No a legalizzazione cannabis 23-7-16
Written by Ileana Mortari   
Sunday, 24 July 2016 08:22

La Cannabis e i rischi di una legalizzazione

La dignità umana se ne andrà in fumo

Giacomo Samek Lodovici AVVENIRE 23 luglio 2016


Il 25 luglio è calendarizzata alla Camera una proposta di legge permissiva che modificherebbe la normativa circa la detenzione e la coltivazione delle droghe cosiddette 'leggere'. Le motivazioni di questo provvedimento sono quelle consuete: per esempio, colpire le organizzazioni mafiose, concentrare le energie delle forze dell’ordine nella repressione di altri fatti delinquenziali più seri, ecc. Circa l’obiettivo di molti tra i proponenti di questa legge di arrivare, prima o poi, alla legalizzazione della vendita di droghe, si può però ribattere che o spacciare sostanze stupefacenti è moralmente lecito e non criminale, e allora non si capisce perché vietarlo a queste organizzazioni, oppure se spacciare non è moralmente lecito e se inoltre è da criminali, allora non lo deve fare nessuno, neanche con la licenza dello Stato.


Legalizzando la cannabis, lo Stato permette che qualcuno possa esercitare attività immorali e criminali (per esempio per le conseguenze in termini di incidenti stradali dell’uso di droghe), purché abbia la 'patente': fatte le debite differenze, è un po’ come dare a qualcuno la licenza di assassinare, per togliere i profitti ad altri killer. E già la legalizzazione della coltivazione e detenzione di droghe favorisce la possibilità di spacciare. Inoltre, gli spacciatori che rimarrebbero senza la licenza dello Stato, non potendo più guadagnare tramite lo smercio di cannabis, si concentrerebbero sul commercio delle droghe più redditizie (per es. eroina, cocaina e le cosiddette droghe sintetiche), aumentandone il consumo nel nostro Paese. Del resto, se si legalizzasse la cannabis, l’acquisto resterebbe precluso ai ragazzini e ai bambini. I signori di questo mercato cercherebbero, prevedibilmente, di indurli alla droga per ricavare ancora profitti da loro, non potendo più guadagnarne con la vendita agli adulti.


Secondo alcuni antiproibizionisti la legalizzazione delle droghe ne fa diminuire il consumo, perché rimuove il fascino del proibito. Sennonché le leggi incidono sulla cultura di un popolo (ed è soprattutto per ragioni culturali che, talvolta, alcuni Paesi con leggi più restrittive registrano più consumo di altri che hanno leggi meno restrittive). Ora, la legalizzazione di una prassi la accresce, perché per molte persone ciò che è legale è anche morale.


La legalizzazione delle droghe e della loro coltivazione farebbe cadere molte remore morali rispetto al consumo e inoltre faciliterebbe la possibilità di procurarsele, addirittura a casa propria. Non è poi vero che chi vieta il commercio delle droghe dovrebbe vietare anche quello degli alcolici: mentre il consumo – anche moderato – di droghe comporta quasi sempre dei danni, come minimo per l’incolumità pubblica (ad esempio, per i già citati incidenti stradali provocati da chi usa sostanze stupefacenti), l’uso moderato degli alcolici non è invece, di per sé, pericoloso.


Anche le droghe 'leggere', comprate o coltivate autonomamente, producono spesso effetti gravemente nocivi per la salute e per le capacità cognitive – lo rilevano gli esperti, alcuni dei quali sono stati auditi alla Camera – e sono spesso propedeutiche al consumo di droghe peggiori. Ma, anche se ciò non fosse vero, resta il fatto che la dignità umana consiste – basta rileggersi indimenticabili pagine di Socrate, Aristotele, Pascal, Kant, e di tanti altri grandi e illustri pensatori – anche nella stupenda capacità di poter pensare e agire liberamente, mentre le droghe possono comportare alterazione del senso della realtà, esperienza di stati di allucinazione, modificazioni delle percezioni auditive e visive, cessazione delle inibizioni (il cosiddetto 'sballo'), ovvero la rinuncia, per un certo lasso di tempo, a volere, pensare e agire come persone libere, dunque l’abdicazione dalla propria dignità umana. La droga, di qualsiasi tipo, spersonalizza l’essere umano, lo svilisce e degrada, talvolta fino a renderlo schiavo. È questo che si vuole?

