giornalisti coraggiosi (mentre giornali e telegiornali di altra fatta parlano dei migranti sulle navi come di un ‘carico’ alla maniera delle merci e delle banane!). Noi sappiamo, e siamo responsabili. E dobbiamo levarci!

Giorgio La Pira era un uomo del Sud e non si scordò mai di esserlo. Noi, qui da Palermo, stasera, alziamo la nostra voce. Noi che sappiamo che cosa vuol dire essere migranti. Noi che abbiamo visto i nostri padri e i nostri nonni costretti a lasciare la loro casa, rifiutati, umiliati, buttati fuori da case e locali perché siciliani, perché italiani. Noi sappiamo e non taciamo. Cosa abbiamo fatto e cosa faremmo al posto di queste donne, di questi uomini, di questi bambini, in fuga dal nulla e dalla morte?

Se fossero i nostri figli, i nostri parenti ad essere in pericolo di vita, senza cibo e assistenza, se fossero torturati e stuprati, che cosa faremmo? Una nuova epocale trasmigrazione dei popoli sta accadendo davanti ai nostri occhi, e abbiamo bisogno di chiarezza e di umiltà per capire quale società vogliamo costruire, quale risposta intendiamo dare ai segni dei tempi.

Quel che i padri avevano intuito, oggi deve diventare il nostro manifesto, la nostra carta fondativa di cittadini e di cristiani. Giuseppe Dossetti, il 21 novembre 1946, propose all’Assemblea Costituente di scrivere così nella Costituzione della Repubblica: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino». Riprendendo la sua ispirazione, leviamo stasera la nostra voce perché si scriva finalmente l’articolo 3 della Costituzione Europea, l’articolo del diritto di ogni uomo ad essere uguale, ad essere membro della città degli uomini, ad essere libero di vivere e di stare nel mondo, con dignità e fierezza. Scriviamolo questo articolo noi, sin d’ora, nelle nostre vite e nei nostri atti quotidiani, e chiediamo che al posto della miopia dei piccoli diritti esclusivi, riservati a pochi, che preparano un futuro di dolore e di guerra, si scriva il grande diritto della pace e del bene per tutti, l’unico diritto che ha la forma del Vangelo.

Ed è questa la scommessa di una nuova civiltà: una civiltà dove nessun bambino venga educato a vedere nel diverso un nemico, una civiltà dove i governanti abbiano la passione per gli ultimi e per il rispetto della vita, di ogni vita, una civiltà dove ogni uomo impari, al termine della sua giornata, della sua esistenza, ad ascoltare la voce che viene da lontano, la voce del cuore, che grida: Adam, tu, uomo, dimmi dov’è tuo fratello!

 

Last Updated on Tuesday, 17 July 2018 16:29
 
Non c'è eroismo nel celarsi dietro la droga
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 06 June 2018 07:37

 

NON C’E’ EROISMO NEL CELARSI DIETRO LA DROGA

Lettera inviata al Corriere della Sera e pubblicata il 9 maggio 2018

Sono una madre, nonché medico di una comunità per tossicodipendenti.

Sono annichilita dalla crescente campagna per la liberalizzazione della droga definita “leggera”.

 

Nel mio lavoro vedo i danni che le droghe procurano senza eccezioni né sconti dovuti all’accampata derivazione naturale o alla bassa tossicità.

 

Mi sforzo di trasmettere che non ci sono droghe poco dannose, e che qualsiasi sostanza assunta con lo scopo di alterare le percezioni e il pensiero, è pericolosa, crea dipendenza.

 

Ora mi sento sconfitta. Tanti giovani consumano cannabis e derivati, e tanti genitori sanno che i figli consumano erba, hashish, marijuana, o altro. E non si dica, per sedare le coscienze, che si è sempre fatto.

 

Un tempo chi fumava erba era cosciente di commettere un reato e l’uso aveva il senso di sfidare il sistema in quegli anni in cui si lottava per sovvertire le regole.

 

Ora i giovani sono convinti che l’uso della cannabis non causi alterazioni cerebrali, non dia dipendenza e non provochi sindromi amotivazionali e l’uso viene fatto per noia, per moda o per disperazione.

 

Di fronte a una cultura che inneggia all’uso di “droga leggera”, chiedo un aiuto a chi può avere un ascendente sul modo di pensare dei giovani.

 

Non c’è eroismo nel nascondersi dietro qualche foglia d’erba: il vero eroismo è affrontare quello che proviamo e gestirlo lucidamente senza paura della vita. Maria R.

 

Last Updated on Wednesday, 06 June 2018 08:57
 
Comm.Vang.Corpus D.B rom.e ambr.3-6-18
Written by Ileana Mortari   
Wednesday, 30 May 2018 20:26

 

3 giugno 2018 Corpus Domini – Rito romano e ambrosiano - Anno B

“Questo è il mio sangue, versato per molti”

 

(Marco 14, 12-16.22-26)

 

di Ileana Mortari

 

 

La terza lettura della solennità del Corpus Domini è tratta dal vangelo di Marco (che viene letto nell’anno liturgico B) e presenta uno dei racconti-testimonianze del Nuovo Testamento relativi all’istituzione dell’Eucarestia. E’ questo il principale mistero che, insieme alla Trinità – celebrata la scorsa domenica – distingue il cristianesimo da tutte le altre religioni.

 

Il testo eucaristico più antico è quello di S.Paolo in 1° Corinti 11, 23-26 (del 50-52 d.Cr.): “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me…..

La redazione di Marco è del 60-65 d. Cr. e riflette la comprensione della comunità che, dopo l’ascensione di Gesù e il dono dello Spirito, ha obbedito al comando di celebrare la “cena del Signore”.