 

 

Last Updated on Sunday, 24 July 2016 08:23
 
Intervista a Del Zanna su Turchia 21-7-16
Written by Ileana Mortari   
Saturday, 23 July 2016 08:39

L'intervista sul golpe in Turchia

«Colpito Gülen perché è l'unica alternativa possibile»

LUCA GERONICO AVVENIRE 21 luglio 2016

Purghe per cui viene naturale l’aggettivo “staliniane”. In quattro giorni Recep Tayyip Erdogan ha epurato ed arrestato più di 50mila persone. Gli ultimi ad essere colpiti, solo in ordine di tempo dopo l’esercito, le università, i giornali, i giudici militari.

Giorgio Del Zanna, docente di storia contemporanea all’Università Cattolica, studioso dell’impero Ottomano, una reazione di cui non si ha memoria recente. Sorpreso pure lei che si confronta con la storia della Turchia?

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Direi di sì. Le proporzioni sorprendono, anche se non condivido l’analisi che in tutto questo Recep Tayyip Erdogan si sia rafforzato. In realtà è un leader in grande difficoltà e che si sta scagliando contro la rete gulenista, benché sia ancora del tutto arbitrario sostenere che siano loro i registi del tentato golpe, per farne un capro espiatorio. La Turchia è reduce da una forte frenata dell’economia, ha il turismo azzerato, e ha incassato una serie di gravissimi errori in politica estera. Il vero problema è che non esiste una alternativa a Erdogan e che la Turchia, con questa repressione, rischia di essere sempre più isolata nel contesto internazionale. Una prospettiva da scongiurare.

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Duri moniti da Ue e Merkel sulle violazioni dei diritti umani. Ma la crisi ad Ankara si inserisce, come un volano, in quella per l’emergenza migratoria, nella crisi siriana e nel contrasto al Daesh. Pare difficile poter ignorare del tutto Ankara?

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Il grande sviluppo della politica dell’Akp, il partito di governo, era dovuto a una visione neo-ottomana, ossia alla capacità nel primo decennio di potere di Erdogan di riaprire relazioni significative con l’Europa e con il Medio Oriente. E la serie di crisi nella regione, fra loro sempre più interconnesse, non permettono soluzioni unilaterali, come è deleteria ogni forma di isolazionismo. La Turchia, come la Russia, è un Paese troppo importante e da cui non si può prescindere per la soluzione della crisi siriana. In queste ore è difficile trovare le contromosse, occorre la freddezza per prendere le misure al nuovo corso di Erdogan, ma si deve assolutamente far superare alla Turchia la sindrome da accerchiamento, una tentazione storica ben presente nel dna di questo Paese.

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Intanto, all’interno del Paese, in molti denunciano il rischio di una islamizzazione forzata della società, quale esito nefasto nel lungo confronto fra il laicismo kemalista dell’esercito e la democrazia islamica dell’Akp. Teme anche lei questa deriva?

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In occidente siamo molto sensibili a questi aspetti, si sottolineano molto alcuni simboli come l’uso del velo, ma la Turchia in realtà è un enorme Paese molto complesso. Il confronto è fra la Turchia delle metropoli, filo-occidentale in alcuni comportamenti, e l’anima profonda del Paese, quella rurale, quella dell’entroterra anatolico. Di fatto, dopo 70 anni di laicizzazione spinta dove, per restare ai simboli, il velo era vietato ovunque, ora vi è un recupero di una certa tradizione, un ribaltamento di prospettiva.

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Colpisce e spaventa, però, la modalità autoritaria, l’imposizione a suon di epurazioni. Impossibile un confronto culturale e democratico?

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Il multipartitismo in Turchia è stato introdotto solo negli anni ’50 e negli anni ’80 ci sono stati tre colpi di Stato. Questa è una Repubblica con un dna autoritario e che spesso si è riconosciuta in leader forti e carismatici.

Per questo nel primo decennio, dal 2002 al 2013 l’Akp aveva rappresentato un fattore di democratizzazione. Il vero problema è che oggi in Turchia non vi è una reale alternativa a Erdogan: il partito kemalista rappresenta una Turchia del passato, che di fatto non esiste più. Le nuove generazioni, laiche e occidentalizzate, vivono la stessa disillusione verso la politica dei giovani europei. Poi ci sono i curdi che, per quanto significativa, sono una minoranza. L’unica alternativa reale al tradizionalismo rurale nella società turca potrebbe essere un movimento islamico moderno, dialogante, transnazionale. E non è un caso che ora venga preso di mira il movimento gulenista, perché è l’unico potenziale concorrente all’interno della società turca di Erdogan. La crisi del 2013, le proteste a Gezi Park, rappresentano uno spartiacque, nel percorso del Partito per la giustizia e lo sviluppo. Ma alla lunga questa repressione non può pagare.

 

Last Updated on Saturday, 23 July 2016 08:53
 
L'Europa alla prova sulla sicurezza comune 18-7-16
Written by Ileana Mortari   
Thursday, 21 July 2016 09:18

CORRIERE DELLA SERA 18 LUGLIO 2016

L’Europa alla prova
sulla sicurezza comune

Bisogna costituire un corpo di polizia di frontiera e varare norme per «ritirare dal mercato», trattandoli come criminali di guerra, i combattenti jihadisti di ritorno (anche i nostri Stati liberali hanno il diritto/dovere di proteggersi). C’è da regolare il rapporto con le comunità musulmane.

di Angelo Panebianco

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Primum vivere, deinde philosophari. Se non si sopravvive, il resto non ha importanza. Sfortunatamente, finita la lunga pace, storicamente anomala, che abbiamo conosciuto dopo il 1945, siamo tornati alla «normalità». E la normalità consiste nel fatto che è sulla sicurezza (e solo sulla sicurezza), sulla capacità o meno di contrastare la violenza, che si decidono le sorti delle aggregazioni politiche, già esistenti o in cantiere. È sempre stato così. Solo un abbaglio collettivo ha fatto credere, per lungo tempo, che, nel caso dell’Europa, le cose sarebbero andate diversamente, che sarebbe bastata l’integrazione economica per generare l’unità politica.

Poiché i vecchi riflessi sono duri a morire, ancora pochi giorni fa (prima della carneficina di Nizza) si discuteva di Brexit in termini quasi esclusivamente economici. Ma le conseguenze di Brexit sono gravi, prima di tutto, sul piano geopolitico: l’Unione perde la sua principale potenza militare, si allarga il fossato con gli Stati Uniti, si rafforza la capacità di condizionamento degli Stati europei da parte della Russia. Nello stesso momento in cui, direttamente coordinati, o comunque sempre ispirati, dall’estremismo mediorientale, jihadisti europei prendono le armi contro gli altri europei.......................

Qualche azzeccargarbugli potrebbe dire che, a norma dei trattati, le istituzioni europee possono fare poco. Ma nelle situazioni di emergenza i trattati vanno forzati. Sono le norme che devono essere adattate alla vita e non il contrario. Il problema, nella sua drammaticità, è semplice: o l’Unione riesce a dimostrare agli europei che è in grado di agire collettivamente per innalzare i livelli di sicurezza oppure i topi scapperanno dalla barca che affonda; i cittadini cercheranno (illudendosi) nei vecchi Stati una risposta ai problemi della sicurezza, ascolteranno le sirene degli antieuropeisti che dicono che la salvezza consiste nel rinserrarsi dentro i confini nazionali.

O l’Unione riuscirà rapidamente a trasformare la sicurezza in un «bene pubblico» (in quanto tale indivisibile) oppure chiuderà i battenti. Che la sicurezza non sia, in Europa, un bene pubblico indivisibile, tale per cui le minacce a un membro dell’Unione siano avvertite da tutti gli altri come una minaccia all’Unione nel suo insieme, è provato da tante cose: ad esempio, dalla insofferenza con cui gli europei-occidentali trattano la paura, storicamente giustificata, che ispira la Russia agli europei dell’Est (la collaborazione con la Russia è necessaria, ma senza ignorare quelle legittime paure). È provata, ancora, dall’ostilità di quegli stessi Paesi dell’Est (e non solo) per la ricerca di soluzioni condivise sull’immigrazione. O dalle opposte posizioni odierne di Francia e Italia sulla questione libica. O anche dalla solidarietà solo di facciata di molti europei per una Francia aggredita molto più di altri (fino a ora) dal terrorismo islamico.

Il problema della sicurezza europea ha due facce. La prima riguarda il modo in cui evolverà la situazione là dove l’infezione è nata, il Grande Medio Oriente, il mondo islamico (dove il terremoto turco ha appena reso ancora più confusi e imprevedibili i giochi). Ma su questo c’è poco che gli europei possano fare almeno finché non saranno chiare le scelte della prossima amministrazione americana: siamo appesi alle decisioni che prenderanno a breve gli elettori statunitensi.