 

Nel brano di oggi il Nazareno incarica due suoi discepoli di preparare la Pasqua; sarà quella l’”Ultima Cena” per antonomasia, l’ultima di tutta una serie di circostanze in cui il Messia si era trovato nella sua vita terrena a condividere il pranzo: con i discepoli, con amici, con persone ragguardevoli, ma anche con poveracci o gente di malaffare.

 

Va ricordato che ogni comunanza di tavola è per il semita un dono di pace e fratellanza; la comunione conviviale è comunione di vita. Già il fatto del mangiare nella Bibbia non significa soltanto un atto vitale, ma contiene un senso religioso, perché il pasto è visto come dono di Dio, Signore della terra, datore di ogni bene. Così il pranzo è considerato come un atto religioso e nei testi più tardivi dell’Antico Testamento assume un significato profetico e messianico (cfr. Isaia 26,6-8 e 55,1-3); il pasto materiale è poi anche espressione dell’abbondanza del dono per eccellenza di Jahvè: la sapienza divina, di cui pure gli uomini sono resi partecipi.

 

Nel tempo di Gesù, infine, si aspettava il banchetto escatologico (cioè degli ultimi tempi, al termine della storia), come espressione della salvezza definitiva.

Ora, con la comunanza di tavola (da cui nessuno era escluso!) Gesù esprimeva l’interesse e l’amore misericordioso di Dio per gli uomini e spesso e volentieri utilizzava questo momento per impartire fondamentali insegnamenti sul Regno.

Anche l’Ultima Cena fa parte di questa consuetudine, ma si distingue dagli altri momenti simili perché è la cena pasquale ebraica e anche l’ultimo atto, il “testamento” di Gesù, prima della sua passione e morte.

 

La Pasqua era per gli ebrei la festa più importante dell’anno, che ricordava le grandi opere compiute da Jahvè per liberare il suo popolo dall’Egitto; era un memoriale dell’Esodo e dell’alleanza stabilita da Dio con il suo popolo per mezzo di Mosè.

 

Nel corso di quest’ultima cena pasquale Gesù compie dei gesti e pronuncia delle parole non previste dal rito tradizionale. Benedice il pane, lo spezza e lo dà agli apostoli, dicendo “Questo è il mio corpo”;

poi rende grazie sul calice, lo dà da bere e dice “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (l’espressione “per molti” è un semitismo che significa “per tutti, che sono una moltitudine”).

 

Ma che cosa avranno capito gli apostoli di queste parole del Signore? Probabilmente le percepirono come espressione insolita del Maestro, come un gesto profetico e simbolico, nella linea ad esempio di Geremia ed Ezechiele, che accompagnavano le loro azioni simboliche con la parola che ne rivelava il senso.

 

L’espressione “sangue dell’alleanza” rimandava immediatamente al racconto di Esodo 24 (la 1° lettura di oggi): Mosè, dopo aver letto il testo della Legge, fa offrire olocausti e giovenchi come “sacrifici di comunione, per il Signore”; quindi versa metà del sangue sull’altare e con l’altra metà asperge il popolo; il sangue dei sacrifici è segno del patto bilaterale stabilito con Jahvè: Dio garantisce guida e protezione nel cammino verso la Terra Promessa e gli Israeliti si impegnano ad osservare la Legge.

 

Ma il sangue dei sacrifici aveva nell’ebraismo anche altri significati: secondo Esodo 29,15-26 possedeva un potere santificatore nella consacrazione dei sacerdoti e degli altari e secondo Levitico 17,11 serviva per l’espiazione dei peccati, significato questo molto accentuato dal giudaismo recente e ben noto al tempo di Gesù.

 

Ebbene: con i suoi gesti e le sue parole il Figlio di Dio profetizza, cioè anticipa quello che doveva avvenire. Egli sapeva bene di andare incontro alla morte: più volte era stato accusato di magia, esorcismi, bestemmie, trasgressioni del sabato (che secondo il diritto giudaico comportavano la pena capitale) e da tempo i capi giudaici volevano toglierlo di mezzo a causa delle sue azioni e dei suoi discorsi.

 

Ora, nelle parole pronunciate nell’Ultima Cena Gesù interpreta e dà un senso alla morte che ormai sente imminente, rileggendo il suo destino sulla falsariga del profeta-servo perseguitato, del giusto e del martire, la cui morte, secondo la mentalità giudaica del tempo, aveva un’efficacia espiatrice e di riconciliazione. Per questo parla del “sangue dell’alleanza versato per tutti”. Per questo aveva detto già prima: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Marco 10,45).

 

Come si legge nella Lettera agli Ebrei (cap.9), i sacerdoti israeliti entravano nel Tempio ed offrivano il sangue delle vittime per sé e per i peccati del popolo; “Cristo, invece, ……..non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna” (v.11)

 

E, come aveva fatto nei tre anni del suo ministero, anche in questo momento conviviale il Maestro impartisce un fondamentale insegnamento sul Regno. Nella certezza che Dio (il quale mai abbandona il giusto) non lo lascerà in balia della morte, Egli afferma che berrà ancora del frutto della vite, quello “nuovo”, nel regno di Dio (v.25) e spalanca così ai suoi discepoli la prospettiva luminosa della vittoria definitiva di Dio sul male e sulla morte.

 

Nell’attesa di questo banchetto escatologico, cui tutti giungeremo, Gesù non ci ha lasciato soli: ci ha fatto il dono immenso di Sé e della comunione col Suo corpo e il Suo sangue, che si rinnova in ogni celebrazione eucaristica.

 

 

Last Updated on Wednesday, 30 May 2018 20:28
 
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