Ma c’è una seconda faccia della questione sicurezza su cui l’Europa può prendere decisioni autonome. C’è da costituire un corpo europeo di polizia di frontiera. Ci sono da varare norme comuni per «ritirare dal mercato» trattandoli come criminali di guerra, i combattenti jihadisti di ritorno in Europa (anche i nostri Stati liberali hanno il diritto/dovere di proteggersi).

C’è poi il problema di regolare, con decisioni collettive europee, il rapporto fra l’Europa e le comunità musulmane. La loro solidarietà, dopo ogni attentato, non serve. Dobbiamo imporre loro, come Unione, una quotidiana azione pedagogica contro il jihadismo e la denuncia di coloro che appaiano in odore di radicalizzazione jihadista. Di sicuro, ne conoscono parecchi. Certo, c’è poi la questione del fondamentalismo, l’ambiente culturale che genera i mostri. Ma qui le norme servono a poco. Servirebbe di più legittimare e aiutare le minoranze musulmane liberali in conflitto con il fondamentalismo, anziché raccontarsi la bugia secondo cui anche i fondamentalisti, purché non prendano le armi, sarebbero dei «moderati».

L’Unione e il suo Stato-guida, la Germania, potrebbero ancora una volta scegliere l’inerzia. Fino alla prossima strage e oltre. Dando agli europei altre dimostrazioni di inutilità. Non è necessario, per contro, gettare il cuore oltre l’ostacolo, immaginare un impossibile «Stato federale». Basterebbe una confederazione flessibile, rispettosa delle autonomie nazionali, ma che sapesse trasformare, almeno in parte, la sicurezza europea in un bene indivisibile.

 

 

Last Updated on Thursday, 21 July 2016 09:21
 
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Sms Domenicale

 

SMS domenicale – Breve riflessione sul vangelo festivo per giovani - 31 luglio 2016 – 11° domenica dopo la Pentecoste – Anno C – Rito ambrosiano – Matteo 22, 41- 46

di Ileana Mortari

Gesù sottolinea nel ricco epulone non una forma di immoralità (non si dice affatto che quell’uomo si fosse arricchito in modo illecito e disonesto), bensì l’eccessivo attaccamento alla ricchezza stessa, al lusso e agli agi; egli è un esempio concreto di quell’essere “amici del denaro” con cui Luca aveva definito i farisei in questione: “vestiva di porpora e bisso e tutti i giorni banchettava lautamente” (v.19), tanto da meritarsi il nomignolo di “epulone”, dal termine latino che indica il banchetto.

Ora, qual è il risultato di questo indebito attaccamento ai beni materiali, di questo servire non a Dio, ma a Mammona, cioè al denaro visto come idolo? La parabola lo descrive con molta efficacia: non accorgersi più di niente altro, neanche di un disgraziato infelice, miserevole e affamato, che pure giace sulla porta di casa! Il peggior danno della ricchezza è proprio questo: spadroneggiare sulle anime al punto da renderle totalmente insensibili e quindi sempre meno capaci di ascoltare e mettere in pratica la Parola di Dio. Nella Scrittura, accanto ai passi analoghi a quello del Deuteronomio prima ricordato, ne troviamo - e in numero ben maggiore – molti altri che dicono: “ama il prossimo tuo come te stesso”, “soccorri l’orfano e la vedova”, “l’elemosina salva dalla morte”, etc.

L’applicazione alla situazione odierna è di immediata evidenza. Noi, abitanti del cosiddetto “mondo occidentale”, per il solo fatto di appartenere ad una società opulenta, che storicamente è il frutto anche di colossali sfruttamenti e dilapidazioni di uomini e cose di altre parti della terra, siamo tutti in un certo senso “epuloni”. La vicenda evangelica, esemplare per ogni tempo, ha ormai assunto dimensioni planetarie, se pensiamo che oggi il 20% della popolazione mondiale possiede e consuma l’80% delle risorse del pianeta, con il risultato che ogni anno c’è un olocausto di 30 milioni di morti per fame o cause ad essa connesse e almeno un miliardo di persone vive ai limiti della sopravvivenza o in modo assolutamente disumano.

Credo che questo brano evangelico non possa lasciarci indifferenti!

 



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